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martedì 7 marzo 2017

Il sonnellino - un racconto in collaborazione con Dompé per #fightforlight

Il racconto che state per leggere, come vi accennavo nel post precedente, è stato scritto in collaborazione con Dompè per la campagna #fighforlight. Dompè, come forse già saprete, è una delle più importanti aziende biofarmaceutiche italiane e da anni conduce - oltre ai diversi altri ambiti in cui opera - anche un'importante attività di ricerca e sviluppo sulle malattie rare dell'occhio. Ha portato avanti, inoltre, proprio gli studi per i quali, nel 1986, Rita Levi Montalcini ha vinto il Premio Nobel per la Medicina.


La campagna #fightforlight in particolare vuole sensibilizzare le persone a proposito delle malattie rare dell'occhio e sono felice di potervi partecipare anche io. Come avete letto nel post sul #RareDiseaseDay, la giornata delle malattie rare, che cade ogni ultimo giorno di febbraio, ho preso parte all'evento di presentazione di un video che descrive in forma narrativa la ricerca della luce. 


Lo trovate sia nel post del 28 febbraio che qui, per chi se lo fosse perso!

E la mia partecipazione, come quella di altri autori e blogger coinvolti, prosegue con la scrittura di una storia ispirata al video e alla ricerca della luce nell'oscurità.

Prima di me, ha cominciato questa maratona di narrazioni, Cristiana Calilli del blog 100% mamma con il racconto La semina, che trovate qui


Oggi invece tocca a me e sono felice di farvi leggere il mio lavoro. Se seguirete i miei canali social, vi segnalerò di volta in volta tutti i racconti che si susseguiranno in questa avventura emozionante. 

Spero vi piacciano le nostre storie. Buona lettura!




Il sonnellino




Oggi per la prima volta nella sua vita, mia figlia Sara è rimasta tutto il pomeriggio all'asilo. Di solito, lavoro solo al mattino e la bambina rimane con me. Pranziamo insieme e dopo facciamo il sonnellino, lei nel suo lettino, io sul divano. Oggi però è diverso e l'ho dovuta lasciare per andare a portare la macchina dal meccanico: mio marito aveva una riunione e non poteva farlo nessuno. L'ho accompagnata la mattina con una strana sensazione. Lei era tranquilla, quella agitata ero io e non capivo il perché. Più tardi però, dopo averla salutata, quando sono rimasta sola in macchina, è tornato alla mia mente un ricordo lontano, quando anche io alla sua età sono rimasta la prima volta a dormire all'asilo. Erano le due e mezza. Tornati dalla mensa, la maestra ci ha fatti mettere nelle brandine e, con un gesto per me del tutto inaspettato, ha spento la luce. Fu uno scatto, come un portone scuro che mi si chiudeva di fronte. Di colpo, mi misi a piangere. La maestra non parlava, diceva: - Shhhhh. Io guardavo e non vedevo nulla. Quando, dopo qualche secondo i contorni delle cose sembravano più nitidi, tutto mi pareva diverso da prima. La maestra, in lontananza seduta alla cattedra con le braccia conserte, mi pareva una strega. Ebbi un sussulto, morsi il lenzuolo per non sentire la paura ma era inutile. Il bimbo sdraiato accanto a me dormiva e in quella oscurità a me pareva un piccolo lupo che ringhiava. Il cuore mi batteva forte, tutti i rumori erano amplificati e volevo essere da un'altra parte. Quel pomeriggio non passava mai, cominciai a sentire una musica simile a una pubblicità della televisione: ero io stessa che cantavo per consolarmi. La maestra si avvicinò e mi disse ancora: - Shhhhhhh. Non sapeva che a casa dormivo con la lucina accesa e non ebbi il coraggio di confessarlo. Affondai la faccia nel cuscino che mi sembrava avesse un cattivo odore. Rimasi così un tempo interminabile, piena di lacrime fino a che:

- Click.
- Mamma?


Era lei, mia madre, con il mio cappottino tra le braccia e il suo sorriso bello, felice, profumato del vento di fuori e i capelli perfetti, chissà, forse aveva approfittato di un'ora libera per andare dal parrucchiere. Da quel giorno la mia vita cambiò per sempre: la notte stessa chiesi di spegnere la lucina. Pensando a mia madre, dopo la mia commissione, sono andata a prendere Sara. Le ho chiesto se avesse avuto paura e mi ha risposto di no. 

domenica 27 dicembre 2015

Il nido di carta: un racconto di Natale.

Ph. presa da qui, dove si spiega come costruire un nido.


Ai confini di una delle nostre città inquinate, cera una strada costeggiata da alcuni alberi spogli, un giorno qualsiasi di inizio di un inverno come tanti altri. Freddo e coperto dalla nebbia. 

Tutto scorreva regolare e lento, come il traffico di un mattino di dicembre simile a tutti i mattini di dicembre da molto tempo a quella parte. Ma bastava salire in cima a uno dei tanti palazzi che si affacciavano sul filare di alberi per assistere a uno spettacolo diverso.

Un corvo se ne stava aggrappato a uno dei rami più altri e gracchiava tanto da produrre il suono di uno stormo intero. Mentre sopra di lui, componendo figure armoniose, volavano energici alcuni gabbiani, in silenzio e composti, con una loro bellezza tale da assomigliare a una danza. Gli giravano proprio intorno ma non riuscivano a posarsi su nessun ramo perché lui li teneva alla larga con la sua voce potente.

Il corvo nero pareva sentirsi minacciato e voler presidiare i rami come se temesse che i gabbiani bianchi glieli rubassero tutti. La scena era così particolare da sembrare una partita a scacchi o a dama, dove i neri fossero rimasti con un'unica pedina. Benché si difendesse con tutte le sue forze, e la sua anima, il merlo aveva in effetti tutta l'aria di una creatura sola e quasi sconfitta.

A pochi metri di distanza, un uomo, in quello stesso istante, saliva su un tram. Ci saliva a fatica, perché era anziano e il tram era gremito di persone. Il divieto del traffico aveva reso la circolazione più fluida all'esterno ma più difficoltosa all'interno dei mezzi pubblici, che strabordavano di persone, carrozzine e cani.

Il signore anziano si riconosceva nella folla perché, sotto l'occhio destro, aveva un livido grande, segno di una recente caduta, e una mano fasciata. Poteva tuttavia muovere tutte le dita, tra le quali reggeva un sacchetto di medie dimensioni. E nel complesso pareva ancora in salute. Dentro al sacchetto aveva un nido. Lo aveva fatto costruire dal nipote come esercizio a piacere di manualità alla scuola elementare. E il nipote si era così impegnato da aver creato un nido molto funzionale e solido. Avesse potuto, ci si sarebbe trasferito il nonno stesso da quanto dava l'idea di essere accogliente. 

Quel giorno era andato a prendere il nido che aveva comprato al nipote con una mancia consistente. Al ragazzino il nido non serviva più e, dopo aver conquistato un "bravissimo" scritto in rosso dalla maestra poteva dirsi soddisfatto. Era un bambino pragmatico e aveva il senso degli affari. Il nonno dal canto suo si era mostrato interessato a quel nido come a poche cose nella vita e la trattativa non poteva andare meglio di così.

Il signore dal tram era infine sceso con più agilità che alla salita, e un po' di adrenalina cominciava a dargli la carica per compiere la sua missione. Da giovane era stato un tipo piuttosto atletico ed era cresciuto in campagna, prima di trasferirsi nella città inquinata. Conosceva l'arte di arrampicarsi sugli alberi.

Aveva deciso di salire su quello specifico albero da un bel po', e poco importava se di recente era caduto al supermercato bollandosi la guancia. Ce l'avrebbe senz'altro fatta a salire con le sue forze e a raggiungerle il merlo.

E così fu. Il vecchietto riuscì nel suo progetto in tempo per regalare a Natale un nido di carta, rametti e colla al merlo solitario. Dove l'avrebbe poi sistemato e come avrebbe vissuto di lì in avanti non lo sapeva ancora. Ma di certo aveva smesso di gracchiare con tutta la voce che aveva in corpo e i gabbiani si erano potuti riposate sui rami degli alberi che adesso, da lontano, sembravano coperti di un manto di neve di un bianco incantato.

lunedì 16 novembre 2015

Ricordarsi la bellezza - Scrittorincittà a Cuneo.


La giornata di sabato 14 novembre è cominciata, per chi si trovava, come me, a Cuneo per il Festival letterario Scrittorincittà, con un minuto di silenzio per le vittime degli attentati di Parigi, e i loro cari. 

In questi momenti prevale il silenzio, ed è stato giusto raccogliersi per cercare concentrazione e le motivazioni per comprendere cosa è accaduto.

Dopo questo momento di raccoglimento, è cominciato il primo incontro. 

Ho affrontato questa prima parte della giornata con la neutralità di chi svolge il proprio compito, quello che, a seconda dei casi, è obbligatorio oppure una scelta, a ogni modo un dovere. Nel mio caso sentivo il dovere di onorare un evento letterario cui partecipavo per la prima volta, nonostante sia giunto alla sua diciassettesima edizione e sia anche vicino alla mia città, ovvero Torino.

L'incontro con Nives Meroi, che presentava, insieme a Derio Olivero, il suo libro Non ti farò aspettare, è stato toccante. Il Kangchendzonga è una montagna, la terza vetta più alta del mondo e Nives e suo marito Romano l'hanno conquistata tre volte. Quando Nives, però, stava affrontando una gara importantissima, in cordata con il marito, contro due alpiniste molto competitive, nel 2009, qualcosa è andato storto. E da quel momento, si impone una scelta, non solo di gara ma di vita, che condurrà lei e Romano a una serie di anni difficili di grande paura e sofferenza. 

Ma questa è una storia di speranza e vittoria. Tra le molte considerazioni di saggezza, ne ho appuntata una: "nei guai della vita, la prima cosa da fare è ricordarsi della bellezza".

Nel caso dei due alpinisti, marito e moglie, per affrontare il loro guaio, molto serio, ripensano entrambi, senza quasi dirselo, alla montagna e alla sua bellezza, al silenzio che impone perché lassù c'è poca aria e non si può sprecare il respiro in chiacchiere.

Naturalmente, ognuno ha la sua bellezza da vivere e da ricordare, quella che ha osservato e quella da tenersi stretta. 

E intanto la giornata proseguiva con un altro incontro. 


I tre autori hanno raccontato del racconto! Aprendoci le porte al loro modo di intendere questa forma narrativa fulminante, in senso buono, e simile al pregiato cristallo.

E infine: Tullio Pericoli. Un incontro con il grande disegnatore, che ha illuminato la sala con i suoi Pensieri della mano. 

Tra gli spunti interessanti, una confessione: la sua mano di artista lo guida nelle composizioni molto più di quanto si pensi. Non sempre è lui a comandare, anzi spesso il suo è un assecondare il segno, nel suo caso pieno di grazia, che esce dalla matita. 
 
Eccoci, con la mia amica Sara Bauducco, che ringrazio per la compagnia e la condivisione di eventi sempre ricchi di incontri, pensieri e di parole.

Una scintilla di allegria. Il Festival ha visto la partecipazione di Silver, che ha lasciato sulla lavagna alcune immagini di Lupo Alberto.