venerdì 5 ottobre 2012

Questo fine settimana e Kobo.


"Le creste delle montagne staccavano ancora nell'ultimo sole, ma i pini in basso avevano il verde opaco del crepuscolo. Nei prati di là dal fiume restava qualche covone di fieno. Un vento pigro cullava faggi e castani a mezzzacosta preparandoli al buio".  
(Davide Longo - Il mangiatore di pietre)


Questo fine settimana sarò qui. Da oggi pomeriggio a domenica sera. E devo dire che sono contenta e un po' agitata e che è bello che ci sia qualcuno così, che organizza cose così. 


(Poi lunedì vorrei parlarvi di Kobo. Ho l'opportunità di provarlo grazie a Mondadori e, al di là della sua bellezza, perché è davvero mooolto carino, vorrei dirvi la mia opinione anche sulla funzionalità, sulle differenze con il mio vecchio e-reader, etc. etc. insomma mi impegnerò in un post anche tecnico, almeno ci proverò, così potete avere qualche informazione da "utente" qualora voleste utilizzarlo: dopo aver postato le foto ieri su facebook e twitter ho ricevuto alcune di mail di richieste di dritte e pareri e quindi cercherò di rispondere a tutti con una "recensione" il più dettagliata possibile!).

State bene!

La cover colorata :)


Kobo ieri appena arrivato a casa.

giovedì 4 ottobre 2012

Il libro di Christine. Hans Christian Andersen era un blogger?


Il libro di Christine di Hans Christian Andersen e Adolph Drewse, Mondadori.

Adolph Drewsen, alto funzionario e rampollo di una famiglia di industriali della carta, il 30 ottobre del 1859, pensò bene di regalare questo libro alla nipotina, Christine Stampe (l'ho sempre pensato che i nomi e i cognomi avessero un significato letterale) per il suo terzo compleanno. Ebbene, quando questo libro uscì, nel lontano 1984, anche io ebbi la ventura di ricevere in dono questo stesso libro dai miei genitori. Forse per quello stesso Natale (dei miei 4 anni). Di questo libro per anni non ci ho capito assolutamente nulla, sapevo solo che era mio e che aveva qualche cosa di molto particolare. 

Quell'affare marroncino è un troll (esistevano già allora, dunque!) "ritagliato su una base costituita da una ruota affiancata da cigni". Ritagliato da Hans Christian Andersen in persona: lo scrittore danese di fiabe che forse conoscerete bene tutti.


A questo splendido, incantevole, misterioso libro pieno di idee e imponderabilmente felice c'è una dotta postfazione a cura di Francesco Saba Sardi che spiega alla perfezione perché Hans Christian Andersen, a giudicare da questa meraviglia di carta, sarebbe stato forse un bravo blogger contemporaneo. "La nascita di questo libro (...) si situa in un momento cruciale di quella che Walter Benjamin chiamava epoca della 'riproducibilità tecnica dell'opera d'arte' ed è questa un'altra delle ragioni che inducono a definirlo importantissimo".

Compilare questo tipo di album nella società borghese di metà Ottocento era pratica diffusa per intrattenere amici e parenti e dare sfogo alla propria creatività. La peculiarità di questo particolare album consisteva (e consiste) però nel fatto che si trattasse di una vera incontrovertibile festosa opera d'arte a tutti gli effetti. Nonno Drewsen ci provò da solo ad assemblare immagini e parole un bel po' di volte, con discutibili risultati, per le altre sue (sventurate) nipotine, Rugmor e Astrid, bontà loro. Ma quando fu il turno di Christine ruppe gli indugi e si rivolse "Al Grand'Uomo! Alla Delizia d'Europa (e del Mondo tutto, dovrei anzi dire)". 

Immagini e parole unite insieme con la tecnica del collage in una serie solo apparentemente casuale. C'è un ordine infatti molto preciso, la volontà è di creare il movimento, il teatro, il cinema, una giostra di storie, idee, avventure e fatti divertenti. Animali, persone strane, situazioni inconsuete, palazzi, città e cose varie attinte alle più varie fonti del tempo.


Quel tondino a sinistra è una bruciatura finta-vera.

La curiosità che è venuta a me è di riaprire oggi questo libro, dopo quasi trentanni, e di "capirlo", come si suol dire. Di cascarci dentro consapevolmente e di immaginarlo, per un gioco impossibile, trasposto nella contemporaneità. Cosa si fa adesso quando si vuole mettere insieme immagini e parole in un movimento a ritmo quasi quotidiano per divertire, per parlare, per creare, per comunicare? si fanno in genere tante cose e tra queste anche si può aprire un blog. Insomma, nulla si crea e nulla si distrugge. 

Ad Andersen per questo e altri lavori non furono risparmiate le critiche. Molti hanno voluto vederlo come uno scrittore al servizio dei potenti, spacciatore di "oppio" dei popoli e via dicendo. Ma oggi sappiamo che la sua fu invece l'opera libera di un genio all'avanguardia in un epoca di grandi trasformazioni anche tecniche. Un'opera semplicemente molto amata e da tutte le classi sociali trasversalmente. Cosa che, ci spiega l'estensore della postfazione, gli permise di trascorrere una seconda parte di vita finalmente agiata, spesso ospite in castelli e dimore gentilizie di facoltosi ammiratori. A Odense gli fu eretto anche un monumento e la sua povera casa natale fu trasformata in un museo. 
Se potete leggerlo, e guardarlo, è una pura esperienza di magia, lentezza e tenerezza.

martedì 2 ottobre 2012

E ti ho sposato.


E ti ho sposato, Lily Tuck, Bollati Boringhieri. 



Era da un po' che volevo parlare di questo libro ma, esattamente per la stessa ragione che mi aveva spinta a ritardarne a lungo la lettura, mi tratteneva la fortissima emozione che può suscitare. Per rendervene conto immediatamente, vi rimando ad esempio al suo booktrailer. Un'emozione impetuosa che esplode subito, con l'incipit, ma al tempo stesso è silenziosa, sottile, tenue e delicata. 

L'asincronicità della copertina potrebbe già introdurvi a tutto il resto. Una sedia vuota, in una stanza vuota, bianca, probabilmente di prima mattina e un titolo che invece rimanda a qualcosa di assai vivo, plurale e rumoroso, com'è generalmente un matrimonio.

"Nulla è più scandaloso di un matrimonio felice". 

Dice il sottotitolo. E in effetti poi questo romanzo diventa scandalosamente spietato e commovente, osceno come forse lo chiamerebbe Roland Barthes. Perché è forte della potenza universale di ciò che si sprigiona nel momento esatto in cui si perde proprio quello che più si ama, si è amato, si amerà sempre.

Ho pensato di riprendere in mano questo romanzo e di consigliarlo chiacchierandone domenica con un'amica. In un certo senso è un romanzo femminile: l'autrice è donna, la protagonista è una donna cui muore il marito ma che, nell'istante dell'evento e per un'intera notte (insieme a una bottiglia di vino) decide di rinviare le questioni burocratiche alla luce del giorno, si mette lì accanto a lui e ricuce, nella memoria, tutta quanta la loro vita insieme.

Ma poi mi sono resa conto che non si può richiudere, come spesso accade, questa storia in un genere, perché è la storia di un essere umano che ha avuto nella vita la possibilità (forse, a ben pensarci, non poi così universale ma piuttosto rara e per questo unica) di amare molto qualcuno per tanti anni consecutivi, con tutte le luci e le ombre che questo comporta. 

"Dolcemente, con l'indice, gira e rigira la fede d'oro sull'anulare del marito. La sua è più piccola. Dentro, in un corsivo elaborato, sono incisi i loro nomi. Nina e Philip. Con il tempo alcune lettere si sono cancellate - Nin e Phii. I loro nomi fanno pensare a simboli matematici - molto appropriato". 

Appropriato perché lui è un professore di matematica. 

In altri tempi questo di Lily Tuck forse sarebbe stato un romanzo normale. Bello, un lungo flash back, toccante, i ricordi piacevoli, i tradimenti, le nascite, un libro scritto con maestria, ben architettato, interessante. Ma la sua straordinarietà prende forma nel leggerlo oggi, qui e ora. A suo modo, letto adesso (e scritto adesso) è un libro rivoluzionario.

(Il titolo originale è I Married You for Happiness, e non ho potuto non pensare alla Ginzburg anche per una strana somiglianza nello scrivere di cui però non so la Tuck quanto possa esserne consapevole).

Comunque questo romanzo sembra pensato per chi, come noi di questa generazione, si ritrova spesso a osservare alcuni grandi temi della vita - l'amore, il matrimonio - con l'occhio stupefatto, incredulo degli astronomi. 

Questi sono tempi in cui - paradossalmente - siamo ridiventati in molti dei selvaggi. Dobbiamo pensare a dare una struttura e una dignità alla nostra esistenza, non è facile. Ci sembra che non ci sia più il tempo, il modo, il denaro, lo spazio fisico per questioni altre come l'amore; il matrimonio poi per carità è una stella lontana che non sappiamo più oltretutto se è ancora viva o ne vediamo quaggiù solo il riverbero. Oggi in tanti pensiamo più che altro al pane, in senso lato, per il momento, ma sempre di pane si tratta. Perché allora leggere un simile romanzo?

Perché questo libro invece ci regala anche le rose. Perché abbiamo bisogno più che mai, più che altri, più che in epoche passate e spero future, di grande bellezza, di rendere possibile l'impossibile e di sentirci vivi. Ma non solo. Il libro riporta tutto al centro giusto dove devono stare le cose. Al cuore. Non al cuore fittizio, al cuore vero, che accelera da solo, che ama, da solo, in modo semplice, in modo faticoso, anche ("amarti è una fatica"), come se l'amore fosse per tutti un vero nutrimento, fosse connaturato ancora e ancora alla vita, al convivere umano e pure alla scrittura di romanzi. 


domenica 30 settembre 2012

Michela Marzano, la filosofia, Torino, Spiritualità.


Ieri sono stata a Torino Spiritualità. Una serie di eventi dedicati alla spiritualità a Torino. Letterale ma vero.

Il motivo principale era ascoltare questa interessante filosofa giovane di nome Michela Marzano, in occasione dell'uscita del suo libro Avere fiducia, di Mondadori. Bel titolo, bellissima copertina e libro notevole che affronta l'argomento da tutti i punti di vista, a partire dai subprimes, passando da Kafka per arrivare a Dio. All'incirca. Stupendo già solo così, ma poi lei: dopo vi dico.

In una Torino bella e dolce da piangere. L'autunno, il cielo bianco, i palazzi e i colori di quella mostra che conducono un dialogo segreto con il tuo cuore.

Mi piacciono gli angolini. Poi un giorno spero mi passerà questa cosa degli angolini, ma per il momento, mi sono cercata un angolino.

Dal quale si vedeva il mondo.

w gli angolini.

Michela Marzano. La sua lezione faceva parte del ciclo "Anche questo è fame di vento. Cinque voci per Qoèlet". Il titolo del suo discorso, in particolare, era: "Grande sapienza è grande tormento". Dico solo che è stato tutto quanto ben al di sopra delle aspettative.

Alla fine la mia mente era così.



Allora. La filosofia io l'ho studiata al liceo. E mi piaceva moltissimo. Mi ostinavo a credere che le mie materie preferite fossero italiano e inglese. Mentivo. Era la filosofia, era la materia in cui "andavo meglio", o per lo meno che sentivo faceva per me. All'Università, a un test attitudinale un po' dei campanelli, poiché comunque poi si passava tutti e via, comunque era risultato che ero un genio della Filosofia. Mentre in Lettere sì, poteva andare, e in Storia bah, insomma. 

Invece niente, ho insistito con Lettere, per una maledetta ossessione per i romanzi, i racconti, la narrativa. E giuro che è stata la scelta più kamikaze che un essere umano potesse compiere in quel momento. E vabè. Così stanno le cose. Ho dato quindi solo un esame di filosofia - filosofia morale - grandioso, l'esame che ricordo con più emozione, su Kierkegaard, meraviglioso. Tremo ancora all'idea. E andò bene, dopo molti tormenti. 

C'è però una ragione per la quale poi non ho mai più frequentato la filosofia in seguito. Ed è l'abisso. Mentre con i romanzi mi sento al sicuro, più o meno sempre, perché, come insegnava Flaubert, alla fin fine parlano di cose da quattro soldi, terrene, banali e sporche come è la vita quotidiana; la filosofia ti porta per mano ai limiti dell'abisso e ti lascia lì. Sola.

I romanzi invece ti offrono della Barbera, mettono musica, danno da magiare agli affamati, sono gente alla mano. La filosofia è tutto quanto il resto, quello che non puoi spiegare. Il gelo e la meraviglia che trovi là fuori, la notte di Natale, in silenzio, quanto la festa è finita. 

La Storia dal canto suo poi si sa è Maestra di vita, niente di più semplice. Forse troppo. 

Ed ecco spiegato il mio personale motivo: sono una buona forchetta, amo il vino rosso, ho poca memoria, e mi piace sporcarmi le mani. 

Tuttavia ieri, come un inverosimile e strabiliante ritorno di fiamma, è riapparso alla mia mente tutto ciò che avevo abbandonato dagli anni zero a oggi nella mia vita. Che in effetti in una sola parola si può riassumere in: la filosofia. E così sono tornata studentessa, con taccuino e biro, in un angolino, a scrivere tutto, a prendere appunti. Ora, so che sarà assolutamente impossibile riassumere con dignità tutto quanto, ma ci tengo veramente tantissimo a trascrivere qualcosa, almeno una piccola parte, di ciò che ho ascoltato e capito ieri pomeriggio. Che assurge a uno dei più significativi della mia vita.

A vederla così giovane (da lontano sembrava proprio un puntino) Michela Marzano mi ha preoccupata: ma cosa dirà mai una così minuta a tutta questa gente famelica? Lei stessa si è schermita all'inizio. Mi ha ricordato un certo modo di dire nelle arti marziali che una "signorina terzo kyu" (di livello relativamente basso) può sconfiggere un omone terzo dan (un maestro). Non ci ho mai creduto, ma ieri ho cambiato idea. 

Dunque il tema era il dolore che c'è nella conoscenza. Il concetto del "più so e più soffro". All'incirca. Che sarebbe perfetto se non fosse che nella vita 2+2 non è mai uguale a 4. Nella logica sì, ma nella logica esistenziale i conti non tornano mai. Mai. Come anche il tanto vituperato concetto del do ut des. Anche quello, si diceva, non funziona mai nella vita. Non caratterizza mai veramente le relazioni umane, tutte connotate da asimmetricità. Dunque nella realtà bisogna poter lasciare la presa. Perdere il filo, perché esistono molte domande (le più importanti) destinate a restare sempre senza risposta. Quindi, solo quando "si perde il filo" si può finalmente andare alla ricerca di un senso. 

La vulnerabilità. Ecco ciò su cui si fonda la condizione umana. E più si conosce questa vulnerabilità, che ci connota tutti nessuno escluso, più si soffre. La vulnerabilità nasce da una mancanza ontologica costante, che ne è l'essenza. Anche se facciamo di tutto per riempirci di cose e di persone, restiamo soli. E qui ha citato una lettera di Claudel bellissima che dice: 

"c'è sempre qualcosa di assente che mi perseguita".

Ciò detto, bisogna allora rimettere in discussione alcuni postulati. Ad esempio quello per il quale gli esseri umani sono dotati di dignità. Riformulandolo, gli esseri umani sono fragili e dalla constatazione di questa vulnerabilità nasce la dignità e quindi il rispetto. Ecco che la dignità in sé non è una proprietà dell'uomo, ma una conseguenza dell'osservazione della sua vulnerabilità. In questa osservazione, questo riconoscimento di fragilità comune poi è presente una drammaticità. Il rapporto con la realtà è drammatico. 

Oggi (e questa è la parte che mi ha colpita di più) c'è una esaltazione della verità. Ovvero la verità è appannaggio di pochi che se ne ritengono i depositari. Invece l'etica è un modo finalmente per dare strumenti a tutti per opporsi alla vulnerabilità umana. Così la verità diventa di tutti, poiché alla sua base c'è la comune fragilità dell'uomo. Questa esperienza di conoscenza è il frutto dell'ascolto. Ed è una logica paradossale: il pensiero diventa una ricerca di equilibrio. Quindi l'obiettivo è di mischiare le cose, "complessificare" (un neologismo?) e non chiarificare. Ma a questo punto è in corso una querelle: si crede erroneamente infatti che per pensare in maniera complessa si debba utilizzare un linguaggio complicato. No: quando si ragiona di cose complicate ci vuole un linguaggio semplice.

Ora taglio bruscamente, perché è impossibile riportare tutto. Ma aggiungo una bellissima nota sull'amore. La scoperta più sconvolgente per l'uomo è quella di poter amare e odiare al tempo stesso. Riuscire ad accettare questa realtà senza senso di colpa significa crescere e andare avanti nella vita. Poiché per natura l'uomo non è mai completamente coerente. La verità di una persona si inizia infatti a comprendere nel momento in cui si balbetta. La verità emerge laddove inciampo. Perché lì tocco qualcosa di mio e mi levo la maschera. 

Al di là della metafora, la mancanza di coerenza ci turba tanto, ci fa soffrire negli altri e in noi stessi, poiché tutti vorremmo essere coerenti ma nessuno lo è, tanto più chi dichiara di esserlo. Con questo non significa compiacersi della propria incoerenza ma sapere che proporsi come coerenti è una menzogna. 

Ed ecco la fiducia: siccome siamo incoerenti, la fiducia, di cui abbiamo bisogno, poiché oggi le relazioni sono connotate invece da sfiducia, non può essere mai totale e assoluta, è una scommessa drammatica, impastata di tradimento.

Se io non ho fiducia in una persona, questa non mi può tradire. Solo chi amo può tradirmi. E questo genera sofferenza. (altra cosa è la fede: Dio non può tradire, l'uomo invece non può non tradire). 

E per fortuna: perché solo così si può crescere. Benché, è giusto ricordarlo, è sempre per amore che agiamo. Dal momento che l'io non agisce con cognizione di causa. Come disse il buon Lacan: 

"io sono laddove non sono". 

Ecco. Così si rompe il teatrino dell'io per mostrare un pezzetto di verità. Io sono laddove non penso di essere. Lontano da dove pensavo di essere. E questa scoperta fa male. In questa ottica, l'amore ha valore perché è caratterizzato dal fatto di non essere mai perfetto. Nel momento infatti in cui io amo una persona, questa non potrà mai colmare il vuoto che mi contraddistingue come essere umano.

Spesso l'equivoco sull'amore è quello di rendere una persona prigioniera dell'immagine che io ho di lei. Ma l'altro è sempre l'altro, per definizione e tutti, tutti, proprio tutti abbiamo il diritto di essere esattamente ciò che vogliamo. Come vogliamo. E quindi come convivere con l'altro?

Con l'altro io attraverso il vuoto che ci caratterizza entrambi. Questa è la libertà, la possibilità della libertà. Anche perché tutti abbiamo bisogno dello sguardo dell'altro per riconoscerci. Ma tenendo conto che dalla solitudine nessuno di noi può mai uscire. Anche se siamo con gli altri siamo soli perché la sofferenza non la possiamo comunicare mai. C'è una barriera, che impedisce la fusione. 

A volte gli altri si prodigano per noi. Possono fare anche troppo. Invece ci vuole solitudine per cercare in noi le risorse per stare un po' meno male. 

Ma in conclusione: alle famose domande esistenziali (perché viviamo, la morte etc.), quelle che ci pongono i bambini, non c'è mai risposta. Anziché sul perché, possiamo però ragionare sul come. Come fare per aprire di nuovo una porta? Accettando un punto fermo: siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri. L'indipendenza non esiste, al contrario dell'autonomia. 

C'è un'altra grande menzogna poi che affligge la contemporaneità: che l'unico modo per riuscire nella vita sia il controllo. Di sé e degli altri. Tornando quindi a Qoèlet: più si sa più si soffre: questa frase non ci esorta all'ignoranza: dietro alla conoscenza non c'è dominio ("più so più ho potere") ma c'è un'esortazione all'umiltà, che è consapevolezza del vuoto, rispetto a ciò che siamo e non siamo, ciò che conosciamo e non conosciamo. 

Voilà. Questo è all'incirca ciò che ha spiegato Michela Marzano nella sua lezione. Molto in sintesi.  E che io ho provato a riportare con i limiti che un'operazione del genere comporta. Perdonatemi se ho tralasciato qualcosa. Presa dal dubbio sul come affrontare questa esperienza, ho però deciso di fare del mio meglio per trasmettervela nel modo più fedele possibile. Non so perché, ma ho pensato che fosse interessante così. Per farvi provare un minimo delle sensazioni che ho provato io ieri.

Buona domenica!

c\_/


giovedì 27 settembre 2012

La tigre.


La tigre di John Vaillant, Einaudi. 

I libri con le foto sono grandi tesori, ricchi ed eleganti. Piacevoli veicoli di sinestesie. Specie se le foto sono belle come questa.

Moby Dick di Melville, Garzanti.

[una piccola parentesi: si diffonde in questi giorni il dibattito, la polemica qualche volta, anche da autorevoli fronti e da diverse parti del mondo, riguardante i cosiddetti bookblog come "danno" (cito testualmente questo, e segnalo questa interessantissima e illuminante risposta ma sono solo le opinioni più recenti e, forse, le più eclatanti) per la critica letteraria. Dunque: d'istinto commenterei con una sonora risata. Ma, casomai queste parole verranno lette da qualcuno particolarmente e immotivatamente interessato alle mie esternazioni, non voglio rischiare poi selvaggi copiaincolla indiscriminati e decontestualizzati in cui rischio di apparire come una matta ridanciana di dodici anni. Trattengo l'uso di faccine, per la medesima ragione. Mi limito soltanto a dire che questa faccenda per me è divertente. E mi chiedo: ma qual è il problema, poi? Quale il danno? Quale? Faccio fatica a comprendere. O è una "questione economica"? come si usa dire quando la misura cognitiva è colma. Che però, a maggior ragione, io mi ostino a non capire. Ed è senz'altro un mio limite. Ma i blog, quando si occupano di critica letteraria, in quale bizzarra maniera inficerebbero la stessa? Quanto invece a spazi come il mio, non di critica letteraria, ma denominati in gergo "bookblog" perché orientati a un "discorso" sul romanzo differente, con sguardo personale, spesso ludico, in che maniera costituirebbero un danno o una minaccia e per chi? Non riesco infatti a immaginare un critico mettersi lì a fotografare i suoi caffè insieme ai libri preferiti e a parlarne in maniera per lo più immediata ed espressionistica; nei momenti in cui mille lavori precari gli lasciano il tempo e le energie. Allo stesso modo non viene voglia a me di scandagliare i testi utilizzando gli strumenti analitici del critico di professione (pur avendoli studiati all'Università) per disparate ragioni diverse. E dunque? Cos'è che turba? Dove risiede la democrazia? Tralasciando poi che esistono le più svariate motivazioni che mi azzardo a definire sociali che possono aver portato me o altri ad "aprire un blog" come questo e sono importanti: perché non considerare quelle, e smettere di, banalmente, "giudicare senza conoscere". A scuola ci insegnavano a non "mettere l'etichetta" agli altri bambini. A bandire lo stigma dalla convivenza civile sui piccoli banchi di legno, nella prospettiva di un futuro migliore. Mi viene da pensare che quel giorno a lezione in molti erano assenti. C'è tanta voglia di sparare a zero, magari poi ritirando la mano, in sintesi, senza aver mai minimamente esplorato o indagato sul mondo che sta dietro un blog, un blogger, una voce, una persona. Insomma, credo che i detentori dei "veri" saperi, dei "veri" lavori, dei "veri" mestieri della "vera" cultura e, lasciatemelo dire, attualmente anche dei "veri" guadagni possano dormire sonni tranquilli. Se è vero che è in atto una bellissima rivoluzione, non dimentichiamoci anche però del sublime insegnamento gattopardesco, che non sbaglia quasi mai.]



Detto ciò. Per voltare completamente pagina, come direbbe una brava giornalista del tg, eccomi a raccontarvi di un libro che mi ha appassionata fino al midollo. 

Ho esitato a lungo prima di trovare una parola per descriverlo. E non l'ho trovata. Perché dopo l'uomo, c'è la tigre siberiana, e tanto è difficile parlare dell'uomo, così è complicato parlare di lei.

Non ho mai fatto segreto della mia venerazione per Moby Dick. Che ha in un certo senso cambiato la mia vita, in meglio. E per chi sa di cosa parlo, dire che La tigre mi ha permesso di riprovare le stesse illuminazioni di Moby Dick è un'affermazione forte, ma vera. 

La tigre è un racconto a metà tra il romanzo e il reportage, al termine del quale saprete tutto sulla tigre dell'Amur e su come ucciderla se non vorrete essere ammazzati voi. Come per Moby Dick, ho una predilezione anche per le tigri (cos'è che li accomuna? forse la ferocia, il mistero, la complessità, la bellezza, l'immensità). Se non ci credete, controllate qui, qui, o qui. E questa immensa impresa del protagonista, Jurij Trush, non ha fatto altro che aumentarne il fascino trasformandosi in un viaggio necessario, rischiosissimo ma pane per i denti di un lettore in cerca di scoperte e grandi amori tragici. Tra le altre cose, ho appreso da questo libro che esistono leggende su matrimoni, sì matrimoni, tra uomini o donne e tigri. Per dire che non sono la sola a essere caduta sotto questo incantesimo felino; ho avuto un gatto per anni, che non era certo come un marito, poiché non mi attira il genere, ma che ho amato innegabilmente come un fratello dai miei 4 ai 27 anni, nel bene e nel male. E sulle tigri poi ci sono infiniti racconti - pensavo a questo ad esempio - storie, fantasticherie, miti e invenzioni. 

Ma per tornare alla realtà, mentre Trush ha i suoi buoni motivi per dare la caccia a questa nemica, per cui inevitabilmente sviluppa una comprensibile ossessione, l'autore di questa opera-mondo ricca di informazioni ed evocative citazioni letterarie, anche, ci svela non poche informazioni sulla Russia, sulla sua storia e sulle drammatiche controversie della caccia alla tigre. Mettendo in luce un aspetto vergognoso di certa umanità avida e parassita della natura e le sue delicate leggi. 

E insomma questa lettura mi ha restituito un estremo bisogno di avventura. E la curiosità di riscoprire una tradizione di "libri sulle tigri" che ha come genitore Salgari il quale ha indagato molto nei suoi romanzi sul paragone tra questo enorme animale e l'uomo. Per chi volesse riacciuffare quei capolavori o se li è persi nel magma della vita o perché ancora giovane, consiglio questo e naturalmente questo. 

Buona lettura!

lunedì 24 settembre 2012

#DoraToFest terzo e ultimo giorno.


I 4 libri del BookRing di ieri sera al #DoraToFest.

Les Italiens di Enrico Pandiani, Instar Libri.

Il film in cui nuoto è una febbre, AA.VV., Caratteri Mobili. 

Poesie antirughe di Alessandra Racca, Neo Edizioni 

Atti impuri.






Non so se è perché mi si è aperto un qualche chakra a mia insaputa (dal momento che non so bene cosa sia un chakra...), ma ieri sera ero particolarmente sensibile e commossa.

L'idea degli organizzatori del #DoraToFest, di presentare tutti questi libri insieme, si è rivelata un mare di sensazioni, un fiume di pensieri da connettere tra loro. Perché cosa hanno in comune un noir perfettamente congegnato e ambientato a Parigi, un libro sui giovani registi di talento (tra cui l'adorabile Gondry), una rivista letteraria e una raccolta di poesie antirughe?

Tutto. Mi verrebbe da rispondere. Ed è stato bello osservare tutti questi autori, in tutte queste tre serate, disposti a concedere qualche riflessione a un pubblico di curiosi.

Oggi inizia la Social Media Week. In molte parti del mondo molte persone si stanno ritrovando in diversi luoghi fisici a parlare di luoghi virtuali. Questo è interessante. E ci andrò anche io ad ascoltare. 

The same old story: siamo persone, abbiamo bisogno e voglia di stare insieme, e poi dopo di ritirarci un po' a pensare alle emozioni suscitate da questa vicinanza. Ogni essere umano (ogni scrittore anche) ha un portato di esperienze, connessioni e punti di vista differenti e le mette in comune a suo modo per costruire il presente e il futuro. Per raccogliere le cose degli altri e utilizzarle per comporre pezzi di sé. E su questo meccanismo-base, si fonda l'umanità. Dico bene?

Quindi ieri ero lì che cercavo connessioni, che ascoltavo questi scrittori esprimersi, dire qualcosa del proprio lavoro, e presagivo già l'esigenza poi di mettermi qui in un angolino mentale, oggi, e di pensare a cosa è successo. Del perché mi fossi ritrovata in una situazione tanto bella e privilegiata, di capire anche se ho sbagliato qualcosa per correggermi, e di scrivere anche io le mie cose, le mie storie. Insomma, eccomi qui a ringraziare ancora una volta chi mi ha permesso di vivere questa affascinante avventura torinese e chi ha letto queste avventure su questo blog.

Poi è arrivato Vergassola, e tutti giù a ridere. Lo guardavo e pensavo che è proprio bravo, e sorseggiavo una bella birretta fresca. Una bella esperienza davvero, da rifare, speriamo, il prossimo anno.



domenica 23 settembre 2012

#DoraToFest secondo giorno.


Luca Gallo, Fabrizio Vespa, Fay R. Ledvinka, Monty Python.
Ieri sera, come prevedevo, il #DoraToFest (è l'hashtag su twitter) è stato molto divertente. Occhio che il divertimento non è sempre un soffio di vento spontaneo. Il divertimento, ci pensavo proprio ieri, può essere anche il frutto di una fatica, di una tensione che poi si scioglie nel ridere, nel fluire dolce delle cose. 

Di una vita di chissà quali complessità che poi diventa leggera in un secondo. E a questo proposito pensavo a FREAK ANTONI, un mito, una persona che porta nello sguardo una certa dose di mistero e dolore (magari mi sbaglio, ed è serenissimo eh) ma che poi sul palco diventa un maestro di leggerezza. Ed è questa la ragione per cui amo i comici. Perché tolgono il peso della vita dalle spalle di chi li ascolta e di se stessi. 

Pensavo a lui perché è apparso sul palco del #DoraToFest dopo che alcune ore prima ci ero stata pure io, insieme a Sara Bauducco, a presentare i bei libri che vedete nella foto. Pazzesco. Bè, vedere queste persone che sono pezzi di storia della comicità e della musica italiana mi fa un certo effetto. Avendo amato Elio e le Storie Tese, ho sempre saputo che dietro il loro talento c'era l'ispirazione di un genio, che è appunto Freak Antoni.

E non c'è niente da fare, il divertimento è il frutto di una fatica, di un pensiero, di un'organizzazione anche, di una cultura (lo dicevamo ad esempio parlando dell'Autobiografia dei Monty Python). Di occhiaie e stanchezza, di timori, tremori e grande freddo. Poi, nel momento giusto, tutto si riscalda e resta sepolto degnamente sotto una risata. E il prima e il dopo scompaiono davvero.

Quindi Freak Antoni ha fatto il suo generoso spettacolo, accompagnato da una adorabile pianista (La Mustacciova), dopo quello di Guido Catalano con il Grande Fresco (strepitoso, veramente strepitoso Guido!). E insomma, mi sono commossa. Per casa mia giravano i suoi libri di Freak Antoni pubblicati da Feltrinelli circa dal '91 ed ero ancora una bambina. Sbirciavo le sue battute sul libro, non capivo niente, ma mi mettevo a ridere. Ridere ancora ieri sera senza tregua (con attacco d'asma) e capire finalmente le battute è stato bello.

Quindi devo proprio ringraziare il Dorato anche per questa impagabile situazione, perché il destino sparpaglia sempre bene le sue carte e qualche volta ti regala quella giusta, la tua. 

Quanto ai libri: sono uno più interessante dell'altro. Abbiamo parlato dello struggente "Mal di Torino", di "Trambusto", di parole che si perdono nel doppiaggio dei film e di censura e di tante altre cose. Abbiamo cercato di agganciare tutti gli argomenti e gli autori (o loro rappresentanti nel caso degli stranieri sul cinema) sono stati tutti quanti gentili e piacevoli e garbati. 

Dunque. Se passate questa sera, c'è il BookRing finale, con altri scrittori e poeti. 
E poi: lo spettacolo di Dario Vergassola!


Eccoci. Me, Luca Gallo, Fabrizio Vespa, Sara Bauducco.

sabato 22 settembre 2012

#DoraToFest primo giorno.


Miriam Toews, Vito Ferro, Filippo Sottile i primi tre autori del BookRing del #DoraToFest. 

La Cartiera in Via Fossano 8 a Torino.
Angoli da fotografare.

La bibliotechina.

Dentro la Cartiera.

I banchetti di libri.
Un libro che mi è venuto in mente durante la presentazione multipla.



La prima cosa ad avermi colpita ieri, alla serata inaugurale del #DoraToFest (vedi post precedente), è stata la Cartiera. Perché se è vero che le parole sono importanti, lo sono altrettanto i luoghi in cui queste vengono pronunciate, o taciute. 

Via Fossano, 8 si trova in un quartiere difficile della città. Per farvi capire e riassumere all'osso, quando chiedi le indicazioni da quelle parti, può capitarti che ti rispondano: "la via che cerca sarebbe di là, ma non le conviene passarci" e magari sono solo le sette di sera. Un quartiere però al centro, come molti altri della città di Torino, di un'importante operazione (cominciata da tempo) di riqualificazione delle aree industriali. 

Ho una vera passione per i non-luoghi e per tutto ciò che ne consegue. Ad esempio mi incuriosisce l'idea di un non-luogo (una ex fabbrica abbandonata, quindi non più connotata e disabitata) che si trasforma in luogo, con un nome, un'identità, un'utilità, una bellezza. 

In un'epoca contraddistinta da solitudine, isolamento "nella rete", migliaia di amicizie tutte virtuali, in cui sbucano come funghi battute o vignette sul poverino che aveva centomila amici su facebook e al suo funerale non c'è nessuno etc. etc. invece noto che questo tipo di realtà, polivalenti, dove c'è una palestra colorata, un bar con ottime pizzette, una bibliotechina, un'arena per spettacoli e danze, molte sedie, laboratori per bambini, calcetti e chissà che altro che non ho ancora visto, sono più vive che mai. 

Per dire, mentre ieri cominciavamo la presentazione dei libri che vedete lassù nella foto, era in corso una fantastica partita di basket e quindi gli applausi per gli autori si confondevano con le esultanze dei giocatori e dei tifosi in palestra. Mi sono sentita coinvolta in qualcosa di più grande di me, che dava un senso anche alla scrittura di romanzi, alla coraggiosa scelta di avere una piccola casa editrice nel 2012, al mettersi lì, sulle sedie del Comune di Torino, a parlarne, a spargere parole nell'aria, sperando che qualcuno le ascolti, per passare il tempo, per stare bene insieme. Quindi, pensavo, se c'è qualche adolescente che legge questo blog, quando ti dicono "lascia perdere" che non ha senso fare le cose, ecco, quello è proprio il momento migliore per iniziare a darsi da fare.

Da ragazzina mi intrufolavo in moltissime presentazioni di libri. Volevo vedere le facce degli scrittori, sperando di ricavarne un insegnamento, di carpire un qualche mistero. Poi al momento delle "domande del pubblico" mi prendeva il panico, mi guardavo le scarpe, mi batteva il cuore. 

Adesso la vita (la nemesi!!) mi ha portata a queste serate-nostop di interviste a scrittori, che sono forse più alla fine delle chiacchierate sui libri, sulla scrittura ma anche sul senso della vita. Non ci posso ancora credere. Faccio le stesse cose di un tempo: mi prende il panico, mi guardo le scarpe, mi si accelera il cuore. Però vado. Rischio di fare scena muta, mi dimentico tutto quello che avevo pensato di chiedere ma mi lascio trasportare da quello che questi scrittori hanno da dire. In attesa sempre di un segreto, di una rivelazione. Che, naturalmente, non avrò mai. Perché, come diceva qualcuno, il bello del viaggio poi è il viaggio stesso più che la destinazione.

Detto ciò, tra le mille cose che ci hanno raccontato gli autori di ieri, un argomento in particolare mi ha colpita. Le periferie. Reali o dell'anima. Un tema su cui da qualche anno il mondo della cultura e delle arti si interroga con insistenza. Le periferie e le vite che vi abitano, la possibilità di una salvezza dal confine, dal degrado. Mi è tornato in mente, tra l'altro, quel piccolo libro che vedete nell'ultima foto, Periferie, a cura di Stefania Scateni (Laterza), che era uscito nel 2006 - poco prima stavano iniziando a bruciare le banlieues francesi che "si ribellavano alla loro stessa invisibilità". Bruciavano per farsi sentire, per manifestare un disagio, una rabbia.

Ieri sera quindi abbiamo parlato anche della periferia, del viverci, del raccontarla, del sentirla nel sangue. A me appassiona, anche perché ci sono cresciuta, per i primi ventanni della mia vita, in periferia: e quegli spazi aperti, bianchi, da cui vedevo le montagne, i giardini, la Fiat, sono il mio panorama mentale, quegli spazi da rifare, che oggi assomigliano a città di lego, che mi spezzano il cuore, spazi da ridipingere, pagine bianche su cui riscrivere una storia nuova della città, creare rituali, o almeno provarci, dove infatti adesso stanno nascendo tante idee nuove. Negli angoli dove negli anni Ottanta pullulavano mucchietti di siringhe, io oggi vedo altro, le nuove generazioni vedranno progetti, colori, musica e iniziative diverse. I tempi sono davvero cambiati. 

Poi la discussione è passata allo specifico dei singoli romanzi e a tante altre cose. E insomma mi pare che sia andata bene. E oggi si ricomincia! Voce del verbo: cascare dal sonno, ma non importa, i libri ci terranno svegli. 

E poi stasera c'è Freak Antoni!! (Insieme a Guido Catalano).