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venerdì 31 agosto 2012

A chi sogna anche se non vuole.




A me capita spesso di restare con i piedi per terra, come si suol dire. A chi non capita? Perché è così che si comportano gli adulti, no? 

Però poi la dolcezza dei sogni a occhi aperti cui rinuncio, volontariamente, secondo l'etichetta,   come fanno tutti gli adulti del mondo, da sveglia, ecco che torna senza scomporsi a bussare alla mia porta da addormentata! Perché è così che si comportano i sognatori, no?

Dunque, questa notte ho sognato un pezzetto di questo video, la sua bella atmosfera. 

Mi piacerebbe che tutte le persone cui almeno una volta si sono scheggiati gli occhiali come alla ragazza del video lo guardassero e riuscissero a rimetterseli sul naso così bene.

Buon venerdì!

c\_/

giovedì 30 agosto 2012

Run run run run run run run away.




C'è una promessa di autunno lì tra le foglie. 

C'è l'aria fresca e un grande cielo blu pieno di nuvole bianche dai nitidi contorni, distinte, euforiche assomigliano agli abitanti di una città azzurra che si mettono d'accordo per la festa o per un importantissimo raduno. C'è la vita che ricomincia, c'è lo stordimento, l'insicurezza che questo comporta ogni anno che passa. C'è la speranza, la paura, le cose nuove, le cose antiche.

E dunque. Decisamente, è proprio giunta l'ora di fare una bella corsetta.

Da un po' non aggiornavo il fantomatico tag "correre" ma in effetti confesso alcuni tentativi di allenamento estivo, sotto l'egida di Lucifero e compagnia bella: dico solo che sono tornata a casa paonazza, piegata in due, gonfia come un piccione ebbro, allucinata come un lontanissimo viaggio psichedelico nell'oltremondo, in tutto simile alla solitaria Curiosity che su Marte cerca qualcosa che nemmeno lei sa cos'è. Insomma, meglio di no. Il momento giusto è questo.

E questo adorabile post sul portale Run Lovers mi ha dato il la per riparlarne, riprendere il file nella mia mente e spero un pochino anche nella vostra, in una parola: per prendermi di nuovo bene con la corsa.

Perché correre, me ne accorgo sempre di più, con il passare del tempo (vedi tag per capire lo stato d'animo precario che mi indusse a cominciare circa 2 anni fa...) diventa un piacere, una cosa bella. 

Sto leggendo Open di Agassi con un certo ritardo rispetto all'ondata di passaparola, e, come penso molti lettori, anche io un po' mi identifico, naturalmente con le dovute proporzioni, rispetto a una lunghissima appartenenza (non trovo un'altra parola) a una precisa attività fisica (e mentale) che nel mio caso è stata un'arte marziale praticata da bambina fino ai 23 anni, senza gare né vittorie né sconfitte: ho già raccontato qualche cosa ma poi finito il libro penso che vi dirò qualcosa di più.

Quindi la corsa è sopraggiunta nella mia vita quando però ero già lontana ormai da qualsiasi idea di sport e avevo dismesso il mio kimono da tempo. 

Questa dolcissima, faticosa e vitale pratica di correre mi ha restituito quindi un po' della vecchia disciplina e quella percezione di essere all'incirca viva che in genere la gente che lavora da casa perde completamente per strada. E invece io boh forse come il buon Pollicino avevo lasciato dietro di me qualche briciola per poi ritrovare la via verso casa, cioè verso il movimento. L'immobilità mi stava un po' distruggendo e facendo perdere l'identità.

E insomma per farla breve è bello ricominciare un po' a correre dopo una lunga pausa estiva. Ma come dice l'articolo: senza sforzi micidiali, solo con sollievo e divertimento. Fa bene all'umore, fa bene al pensiero oltre che al corpo. Proprio è un modo per raccogliere le idee, rendersi conto che queste (le idee) quando sembravano abbandonarci magari erano soltanto lì dietro l'angolo, svoltata la curva del parchetto cittadino, ad aspettarci, fedelmente.

martedì 28 agosto 2012

L'età dei miracoli.

Ho avuto la possibilità e la fortuna di leggere questo romanzo poco prima della sua uscita, oggi in libreria. Si tratta di L'età dei miracoli di Karen Thompson Walker, editore Mondadori.

L'autrice lo ha scritto la mattina presto. 

Prima di iniziare il suo quotidiano lavoro come editor alla Simon & Schuster a New York. E in un certo senso questa prima informazione che si riceve nella quarta di copertina secondo me è importante già per capire il resto. La prima cosa che ho pensato infatti leggendo è che questo romanzo assomiglia a una corsa contro il tempo e lo spazio. A una sfida, anche.



Tutta la storia risponde a una tanto semplice quanto astrusa domanda: cosa succederebbe se la terra rallentasse? 

Che domande, verrebbe da dire. E la tentazione sarebbe quella quindi di accomodarsi, come lettori intendo, nella rassicurante area di un genere, quello delle distopie (young adult) e il libro perderebbe forse un po' del suo mistero.

Invece la particolarità di L'età dei miracoli è proprio quella di partire docilmente da questa base circoscrivibile e superarne poi pian piano le barriere, per diventare qualcosa di unico.


Qualcosa di simile a un diamante: preciso e perfetto in ogni suo dettaglio ma dotato anche di un forte valore emotivo, di un significato, di un impatto affettivo e immaginifico.

Cosa succederebbe quindi se la terra alterasse il suo ritmo di rotazione? 

"I lanciatori di baseball constatarono che le palle non volavano più così lontano come prima, i battitori di fuoricampo andarono in crisi perché non riuscivano a segnare punti. Trovavo sempre più difficile calciare una palla lungo il campo da calcio. I piloti dovettero imparare di nuovo a volare. Ogni cosa che cadeva a terra cadeva in maniera più rapida".

Non è a ben pensarci una domanda così scontata allora. Leggere questa storia durante le ultime ondate micidiali di calore (Lucifero & co.) ad esempio è stato un po' straniante. La domanda da farsi in quei giorni era: cosa succederebbe se davvero la terra si surriscaldasse, se davvero il clima stesse cambiando? Cosa faremmo, come ci comporteremmo? Per il momento la mia idea era di acquistare un bel giorno un benedetto e banalissimo condizionatore per la mia casa, ma se le cose cambiassero ulteriormente, se peggiorassero? Notavo man mano strane corrispondenze con la vita vera. E l'emergere sempre più evidente di una parola: il cambiamento.

"Eravamo alla scuola media, l'età dei miracoli, quando i ragazzi crescono di botto di dieci centimetri durante l'estate, i seni sbocciano dal nulla e le voci si abbassano e scendono in picchiata".

Ed ecco qual è l'età dei miracoli. Nel romanzo, è l'adolescenza di Julia che esplode proprio durante questo enorme ma insidioso cataclisma naturale e ne segue in un certo senso la danza fatta di oscurità e luci abbaglianti, con tutte le precipitazioni e le scoperte sbalorditive del caso.

Ma alla fine il cambiamento che vive Julia nel libro, la scoperta dell'amore, del dolore, della paura e della felicità e della crescita non è molto diverso dai continui cambiamenti di qualsiasi tipo cui siamo esposti tutti, anche da adulti, in ogni singolo istante della nostra vita. Il pianeta cambia continuamente, la vegetazione anche, come noi persone, i nostri pensieri e il nostro corpo. Anche io non sono più la stessa che ha iniziato a scrivere questo post. 

Ecco: il romanzo di Karen Thompson Walker ha il dono di mettere in contatto con questa potentissima consapevolezza che non deve però a mio parere renderci più fragili, ma magari più fatalisti e più osservatori. In attesa del prossimo lavoro di questa bravissima editor che insegue il tempo, delinea il cambiamento ed esplora così bene l'animo umano. Inoltre, ci tengo a dirlo, la traduzione di Silvia Stramenga è molto accurata e rende proprio giustizia a uno stile di scrittura letterario e rispettoso del lettore.

lunedì 27 agosto 2012

L'Albergian e la bellezza.


E quindi, come meditavo già qui, dopo quella volta in cui ho rinunciato a proseguire una bellissima gita in montagna perché spaventata dalle mucche e dal cane da guardia, oggi siamo tornati proprio in quello stesso luogo, il Monte dell'Albergian, a ritentare l'impresa, sfidando le mucche e soprattutto la paura. Perché la tentazione quando una cosa fa paura è smettere, non riprovarci più. Aver paura di molte cose (nella fattispecie: vipere, vespe, calabroni, mucche, cani e altre svariate ipocondrie di tutti i tipi, vertigini, e tanto altro ancora) preclude moltissime strade. La paura è davvero pericolosa, sottrae vita, esperienze e bellezza. La lezione che ho imparato oggi è proprio quella che ogni tanto è bene mettere da parte questa stupida paura (e se ciò può voler dire mettere da parte anche se stessi per come ci si conosceva fino a un minuto prima, ok, va bene) e prendersi qualche rischio. 

L'altra lezione è che la vita è dispettosa. No, non dispettosa: sorprendente, misteriosa, difficile e semplice insieme e disarmante, poiché decide quasi tutto lei, esattamente come il caso e il destino. Erano giorni che mi preparavo a superare questa piccola sfida. Immaginavo nei dettagli come avrei reagito alla vista del cane, come avrei guardato la bufala con le corna, come avrei camminato lì in mezzo, mentre loro, le mucche, scampanellavano nel prato, nell'aria cristallina, simili a inconsapevoli divinità delle vette. E poi cosa è successo invece? Niente. Nel punto esatto in cui nella gita precedente c'erano queste mucche trascendentali e nella mia mente minacciosissime al pascolo: il vuoto. Silenzio, il deserto verde: né mucche né cane né niente. Quindi in quel momento ho pensato: cavoli, tutta la preparazione, tutta quella irrazionale preparazione, per niente, assolutamente niente di niente. Poi a dire il vero di mucche ne abbiamo trovate ben altre, molto più in alto (siamo arrivati a 2500!), in un punto in cui non si poteva proprio più tornare indietro e nel quale non avrei mai detto di poter arrivare, a bloccare letteralmente con la loro immane e bianca imperturbabilità un sentiero molto più ripido, ma questo fa parte dell'altra lezione che ho imparato.

La seconda cosa che ho imparato oggi nella mia gita al Monte dell'Albergian è che bisogna fare fatica. Lo sapevo già, ma c'è una meravigliosa, tacita, delicata, affascinante cultura della fatica che appartiene a questo tipo di escursioni, che assomigliano anche questa volta parecchio alla vita vera, o per meglio dire: ne sono un breve sunto per immagini e sentieri a bivio; e ho imparato che tutto questo prevede anche una bella ricompensa. Ci tengo a precisare che questa fatica è grande, specie per i principianti come me, ma che la ricompensa, il premio di questa cosa che a tratti si è rivelata estenuante e piena di tensione anche (le vipere, le vipere! le vespe, il ronzio delle vespe! ma cos'era quel rumore? qui è troppo ripido! e dunque bisogna davvero guadare quel fiumiciattolo? etc.); ma che il premio è  inestimabile.

La terza e ultima cosa che ho imparato oggi in questa gita in cui, lo dico a beneficio dei paurosi, ho fatto qualcosa di totalmente straordinario per quelle che credevo le mie possibilità attuali, superando di netto qualsiasi limite fisico e mentale e battendo il record personale delle vittorie di sempre, e ho concluso che la ricompensa di queste grandi fatiche quindi è niente altro, ma niente meno che la bellezza più assoluta. 

Il solo scopo di certi segreti eventi della natura, come anche solo un vento che si alza al tramonto e soffia tra le foglie ondeggianti come un gentile saluto, è la bellezza; che è l'unico trofeo per chi ha voglia di andarla a cercare così in alto e così lontano.

E poi il lago. In cima a tutto, quando non pensavo più di farcela, quando dopo tre ore di camminata sotto il sole a picco dei tizi ci hanno detto che mancava ancora "un'oretta" alla mèta (e non era vero: dunque bisogna ascoltare tutti ma credere a pochissimi?), dopo soli venti minuti scarsi ancora, dietro a un dosso, è spuntato questo piccolo disco di acqua azzurra appoggiato come uno specchio molto elegante ai piedi delle rocce. 


"Chi ascolta troppo il meteo passa la sua vita al bistrot". Una delle prime cose che ti capitano all'Albergian se superi la paura delle mucche è leggere queste spiritosiiiiissime scritte qua e là. Un po' è vero, però! E se si sostituisce "meteo" con "paura"...

Essere però lì è diverso da come sembra in cartolina.

Quella era la casa delle non-mucche. Ciaooo.

Gente che si mette lì a intagliare i tronchi come se non ci fosse un domani, ma invece c'è e questo è il risultato.

I piccoli regali della montagna.

C'è un senso nel salire così in alto.

Ma anche nella discesa. Comunque, in tutti e due i sensi, siamo soli sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. (cit.)

L'acqua che scorre nel mezzo del nulla. Questa terra è morbida.

Qui proprio non ci speravo più. E ho mangiato un panino.

Invece ecco il lago. C'era un vento freschissimo, l'acqua limpida che mette allegria.

Sotto il cielo carta da zucchero, ci sono delle caverne disabitate. Questo posto non è di nessuno.

Ed è accogliente.

Ciao :)

venerdì 24 agosto 2012

Gratta e vinci.


Mi sveglio presto (come penso centinaia di italiani) in questi giorni. Prima che la sveglia squilli. E vado sul balconcino. Vedo gli stessi alberi ogni mattina, ne riconosco ogni foglia: ci sono già pronte quelle gialle in cima, qualcuna già cade, qualcuna è ancora verde scuro, piena di linfa. In effetti, non c'è miglior metafora della vita che la vita stessa!

Mancherebbe solo un po' di fresco, penso, come stanno pensando centinaia di italiani. Lo pensa anche il piccolo basilico che ho comprato in offerta al supermercato. Vorrebbe respirare, come tutti.




E in tutto questo, mentre l'alba faceva il suo dolce corso come ogni giorno. Nel silenzio, nel caldo, nell'immobilità, mentre nel vialetto qualcuno trascinava il cane o viceversa, non so perché, ho pensato di sporgermi a spiare nei balconcini degli altri. Vedere che fiori hanno, che piante, rendermi conto di quanto tutti (tranne gli studenti di fianco a noi: grazie cari) sono estremamente, nettamente più ordinati di me nella cura dei propri spazi vitali. Accusato il colpo dell'autostima, mentre mi preparavo a una giornata come le altre e stavo per rientrare in casa, sono spuntate due mani da un balconcino. 

Due mani paffute, non potevo vedere niente altro perché gli altri balconi coprivano la visuale. Ho pensato a una persona che come me cercava il primo presunto fresco del mattino. Invece poi guardando bene queste mani tenevano una mazzetta di qualcosa. Sulle prime sembravano le copertine di una piccola rivista di gossip, poi ho capito che invece erano parecchi gratta e vinci. Quindi questa persona si è messa lì, di buon grado, con una monetina a grattare tutti questi gratta e vinci nell'estenuante sospensione di un venerdì di agosto pieno di afa e solitudine.

Una sequenza che non finiva più. Ci sono grandi problemi nel mondo. Ma ci sono anche questi piccoli, italiani, nascosti dolori che la gente prova a grattare via di nascosto, senza sapere di essere osservata.

mercoledì 22 agosto 2012

L'anno del giardiniere (un bel libricino).






Karel Čapek, oltre a essere l'inventore della parola robot, che già basterebbe a fargli onore, ha anche scritto alcune ironiche, divertenti ma anche utilissime e rigeneranti lezioni di giardinaggio che poi pubblicava, a inizio novecento, a puntate, come una sorta di diario di bordo (oggi sarebbe senz'altro un blog) sul raffinato giornale ceco Lidové Noviny. 

Questo adorabile piccolo libro edito da Sellerio sta veramente rinfrescando (?) la mia vita in questi giorni, ve lo consiglio per mettervi in contatto con il mondo delle piante e dei fiori con pervicace spensieratezza e comicità. Insomma, il mio consiglio è: non arrendiamoci al caldo, è un mostro dagli occhi verdi che ci vuole togliere l'allegria. Contrastiamolo con un bel libricino pieno di momenti esilaranti. E momenti anche di poesia, come questo sulla pioggia che fa proprio al caso nostro, mi pare:

"Pioggia benedetta, voluttà rinfrescante dell'acqua! Lava la mia anima e... il mio cuore, luccicante e fredda rugiada. Sono stato cattivo per il caldo, cattivo e pigro, sono stato pigro e pesante, ottuso, materiale ed egoista, mi sono inaridito di aridità e sono soffocato in me stesso per la pesantezza e il disgusto. Risuonate, baci d'argento, con i quali la terra assetata accoglie il colpo delle gocce; crepita, volteggiante velo d'acqua, lavando tutto. Nessun miracolo del sole eguaglia il miracolo della pioggia benedetta. Corri, acqua torbida, nei canaletti della terra; disseta e ammorbidisci la materia assetata che ci imprigiona". 
   
A tutti quelli che sono stati cattivi e pigri per il caldo! 

lunedì 20 agosto 2012

Il giardino non esiste.





Che questo sia (e già da un po') "il momento degli scrittori sardi" non è una novità. Sarde sono infatti le tastiere più attive e interessanti degli ultimi anni (e Murgia*, Fois, Niffoi, Agus, Soriga sono solo alcuni tra i cognomi più famosi). E completamente sardo è ancora il panorama che ho impresso anche io nei miei occhi come un persistente ologramma, nonostante il ritorno in terra torinese. 

Un paesaggio di una bellezza senza ritorno, di una ricchezza e di una complessità ancora per me da metabolizzare: cose che tuttavia sono rimaste qui accanto a me, come regali della vita, da scartare.

Tra le cose belle che ho ricevuto dal mio viaggio in Sardegna, c'è anche un prestito: si tratta di un libro: Il giardino non esiste di Alberto Capitta, editore Il Maestrale (grazie Irene!).

L'amica che me lo ha prestato mi ha anticipato la bellezza del romanzo, ma giustamente non ha voluto aggiungere di più, lasciando a me la sorpresa della lettura. Cosa che farò anche io qui, limitandomi a un cenno brevissimo di trama e poche considerazioni personali.

Questa è la storia della piccola Carmen che vive con il papà Romeo Scalas (ricco commerciante di dolciumi, salumi e caffè), la matrigna Flora e i gemellini nati dalla nuova coppia in una città sarda mai nominata. Orfana di mamma, Carmen è appena una bambina quando la incontriamo la prima volta. La sua fantasia è fervida, vivida e articolata, e prende vita, come un incantesimo, tra una noiosa quotidianità casalinga e il suo giardino segreto dove può finalmente sentirsi libera e in contatto con la (madre) natura. Carmen, però, ben presto dà segno di aver contratto un grave disturbo: l'epilessia. Lo sfondo è quello del secondo dopoguerra italiano di una famiglia che, seppur agiata, non conosce l'attenzione che si presta oggi ai bambini e insieme a questo tipo di patologie, senza contare l'innata crudeltà della matrigna e l'inconsistenza di un padre che non sa far fronte alle sue esigenze affettive. E Carmen quindi cade vittima una seconda volta, non solo della malattia, ma anche dell'ignoranza e trascuratezza di un mondo adulto difficile da decodificare. Ma non basta: il destino avrà in serbo anche molte altre sfide (e qualche dolcezza) per la piccola, che, nel mentre, diventa grande, esce dalla comoda casa per poi farvi ritorno molto dopo con uno spirito completamente diverso.

Mi fermo, ma aggiungo solo che in questo romanzo le tinte sono quelle di una favola realistica, ricchissima di immagini e sensazioni forti, nette, archetipiche. Tutti i sensi si attivano nella lettura, fortissimi sono i profumi, impressionanti le figure che si compongono davanti agli occhi, continuamente interpellato l'intuito, che serve a capire cosa accadrà, cosa è accaduto, dal momento che l'autore introduce spesso piccoli flash-back e forward. 

E al contempo ci si nutre del nettare di una bella scrittura, a volte ricamata, solida e insieme funambolica, capace di scandagliare tutte le peculiarità dei rapporti umani più stretti, quelli della famiglia, regalandoci un piccolo personaggio disarmante, struggente, tenero e poi fortissimo e resistente, il più resistente di tutti. Carmen è proprio di quelle "creature ostinate", che rimangono piantate nel cuore, come un amore o come una ferita.

Quanto a me, l'ho letto quasi tutto in una notte, sul traghetto di ritorno dalla Sardegna, al tavolino di un bar, vegliando sui sogni degli altri passeggeri e sulle fantasie di Carmen, avvertendo tutta la fatica e il privilegio di quando il demone delle parole ti si appollaia di fianco e decide, per le ore che vuole lui, di toglierti il sonno.



* Nella cui città natale Cabras (in sardo Crabas) ho trascorso la sera del mio compleanno! Ci tenevo: non lo posso definire un pellegrinaggio, poiché l'autrice è giovane e vivente, ma è stato davvero emozionante.


sabato 18 agosto 2012

Breve storia di una piccola vacanza #6 (il ritorno)


Tornare a casa è sempre importante, qualunque sia la casa. Ovunque sia. Almeno per me, che ci vivo dentro nella maggior parte del tempo a mia disposizione! E ogni ritorno, fosse anche dalla spesa al supermercato, è sempre diverso. Questa volta, dalla Sardegna, dalla vacanza più lunga che io ricordi negli ultimi 15/20 anni della mia vita (ben 16 giorni!) è stato un viaggio nel viaggio. 

Vedere luoghi, ascoltare storie di chi vive in quei luoghi, con la saggia guida della loro esperienza è stato così bello, così significativo, così interessante ed emozionante, che mi ha fatto venir voglia di riflettere sui miei, di luoghi, sulle mie, di radici. Quindi è stato un ritorno pieno di propositi, molto "grigio possibilità", come direbbe quel genius loci sabaudo di Lapo Elkann ;) 

Ovvero la possibilità di guardare Torino con lo sguardo nuovo che ho adesso, ma anche i suoi spazi circostanti. Come i nostri amici sardi amano e conoscono come le proprie tasche i loro paesaggi devastantemente belli, ma anche le controversie della propria terra, così anche io voglio conoscere sempre di più le montagne di qua, per esempio, e la loro di controversia. Infatti domani vado a sfidare certe mucche con le quali ho un conto in sospeso (a loro favore, naturalmente).

Poi è stato un ritorno (considerato che nell'ultima settimana sono stata sotto il sole e immersa completamente nella natura, nella sua bellezza più formidabile e insieme minuta, panorami incontaminati, selvaggi, e piccoli frutti del mare, piccole foglie, piccoli animali) in cui ho preso contatto forse per la prima volta di essere cresciuta, di vivere, di amare e considerare casa e un po' anche "felicità" e mite rassicurazione un luogo complicato, elegantissimo, come Torino, ma al tempo stesso tutto di asfalto e cemento. Cemento lavorato, curato, ideato da menti molto ingnegnose, ma pur sempre cemento. Edifici su edifici, palazzi su palazzi. E poi auto ovunque, semafori, pali, tram, cose enormi, portici, marmi, statue, ponti, negozi, catene, negozi, negozi, negozi e insomma ho scoperto l'acqua calda, e al momento ci sono trentacinque gradi secchi nel mio salotto, quindi non sono lucidissima, ma comunque la sensazione, semplice, disarmante, è stata quella. Una sensazione ambivalente. Forse come tutte quelle legate alle proprie radici. 

Poi che altro dire? Ho letto qualche bel libro, ma vorrei raccontarvene in diversi post dedicati solo a quello. Per il resto: grazie a chi è passato da queste parti anche in vacanza! Mi fa davvero piacere.



Spiaggia digitale.

Bosa: una città bellissima, piena di colori.

Negozio di cinesi. Così, in generale.

Bosa #2

Molte pareti sono colorate :)

Questo non è un piccione (è uno spaventa-piccioni).

Torre.

Bosa dalla torre.

Lunghissime conversazioni sardo-torinesi e malvasia e la musica delle parole.

La bellezza di queste spiagge. Sugli scogli ci sono patelle commestibili e chioccioline.

I tramonti vacanzieri.

Il vento.

Un Ferragosto come non ne avevo mai visti. Una piccola fatica per arrivare a questa spiaggia stupenda che si chiama Scivu e mettendo i piedi in un certo modo la sabbia suona.

Il Ferragosto meno affollato della storia (della mia vita).

venerdì 10 agosto 2012

#casa, campeggio, desideri, stelle.


Campeggio!

Quella stoffa rossa laggiù oggi è #casa nostra :)

La gente porta le sue cose nei campeggi.

Il caffè.

Le spiagge segrete dei campeggi.

Ops, scusate la faccia, ma volevo rendere l'idea di selvaticità: mi ero appena svegliata e ho cominciato a pensare al campeggio, all'idea di casa, dell'asciugarsi i capelli tra le foglie, ispirandomi a  Björk.

Scrivo sotto un cielo di stelle, aspettando quelle cadenti per esprimere il mio desiderio, nella surreale atmosfera di un campeggio sardo che si affaccia su una delle spiagge più belle che abbia visto nella mia vita (e penso anche a quelle caraibiche e messicane di Tulum, ad esempio).

Ciò per dire che un pezzetto di mondo l’ho visto, piccolo ma per me significativo, e tuttavia  niente come l’aria di un campeggio tipo questo ha catturato la mia attenzione, in tema di vacanze.

Amo i campeggi e questo amore non è antico; è recente. E parla una schizzinosa e soprattutto fifona e insettofobica conclamata.

Mi piace il campeggio perché è una scelta senz’altro low cost: e in tempi di crisi va bene. Ma non solo per questo. Solitamente i campeggi si affacciano su certe spiagge meravigliose e segrete, selvagge ma non del tutto isolate, come premio per la temerarietà. Mi è capitato in Corsica, ma anche qui è così! A due passi, passata la fatica di montare la tenda, ecco il Paradiso vero.

Ma c’è dell’altro. Il campeggio è democratico. Questo poi, in particolare, è anche ecologico, si fa la raccolta differenziata e il  contatto con la civiltà è preservato:  il wifi, il ristorante, la pizzeria, il bar, un teatrino, un minimarket, una piccola tabaccheria dove arriva il giornale. Perfetto per le famiglie. Gli stranieri sono a proprio agio.

E per chi ama ascoltare, spiare i discorsi degli altri, questo luogo è privilegiato. 

Bisogna solo aspettare un momento: il tempo di ambientarsi, di non farsi travolgere dalle emozioni profonde, antiche, viscerali cui espone il campeggio all'arrivo. Ma poi è tutto una scoperta. Non sai mai cosa sentirai, e non sempre può far piacere, anzi può turbare. Perché si intercettano confessioni (“mio marito mi picchia regolarmente”), litigi (“non la sopporto più”), urla di bambini inconsolabili ("è colpa sua, quello era mio") e soprattutto la cosa in un certo senso peggiore, che mi è successa ieri notte. Ero lì che leggevo un libro all’ombra di un lampioncino, accanto alla nostra tenda. Unico suono: le onde del mare. Poi, a un certo punto, un sussurro. Un bisbiglio. Che cresceva, facendosi sempre più sensibile. I discorsi di due innamorati prima di dormire. Il cuore ha iniziato ad accelerare. Ecco, quello no. Tutto, proprio tutto credo sia giusto sapere nella vita, tranne quei sussurri, quelle voci raccolte in quel nido caldo di stoffa. Così mi sono alzata e sono scappata nella mia di tenda, a parlare anche io di cose che mai vorrei qualcuno ascoltasse.

Ma dicevamo per tutto il resto, osservare la gente nei propri rituali quotidiani è un spasso. Lo spasso per eccellenza. Nei bagni delle donne, poi, rimango incantata a guardare come le altre si preparano per uscire, si fanno belle per il proprio uomo, o per trovarne uno in vacanza. Le coppie che si fanno la doccia insieme. O come le mamme lavano i loro bambini, quelle isteriche, quelle dolcissime. Si impara un sacco.

Per non parlare dei pasti. Cosa mangiano quelli laggiù con tutti quei barattolini. E quei due francesi che cantano stravaganti canzoncine? E i profumi. Profumi di cose normali, né belle né brutte.

La natura. Camminare sulla terra, dormirci sopra. Svegliarsi sotto agli alberi, lasciarsi asciugare i capelli con il sole. E infine l’idea di casa. L’idea di piantarla nella terra con le proprie mani. E poi toglierla con le stesse mani. Come il mandala. Come qualcosa di impermanente, che cambia di continuo, si trasforma, ma poi è sempre la stessa, a volte migliore. Gli spazi piccoli, gli oggetti veramente essenziali. Dover camminare sulla ghiaia fino ai lavabi per le stoviglie, fare il bucato a mano, insieme agli altri. Questo è qualcosa di irrimediabilmente toccante. Capire bene dov’è la tua casa, il tuo territorio, il nostro qui è il numero 64, realizzare che è anche possibile portarsela dietro la casa, con sé, in giro per il mondo. Essere qualcosa di nuovo, qualcuno di diverso a ogni minuto che passa, a ogni stella che cade.

Ah, a proposito, ora esprimo un desiderio. Perché ne ho appena vista una. Il mio desiderio è sempre lo stesso, fin da quando ero molto piccola. So che certi desideri si realizzano. Non tutti, ma qualcuno senza dubbio. Spero che sia il caso vostro e mio, lo spero davvero.

Buona notte di San Lorenzo! *



giovedì 9 agosto 2012

I Soliti Idioti, Covacich, cose belle che volevo aggiungere!





Ahhh che bello leggere un articolo di un grande scrittore come Mauro Covacich (che tra parentesi ho conosciuto un sacco di anni fa su un pullman a Milano, ben prima che scrivesse alcuni dei suoi capolavori! u.u.) e pensarla esattamente come lui a proposito dei Soliti Idioti. 

Ieri ero in spiaggia che leggevo infatti quell'articolo che vedete nella foto (c'era vento!! n.d.b. = nota del blogger hehe): è uscito proprio nel giorno del mio compleanno e ho pensato quindi che fosse un segno del destino che dovesse essere un giorno allegro e così in effetti è poi stato. Dunque la mia giornata è iniziata proprio così. In questo chioschetto del campeggino sardo dove mi trovo arriva infatti solo l'Unione Sarda abbinato al Corriere della Sera.

E insomma qualche giorno fa, essendo nel pieno di un trip sul duo comico (mi piacciono i comici, perché hanno una percezione della vita diversa, inconsueta, svagata, lunare (pensavo ad Andy Kaufman ad esempio) e la classica, dolce, struggente malinconia del comico etc. etc.) Biggio & Mandelli, avevo scritto questo piccolo post qui

Poi ieri leggendo l'articolo di Mauro Covacich ho pensato di aggiungere ancora qualche parola, forte dell'autorizzazione spirituale di uno scrittore che ammiro davvero molto. Perché c'erano in effetti ancora alcune cose che volevo dire ma mi ero fermata per non esagerare nell'entusiasmo.

Dunque dunque ecco le cose belle che volevo aggiungere sui Soliti Idioti (oltre a condividere tutte quelle scritte da Covacich ieri):

1) Sono in tre! Il terzo autore si chiama Martino Ferro ed è, tra le altre cose, un autore Einaudi notevole, senz'altro da leggere. Classe 1974, fiorentino, scrive bene, cercatelo qui!!

2) Il cinema. Nel film e negli sketch tv ci sono secondo me un sacco di citazioni cinematografiche. La mia preferita è quella in cui Gianluca si ritrova in una stanza d'albergo con la bellissima attrice vestita un po' come Sofia Loren in Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica. E Biggio lì è Mastroianni. 

3) La musica. Come ci sono anche tanti riferimenti musicali (le musiche tra l'altro le fanno loro, proprio cantano e si spendono come da tempo non si vedeva fare dagli attori, dai comici, da nessuno più in tv). E niente, sono delle vere rockstar, come diceva Andrea Pazienza di se stesso. 

4) Andrea Pazienza. Essendo in pieno trip, mi vado a leggere le interviste e guardo i video su you tube coinvolgendo morbosamente amici e parenti in questo delirio :). In tutto ciò, ho letto una risposta di Fabrizio Biggio in cui gli veniva chiesto con chi avrebbe desiderato parlare tra le persone scomparse. Lui ha detto Andrea Pazienza (Mandelli ha detto: Gesù Cristo n.d.b.). Andrea Pazienza! Ecco un altro vecchio trip che avevo avuto nell'adolescenza credo per darmi un tono ma non capendoci assolutamente niente. Oggi, prendendo spunto da questa risposta, ho riletto (o letto per la prima volta) alcune sue storie, i suoi straordinari fumetti. E finalmente ci ho capito qualcosa. Quindi grazie Biggio!! 

5) Genio! Tra l'altro Biggio è quel genio che aveva disegnato questo

6) Isbn. E questa cosa del Nongio (Mandelli)?! :)

7) Donne. Un pensiero, forse un po' scemo, forse inutile. Non sono assolutamente femminista, perché vorrei credere in una vera parità dei sessi, però non sarebbe bello un giorno vedere anche due ragazze, due attrici, due comiche e autrici così? Anziché le sole e ormai noiosissime battute anti-uomo, sulle gioie e i dolori della maternità (che è una cosa meravigliosa, non vorrei essere fraintesa) o su quanto è dura "essere donna oggi". Dico ciò perché questi due ragazzi esprimono qualcosa di veramente nuovo, un modo di far ridere, di raccontare, ma anche di essere che travalica le definizioni, spontaneo e professionale insieme. Invece le donne televisive o sono ancora bellissime dive o sono acidelle, o sono moralmente superiori a tutto, depositarie dei saperi e della bontà e della saggezza mondiale. Chissà se invece qualche donna prima o poi si concederà qualche intuizione innovativa, piena di dubbi ma anche di proposte? Gli uomini le capirebbero? E noi donne le capiremmo? Esiste una comicità femminile non appannaggio di bruttone, forzate della politica, belle ma antipatiche o presuntuose? Boh. Bè, ovviamente ora che ci penso ci sono la Guzzanti, la Cortellesi etc. Ma qualcuna che riuscirà ad andare ancora oltre? Speriamo!

8) La sorpresa. Nel frattempo, consiglio se potete di gustarvi la continua sorpresa dei Soliti Idioti che, come diceva proprio l'articolo di Covacich, tornano al cinema a dicembre. La sorpresa di qualcosa che spunta dal nulla e cambia le cose, pur affondando le radici profondissime in una fitta tradizione e nel duro lavoro che si vede. In una parola: ancora bravi!!

mercoledì 8 agosto 2012

Grazie!!


Siccome è il mio compleanno, volevo dirvi grazie!! Volevo ringraziare chi almeno una volta è passato da qui e ha letto le mie parole. Per me siete importanti e vi voglio bene.

:)

Raccontino di compleanno.

Siamo nel deserto. Nel mezzo del niente di niente. 
La vegetazione è in silenzio. Muta. Anzi sceglie di guardare storto. Giallo, di quel giallo-non-sole. Giallo buio. Le colline intorno sono anche gialle in quel modo, il cielo di cenere. E tutte queste cose gialle grattano il cuore, generando sussulti, come musica senza note, come speranze di suoni ma senza melodie. 

In cerchio, nell'unico chioschetto del deserto, otto persone, ciascuna su una sedia bianca di plastica che quasi si scioglie, non è Le mille e una notte, parlano di gravi questioni: c'è un uomo molto arrabbiato. Un altro è triste.

Le donne guardano storto i mariti, come piccole madrinatura ma ostili. Qualcuna mesta, qualcuna bruciata viva dalla violenza negli occhi. I maschi gorgogliano come il fondo di un pozzo. Parlano di altri, di nemici. C'è chi ha un figlio e ora non più. C'è chi gli hanno distrutto un negozio e qualcuno gli ha fatto un torto. Uno pare che sia molto arrabbiato con questo, con quell'altro, con questi amici del figlio. Nulla è chiaro. Un cane nero, con gli occhi disperati, corre qua e là in cerca di cibo. Le donne si coalizzano contro l'uomo che urla alla moglie.

Le voci si sovrastano. La rabbia scatena il dialetto. Non si capisce più niente. Ordinano una coca cola. 

L'uomo con la t-shirt bianca vuole afferrare un bicchiere. Tirarlo contro la moglie. E basta. Dice un altro. Una donna chiama il cagnolino per accarezzarlo. Dice ridendo di volerlo coccolare ma il cane scappa abbaiando. 

Di colpo si alza un vento forte. Rovescia le bibite per terra. 

In un angolo di terra piena di luce abbagliante e ghiaia, a un metro di distanza, ci sono dei ragazzini. Il più grande avrà tredici anni. Saranno in cinque. Si tirano sassi in testa. Qualcuno sanguina. Ma a guardare bene uno, né piccolo né grande, fa una cosa diversa, indisturbato. Finisce di mangiare una pesca. Si tiene in bocca il nocciolo. Scava una buca con le mani, ci sputa il nocciolo dentro. Mentre scoppia la guerra tra i grandi, e quella tra i piccoli, lui si alza, strisciando i piedi nelle infradito, prende una mezza naturale al bar, paga con un euro che tiene nel costume. 

Poi richiude la buca con il terriccio, usando le mani scure e i piedi ora nudi. Ci versa sopra l'acqua. E alla fine si mette a fissare inerme, rosicchiandosi le unghie, quel piccolo lavoro che ha compiuto per ingannare il tempo, nel mezzo del niente del niente del deserto, delle urla, della guerra, dei sassi che gli volano accanto alle orecchie.


martedì 7 agosto 2012

Breve storia di una piccola vacanza #5


Ed è quando il sole picchia a 46 gradi all'ombra che Indiana "tazzina" Jones e la sua ballotta di amici decidono di  andare all'avventura sarda ;) Questa è una terra super fertile e insieme riarsa. Solo qui ho visto la più misteriosa delle contraddizioni. Eppure c'è una strana sintonia con l'animo umano: attimi di deserto che si alternano ai più floridi, dolcissimi pensieri.

Questo è l'antichissimo Nuraghe di Barumini, patrimonio dell'umanità. Una fortezza, forse luogo di culto,  costruita con una tecnologia perfetta. Nel link ci sono le spiegazioni. Siamo immersi nell'incredibile Parco della Giara, dove crescono flora e fauna unici al mondo, come ad esempio i cavallini sardi che esistono solo e soltanto qui!

Da vicino, è sospeso in un indicibile silenzio arroventato.

Poi si entra. Questo è ancora un livello superficiale, si scende però a profondità maggiori, che non ho fotografato perché la guida diceva tante cose e non riuscivo a seguire tutto, poi faceva un po' paura anche a dire il vero. Ma di quelle paure avventurose, che piacciono tanto agli intrepidi Indiana Jones.

La domanda è: come fanno a stare su tutte insieme queste pietre. Senza il cemento?!

Il premio per i coraggiosi che si immergono negli abissi è che poi qualche volta si risale così in alto che insomma ne valeva la pena. It was all yellow.

Poi si ridiscende un'altra volta. Dentro è un vero labirinto. Ah, le sorprese dei labirinti della vita!!


"I predatori dell'arca perduta".


Dentro il nuraghe si svolgevano alcune attività riconosciute. Questo credo fosse un piano di lavoro per il pane.

Un archetto. 

A proposito di fertilità: rosmarino così, a cielo aperto. Immaginate il profumo...

Questa è Casa Zapata. Appartenuta alla omonima famiglia nobile aragonese, oggi è un museo. Si erge proprio sopra un altro impressionante nuraghe. Vi rimando al link per le informazioni. 

Il logo nobiliare: tre simpatiche pantofoline hehe.

Infine, la parte che mi ha colpita di più. La Tomba dei Giganti.

Questa è la bocca di un piccolo tempio. Probabilmente è stata una vera tomba, ma è anche simbolo di vita e rinascita. Di solito entrando si prende una testata, pare che le pietre ci siano abituate. Ma è bello perché poi ci si sente tuonati per tutto il tempo e ciò favorisce il misticismo! 

Si può salire fino in cima.

Qui è consigliato stare qualche minuto sdraiati e in silenzio su una roccia piatta.  Sopraggiunge una tale serenità imperscrutabile che quasi intimidisce.

Ciao. Ahhh aiuto: domani è il mio compleanno. E vabè! ;)