Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

sabato 31 dicembre 2016

Il libro dell'anno, per un anno tra amici

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli

Giunto l'ultimo giorno dell'anno, ecco il libro che ho scelto per rappresentare il 2016 e per un buono auspicio nell'anno nuovo. 


Innanzitutto, ho scoperto e imparato una cosa. Ovvero che anche gli ultimi giorni di un anno sono importantissimi e possono determinarne il colore, i sapori e il ricordo. Questo libro mi è capitato proprio verso la fine di questo anno per me speciale e davvero è diventato il simbolo di qualcosa su cui rifletto da un po' di tempo. 

Non posso negare di sentirmi felice, in questo momento. Non capita tutti i giorni, anzi, lo sapete tutti, non capita quasi mai. Eppure tutti, proprio tutti, possiamo dire di aver avuto un giorno felice nella vita, uno o due. Per me oggi è uno di quei pochi ed è bello poterlo condividere con voi.

Uno dei motivi per cui sono felice è perché dopo tanto pensarci in questo momento sento vicini alcuni amici come non mi era mai capitato nella vita. 

Personalmente, ho sempre avuto grossi problemi con l'amicizia. Se il mitico Tiziano Ferro ci ha insegnato che "l'amore è una cosa semplice", chi sa dire qualcosa di definitivo sull'amicizia?

Per molti anni ho creduto di essere una asociale. Se vi chiedete cosa passi per la testa a quel tipo di amici che vi tirano pacco, rispondono dopo ore, non chiamano quasi mai, arrivano in ritardo, potete chiedere a me. Potrei scriverci un trattato. Ma per fortuna, ci ha pensato questa meravigliosa donna. Questo è stato il periodo in cui, grazie a Susan Cain e alcuni altri, è andata di gran moda una parola: introversi. Ecco svelato il mistero della mia vita. Ero introversa e non lo sapevo. Qualche volta ho creduto, ed era vero, di essermi comportata da maleducata, questo sì. Ma non avevo mai dato un nome al mio carattere: introversa. Che non vuol dire timida e, soprattutto, non vuol dire asociale. 

Ho sempre saputo di amare molto le persone. Molte, forse troppe volte ho rifiutato di stringere legami per paura di provare sentimenti di amicizia troppo forti.

Questo è stato un anno bello per me, ho appena detto di sentirmi felice. Ma è stato anche un anno in cui ho visto andarsene alcuni amici di famiglia. Una in particolare che mi è stata vicina come un angelo custode in quei momenti in cui non sai dove sbattere la testa. E ho scoperto il valore degli amici. Quelle persone che se ti guardi indietro ci sono sempre state, non ti hanno mai giudicata, si sono anche molto arrabbiate se è il caso, e scelgono di essere sempre al tuo fianco. Per il solo fatto che, senza motivi specifici, sentono di volerti bene e tu senti lo stesso. Questo è incredibile, ed è una delle cose più straordinarie e notevoli di questa vita.

Questo piccolo libro racconta in verità molte storie di non-amicizia, anche. E l'amicizia si tratteggia per sottrazione, come spesso accade si definisce qualcosa attraverso ciò che quella cosa non è. 

L'ambientazione è perfetta per esplorare i comportamenti sociali: un kibbutz! Facile nelle nostre vite fatte di piccoli nuclei separati, ritrovarsi ogni tanto a brindare e poi ciao. Provateci voi a vivere in un kibbutz, per di più negli anni cinquanta in Israele, dove le regole sono qualcosa di molto ben definito, dove proprio per questo sembra che nessuno le rispetti per davvero. Dove la convivenza è una scelta forzata ma talvolta si trasforma in scelta autentica. Dove i sentimenti seguono l'istinto e la ragione non può nulla e dove la compassione alla fine aggiusta le cose.

Ma badate, Oz in questa storia di destini intrecciati, di racconti brevi fatti di personaggi che ritornano e si incontrano, non offre facili spiegazioni:

Tornata nella sua stanza, Osnat si è versata un bicchiere d'acqua con succo di limone e si è tolta i sandali. E' andata scalza alla finestra aperta e ha pensato che quasi tutti hanno bisogno di più calore e più affetto di quanto gli altri sono capaci di dare, e che questo scarto fra richiesta e offerta non ci srà mai nessun comitato del kibbutz che riuscirà a colmarlo. Il kibbutz, pensava, cambia forse un po' le regole sociali, ma la natura umana non è affatto semplice. Invidia, meschinità e cattiveria non c'è modo di estirparle con una votazione all'assemblea del kibbutz.

Ed è vero, Osnat pensa queste cose, queste parole. Eppure, e Amos Oz riesce a compiere un piccolo miracolo letterario, lei non agisce così. Vedrete nel racconto. Non segue, nei suoi gesti, questi pensieri. Lei si comporta diversamente. Dice, dice, ma poi fa. E l'amicizia alla fine mi sa che è questo. Fare. Magari poco. Senza nemmeno accorgersene. Diciamo che è un fatto di esserci. Ognuno nel proprio modo, estroverso o introverso che sia. 

Qundi questo è il mio augurio. Trovare i propri amici. A me è successo, a ben vedere, ne ho trovati pochissimi e credo sia quella la natura dell'amicizia, essere rara. Infatti, è una questione di ricerca di materiali preziosi. Ed è buffo perché non sai nemmeno spiegare perché una pietra preziosa lo sia più di altre: lo sai e te la tieni stretta.

Insomma, spero che il vostro nuovo anno sia tra amici, come questo libro. E che gli amici che non ci sono più restino con noi nel ricordo. Il cuore lo sa e, come ha scritto Grazia Deledda in una delle sue pagine, "il cuore non invecchia mai". Buon anno e buone letture a tutti!

domenica 26 giugno 2016

Café au lait - Il paradiso degli animali.

 David James Poissant, Il paradiso degli animali, NNE Editore








Per la rubrica dedicata alle letture alternative, libri da paesi lontani, editoria indipendente, bibliodiversità, digitale e in generale tutto quello che ti fa dire olè! ho scelto questo mese Il paradiso degli animali.  

Dal momento che spesso do consigli lettarari in rete (non richiesti ma spero apprezzati), altrettanto spesso ne vado in cerca; ho scoperto questo libro per caso, sbirciando il catalogo dell'editore, e quando ho letto e ascoltato le opinioni di una brava libraia e una brava booktuber, ho confermato la bontà della mia scelta.

Trovo il titolo ben riuscito: mi sono cullata un bel po' nel bel suono delle parole che lo compongono, sospendendo le domande su cosa potesse essere questo paradiso, e poteva essere qualsiasi cosa: fino alla scoperta, nel corso della lettura, del significato del titolo che non vi svelo ma che era semplice e toccante.

Si tratta di una raccolta di racconti, alcuni collegati tra loro e altri no, in cui a un certo punto compare un animale che - talvolta più talvolta meno - ha una qualche attinenza con la storia. 

Può essere un alligatore, un gatto, un bufalo, uno o più scoiattoli.

Non sempre l'animale è un simbolo di qualcosa, ma spesso sì, ha un significato narrativo, psicologico, addirittura magico, quando non allucinatorio.

E questa idea in quanto tema o filo conduttore dei racconti merita già la lettura, ma l'autore, pluripremiato negli Stati Uniti (nel 2015 ha vinto il New Writers Award for fiction), va oltre e indaga soprattutto le emozioni più autentiche che scaturiscono dalle relazioni umane. Lo scenario è il sud degli Stati Uniti con tutte le sue tradizioni culturali e religiose a corollario dei rapporti umani che vi si formano dentro, fuori o a lato. Le sue ristrettezze e le sue aperture. 

Ci sono personaggi i più variegati. Coppie, trentenni in crisi, genitori, figli, adolescenti, neonati, fratelli e molte malattie e parecchie morti. E, appunto, questi animali che scorrono, passano, stazionano, fuggono, ci lasciano le penne, esistono, si palesano, ci assomigliano, ci guardano da distanze incolmabili, eppure molto vicini.

Tanto per dire, ho appreso che "Ai lupi piace il caffè istantaneo. L'ho imparato da qualche parte su wikipedia". 

Ma non pensiate che questo lupo, come gli altri animali qui presenti - ad esempio gli ippopotami "E sai cosa non fanno? Non abbandonano i loro compagni. E poi, soprattutto, istintivamente sanno come prendersi cura dei loro piccoli" - non sempre sono solo animali. Bensì sono tutto quello che ho elencato prima (simboli etc.) ma anche qualcosa di più, sono personaggi di trame parallele e specchi dei comportamenti umani, catalizzatori e amici. 

In questi racconti c'è tutta la letteratura del sud e i problemi della contemporaneità senza enfasi ma al cuore delle cose, talvolta però con l'acceleratore spiegato sul versante di un'intensità che può turbare. 

Ci sono vicende quotidiane e universali oppure storie dalla spiccata unicità, storie drammatiche e in tutti i casi raccontate con una consapevolezza piuttosto matura.

Questo libro in definitiva a me è parso una riconferma ennesima di quanto sia bello e trasformativo l'imbattersi in una voce che ti sappia raccontare la vita (tanto quanto le favole o le idee) con abilità.

"L'approvazione è il premio di chi sa raccontare le storie migliori".

Dice lo stesso Poissant in uno di questi racconti di pregio, che consiglio dunque a tutti di leggere al più presto: armati, mi raccomando, di coraggio, forza e curiosità per le narrazioni senza tempo. 

E se vi piacciono i racconti di animali come favole urbane spero che visiterete il mio blog dove mi cimento proprio con questo genere di storie: Acqua Naturale! Buona lettura! 



 

mercoledì 27 gennaio 2016

Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (E altri animali)

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale, Nottetempo

Ho letto questo libro in pdf: dono ricevuto da un editor di una casa editrice che non è quella del libro in questione, ciò a dimostrare che in editoria può esistere anche solida amicizia tra scrittori, editor e blogger. 

Dopo questa nota di positività, arrivo al dunque. L'autore è un esordiante italiano, Gabriele Di Fronzo, la casa editrice è Nottetempo

Il protagonista di questa storia si chiama Francesco Colloneve e di mestiere fa l'imbalsamatore, o tassidermista. Da subito appare la sua voce:

Mi chiamo Francesco Colloneve e di mestiere sono un tassidermista, le ragioni per cui imbalsamo animali sono le ragioni che le persone che a me si rivolgono hanno per domandarmi di farlo, sono dieci anni che lavoro tenendo dietro ai motivi dei miei clienti, ma è altrettanto certo che a parer mio faccia piú compagnia un cane morto e poi impagliato invece di un criceto che pure sia tuttora vivo e vegeto.
  
Una voce gelida ma alla quale stranamente ci si affeziona. E comincia la costante e chirurgica descrizione del suo lavoro. 

Il mio lavoro, facile capirlo, ha a che fare con la parte viva dei morti.

Fino a che tutto il libro si concentra sul personaggio del padre morente. Attorno a cui Francesco, nella difficoltà di accettare l'ineluttabile, costruisce una forma disperata, logica, perfetta e devastante di attaccamento. Incapace di accettarne la fine, come ogni figlio, tenta l'impossibile, un eterno inizio. E l'impossibile ha a che fare proprio con il suo mestiere.

Questa è stata definita una storia gotica, a ragione. Una storia-non-storia: altrettanto vero. A me ha fatto pensare inevitabilmente all'Anno de pensiero magico di Joan Didion e L'animale morente di Philip Roth. Struggente narrazione attorno alla morte, Il grande animale mi ha riportata più vicino che mai a ciò che di peculiare ha la grande letteratura: la vicinanza alla follia, e insieme la capacità di guarirne attraverso il racconto. 

Aggiungo che gli animali per me sono particolarmente importanti, specie negli ultimi tempi. Ho appena letto questo post ad esempio su Io e Mabel, un libro che leggerò presto, in cui Mabel, la protagonista, è una astore. 

Aggiungo due segnalazioni di progetti cui tengo molto, uno è una rubrica radiofonica che portiamo avanti su Radio Banda Larga nel programma Pillole Concezionali, proprio dedicata agli animali, che si può ascoltare tutti i giovedì sera qui. 

L'altro è un blog in cui scrivo brevi racconti tutti con protagonisti animali, che si chiama Acqua Naturale. 

Gli animali sono davvero dei misteri viventi e ci restituiscono, se sappiamo rispettarli, molte informazioni ed emozioni inattese. 

Buona lettura a tutti. 



martedì 9 giugno 2015

"In una delle mie vite, sono una scrittrice".


Il titolo di queso post è l'incipit di un racconto di Deborah Willis pubblicato sul diciottesimo numero della rivista Colla, che compie tra l'altro cinque anni.  Colla - Una rivista letteraria in crisi è una gran bella rivista, non sono tante in Italia (presto un altro post sull'argomento...) e questa merita per il suo respiro internazionale e la scelta sempre accurata dei collaboratori. La seguo da un po', ma solo da poco ho cominciato a conoscerla meglio. E in particolare adesso grazie a questo racconto di Deborah Willis.

Avevo già raccontato della mia scoperta di questa autrice canadese che mi ha tenuto compagnia due estati fa, era il 2013 e usciva questa bellissima raccolta di racconti.

Quello che invece prende il titolo di La doppia vita (tradotto da Serena Patrignanelli) è di natura un po' diversa: è un racconto autobiografico.

La scrittrice dentro di me legge e scrive e pensa alle storie costantemente. Questa scrittrice – chiamiamola Deborah Willis – ha speso intere, piacevoli giornate a preoccuparsi di virgole. Preferisce stare da sola. Se squilla il telefono mentre sta lavorando, lo fissa, inorridita, e si rifiuta di
rispondere. La sua schiena è curva per il tempo passato piegata sul portatile, i suoi occhi sono affaticati dallo schermo del computer, e recentemente le è venuto il tunnel carpale. Chi dice che la vita dello scrittore non è faticosa? Può portare, tra gli altri disturbi, all’ossessione per se stessi e a una carenza di vitamina D. Per fortuna, c’è un’altra me, e lei esce di più. Lavora in una libreria, il
che significa che è sempre in piedi, a spostare libri su e giù dalle scale, a metterli e a prenderli dagli scaffali

 Si tratta, come avrete capito, della semplice e delicata storia di una vita molto privata (quella della scrittrice) che coesiste con una vita molto sociale (quella della libraia).

Gli amici di Colla mi hanno fatto scoprire questo racconto (grazie!) in un momento particolare della mia stessa vita ed è scattata subito l'identificazioni. Al di là dei due mestieri messi in campo, questo racconto gioca infatti sulla "doppia vita" o doppia natura di chi ama la solitudine tanto quanto lo scambio con gli altri e la via comunitaria. Insomma, parla di moltissime persone in realtà e di quel perfetto equilibrio che ogni tanto si crea tra queste due dimensioni. La capacità di un'opera di essere paricolare e specifica e universale insieme la rende di grande valore. Ci aggiungo che, nel mar dei Sargassi di tanta spocchia che spesso purtroppo coinvolge la grande maggioranza degli scrittori, la canadese Deborah ci regala, nel finale che spero scoprirete, anche un utile bagno di umiltà.

(Quanto a me, sono a Roma per una simpatica circostanza di cui presto racconterò!). Buona lettura.

mercoledì 24 dicembre 2014

Racconto di Natale.



Sulla spiaggia di Yves Rolane, il cane Jackie camminava lento. Il suo conduttore John lo aveva lasciato libero, erano soli ed era la sera di Natale. John non se la doveva passare bene per ritrovarsi solo con un cane su una spiaggia deserta la vigilia di Natale. Ma Jackie questo non poteva saperlo, e si mostrava sereno, neutrale rispetto a una contingenza che all'uomo invece pareva triste.

Quello che videro in lontananza in acqua non fu un urlo, un allarme, un boato, ma un semplice fruscio della superficie marina, sotto un cielo che cominciava la sua danza di colori del tramonto di dicembre.

Jackie per vocazione e per mestiere era un cane da salvataggio. E così senza indugiare si tuffò di corsa da riva verso il largo. Le onde erano di media grandezza, ma potevano già spaventare sia le persone che gli animali. Jackie però nuotava a ritmo costante, di chi è allenato a certe evenienze.

Il fruscio era a sua volta un nuotare scandito ed esausto, indicativo di qualcuno che stava cercando di mettersi in salvo da chissà quanto tempo. Nonostante l'alto mare, la persona metteva un braccio davanti all'altro senza smettere. Non sentiva più le gambe, il dubbio di averle ferite, malate, perse le percorreva la mente, ma doveva conviverci con quel dubbio, se voleva vivere. E nuotare voleva dire almeno provarci.

Ora vedeva la riva, e il cranio bianco di Jackie il labrador.

John adesso lo aspettava sul bagnasciuga. Non più solo, ma in compagnia di quel mistero umano che il suo cane gli trascinava dal mare.


[Buon Natale a tutti!!]

lunedì 4 agosto 2014

Una bici piena di ricordi.


Il tempo vola, ma Tazzina-di-caffè resta! Più che volare, qualche volta rallenta o cambia ritmo. Ma non conosco niente di meglio dei cambiamenti, nella vita. Ah no sì conosco qualcosa di meglio. La fedeltà (a se stessi e agli oggetti del proprio amore). La bici è una delle cose che amo di più, anche se la mia me l'hanno rubata e non ho ancora avuto il coraggio di ricomprarla, come anche i racconti. 

Ringrazio allora Mila Orlando per questa piccola deliziosa storia di bici e con lei ringrazio tutti gli amici di Econote.it che anche questo mese ospitano un post mio sulla decrescita e sul leggere i classici (e sì, se ve lo stavate chiedendo, c'entra sempre quel genio immortale di Italo Calvino). Auguro nel mentre buon viaggio a Marianna e Antonio, che seguo spesso su questo avventuroso blog

Stanno facendo il giro del mondo e sono curiosa di sapere cosa vedono intorno dentro e oltre il nostro globo terracqueo.

Quanto a me, sono sempre qui a scrivere e a pensare a cose nuove. Nel mentre, ci sono i miei raccontini su Acqua Naturale: bevetene che fa bene (nonostante l'estate più fredda del mondo). Sta diventando un bestiario e ne sono contenta!

 Per chi è in vacanza, tante cose belle. Per gli altri anche!  Buone letture!


Una bici piena di ricordi
di Mila Orlando

Era una pigra domenica mattina di marzo, di quelle di passaggio tra il duro inverno e la timida primavera, quando in cantina trovò la vecchia bici di sua madre. Alla vista di quell’oggetto malandato e impolverato, i ricordi si sprigionarono nella mente. In pochi secondi tornò alla sua infanzia, quando la mamma la faceva salire su quelle due ruote, che avevano consumato il pavè di Milano, per portarla a zonzo per la città. Quanto le mancava la madre, pensò. E quei momenti di spensieratezza non erano più tornati.
La sfiorò con la mano e i polpastrelli si colorano di polvere grigia, così la liberò da quell’incastro di scatoloni che popolava quel regno di storie inscatolate e la portò alla luce del sole in cortile. Era messa male, ma era ancora un oggetto bello. Conservava la bellezza delle storie vissute, come il volto di una donna segnato dalle rughe che alla bellezza aggiungono il fascino dell’esperienza.
Il suo primo desiderio fu quello di salire in sella e farci un bel giro, ma le ruote erano sgonfie, i freni non andavano e i pedali erano ingolfati. Senza considerare che parte del telaio era arruginito. 'Peccato', pensò. Le sarebbe piaciuto utilizzarla. La primavera era alle porte e sapeva che andare in bici faceva venire il sorriso. Glielo ripeteva sempre sua madre.
Poi un’idea le balenò nel cervello. Aveva sentito parlare di un meccanico di biciclette, che faceva miracoli. Gliene aveva parlato una sua amica e ormai era famoso per le strade di Milano, dove non passava inosservato con la sua ciclo-officina mobile. Dopo una rapida ricerca su internet, riuscì a fissare un appuntamento.
Il responso fu positivo, la bici poteva ricominciare a pedalare. Lei e il meccanico fecero un accordo: lui avrebbe pensato alla parte meccanica mentre lei avrebbe riverniciato il telaio. Fu, anche quella, una bella sfida. Era una cosa che non aveva mai fatto, ma quella piccola azione che si riservava di fare nel finesettimana le stava facendo capire il valore del riparare le cose piuttosto che buttarle. Stava dando una seconda possibilità a un oggetto, che era stato molto importante per la persona che aveva più amato nella sua vita. Ritornare in sella le avrebbe fatto sentire ancora più vicino il ricordo di sua madre.
Ci volle un po’ di tempo, ma alla fine il telaio fu completamente riverniciato e il meccanico aveva fatto la sua parte. La bici era come nuove. “Hai visto che potrai farla pedalare ancora? Se due ruote sono valide e fanno quello che devono fare, non c’è bisogno di comprare un mezzo nuovo”, le disse il meccanico mentre si congedava.
Lei gli sorrise, ringraziandolo con un cenno del capo. In alto il sole splendeva e illuminava Milano, riscaldata dall’arrivo della prima. Era ora di salire in sella e pedalare. Lo fece e iniziò a sorridere, proprio come faceva sua madre. 'Sai bambina mia, è un bellissimo modo per sentirsi liberi'. Ed era così.


____________________________________--
Questo racconto è liberamente ispirato all’intervista a l’Officina Ciclante contenuta in “Bike Marketing. Come la bici fa bene la business”, di Mila Orlando edizioni 40k

lunedì 30 giugno 2014

Italo Calvino, Palomar.

Italo Calvino, Palomar, Mondadori


"Come il gorilla ha il suo pneumatico che gli serve da supporto tangibile per un farneticante discorso senza parole, - egli pensa, - così io ho quest'immagine d'uno scimmione bianco. Tutti rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono".

Tra le mie letture ricorrenti, proprio come i sogni talvolta, in questo caso per niente incubi, c'è la nota biografica di Italo Calvino posta all'inizio di tutti i suoi libri.

Lo scherzo del destino è che lui sfuggiva alle biografie, omettendo fatti della propria vita, o addirittura inventandone. Chissà cosa penserebbe se sapesse che una sua lettrice periodicamente va lì e si rilegge la sua biografia ufficiale di proposito per farsi gli affari suoi!

Ho sempre pensato che Calvino sarebbe stato un grandioso blogger, e l'ho scritto spesso tra queste righe. Oddio, non proprio sempre, ma di sicuro da quando ho capito le potenzialità espressive dei blog. Oddio, non che le abbia capite tutte ancora e a pieno, ma insomma mi avete capita. Oddio!

Palomar è uno dei suoi capolavori, ed è per me sempre una scoperta rileggerne la genesi di tanto in tanto. Penso che Calvino, chi lo sa, magari anacronisticamente negli anni difficili della sua soffittina torinese, ne avrebbe inseriti dei piccoli pezzi in un blog, che avrebbe chiamato... 

Ah, che bello immaginare!

Tornando a noi: nascevano nella sua mente queste descrizioni di cose (che notava sulla spiaggia, in giardino, sul terrazzo, al mercato o nel cielo o nella società degli uomini) e le trasformava in visioni di questo personaggio fantastico chiamato Palomar. 

Il primo di questi racconti, La lettura di un'onda, è uno dei primi suoi che ho letto nella vita, al liceo, e lo porto sempre, come si dice, nel cuore. Come esempio di perfezione. E di ricerca di dire quel che forse non si può dire: la bellezza della natura, quella scintilla di senso del giusto che prende all'improvviso, e il suo mistero. Poi ci sono racconti più terreni, o più spiritosi, anche quando riguardano cose celesti. 

Un buon modo per dare continuità a questo blog, mi pare dunque aggiornare di tanto in tanto le mie letture, che influenzano anche ciò che sto scrivendo in questo periodo, come anticipavo due post addietro. E ricordare a chi passa per di qua che, se ne avesse voglia, può bersi in mia compagnia (o meglio dei miei racconti brevi) un bicchiere di #AcquaNaturale su questo blog qui. Sperando vi piaccia e vi disseti in questi mesi estivi, e oltre.


mercoledì 9 aprile 2014

Bella mia e pensieri sul terremoto.

Donatella Di Pietrantonio, Bella mia, Elliot Edizioni

Ma sulla collina di fronte si può ammirare un borgo distrutto dal capriccio della scossa, e in direzione opposta, giù in fondo, quella macchia indistinta è L'Aquila. Potrebbe ancora essere la città leggendaria delle novantanove chiese e delle novantanove fontane, vista da qui. Potrei darmi appuntamento con qualcuno alla Fontana Luminosa, stasera, e dopo un film al Rex tirare tardi in una birreria del centro. Alle sette di domattina mi svegliavano le campane di San Pietro e andavo al lavoro a piedi tagliando per i soliti vicoli.

I soliti vicoli, il bisogno che abbiamo tutti, o quasi, di abitudini, anche piccole, anche solo visive. La mia città, il mio paese. Parole che, non si sa perché, a qualcuno tocca di non pronunciare più, di colpo, senza volerlo, da un momento all'altro. Capire cosa ci chiama a questo destino, è un mistero. Tentare di arginare il dolore, è ciò che poi fa scorrere fiumi di inchiostro.

E qualche volta questo fiume di inchiostro prende forme bellissime, e diventa letteratura vera, seria, di valore. Donatella Di Pietrantonio di fiumi se ne intende, dato che è la stessa autrice di Mia madre è un fiume. Se ne intende anche di madri.

Dio ha soccorso mia madre fin dal primo momento, è entrato dentro di lei con la potenza della sua voce a suggerire un senso allo strazio.

 Visto che qui, in questo splendido, imprescindibile romanzo si parla anche di una inusuale, quanto sorprendente forma di maternità forzata.

Non riesco ad amarlo tutto, questo ragazzo. Alto, secco, un corpo di linee spezzate e mai curve, una debolezza improvvisa nel disegno delle gambe, appena sotto il ginocchio. La nonna lo tratta sempre da bambino, non so come regolarmi, io. 

Io è la protagonista di questa storia, la voce narrante. Una donna che porta su di sé l'onere dell'essere sopravvissuta alla incantevole e perfetta sorella gemella Olivia, che aveva un figlio adolescente, Marco e ora le tocca prendere il posto della madre, in qualche modo.

Era il 6 aprile del 2009. Una di quelle date che un italiano non potrà più scordare. Il terremoto più feroce degli ultimi tempi, che ha fatto crollare case e non poche certezze per troppe vittime. Questo è un romanzo che parla di quei fatti con onestà, con dignità, con pudore ma senza sconti. Senza segreti, solo dolore, poesia, manifestazione pura dell'amore. 

Non avevamo bisogno del terremoto. Ognuno possedeva già i suoi dolori.

Ecco: penso che questa storia sia proprio questo. L'amore che si manifesta nelle conseguenza di una disgrazia. La bellezza che suscita dalle macerie. La vera bellezza. Quella cui tutti, da sempre, girano intorno. E provano a immortalare. 

Donatella Di Pietrantonio, che è dentista pediatrico di professione, ha scritto una storia che fa rima con il suo mestiere. Si è presa cura di qualcosa di fragile, e di molto delicato. Ha messo le mani, la mente, il cuore, se stessa e il suo talento al servizio di quei luoghi, quelle emozioni, dove il dolore può essere potenzialmente il peggiore di tutti. Il terremoto che in un qualche modo assomiglia, moltiplicato per mille, al crollo dei denti. A qualcosa che lascia distrutti, e senza parole. Lei è lì che è andata a incidere. A riparare.


A latere, ma volentieri, segnalo anche un altro bel libro proprio sull'argomento del terremoto. Una raccolta di racconti, con prefazione di Valeria Parrella, della benemerita Neo Edizioni, Trema la terra. Ringrazio entrambi gli editori per avermi fornito i libri citati in questo post. Sono state letture molto importanti, che consiglio a chiunque volesse tornare sull'argoment con la grazia di scritture di pregio e umanità. Li ho citati entrambi oggi durante la trasmissione radiofonica La Trattoria Delle Parole, su Radio Banda Larga. 

mercoledì 4 dicembre 2013

Raccontino pre-Natale.



(Amici: tradizione di questo blog è un raccontino di Natale. Per questo 2013, poiché non scrivevo raccontini da un sacco di tempo, ho voluto anticipare, e ricominciare a scriverne ancora: sempre da leggere insieme a una tazzina di caffè!! Tipo gianduiotti. Buona lettura).


Sebastiano sfogliava una rivista con il ginocchio attorcigliato al palo del tram numero 16. 

Sul display, la data era ferma al 26 di novembre, l'ora alle 15.23. In verità, erano le 23.35 dell'8 di dicembre. Il gelo di quella notte che stava arrivando gli pungeva il naso, e più volte aveva già starnutito. 

L'altro ginocchio stava appoggiato alla bici pieghevole, tenuta insieme ben salda da una catena arrugginita. 

Il blu dei suoi occhi quasi faceva luce sulle pagine bianche della rivista.

A ogni fermata salivano persone.

Diana: una piccolina sui cinquanta. Pantaloni leopardati, borsa di vernice, stivali bianchi, guantini bianchissimi con i brillantini che lasciavano le dita libere. Libere di rifornirsi di continuo dentro un pacchetto di caramelle gommose rosa fluorescente. Un tizio le sorrideva. Il figlio o forse un giovane amico.

Poi era salito Nino, vicino ai cento anni, con un cappello molto grande. Che era caduto schiantandosi sul pavimento. Risollevato da due altissimi trentenni senegalesi, aveva chiesto scusa al mondo, in direzione di nessuno. 

E alla fine era salita una ragazza. Lily. 

In testa, un cappuccio verde scuro di lana, una giacca a vento qualunque e un paio di stivali di quelli che tengono molto caldo. Tra le mani nude, teneva una cesta di vimini che aveva tutta l'aria di pesare quanto lei.

Lily si era seduta accanto a Sebastiano, e lo aveva guardato negli occhi. Per un secondo di orologio. Poi aveva guardato la cesta.

Il nero-notte delle sue pupille, incontrando il blu-giorno di Sebastiano aveva composto come una fascia appena visibile di un colore grigio molto bello, molto interessante.

Lui starnutiva troppo. Lei era quasi sfacciata, a furia di guardarlo e di scrutare le pagine della sua rivista di motori? Bricolage? Non si capiva. Sfacciata ma anche seria, come stesse studiando un caso. 

Non tradiva niente. Il suo volto era di marmo. Gli occhi di Sebastiano di ghiaccio. Di un bel ghiaccio di Natale.

Fino all'ultimo istante, lui era stato insospettabile. Nessuno avrebbe detto mai che voleva parlare. Invece, aveva, alla fine, detto:

 - Scusa.
 - ...
- Scusami, non resisto.
- Cosa?

Aveva risposto lei, con un lampo di terrore. Spingendosi all'indietro.

 - Non volevo spaventarti.

Lui era delicato. Si muoveva piano.

 - ...
- Non resisto comunque.

E si passava una mano tra i capelli.

 - Tu porti in giro di notte una cesta di vimini. Vorrei sapere cosa c'è dentro.
 - Dentro?
 - Cosa c'è dentro.
 - ...

Lily faceva pause lunghe. In cui fissava negli occhi. Non seria. Terribile addirittura. 

 - Mele. Arance. Sapone. E un libro.

Aveva inventariato le sue cose, aprendo il portello della cesta.

 - Porti queste cose con te, di notte?
 - Sì.
- ...
- Molto strana. 
- ...
- La cesta. Con la frutta e le tue cose.
- Tu leggi?

Era intervenuta lei, con una voce da gatto.

 - Tu leggi un articolo che dice: VANTAGGI DEL FAI DA TE.
- ...
- Normale? Ti sembra più normale? Meno. Strano?
- No, infatti guarda.

Sebastiano aveva schiacciato la pagina con il pollice intirizzito dal freddo. Con il palmo rosso della mano, che sembrava morbida, alla vista.

 - C'è scritto S-VANTAGGI. Tu non hai visto la S.

Lily si era sporta all'eccesso, al punto che Sebastiano ne sentiva il profumo di Giappone tra i capelli, di sapone, di mele e di arance. E di pagine di libro.

 - Quindi?
- Quindi cosa?
- Non sei solo? Sei solo?

Lily spaventava tutti con lo sguardo di pietra.

 - Sono solo. Completamente solo. Io e la bici. E la catena. Ma ho anche perso la chiave. 
- E la rivista, anche.
- E la rivista.

La città diventava una città morta. E sarebbe potuto non succedere niente anche per molte altre ore, settimane, mesi. Secoli. Lily doveva scendere, la sua casa stazionava immobile, proprio di fronte alla fermata. Aveva già le chiavi in tasca. Per aprire più facilmente la porta, senza dover rovistare troppo a lungo nella borsa.








domenica 1 settembre 2013

Svanire.


Deborah Willis, Svanire, Del Vecchio Editore

Svanire nel mare.

Svanire in un calice (di Ormeasco).


Questo è stato un po' il libro della mia solitaria estate. 

Svanire.

Appariva e scompariva - svaniva in effetti - dalle mie borse e valigie o sul comodino. Soprattutto mi ha tenuto compagna quando mi sentivo di svanire un po' io stessa dagli impegni e dai pensieri. 

I romanzi poi fanno questo: ti prendono e ti portano via con loro, dove vogliono, in sicurezza - perché tutto nasce dalla fantasia - ma nella verità più vera perché tutto accade come una ricchezza reale e un regalo.

Ah. Ma questo non è un romanzo! 

Bensì...

Non direi proprio una raccolta di racconti ma un concept-libro. Vi piace questa definizione? Ovvero una serie di avventure che hanno un comune denominatore, quello dello svanimento, si dice così? Insomma, dello svanire.

In tutte queste short tale c'è un punto di rottura - come in tutti i racconti validi - ma sempre connotato da una sparizione. Ed è fantastico, perché poi man mano che li leggi te l'aspetti: allora, cos'è che svanisce di bello questa volta?

Una sorta di prestidigitazione letteraria meravigliosa che esprime tutto il mistero, tutto il magico e il sovrannaturale della grande narrativa. D'altro canto, svanire (o essere invisibile) non è prerogativa delle cose sacre?

Questa interessante autrice canadese ha tra le altre cose ricevuto il plauso niente meno che di Alice Munro, quindi per me è una sicurezza di qualità. Fidatevi.

Una scrittura dritta e pulita, nella piena tradizione, dico la mia, di un minimalismo classico e ben confezionato. Una scrittura profonda e lieve insieme, ironica e matura, considerata anche la giovane età della scrittrice, che è nata nel 1982.

Sono tutte storie possibili e al tempo stesso sospese in uno spazio e in un tempo distanti, cristallini e scontornati, non senza abili astuzie tecniche da vera maestra. I personaggi sono scolpiti e densi, lo studio psicologico notevolissimo.

Il mio preferito è Il planetario, data anche la passione attuale che ho per le stelle e i pianeti. Ed è una storia delicata e spietata, tenera e inquietante sull'adolescenza e le repentine svolte del destino. Insomma, avrete capito che ricorrono i contrasti, in questa pregiata raccolta. E la linearità al grado zero del linguaggio aggiunge talento al talento.

Alice Munro ha definito alcune caratteristiche di queste storie stupefacenti

Sono perfettamente d'accordo con lei! 

Mi ha consigliato questo libro la mia amica Sara Lanfranco, che lavora alla bellissima Libreria Therese (quella nel Cinema Centrale). E, sempre in tema di coincidenze, Deborah Willis lavora come libraia nella Columbia Britannica. L'ho acquistato subito con gioia e curiosità, sicura di fare un ottimo investimento. Quella sera per me è stata particolare, la ricordo ancora e non sempre è così perché tante volte i giorni scorrono sempre uguali, e di lì a poco avrei scoperto che sarei andata ad abitare anche nelle vicinanze! La vita è tutta costellata di combinazioni a saperle scovare, e qualche volta indizi di belle sensazioni, dicevamo, ed è vero, spero lo sia anche per voi!


domenica 23 dicembre 2012

Il racconto di Natale.




Questo è il mio raccontino di Natale.

Ed è il mio modo per fare gli auguri a tutti voi che passate da queste parti, vi ringrazio tanto e vi auguro il meglio, che possiate essere felici per la maggior parte del vostro tempo. Con affetto.


Viaggio di amici di Natale


La luce era scesa in salotto; la poltrona gialla da chiara, diventava scura. 

Lily guardava la televisione, che brillava di raggi blu e arancio, ma non capiva bene le parole e la trama dello sceneggiato. Dopo tanti anni in Italia, certe cose restavano ancora senza senso. La giornata al ristorante l'aveva stancata, mancavano due giorni a Natale, non si era ancora fatta la doccia, e aveva in mente suo figlio che le aveva detto di uscire un po' prima, perché aveva le guance scavate e gli occhi con le lacrime. 

Aveva piegato una trentina di tovaglioli, messi sullo scaffale, profumati di pulito. Aveva bagnato le piante, perché quello era il suo compito principale. Oltre a piegare i tovaglioli e stirarli.  

Ora, seduta sulla poltrona di casa, al buio, con la tazza di tè colma a metà, prima di alzarsi, si era passata una mano sullo chignon di capelli grigi. Non era spettinata. Si era guardata la gonna marrone di velluto. Era elegante? Non se l'era mai chiesto. Quella era la prima volta. Era un dicembre rapido, senza il tempo per fare domande. 

Si era alzata per entrare nella veranda e ascoltare Singer. 

Di solito, lo ascoltava tutte le mattine alle cinque. Lui la chiamava con la prima nota, lei conosceva tutta la scala, ma quella era il richiamo del risveglio, sotto il cielo indaco, prima che si alzassero dal letto tutti gli altri. Singer era riconoscente, perché Lily in cambio della piccola canzone gli metteva l'acqua nella vaschetta e il miglio. 

Penso che canti solo per me. 

Gli aveva detto lei qualche volta, in cinese, con un bisbiglio che nessuno poteva aver mai sentito nella casa, nel condominio.

E lui le aveva risposto. Sì, è così. 

L'aveva detto in italiano, perché, a sua volta, non era stato capace di imparare mai il cinese.

Singer era un lorichetto fatato, un pappagallino con le ali verdi e il capo rosso, puntini gialli sul petto,  becco crema e una macchia nera sulla nuca. La sua era una specie di montagna, che si alimentava di fiori sugli alberi e si riproduceva sempre tra dicembre e gennaio. 

Lui era cresciuto però in cattività, non sapeva nulla delle abitudini della propria famiglia, ma tutti gli anni sotto Natale cantava con più intenzione, per più tempo, con più voce. Sentiva il richiamo del freddo, che per lui voleva dire invece calore, qualcosa come una nascita. Lily lo aveva capito. Quei mesi per Singer contavano più degli altri. Anche per Lily, da quando si era accorta di quel sentimento del suo amico. 

Passava un aereo nel cielo, rasente la città, si accendevano le prime luci della sera, la nebbia copriva i tetti che Lily poteva osservare tutti i giorni dall'ottavo piano del palazzo. La famiglia era al ristorante, lavoravano tutti fino a tardi, doveva prepararsi qualcosa da sola, non aveva fame, ma tanta sete, quella sera. Le sembrava di sentire l'odore del cibo tutto il tempo nelle narici. Come se non esistesse altro. Si chiedeva se anche Singer non avesse nostalgia di altri profumi, di montagna, perché lei sapeva che lui, come stirpe, veniva da lì, come aveva spiegato il signore del negozio che glielo aveva venduto. 

Lily si era seduta sulla sediolina di vimini accanto alla gabbia di Singer, con gli occhi chiusi. 

Finita la canzone. Si era rialzata. E aveva aperto la porta della gabbia, afferrando Singer con la mano. Andiamo via? Aveva chiesto lui, come se fosse la cosa più normale del mondo. Lei non aveva risposto, ma accennato un sorriso senza mostrare i denti. Il volto era pieno di rughe, ma la sua armonia era intatta, come un mosaico di cui non si riconoscevano i confini tra i tasselli. 

Sull'ascensore erano rimasti in silenzio.

In cortile, Lily aveva liberato la bicicletta dalla catena e aveva infilato Singer in una tasca della sua borsa capiente di lana cotta, e poi messo entrambi nel cestino. Facciamo un viaggio. Aveva spiegato, sempre in cinese. Viaggio di amici di Natale. Se vuoi cantare, canta. 

Lungo una strada di ghiaccio, si erano incamminati ai confini della città. Lily vedeva poco nella nebbia, dalle fessure dei suoi occhi neri, ma teneva salde le mani sul manubrio, senza guanti, sulla linea dritta tracciata dalla pista ciclabile. Singer cantava con più voce, senza fermarsi. C'era profumo di vento e di pioggia. 


domenica 4 novembre 2012

Il pranzo di Babette di Karen Blixen.


Karen Blixen, Capricci del destino, Feltrinelli. 

Ieri a Flash Papers su Radio Flash 97.6 il libro della puntata era questo. Un libro che mi sta molto a cuore. Un libro che contiene un racconto che amo tanto. Un racconto che il cuore lo schiude, lo rapisce, lo rigenera, lo istruisce, lo alleggerisce, lo solletica.

Norvegia. Fine Ottocento. Un fiordo, un braccio di mare e un villaggio sperduto, ma ben organizzato con le sue regole, le sue abitudini, le sue intransigenze. Nella cittadina di Berlevaag. 

La neve e la luce bianca scandiscono le giornate della casina gialla dove vivono le splendide, generose signorine Martina e Filippa - così chiamate in onore di Martin Lutero e del suo amico Filippo Melantone. 

"Il loro padre era stato decano e profeta, fondatore di una setta o di un pio partito ecclesiastico noto e riverito in tutta la nazione norvegese".

Le due ragazze sono bellissime, chiare, luminose e delicate come la neve. Devote e spirituali come il ghiaccio e la rinuncia. E di rinuncia si tratta quando si parla di due uomini, gli unici a transitare invano dalle loro vite solitarie, e di quella strana cosa impronunciabile e illusoria (e inutile, per carità!) chiamata amore. Uno è lo strepitoso Achille Papin - personaggio che vale da solo la lettura (e non vi ho ancora detto di Babette). Il grande cantante di Parigi che si era esibito per una settimana al Teatro Reale dell'Opera di Stoccolma, "trascinando come ovunque il pubblico all'entusiasmo". Per tornare in Francia aveva deciso di passare dalla Norvegia e lì l'incontro struggente e fatale con Filippa. Dopo averla sentita cantare in chiesa, vuole essere il suo maestro. "Ecco una primadonna dell'Opera che stenderebbe Parigi!". Il suo prudente pensiero al riguardo. 

Ed effettivamente nel mezzo di una lezione sul Don Giovanni di Mozart, proprio durante il duetto della seduzione, Achille è estasiato, e bacia Filippa. La quale ne resta colpita. Molto più che colpita. Così molto più che colpita da rinunciare, come si conviene, così su due piedi a quelle pericolose lezioni. Scelta che il padre accoglie con abnegazione: "E le vie del Signore solcano fiumi, figliola mia".

E a dire il vero questi fiumi trovano poi il modo di sfociare in qualcosa di senso compiuto, tanto che molti anni dopo, proprio un rassegnato e malinconico Papin sarà l'emissario di una lettera di accompagnamento per presentare e chiedere dimora alle sorelle per conto della povera, disperata, fuggiasca (dalla Comune di Parigi) Madame Babette Hersant. Uno dei personaggi credo più belli che la narrativa abbia tirato fuori dal cilindro. Che da quel momento prenderà sevizio con onore nella casina gialla, specializzandosi in insipide zuppe di birra e pane. 

L'altro innamorato, il pretendente di Martina è invece un giovanotto bello e silenzioso. Il cui amore dovrà essere soffocato, con un certo dolore, dal forzato diniego della ragazza. Un ufficiale che, una volta divenuto generale (il generale Loewenhielm), avrà un ruolo decisivo durante il famoso pranzo che dà il nome al racconto. Sarà l'unico a poter capire il pregio delle pietanze importate da Parigi, Champagne, brodo di tartaruga. E a poter pronunciare a parole qualcosa che tutti gli altri si costringono, per dovere morale, a tacere. 

Il pranzo di Babette: è il punto di svolta della storia. Una sontuosa preparazione che, in modo del tutto inaspettato, la ubbidiente cameriera (ma il cui passato rivela talenti e competenze straordinari) decide di allestire utilizzando una vincita strabiliante alla lotteria. Diecimila franchi, una somma mai neanche sentita nominare dalle due modeste sorelle.

Con questa somma Babette sceglie, anziché tornarsene a casa dove tanto nessuno più l'aspetta, di preparare un pranzo commemorativo per il centenario del defunto decano. E di invitare tutto il villaggio (compreso il generale L.).

Il pranzo non ve lo descrivo. Perché è da leggere. Nessuna parola in più o in meno gli renderebbe giustizia.

Ma in questo pranzo, dopo anni, c'è una resa dei conti. C'è un disvelamento segreto. E c'è finalmente quel mare aperto, felice, grande, accogliente in cui sfociano tutti i fiumi così abilmente spennellati e delineati da questa geniale scrittrice di nome Karen Blixen.

Leggete Karen Blixen!! Chi già non ne fosse innamorato. Questa scrittrice, famosa per La mia Africa (storia autobiografica in cui racconta come abbia tentato, insieme al cugino marito e nobiluomo Bror von Blixen-Finecke, di dedicarsi a varie piantagioni di caffè vicino a Nairobi nei primi del Novecento. Già solo per questa valente eccentricità, come non amarla?) sorprende molto per un suo carattere inconfondibile.

Ma poi la sua scrittura: spensierata, ma decisa. Lucidissima, brillante, ironica e saggia. Capace di scrutare nelle emozioni con gusto, capace di distillare gli snodi umani più profondi con la leggerezza dell'ironia a viso aperto e di un divertimento che si sente bene mentre si legge e al quale non si può rinunciare. Lei, nelle sue controversie di vita, si vede che si sarà molto divertita a scrivere queste storie, era la sua vita, come è divertente e vitale oggi leggerla, con gratitudine, con passione, con curiosità. 

Ah. E proprio in questo racconto che si trova il dialogo secondo me tra i più avvincenti della storia della letteratura mondiale. Quello che ricordo come il più lontano nella mia memoria. 

A parlare sono l'ufficiale e Martina, dopo il pranzo di Babette. 

"Ho trascorso con voi ogni giorno della mia vita. Sapete, non è vero, che è stato così?"
"Sì," disse Martina, "so che è stato così."
"E," proseguì, "starò con voi ogni giorno che m'è lasciato di vivere. Ogni sera mi siederò, se non nella carne, che non significa nulla, nello spirito, che è tutto, per pranzare con voi, come stasera. Perché stasera, cara sorella, ho imparato che in questo mondo qualsiasi cosa è possibile."

Con queste parole si lasciarono.

giovedì 20 settembre 2012

XS - Extra d'autore!



Per me Dacia Maraini (come penso per tutti i suoi lettori) è molto importante. Ho avuto modo di leggere la sua ultima raccolta di racconti e poterne scrivere qui. Ed è stata un'esperienza forte, soprattutto per il tema conduttore, che è la violenza sulle donne, di qualsiasi tipo, e non si può restarne indifferenti. Alcune di quelle storie mi tormentano ancora adesso ed è un bene.

Quanto a questioni più minute e personali, ogni volta che sento nominare questa scrittrice ho un sussulto. Mi è capitato infatti qualche anno fa, per una grande fortuna, di veder pubblicato un mio racconto sulla rivista Nuovi Argomenti. Il direttore responsabile di questa importante rivista è proprio Dacia Maraini. E il pensiero che quel mio piccolo racconto avesse ricevuto l'approvazione di una scrittrice di quella statura è rimasto tra i più felici della mia vita.

Quindi oggi mi ritorna alla mente quella stessa emozione, e sono nuovamente contenta (e onorata) di ospitare su Tazzina-di-caffè un'anteprima di un suo racconto. Il racconto si intitola Una suora siciliana, e potete cominciare a leggerlo proprio qui sotto.

L'occasione è di quelle interessanti, perché questo racconto fa parte di una nuovissima collana di Mondadori, che vede la luce proprio oggi. Si tratta di XS - Extra d'autore, una collana di testi brevi di grandi autori esclusivamente in ebook. A me piace questo tipo di lavoro che stanno svolgendo i principali editori italiani con il livre numérique come si dice in francese per indicare l'ebook hehe, e con la forma narrativa breve, di cui sono fruitrice da sempre.

Mi piace e mi incuriosisce. Dunque, spero possiate gustarvi questa anteprima e poi approfondire, per qualsiasi informazione, anche qui.   

Buona lettura! c\_/




Una suora siciliana
di Dacia Maraini

Ore 10. Comune di C.
Un liceo. In un piccolo paese fra le montagne siciliane. Tanti studenti. Che chiedono alla scrittrice impegnata di impegnarsi di più. Ma come? Un ragazzo dai capelli ricci color carota la guarda con severità. «Voi scrittori avete una voce che viene ascoltata ma non la usate come dovreste.»
Giorgia osserva il ragazzo dai ricci rossi e vede con apprensione che dalle sue spalle gracili spuntano due lunghe ali bianche che si alzano minacciose verso l’alto.
«Noi lavoriamo coi tempi lunghi» risponde timidamente.
Ora accanto all’angelo sbuca, non si sa da dove, una ragazzina dalla pancia scoperta. Ha un anello d’argento che occhieggia sull’ombelico nudo e la fissa con sorridente ardimento. «Avete un’arma e non la sapete usare», dice con voce indignata «ci lasciate marcire in questa Sicilia corrotta e violenta, senza una parola.»



Ore 12
Una studentessa dai calzettoni rossi l’accompagna a visitare il convento arrampicato sulle rocce di C.
«Qui la monaca Filomena si fermava a pregare davanti alla Madonna dell’angelo.» Ancora un angelo? Avrà la testa dai ricci color carota? Si chiede Giorgia seguendo la studentessa dai calzettoni rossi su per una scala ripida e scoscesa.
«Queste sono le celle» spiega lei aprendo una porta di legno tutta incisa e intagliata. Dentro la stanzuccia bianca di calce si vedono: un cantaro, un lettuccio, una catinella di metallo scrostato, una brocca bianca, una croce appesa sopra la lettiera e un minuscolo inginocchiatoio di legno grezzo. Accanto alla porta, sul pavimento giace una cassapanca su cui spiccano dipinti elegantemente mazzetti di fiori gialli e lilla e due pappagalli dal becco ricurvo e le ali rosse e verdi.
«E questa cassapanca?»
«Ogni monaca aveva la sua. Ci tenevano il corredo. La stessa cassapanca, quando morivano, serviva da bara.»
«Da bara?»
«Questa cassapanca è stata dissepolta durante i lavori del convento. Il corpo della suora è stato messo in una teca. Dicono che fosse integro. È in lista per la beatificazione.»
La studentessa dai calzettoni rossi ora la precede lungo corridoi labirintici che portano verso un cortile esagonale. Colonnine ritorte di marmo bianco reggono le volte di un loggiato ombroso. In mezzo al cortile un giardinetto striminzito in cui crescono disordinati polloni di rose e ciuffi di lavanda. Al centro un pozzo di pietre grigie, sormontato da un arco di ferro battuto.



Ore 13. Hotel Belvedere
Giorgia rientra in albergo. Si siede sul letto e continua a pensare a quella cassapanca dipinta a colori vivaci. Prima ci tenevano le lenzuola, gli asciugamani, la biancheria e poi ci adagiavano il corpo della monaca morta. Ma da quando in qua le bare si dipingono con fiori e pappagalli?
Cerca di immaginare la giovanissima suor Filomena giunta da qualche mese al convento di C. con la sua cassapanca piena di stoffe. Porta un velo nero appuntato sul capo. La gola è coperta dal camauro candido che le scende sul petto come un grembiulino sempre pulito e stirato. Ogni due giorni il camauro va lavato e messo a stendere. Ogni due giorni va inamidato e stirato. Come vanno lavate e stirate le camicie di cotone grezzo che le giovani suore indossano a pelle. Le piccole e fattive mani di Filomena sono sempre in moto come vuole l’ordine del convento: una donna con le mani in mano si fa preda del demonio, perciò bisogna tenerle attive: la mattina alle cinque c’è da mungere le pecore e poi scaldare il latte nei grandi pentoloni di rame. Subito dopo c’è da lavare le lenzuola e stenderle in giardino. Più tardi bisogna badare all’orto: pulire, sarchiare, togliere le foglie morte, innaffiare i pomodori e le verze. Quindi di corsa in cucina per setacciare la farina, tagliare le verdure, friggere le uova, fare lievitare il pane, sgusciare i fagioli. Nei momenti di pausa le dita dovranno cercare il rosario appeso al fianco e fare scorrere i grani mormorando una preghiera. Poi ci sarà da applicarsi sul ricamo, e verso sera, sui libri sacri e poi ancora attorno ai piatti sporchi dopo la cena, e la notte, quando gli occhi saranno gonfi per il sonno e la stanchezza, le piccole mani robuste dovranno reggere il pesante libro delle preghiere, mentre le ginocchia si punteranno sul legno ruvido dell’inginocchiatoio per l’ultimo saluto al Signore prima di coricarsi. Suor Filomena conosce il suo dovere. Da quando è stata destinata al convento che aveva appena otto anni, ha rinunciato agli specchi, ai vestiti, ai sogni d’amore. La sua immaginazione infantile non riesce neanche a concepire la qualità del sacrificio che sta affrontando. La vita indaffarata e la compagnia continua di altre ragazzine come lei la distraggono dal pensiero della segregazione. Le sue mani giudiziose intrecciano fili di seta, la sua gola, quasi in silenzio, rimugina una canzone che usava cantare assieme alle sorelle da bambina quando giocavano a scovare ranocchie nello stagno dietro casa.