giovedì 30 settembre 2010

Insegna.

Oggi mi sento un po' come quell'insegna che si staglia nel cielo di un quasi-tramonto di fine settembre. Lo so che c'è scritto qualcosa. Lo so che ha un significato e una sua collocazione precisa. Forse bisogna solo aspettare che passino le nuvole. Che la luce faccia il suo giro, il suo tragitto. Che si schiarisca, che si metta a fuoco.

mercoledì 29 settembre 2010

Cancelli.

La precarietà della nostra vita a un certo punto si svela e ci abbaglia, come quelle illuminazioni notturne che poi dimentichi al mattino. Quando mi sento così fragile, ultimamente esco di casa.
Non me ne vogliano i torinesi proprietari di questi meravigliosi cancelli.

Ad esempio l'amaca su quel balconcino: apparterrà forse a una bambina, che nei pomeriggi caldi ci si siede sopra con un libretto di lettura, un pacchetto di crackers e del succo di frutta alla pera. In quell'altra casa si sta bene, gira la fortuna e le stelle sono clementi. Crescono l'uva nera e il melograno, i figli sono numerosi e forti, anche l'aria è più profumata. Poi c'è il cortile dove l'infanzia e la terza età si uniscono in una potenza feroce fatta di zainetti colorati e tinte appena ritoccate dal parrucchiere. Nell'altra casa c'è un tavolino con quattro sedie di legno. Mi colpisce sempre come gli alberi possano crescere dentro un'abitazione. Così i proprietari possono dire: il mio albero. Forse questo è il più grande privilegio, possedere un pezzo di natura. E quel cane lassù che dormiva tranquillo? Quando sente il flash della mia macchinetta si sveglia e mi punta. E spunta invece da un'altra villetta una specie di gabbia gigante, una voliera cui non voglio dare un nome, voglio che rimanga un mistero. E poi la custodia di quel condominio bellissimo, rosso e mattone. Ci lavorerà qualcuno di molto serio e puntiglioso, tutti hanno fiducia in lui e gli lasciano le chiavi.

martedì 28 settembre 2010

How to...(scacchi for dummies)

... giocare a scacchi e vivere felici.

Può capitare in certe sere (la foto risale a ieri) di inizio-freddo che vi venga voglia di distrarvi completamente da tutto. Di non pensare assolutamente a nulla di umano. Che il vostro massimo istinto comunicativo sia rivolto ad allegri pezzetti di legno bianchi e neri. E che il vostro massimo di capacità di interazione con forme varie di ragionamento consista unicamente nella filosofica domanda:

"quindi dove lo metto il cavallo?"

In questi casi - che diciamolo in tempi di crisi ci appaiono sempre più frequenti - io propongo il giuoco degli scacchi.

Ora.

Poiché il gioco (senza "u") si annovera tra i più complessi al mondo, ho pensato di facilitarvi le cose con alcuni semplici consigli:

1) metteteci l'anima. sputate sangue sul tavolo da gioco. poiché in società bisogna sempre fare i bravi, qui diventate cattivi, spietati, assassini e giocate solo ed esclusivamente per vincere, NON certo per partecipare.

2) per ogni mossa ci sono più di 200 possibilità. ma questo non significa che dobbiate passarle mentalmente in rassegna tutte e 200. muovete a muzzo, altrimenti l'avversario si addormenta davanti alla fiction sul Trio Lescano, e non son cose belle da vedere.

3) fate "scacco al re" fin da subito. a ogni costo, a baraonda, rischiando la vita e con qualsiasi mezzo. in caso contrario la noia diventa insostenibile.

4) quando il pedone arriva dall'altra parte, può essere scambiato con un altro pezzo. sappiatelo perché è così che in genere io mi faccio fregare.

5) se siete ossessionati dal numero 8 come me (essendo nata l'8/8/'80), siete a casa vostra. in questo gioco è tutto multiplo di 8, che è anche il simbolo rovesciato dell'infinito, che coincide anche con il tempo potenziale di durata media di una partita. yawn, sogni d'oro.

6) ragazze: voi siete la Regina, col cappellino in testa: potete fare tutto quello che volete, muovervi dappertutto e mangiare chiunque. il Re invece può fare un solo timido passo e crolla come un tronco al minimo soffio di vento. gli scacchi sono femministi!

7) essere scacchisti-nerd ogni tanto fa bene alla salute. però non so se la tisana invece è la miglior scelta in fatto di bevande da accompagnamento. forse un amaro, un digestivo o qualcosa di superalcolico potrebbe favorire maggiormente la fantasia.

8) comunque una partita a scacchi è una grande metafora della vita: possiamo costruirci mentalmente tutte le strategie del mondo. tutte e duecento le varianti e anche di più. ma alla fine poi bisogna fare sempre i conti con l'altro, con le sue trovate, con la sua astuzia, e con gli altri in generale. il senso di tutto pare così coincidere con ciò che si costruisce in sinergia e non tanto quello che si pensa in solitudine.

lunedì 27 settembre 2010

Sylvie.

Ha i capelli raccolti con un fermacoda viola. Anche se è buio si capisce che è mulatta. Parla con le sue amiche all'aperitivo, saranno le dieci di sera. La piazza si accende di luci arancioni, le auto scorrono lente, sembrano barchette su un fiume di cemento.
E una cantante vestita di bianco canta Lady Ga Ga rivisitata. Le amiche di Sylvie parlano, parlano, parlano. Anche lei parla e rotea le mani, mimando una cornetta del telefono per dire che il ragazzo l'ha lasciata così, senza metterci la faccia. Mi pare un bel po' arrabbiata Sylvie. Eppure al tempo stesso ride tantissimo, sorride, con i denti bianchi di un avorio che scintilla. E tutte le amiche sulle sedioline verdi di ferro ridono come lei, si aggiustano le sciarpe e mangiano le verdure con le forchettine di plastica. Sylvie si specchia nel bicchiere di vino rosso. Avrà ventiquattro anni. Lei, non il vino. Mi sembra che il vento le porti via un po' di polvere di stelle dagli occhi. E comunque Sylvie ha uno sguardo così nero, così profondo, assomiglia a un puma. I ragazzi da un altro tavolino le guardano. Le puntano. Lì in mezzo - credo - c'è il suo nuovo fidanzato.

domenica 26 settembre 2010

Letturedomenicali+tazzinadicaffè.

Era il 2000, e avevo appena compiuto 20 anni. Tondi e nuovi di zecca, come la tazzina di caffè che ho qui pronta da bere per accompagnare questo libro.

Ero sul tram numero 9. Me lo ricordo perché su quel mezzo non so per quale ragione non ci sono mai più salita nei successivi dieci anni. Era un giorno come oggi, né caldo né freddo, ma non saprei dire di quale stagione, autunno o primavera. Questa piccola raccolta di tre racconti in un sacchetto della libreria Zanaboni, qui di Torino. Ho preso posto e l'ho sfilata fuori per guardare meglio. In basso a destra della quarta di copertina: il prezzo sia in lire (10.000) che in euro (5,16). Era quel periodo di transizione, di promesse totali, di futuro che pressava alle porte di inizio secolo & millennio. Una copertina chiara, con un tizio, disegnato da Gianluigi Toccafondo, che si tuffa in piscina. Prefazione di Fernanda Pivano, traduzione di Marco Papi. Editore Fandango.

Questo piccolo libro poi me lo sono portato dietro di casa in casa, di scaffale in scaffale, di anno in anno, come si fa con gli oggetti che ormai ci appartengono, che ci definiscono, su cui si è depositata parte della nostra stessa sostanza, granelli delle persone che siamo diventati.
E riaprirlo oggi, il nuotatore di John Cheever, è come rivedere quel tempo a distanza e ritrovarne lo spirito.

Hmmm, non male. La vita. Sapevo, quel pomeriggio, sferragliando sul 9 con la città che transitava elegante dal finestrino, che avrebbe riservato certe sorprese. Ho odiato quelle brutte. Ma rimango adesso stupida di quelle belle. (Siamo ancora simili, ad esempio, io e quella ventenne con i capelli spettinati. C'è qualcosa in me di lei che è rimasto vivo, e questo libro ne è testimone).

La trama del primo racconto, che offre il titolo alla raccolta, aveva acceso come una luce abbagliante la mia fantasia in un modo unico, come poi nessun'altra con la stessa gradazione. Come quegli orecchini, magari i più piccoli dello scrigno, di oro bianco, che alla fine metti e non togli quasi più.

Neddy Merrill, un bel tipo di mezza età della ancor più bella borghesia americana, in una domenica di mezza estate, dopo una festa a casa Westerhazy, decide - perché lo vede ben nitido nella mente "con un occhio da cartografo" - di fare ritorno alla propria abitazione seguendo un tragitto diverso dal solito. Si tratterebbe di tornarci a nuoto, immergendosi in un corso d'acqua, anzi un vero e proprio fiume, che chiama con il nome della moglie, Lucinda. La peculiarità è che questo fiume consiste nella moltitudine di piscine presenti nelle ville della contea.

Il bello è che Neddy "non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario". E in effetti lui parte convinto per questa leggendaria avventura, fino a esiti che non svelo, per non togliere la curiosità della lettura.
Dico solo una cosa che mi ha colpita. Quello di Ned non sarà un viaggio qualsiasi, né una trovata fine a se stessa. Si rivelerà un'esperienza anche dolente, faticosa. E non tutti i padroni di casa inoltre si mostreranno pronti a capire lui e il senso del suo proposito. Perché poi questo senso è tutto nelle nostre mani di lettori, come una metafora espansa, un diamante sfaccettato.

Ecco. E nell'augurarvi come ogni domenica una buona lettura, oggi voglio anche regalarvi una cosa che ho visto poco fa dal mio balcone. Spero vi piaccia e vi rallegri il week end.

:)




sabato 25 settembre 2010

Max Gazzè -----> concerto.


Rischiando il Diluvio Universale (che invece non si è verificato, thanks God), eccoci in allegra compagnia al concerto GRATIS di Max Gazzè. Sottolineo gratis perché abbiamo notato che i concerti free sono i migliori. Non solo ovviamente per il fatto che non si paga - anche perché poi non vi sganciano una birra per meno di cinque euro O_O - ma è provato che in queste meravigliose occasioni estive o inizio-autunnali gli artisti e i cantanti si rilassano e fanno pezzi vecchi e giocano con il pubblico e si lasciano un po' andare e sono generosissimi. E questo è stato il caso di Max Gazzè ieri sera.

Il posto era a Moncalieri in un luogo altamente suggestivo chiamato ex foro Boario. In Piazza del Mercato, un'area coperta, cementata, dove si teneva un tempo il mercato del bestiame. Interessante. Nella mia posizione, alzavo gli occhi e vedevo un sottopassaggio e sopra i binari del treno. Che è sfrecciato poi come una grossa stella (de)cadente, scuro fuori ma illuminato e vuoto dentro, durante La favola di Adamo ed Eva, che il grande Max ha incastrato con Ain't no sunshine facendoci sprofondare in un dolce e postmoderno romanticismo che, travolto da quell'immagine del treno, la pioggia, il primo freddo di settembre: mi ha catturata per sempre e definitivamente. Fantastico Max. E poi lui è sempre lui. Lo cantavamo al liceo e oggi è uguale. Mi ha fatto un certo effetto quando in Cara Valentina dice: "per esempio dai miei trent'anni ti aspettavi un uomo col senso del dovere".

E sempre in quegli anni pensavo ai trenta come a qualcosa di apocalittico. E invece oggi, con lui quarantenne che canta quelle stesse parole, e noi lì sotto con quei famosi 30 stampati in faccia, il precario senso del dovere che cercavo cantando e saltellando, nelle tasche della giacchetta, e ci ho trovato solo un lecca lecca che distribuivano dei ragazzi (a questo punto penso liceali) per sponsorizzare un sito di annunci. Ma cresceremo Max, te lo prometto. Il fatto è che il tempo decisamente non fa il suo dovere. Ma, cambiando il testo, aggiungo che a volte migliora le cose, perché Max Gazzè è sempre più bravo.




venerdì 24 settembre 2010

Lezioni di Economia Domestica.


Amiche e amici di tazzinadicaffè, è autunno, è tempo di ricominciare seriamente i lavori di casa. Vi mancavano le mie lezioni? Non credo proprio. Ma - come diceva il saggio - la vita è dolore. E noi non ci facciamo sfuggire l'occasione.

Quindi, carta e penna. Il tema di oggi, così a freddo, è:

Lavare le piastrelle.

Pronti? Svolgimento, via.

Lavare le piastrelle innanzitutto è un ossimoro.

*L'ossimoro (pronunciabile tanto ossimòro quanto ossìmoro, dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς «acuto» e μωρός «ottuso») è una figura retorica (molto amata da Petrarca e Leopardi, n.d.Tazzina) che consiste nell'accostamento di due termini in forte antitesi tra loro. A differenza della figura retorica dell'antitesi, i due termini sono spesso incompatibili e uno di essi ha sempre una funzione determinante nei confronti dell'altro (come avviene tra sostantivo e aggettivo, soggetto e predicato, verbo e avverbio). Si tratta di una combinazione scelta deliberatamente o comunque significativa, tale da creare un originale contrasto, ottenendo spesso sorprendenti effetti stilistici. Esempi: brivido caldo, urlo silenzioso, disgustoso piacere, copia originale* (fonte: Wikipedia)














Ed è un osso duro, in quanto a economia domestica. Poiché la sua vantaggiosità risulta del tutto invisibile agli occhi, proprio come l'essenziale, nella celebre definizione di Antoine de Saint-Exupéry. Quindi voi, come novelli Piccoli Principi degli Anni Dieci, avrete il compito di scovarne i significati più oscuri e portarli alla luce, in un moto perpetuo di riflessioni, epifanie e soverchianti appercezioni.
In una parola: è totalmente inutile. Ma siccome potrà capitarvi, come è successo a me, che qualche infingarda anziana del condominio vi faccia notare che invece tale procedura risulta parte integrante dei doveri della brava massaia, voi non dovrete sfigurare. Dimostrando che siete del tutto capaci di lavare ste piastrelle senza fiatare.


Ed ecco i miei consigli.

1) indossare maschera da nuoto od occhialini.

2) prendere una spugna potente.

3) imbeverla in un secchio di alcool o ammoniaca.

4) risciacquare con un'altra spugna, meno potente.

5) asciugare con un panno asciutto (sic).

6) domandarsi: a che pro?

7) tornare alle proprie più proficue occupazioni.

8) più tardi, tentare di incrociare la signora che vi pressava sul tema del lavaggio-piastrelle.

9) pavoneggiarsi in sua presenza con frasi come: "che fatica, ho appena lavato le piastrelle!" o più semplicemente: "ho lavato le piastrelle!"

:)

Bravi, come primo compito dopo le vacanze siete andati bene. Alla prossima!


giovedì 23 settembre 2010

Luna.

Era in imbarazzo per questo nome, che da bambina le piaceva ma adesso trovava ingombrante. "Luna": suonava come un capriccio di genitori inesperti della vita, di quanto poco clemente sa essere la vita. Anche se in effetti. Luna, forse per il fatto di sentirsi chiamare così fin dalla culla, sentiva però dentro al cuore, o intorno al cuore, o dalle parti del cuore e in ogni caso dentro, qualcosa di inevitabile, ogni volta, nel guardare la sua omonima, appuntata nel cielo nero come il più brillante dei bottoni.

Sembrava che quel suo cuore agitato di luna-non-luna si placasse invece sotto la luce bianca. La luna piena, specialmente, non poteva negarlo, le infondeva tranquillità. Di più, felicità. Quasi-allegria. Speranza. Domani accadrà una cosa nuova, rinnovata dalla luna, influenzata da lei. E il paesaggio notturno verde scuro anche si ridisegnava, come se un artista più esperto calcasse la mano sulla pallida bozza di un allievo.

mercoledì 22 settembre 2010

Un pomeriggio in biblioteca.

Leggendo di recente, qui, un articolo dello scrittore Christian Raimo, ho trovato molti spunti sull'argomento delle biblioteche in Italia. Che sono spazi un po' dimenticati e trascurati ma che in realtà meriterebbero un'attenzione specifica per rivitalizzare il senso della lettura per i cittadini, e forse della vita stessa. Mi è tornato in mente allora un mio piccolo progetto, iniziato su questo blog qualche mese fa, di visitare tutte le biblioteche di Torino (o chissà, anche del Piemonte) e di trascorrerci almeno un pomeriggio, per capire cosa succede - di solito niente (!) - e qual è l'atmosfera di ciascuna - di solito peculiare e inconfondibile. L'idea si chiamava e si chiama ancora: Un pomeriggio in biblioteca.

Così ieri, hemmm, non avendo niente da fare (sic), ho messo in borsa la macchina fotografica per dirigermi allegramente verso la Biblioteca Civica Villa Amoretti. Uh che bel nome.
Ed ecco le mie impressioni:

1) questa biblioteca per me ha un valore affettivo inestimabile. Lei è nata nel 1977, io nell'Ottanta. Siamo quasi coetanee. Prima ancora che iniziassi le elementari, mia madre mi portava lì, nell'area-bambini, che chiamavamo Laboratorio di Lettura. A quel punto, ero in paradiso. C'erano dei libri molto grandi, dove potevo anche sedermici dentro. E libri piccolissimi. E io li amavo, li cercavo, li studiavo con tutta l'attenzione di cui ero capace. Ci passavo interi pomeriggi, guardavo guardavo, rimiravo e vivevo le avventure, ci cascavo dentro, diventavo parte viva delle illustrazioni, parlavo con le figure. Sognavo, fantasticavo, ero la bambina più felice del mondo in quel quadratino dal perimetro di carta.

2) l'edificio è pregevole, sorge nel centro di un piccolo parco, ed è stato costruito nel Settecento. Era proprietà di un abate addentellato ai Savoia, un tale Amoretti. Poi nell'Ottocento è passata ai conti Rignon, che danno il nome al parco alberato. Nel cuore del quartiere Santa Rita, uno dei più carini della città. Il "parco Rignon" era una raffinata variante dei giardinetti sotto casa ed era sinonimo di giocare di più, giocare meglio!

3) l'area bambini è ancora lì. Un tuffo al cuore. Un po' cambiata, con sedioline, poltroncine, tavolini, colonnine espositive girevoli. Al solo sfogliare alcune pagine di albi illustrati, le mie dita hanno ricordato tutte le sensazioni di quei lunghissimi pomeriggi. A quest'area si sono aggiunte quelle per ragazzi e giovani-adulti, più prestito audiovisivi. Segno di come la società si stia stratificando, dilatando, scomponendo, segmentando sempre di più.

4) l'area espositiva nel "salone aulico" è una sala ampia e fresca, con un super lampadario antico, per mostre e conferenze. Meraviglia.

5) si procede verso un corridoio-serra molto luminoso, con le vetrate che si affacciano sul parco, qui il respiro è un po' nordeuropeo. Tutto è pulito, trasparente e organizzato. Si costeggia un terrazzino all'aperto con tavolini argento tipo caffè-di-museo-d'arte-contemporanea ed eleganti sedute verde militare brandizzate "Comune di Torino". wow.

6) la sala consultazione e lettura è ariosa e trasmette parecchia concentrazione. Fornitissima. Con i pc per navigare e i tavoli in legno, più comode poltrone tipo Barnes&Noble, stile!

7) fornitissima: ecco. Poiché non ero più abituata alle biblioteche, né allo studio matto e disperatissimo, giravo tra gli scaffali in cerca di ispirazione. Ma quei titoli, quegli autori mi scrutavano con sostenuta circospezione. Come per dirmi: dove ti eri cacciata? Moravia, Pasolini, Pynchon, Forster. Raccolte enormi, volumi, tomi, meridiani. Prendevo e posavo, mi crollava quasi il polso per il peso di questi saperi che all'Università avevo pregustato, illudendomi che una volta trentenne sarei riuscita a riprendere tutti i fili in mano e tesserli quieta e sorniona nel pieno delle mie facoltà. E invece poi è successo di tutto, la crisi, il lavoro, il lavoro e la crisi, leggere si è rivelata più che altro un'attività da clandestina, come un furto di gioielli. Ma va bene, forse me la sono cercata. C'è ancora tempo per riscovare il bandolo della matassa, credo. E comunque in mezzo a questi mostri sacri non mi sentivo più adatta, come se mi mancasse un'autorizzazione che non riuscivo a darmi da sola.

Stavo a poco a poco rimpicciolendo, svanendo di fronte a tanto materiale, a tanta complessità. Come per un colpo di sonno, mi si chiudevano anche quasi gli occhi per non vedere, avrei avuto bisogno di uno schiaffo, di un pugno in faccia. E provvidenzialmente, così è stato. Su uno scaffale tra i molti, ecco spuntare qualcosa di più accessibile, come un ponte che mi offriva discreto la sua estremità. Un libro piccolo, di uno scrittore giovane, vivente, che avevo sempre rimandato di leggere. Pugni, di Pietro Grossi, editore Sellerio. Sottile ma di impatto, la copertina occhieggiava, più clemente delle altre.
"Ero talmente disciplinato che stavo scomparendo dalla faccia della terra", dice a un certo punto il primo dei tre racconti. Bene, quindi è lui che cercavo. Così mi trovo un posto, per vincere il mio incontro di boxe contro il pomeriggio appena iniziato.

8) su una poltroncina, mi accomodo completamente. Di fronte a me, un signore anziano ma ancora biondo. Legge cose un po' così, tipo L'altra resistenza (sic) o La Germania bombardata. Il suo dramma vero è che ci si addormenta sopra a questi tomi. L'altro problema è che non è profumatissimo, così provo a cercare un posto un po' più in là, magari al tavolo vicino alla finestra.

9) qui una coppia di universitari. Lei è una donna di polso, autoritaria, che istantaneamente invidio. Poi mi ricredo quando noto che addirittura prende a pugni il fidanzato sul braccio per tenerlo sveglio. "Deficiente, domani hai l'esame". Ok, donna di polso, ma non lo uccidere! Comunque qui ci rimango tutto il tempo e leggo il libro.

10) il primo racconto mi piace, uno stile che a tratti mi ricorda Baricco, e il tema della boxe alla Jack London mi appassiona, come in generale i racconti di sport maschile, perché è come avere la chiave di accesso di un mondo non-mio che senza letteratura non potrei mai frequentare e si sa che la curiosità è femmina. Quindi un mix esplosivo, e alla fine questo scrittore mi convince, anche perché le cose le spiega e io ne ho un gran bisogno in certi momenti come lettrice, di capire bene cosa significano le storie. Qui la boxe "è come la vita", chiaro, no?

11) alla fine me ne torno a casa ripercorrendo a piedi - sotto la rada pioggia di foglie ocra/giallo del primo giorno di autunno - questo quartiere che per me un tempo significava non solo "laboratorio" ma anche passeggiate, shopping di scarpine da Bambi, insegne colorate al tramonto e facce nuove. Un po' un luogo dell'anima, un luogo più immaginato forse che reale, dove però sono tornata molto volentieri.

martedì 21 settembre 2010

Lucilla.

Cercava tutte le sue risposte nei gatti del cortile. E in effetti non aveva molte domande da fare. Trentadue anni. Occhiali rossi, capelli biondo scuro, corti, ricci, giacchetta blu carta da zucchero. In cerca di occupazione a fine stage non retribuito, figlia unica. Una borsa semivuota, dal contenuto irrilevante. Lì dai gatti ci andava ogni mattina e sera con dei sacchetti pieni di carne, perché - sosteneva - loro sono come i bambini e devono mangiare più volte al giorno. Ma io che passavo di lì per caso pensavo, no, Lucilla, non sono come i bambini. I gatti sono gatti, i bambini sono bambini. Lucilla non capiva in nessun modo queste distinzioni.

lunedì 20 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi.

Premessa. Ultimamente, mi colpiscono le cose che funzionano, e funzionano bene. Forse perché sto cercando di far funzionare la mia stessa vita e quindi mi interessa chi ci riesce. E osservo con attenzione precisamente come ci riesce, anche quando si tratta di opere d'arte, film, libri, musica. Mi interessano oggi le cose nette, inequivocabili, di cui parlano tutti. Le guardo, per prendere qualcosa di sicuro per me, una scaglia di nascosto per mettermela in tasca, come un portafortuna, materia che mi faccia sentire attaccata al mondo come gli altri, parte del mondo, di un mondo un po' ospitale, del mio mondo. E questo film e prima ancora il libro funzionano. E parlano esattamente di questo. Di un mondo che conosco bene.


Il film. La solitudine dei numeri primi. Un titolo da più di un milione di copie. Tratto dal romanzo di Paolo Giordano. A me il romanzo era piaciuto. Soprattutto, come a molti, il primo capitolo che è fulminante. Ma anche il resto, compresa la sorda malinconia del finale. Perché raccontava di una Torino e di gente che mi sembra di aver incrociato mille volte, i miei stessi luoghi, la stessa atmosfera, le stesse bolle di silenzio, gli stessi binari che non si incontrano mai.

Era poi un punto di osservazione, quello di Giordano-scrittore, molto simile al mio, nella mia vita di bambina torinese, e poi di adolescente e poi di giovane adulta. La parte horror della borghesia cittadina (che Saverio Costanzo, il regista, coglie al volo e ci affonda le unghie da vero maestro): io ci ho vissuto accanto. Non dentro, ma vicino, e ne ho auscultato ogni battito, sperando invano di accordarmi alle sue frequenze. Accarezzandola, sentendomela scivolare via dalle dita o immergendomici come in un mare freddo, odiandola e amandola allo stremo delle forze.

Come da un binocolo che prima rimpicciolisce troppo, poi rende abnorme. Per chi ha letto il libro e visto il film: ad esempio per riassumere niente casa in montagna o a Sestriere (ma in nome dell'unica volta in cui ci sono stata, trovo che sia in effetti inquietante, proprio come nella visione-shining di Costanzo), ma parecchi amici che invece la casa ce l'avevano e sciavano con regolarità. Oppure niente salotti, mobili antichi o divani in pelle ma ancora molti amici che invece ce li avevano, e io ci andavo e via così in eterno.

Far parte di tutto senza mai sentirsi al proprio posto da nessuna parte. E poi gli anni che scorrono davanti, come il Po, dove i torinesi vanno a riprendersi o a sparire per sempre. Gli anni Ottanta, quella foga, quell'ambizione, quelle feste. Con il grandioso Filippo Timi nella parte del clown diabolico portatore di presagi. Gli anni Novanta, con quei vestiti, gli imbarazzanti vestiti, le feste sempre più angoscianti, la musica, il ragazzo che non vuole darti il bacio. Una Torino fredda e piovosa che rimane in un angolo a spiare la violenza del liceo. E poi l'età adulta. Capire dove si rifugiavano i sentimenti, scoprirli nelle lacrime più insospettabili, ma che non bastano mai a legare davvero, che volano via evaporando subito. Un'età fatta di panchine, viaggi di solo ritorno, telefonate senza senso, sguardi sconosciuti e il corpo che si contorce e si trasforma.

Ho trovato gli attori - pronti a reggere tutto questo - bravissimi e giusti. Le facce mi hanno acceso qualcosa dentro, come una consolazione, come per dirmi che si può anche lasciar trasparire, ad esempio, un po' di dolore. Che questa città ti passa alla nascita come il braccialettino della nursery.

Ho sentito dire e scrivere un po' di tutto su questo film e sul libro. Si sprecano commenti e insinuazioni su Costanzo, sulle raccomandazioni, su Giordano, sul fatto che il libro sia brutto, costruito dagli editor o, espressione supremamente fastidiosa, "a tavolino". A me viene da pensare due cose: e se anche fosse? Non me ne fregherebbe niente. Seconda cosa: sfido chiunque a sedersi al tavolino e pensare a una storia così, con emozioni così che ti puntano come lame alla schiena. A entrare così a fondo nella nostra vita, negli sguardi e nei respiri di questa città che all'occorrenza è il più cupo e spietato dei teatri dell'orrore.

Un'ultima considerazione: davvero impeccabili gli attori-bambini. Tragico quel tunnel del Valentino, che ha terrorizzato generazioni di sabaudi. Perfetta Isabella Rossellini nella parte della madre di Mattia. E davvero incisiva la bambina che interpreta Michela.

domenica 19 settembre 2010

Letturedomenicali+tazzinadicaffè.

Buongiorno :)

La tazzina di caffè, come ogni domenica, c'è. Qui accanto alla mia mano destra, tiepida, comoda e a suo agio sul tondo sottobicchiere rosso di Ikea.

Oggi pensavo che ci sono quei libri che siamo convinti da sempre di avere già letto. E così li riproponiamo sottoforma di espressioni a effetto nelle conversazioni: "Guarda, è stata un'Odissea!"

A me ad esempio capita, ultimamente, di dire: "Sto bene! Oddio, mi sembra un po' di stare nel Deserto dei Tartari. Ma complessivamente tutto bene eh, anzi: beniiiiiiiisssssimo!"

E poi mi sono detta: ma io in questo Deserto dei Tartari forse non ci sono mai stata davvero.
Sì, è quel postaccio dove speri speri e non succede mai niente e poi fai una pessima fine.
Ma il libro, il romanzo di Dino Buzzati, quello pubblicato nel 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, che ha reso immortale il suo grande autore. L'avevo mai letto? No. Si limitava a sostare lì, ben piazzato sul suo ripiano blu oltremare della libreria Billy (sempre Ikea, what else?). A mia discolpa, avevo letto alcuni suoi geniali racconti. E l'avevo studiato sui banchi di scuola. Ma questa lettura così importante e ahimè così pertinente al periodo che sto vivendo adesso (hemm, sì, è tutto così snervante e destabilizzante e preoccupante e e e), va affrontata con coraggio.

Anche per esorcizzare la paura del deserto che mi attanaglia. Anche per rafforzarmi, immergermi nel capolavoro, suturare tra loro i pensieri positivi, lasciando definitivamente fuori dalla testa quelli negativi, ecco che incomincio questa nuova avventura domenicale. Un ultimo sorso di caffè, e si parte per la Fortezza Bastiani.

"Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita".

E buona lettura a tutti :)

sabato 18 settembre 2010

Notte di pioggia.

Quando non sai bene cosa dire, in ascensore, parla del tempo. Should we talk about the weather. E in effetti io mi sento perennemente dentro un ascensore. Non seguo per niente una direzione unica, ma salgo e scendo a seconda di criteri imperscrutabili, della mia stessa vulnerabilità e dei capricci discutibili del destino.

Questa notte pioveva, ed è bello perché vuol dire che succede qualcosa, che il tempo cambia. Alzarsi a piedi nudi a chiudere la finestra, sentire freddo sulla faccia, e gocce improvvise d'acqua sulle palpebre che ti svegliano da sogni incomprensibili, che ti riportano in fretta alla realtà. Tornare a dormire ancora un po', spingendo la copertina Ikea fino al collo e un piccolo lembo anche sulla guancia ancora tiepida.


venerdì 17 settembre 2010

Mai raccontare i sogni/18.

Ieri notte ho sognato - tra le altre cose (tipo che cadevo da un monopattino elettrico e variegate amenità) - di trovare per terra una chiavetta (pen drive) d'oro. A metà tra David Lynch e Indiana Jones, l'atmosfera proseguiva con un'ansia tremenda, e poi nascondevo questa chiavetta in un enorme zaino da montagna. Lo zaino era proprio enorme. Sapevo che era un furto. Ma al tempo stesso ormai la chiave era mia, la proteggevo con estrema cura.

Ecco, più o meno il fatto è che starei proprio cercando la chiave(tta) per capire la mia stessa vita. Per aprire la porta della mia stessa vita. Più o meno.

Se poi fosse anche veramente d'oro, tanto di guadagnato ---> Accettansi consigli e suggerimenti di fabbri e/o scassinatori, nonché esperti di informatica.

:)

giovedì 16 settembre 2010

Correre al buio.

Eh scusate, ma la corsa... mi sto trasformando in Forrest Gump (sempre meglio che Forrest, il mago televisivo, ok, è la fine, sono a pezzi e non lo nascondo ;).

Correre al buio, ieri sera. In quella frazione di secondo tra la fine della giornata e l'accensione simultanea dei lampioni del parco. Lo stadio curvo e bianco, sembrava di Lego. Il cielo viola come un velo trasparente, la stoffa sottile di un vestito da sera solo per me.

Correre sull'erba verde smeraldo, fresca, fitta. Sentirsi pulsare e luccicare nel nero della notte che scende prima, che ci ha fregati, che è implacabile come le stagioni.

Quello che conta per me, oltre a muovere le gambe, le braccia, i piedi, diventare rossa, sudare e respirare, è l'appuntamento fisso. Mi rimbombava una frase. Una stupidaggine come "la doppia vita di", la mia doppia vita di questi giorni. Di mattina affannata, preoccupata sempre di più e perdo energia e vitalità come un castello di sabbia si sgretola sul bagnasciuga. Stringo i denti, meglio: li digrigno fino ad avere male alla mandibola e alla mascella, fino a scheggiarli. Mi viene il mal di testa. Penso al futuro, mi accorgo che trema come l'acqua di uno stagno al getto di una pietra.

A poco a poco negli anni ho iniziato a vedere annebbiato: un figlio, un matrimonio, un lavoro: un'idea che più passa il tempo più si allontana anziché avvicinarsi, e mi sento per la prima volta invecchiare anziché crescere. Vorrei tutte quelle cose ma era tutto così sbagliato in me, che ho dovuto ritardarle, procrastinarle e forse ogni tanto penso: rinunciarci. Non vorrei dirlo, ma bisogna tenerne conto. Potrebbe, dietro l'angolo, anche rivelarsi così peggio di quanto credevo. E allora "rinuncia" sarebbe la parola. Una vita non brutta, certo, ma diversa. Eppure ancora non la voglio pronunciare. Ancora un po' di tempo, per favore, un po' di piccolissimo tempo.

E invece poi la sera. Quando è il momento di andare a correre. Io sono più di una persona, sono come una leonessa vera, un animale che corre sull'erba con tutta la velocità, con tutta la ferocia che ha nelle zampe. Esisto, come esistono gli altri animali, come le mamme col passeggino, come i cani, come tutti, qui ho gli stessi diritti di chiunque, di un'altalena, di una castagna, di un atleta che si allena per una gara importante.

Mi siedo per terra e affondo le mani tra i fili d'erba che profumano come niente altro al mondo. Sulla schiena sento che il mio sudore e la rugiada si incontrano, si mischiano, alla fine si assomigliano così tanto. E ogni volta, con la faccia sotto la fontanella sono più forte, ho i muscoli gonfi, e le macchine che scorrono poco fuori dal recinto con i fari illuminati, penso: non ancora. Non rinuncio ancora. Sono ancora viva, sono più viva che mai.

mercoledì 15 settembre 2010

Puzzle.

Mentre cerco risposte alle mie tante domande, mentre cerco conforto, rassicurazioni qua e là, appigli, speranze, ecco sempre lì davanti a me i libri. E dentro ci trovo alcune, non tutte, le cose di cui avevo tanto bisogno. Come se dal solo tocco leggero di due dita che aprono i fogli di carta e di due minuscole pupille che si spostano a brevissimi scatti potesse scaturire un mondo intero, un paesaggio immenso, ricco, che vive di vita propria, rigoglioso. E infatti qualcuno la chiama ingenuamente "magia".

"All'inizio, l'arte del puzzle sembra un'arte breve, di poco spessore, tutta contenuta in uno scarno insegnamento della Gestalttheorie: l'oggetto preso di mira - sia esso un atto percettivo, un apprendimento, un sistema fisiologico o, nel nostro caso, un puzzle di legno - non è una somma di elementi che bisognerebbe dapprima isolare e analizzare, ma un insieme, una forma cioè, una struttura: l'elemento non preesiste all'insieme, non è più immediato né più antico, non sono gli elementi a determinare l'insieme, ma l'insieme a determinare gli elementi: la conoscenza del tutto e delle sue leggi, dell'insieme e della sua struttura, non è deducibile dalla conoscenza delle singole parti che lo compongono: la qual cosa significa che si può guardare il pezzo di un puzzle per tre giorni di seguito credendo di sapere tutto della sua configurazione e del suo colore, senza aver fatto il minimo passo avanti: conta solo la possibilità di collegare quel pezzo ad altri pezzi e in questo senso l'arte del puzzle e l'arte del go hanno qualcosa in comune; solo i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile, acquisteranno un senso: isolato, il pezzo di un puzzle non significa niente; è semplicemente domanda impossibile, sfida opaca; ma se appena riesci, dopo molti minuti di errori e tentativi, o in un mezzo secondo prodigiosamente ispirato, a connetterlo con uno dei pezzi vicini, ecco che quello sparisce, cessa di esistere in quanto pezzo: l'intensa difficoltà che ha preceduto l'accostamento e che la parola puzzle - enigma - traduce così bene in inglese, non solo non ha più motivo di esistere, ma sembra non averne avuto mai, tanto si è fatta evidenza: i due pezzi miracolosamente riuniti sono diventati ormai uno, a sua volta fonte di errori, esitazioni, smarrimenti, attesa".

(Georges Perec, La vita istruzioni per l'uso)

martedì 14 settembre 2010

Equivoci condominiali.

L'anziana del piano di sotto:

- Signorina, quando lava le piastrelle mi fa gocciolare i muri!

Io:

- Signora, è impossibile, io non lavo MAI le piastrelle.

L'a.d.p.d.s.:

- ...

Io:

- ...

L'a.d.p.d.s.:

- Mi scusi.

Io:

- Niente, si figuri.


(e alla fine ho realizzato due cose: 1) quindi sono una zozzona che non lava mai le piastrelle, devo rimediare al più presto. 2) alla signora del piano di sotto gocciolano i muri senza una motivazione plausibile?!)




lunedì 13 settembre 2010

Un giorno, su Indie Riviera.

Ciao, buon lunedì, buona settimana e buon tutto quello che può andare bene.
In questi ultimi giorni ho letto un libro, Un giorno, di David Nicholls (Neri Pozza, l'editore) - un romanzo che è diventato subito un bestseller. Una storia d'amore e amicizia, ambientata per lo più in Inghilterra, che trafigge il nostro passato recente e molte altre cose.

Ho scritto la mia opinione qui, su Indie Riviera!

Spero vi potrà interessare. E in ogni caso: buona lettura!

:D

domenica 12 settembre 2010

Letturedomenicali+tazzinadicaffè.

Ciao! La tazzina c'è, ma è un vero espresso italiano strettissimo, di quei sorsi ultra veloci e bollenti che trangugi di corsa prima di uscire. Questa domenica è scivolata via e ancora un pezzo deve scorrere e ho avuto poco tempo per leggere ma non ho rinunciato a iniziare questo libro, che istantaneamente consiglio.

Nel mare ci sono i coccodrilli, di Fabio Geda, protagonista Enaiatollah Akbari, B.C.Dalai editore. Un libro piccolo e leggero nella consistenza cartacea ma forte e affilato come un messaggio inequivocabile e di rara umana potenza. La copia che stringo tra le mani dice che è arrivato alla quinta edizione, e chissà quante ne verranno. La storia vera di Enaiatollah e del suo viaggio dall'Afghanistan a Torino la conoscono in molti, ha già stupito e commosso altrettanti e non ho niente da aggiungere se non consigliarlo, perché a me sta piacendo e penso piacerà anche a voi.

Quello che mi ha colpito subito, e non mi aspettavo, dopo l'indice, è una cartina pulita e semplice dove in nero si vede tracciato il tragitto del piccolo protagonista per salvarsi la vita. L'impatto visivo vale più di molte parole, in questo caso. E tuttavia le parole di Geda poi si rivelano rispettose, giuste, discrete e generose.

Buona lettura!

:)

sabato 11 settembre 2010

Erika.

La chiamavano tutti Elica, alle elementari. E lei nei prati in autunno studiava tra le dita quelle specie di piccole foglie rigide e rotanti che portavano il suo stesso soprannome, ed erano famose per la capacità di volteggiare nell'aria. Così Erika-Elica si sentiva leggera. E poi in futuro ha conservato il suo doppio nome, credendosi unica e speciale ad esempio quando ha scoperto al liceo che il DNA era fatto come un'elica, ne era rimasta folgorata per due settimane.

Elica quel giorno aveva 21 anni. Tornava da un pomeriggio di sole in biblioteca dell'Università a studiare per l'esame di ottobre. Era entrata nell'ufficio della madre, per aspettarla all'orario di uscita e fare un pezzo di strada insieme e una sua collega aveva detto che si diceva alla radio che erano cadute delle torri. Ma non si capiva dove, come e perché. Elica aveva pensato a un castello, ma a niente di più. Lei era una ragazza capace ma distratta che viveva sulle nuvole e capiva solo quello che voleva capire, tutto il resto lo teneva a una certa distanza.

Poi una volta a casa, ha acceso la tv. C'era ancora la nonna viva, il gatto vivo, tante cose vive che sarebbero presto morte. Ma poi la vita era un'elica e ricominciava in altre forme, ciclicamente, sempre.

E comunque quello che ha visto sembrava finto, ma era tutto vero. Erano le Torri Gemelle di New York. La sua città preferita, la sua città-sogno massacrata così, in uno schianto definitivo e cruento e in un modo muto cui nessuno sapeva in quel momento dare una voce, un nome, una definizione.

Elica, Erika, i suoi ventanni e il mondo intero non sarebbero stati mai più gli stessi da quel pomeriggio del 2001.


venerdì 10 settembre 2010

Gino.

Non ce la fa più. Gira sempre su se stesso. Fa sempre gli stessi errori. Ma la differenza è che prima credeva fosse sempre colpa degli altri. Delle ragazze. Dice, asciugandosi i piedi con i due estremi imbottiti triangolari dell'accappatoio sbiadito. Dei raccomandati. Pensa, sbuffando e grattandosi un pezzo estremo di schiena con una biro. Dei ricchi. Dice, ad alta voce, mentre si pettina con le mani.

E invece. Una mattina di sole, di sole caldo. Troppo caldo per i suoi gusti. Gino, guardando la corteccia di un albero solcata dall'invisibile sentiero di tre formiche nere, ha capito una cosa.

Ora so che è mia, la responsabilità. All'interno di quanto è brutto il mondo. Io ho potere sulla mia vita. Come quelle formiche su quella briciola di pane. E per quanto piccola, io posso portare a destinazione la mia esistenza. Non so ancora come, dove e quando. Forse adesso.

E gli arriva una pallonata di cuoio sul naso, che fa un rumore sordo e scintillante come una lama che rimbalza.

- scusi signore!

Dice il calciatore in pantaloncini e maglietta robe di kappa.

Come signore? Pensa Gino, sanguinando. Ho solo trentunanni.
Uscendo dal pronto soccorso col naso bendato, Gino non è più lo stesso.

giovedì 9 settembre 2010

Marco.

Corre sul prato abbracciando uno skateboard più grande di lui. Marco è riccio, ha le All Star, neanche sette anni e la pelle nera. Suo fratello ne ha cinque, è riccio, ha gli occhi verdi come l'erba piena di trifogli e la pelle bianca. Corrono vicini verso il bel mezzo del campo da calcetto, per disturbare i grandi (il vecchio ne fa 14 a ottobre).

- Viaaaaa.

Grida il vecchio. E così Marco e suo fratello si mettono a correre all'incontrario. E si schiantano contro di noi che siamo una simpatica coppia di 28 e 30 anni che corre ormai un sacco di minuti di seguito e a dispetto di qualsiasi intemperia.

:)

mercoledì 8 settembre 2010

Andrea.

Era uno che non aveva che un obiettivo, nella vita: trovare la felicità. Andrea voleva essere felice, e basta. E lo diceva anche.

La sera, all'aperitivo, gli amici gli chiedevano:

- Ma in che senso?
- Nell'unico senso possibile.

Rispondeva lui, deciso. E ne era convinto, ed era soddisfatto.
A casa - viveva con i genitori - la mamma anche gli chiedeva:

- Felice...
- Eh?!

Diceva lui, attorcigliando gli spaghetti.

- Ma cosa intendi?
- Nell'unico senso possibile.

E la mamma si accontentava, sparecchiando. E Andrea era soddisfatto.

La mattina il padre gli proponeva - poiché Andrea non aveva ancora trovato lavoro - di andare a pagare qualche bolletta, così, per tenersi occupato.

- Speriamo che trovi la felicità alle poste.

Ironizzava il signor Marchetti.

Ma Andrea Marchetti, in coda alla posta, trovava le signore anziane con i capelli grigi e il portafoglio di pelle in mano oppure le ragazze arabe con il bambino nel marsupio.

- Quindi, l'hai trovata?
- Cosa?

Ogni tanto si dimenticava.

- La felicità!

Esclamava il barista, spingendogli sotto il naso una tazzina bianca di caffè.

- Ahhhh. Certo. Bè. No. Non ancora.
- Ah. Ma dove pensi di trovarla? E quando?
- Ma nell'unico modo possibile, nell'unico tempo possibile.

E poi quella sera, al tramonto, con il libro chiuso sulle ginocchia, Andrea guardava il fiume scorrere piano, verde. I riflessi laminati del sole gli facevano chiudere un occhio. E con l'altro guardare i fili d'erba che già tremavano al vento tiepido di settembre.

- Ma quale felicità?

Ha detto allora rivolgendosi a una papera che nuotava svelta con le piccole zampe arancioni.
La papera in quel momento ha acciuffato un insetto col becco sulla superficie liscia dell'acqua cristallina.





martedì 7 settembre 2010

Alveare.

La mia mente è sempre stata come un alveare ronzante di pensieri, dubbi, sensi di colpa, inquietanti percezioni, terrori, paure di varia entità, pungenti dolori e spazi vuoti. Era complicato. Agire, in qualsiasi direzione, rasentava l'impossibile.

Oggi no, ed è un po' come se le api avessero tolto il disturbo.

Quello che mi auguro, chiaramente, è che abbiano lasciato qualcosa di buono, almeno, dopo tutti questi anni di convivenza forzata. Ad esempio il miele. Mi sto quindi occupando di cercare questo miele, e se c'è, di usarlo quando serve - a me piace metterlo nel caffè, al posto dello zucchero, ma solo in rare occasioni e in inverno.

Si capisce qualcosa? In ogni caso, buona giornata anche a voi :)



lunedì 6 settembre 2010

Domande.

Mi chiedo se sarà una buona giornata. Propositi per oggi:

1) fare le code in banca e alla posta per pagare come un robot.


Ok. finiti. sarebbe già un ottimo risultato.

Buongiorno?

domenica 5 settembre 2010

Letturedomenicali+tazzinadicaffè.

Buongiorno :)

La tazzina c'è. Anzi la tasse à café, perché questa domenica ce ne andiamo insieme a Parigi. Ok? Infatti è proprio nella capitale francese degli anni venti (subito dopo la prima guerra mondiale) che è ambientato questo libro.

Si tratta di Fiesta (The Sun Also Rises). Un tuffo al cuore nel bel mezzo della Lost Generation, tra le parole corpose e affilate del mitico Ernest Hemingway.

Di lui, che dire? Parliamo di un mito. Ma posso solo aggiungere la mia piccola visione. Ho imparato a conoscerlo nel 1995, a quindici anni, dentro la sua casa di Key West in Florida, durante un viaggio a dir poco incredibile, che non dimentico anche se oggi ho il doppio degli anni di allora. Lì in quella villina caldissima e piena di gatti, bevevo succo di anguria e ripensavo al Vecchio e il mare, da poco letto con l'innocenza dei nonancoraventanni, e sognavo a occhi aperti e il mondo era tutto mio e non lo sapevo. E già a quel tempo mi preoccupavo, invano, ma questa è davvero un'altra storia.

Tornando a Fiesta. Oh My God amici, ci vuole tanto amore per il Papa (soprannome di H.), per immergersi di botto in un'atmosfera tanto dissolta, tanto svaporata, tanto grondante di superalcolici a ogni ora. La trama è un po' intricata, inutile che in questo piccolo spazio ve la riassuma proprio io. Seguiamo comunque le (dis)avventure di un gruppo di artisti e lady raffinatissime benché un po' troppo inclini al brandy e allo champagne di qualità - americani espatriati nell'incantevole e notturna Parigi di inizio secolo.

La voce narrante è il giornalista Jake Barnes, ferito di guerra, tanto malinconico quanto sempre pronto a ritrovare un barlume di vita dopo i pesanti traumi bellici. Lui vive in parallelo le sorti della bellissima e confusa Brett, dello scrittore ed ex campione di boxe Robert Cohn, della luminosa e rigida Frances, dell'amico Bill con il quale trascorrerà del tempo di decompressione alla Fiesta di San Fermin a Pamplona (da qui il titolo e le descrizioni della corrida che sono peculiari dell'autore) e di molti altri personaggi, alcuni proprio da applauso.
Il romanzo ebbe un clamoroso successo quando uscì nel 1926, e scatenò anche molto panico nella cerchia di H. perché tutti bramavano di scoprire in quale di questi numerosi e impietosi ritratti potersi identificare, non sempre con soddisfazione (...).

Ma quello che a me colpisce della scrittura di Hemingway sono gli inserti di significato infilati nel suo ritmo serrato, virile, fitto di dialoghi. Perle di consapevolezza inarrivabili e al tempo stesso di una semplicità sospesa, che ti fanno vedere le cose come se fosse la prima volta.

"Senti, Robert, andare in un altro paese non cambia niente. Io ci ho provato. Non puoi sfuggire a te stesso spostandoti da un luogo all'altro. Non serve".

Buona letturaaa!

:)