
mercoledì 6 luglio 2011
Tazzine d'autore.

martedì 31 maggio 2011
Tazzine d'autore.

C'era una volta una bambina, che per comodità chiameremo Maria. Quando non conosceva una cosa, ne domandava subito il nome.
«Questo come si chiama?»
«È un rastrello, Maria, un rastrello.»
«Ras-tre-llo. Bene. E perché si chiama così?»
«Che domande, perché...è così e basta.»
Ma Maria sentiva che il nome delle cose era più di un semplice insieme di suoni, che nascondeva un significato profondo, come una formula magica, e che a conoscerla davvero avrebbe potuto vedere ogni cosa in modo più chiaro.
Così, crescendo, ha iniziato a collezionare parole. Perché lei poteva sentire lo scroscio dell'acqua nella parola ruscello, un canto soave nella parola allodola, una dolcezza infinita e atavica nella parola mamma. Ed era sicura, dentro di sè, che alcune parole fossero più antiche di altre: che mano, piede, uno, due, dovevano essere sempre esistite. Alcune le parevano molto potenti e le facevano quasi paura: la prima di queste era morte, ma anche amore, futuro, desiderio.
Un giorno, per caso, seppe che proprio desiderio derivava dalla pratica antichissima di guardare le stelle, le sidera, in latino, e cercare di trarne gli auspici per il futuro. In quel momento, le scoppiò dentro la sensazione dell'immensità del cielo, grande come la volontà umana. Sentì chiaramente in quei suoni la forza dell'ostinazione, della speranza, della gioia grande di chi scopre di essere stato accontentato. Poi vi ascoltò la delusione e il senso di vuoto di chi sa che ha perso qualcosa per sempre. Desiderio, ora, era tutte queste cose.
Quella parola, come molte altre, non l'ha mai più abbandonata.
venerdì 27 maggio 2011
Tazzine d'autore.
Buondì :)venerdì 6 maggio 2011
Tazzine d'autore.
– Sei della band?
La domanda lo scosse dall'attenta esplorazione del menu. Aveva appena acceso una sigaretta e la ragazza guardò il fumo appena mobile del primo tiro spostarsi in blocco, un branco di pesci filamentosi ed azzurrini sospesi quasi fossero in mare. Agitò la mano come a disperderlo, e la manica scura dell'impermeabile somigliò a un grosso luccio in un impeto di caccia.
– No, non sono della band – rispose riacciuffando una parvenza rilassata.
– Pete – e accennò al sassofonista che provava i brani – sta tentando di insegnarmi a suonare il clarinetto. Ma non sono un buon alunno – scherzò.
Anche la chiosa, tanto quanto il gesto, fu come un colpo a vuoto, e guardò la ragazza allontanarsi verso il palco. Il sassofonista in realtà si chiamava Pietro, si faceva chiamare Pete per darsi un tono. Ma la notizia non avrebbe generato un aumento di interesse.
La camicia bianca e la cravatta grigia e sottile lo avevano innalzato dallo status di fan a quello di potenziale musicista, ma era stata cosa di un amen e non era il caso di perderci il pensiero. A casa, il clarinetto riposava in piedi; suppellettile d'ebano a innesti scintillanti, sincretismo di Africa e Occidente, crasi bastarda tra materia tribale e funzionalità evoluta. Chiese alla cameriera di tornare a breve, perché si era distratto. Avesse pazienza, grazie.
Oltre i tavoli del dehor guardò i fianchi ampi della ragazza di spalle, l'abito comodo, e i capelli corti e ossigenati come un'estrema e docile rivolta a un futuro già prossimo di madre.
venerdì 29 aprile 2011
Tazzine d'autore.

giovedì 28 aprile 2011
Tazzine d'autore.
La sveglia suona. Sgattaiolo fuori dal letto senza fare rumore. Metto la macchinetta sul fuoco e intanto comincio ad aprire veramente gli occhi. Mentre il caffè è ancora troppo bollente, mi giro una sigaretta. Fuori la strada è ancora silenziosa e una luce lattiginosa passa attraverso i vetri impolverati. Anche in casa regna il silenzio.
Ci siamo: il caffè è della giusta temperatura, la sigaretta è pronta, le pagine del libro su cui ieri sera mi sono addormentata mi aspettano. È uno dei momenti più belli della giornata.
giovedì 21 aprile 2011
Tazzine d'autore.

venerdì 15 aprile 2011
Tazzine d'autore.

martedì 12 aprile 2011
Tazzine d'autore.

Loro credono che sia facile. Pensano che sia un gioco o un maledetto passatempo. – Che bravo! – dicono. – Anch’io vorrei saper scrivere – dicono. – Coltiva questo hobby!
Credono che sia un hobby. Come coltivare l’orticello dietro casa.
Non sanno che io odio scrivere, lo detesto. Restare chiuso in casa davanti a un monitor che mi brucia la vista pian piano. Da solo. Tra polvere e avanzi di cibo.
Il problema è che non posso farne a meno, non posso più smettere. È un demone che si nutre di parole. Quando non ho idee, mi viene la gastrite. Quando ne ho, è come avere la dissenteria. Devo correre a urinare quello che ho in testa.
Scrivere, per me, è come macinare pietre e poi setacciare per giorni e giorni la polvere cercando di trovare granelli d’oro.
Grazie Matteo. Alla prossima tazzinad'autore.
c\_/