domenica 23 aprile 2017

Tempo di Libri a Milano (imho).

Qualche pensiero su Tempo di Libri, in forma di pro e contro. 



In rete ho trovato questa citazione sul cambiamento, attribuita a Marcel Proust: "Gli uomini non cambiano dall'oggi al domani, e cercano in ogni nuovo regime la continuazione dell'antico". Chissà se è vera, giacché, ormai è noto, tra post verità e fake news, la credibilità delle parole online è uno dei punti interrogativi e dei crucci massimi della contemporaneità internettiana.



Fatta questa premessa, ci tengo a scrivere qualche parola anche io visto che avevo seguito con interesse le vicende del Salone del Libro, tra scandali finanziari e trasformazioni, critiche e virtù. 


Al Salone di Torino ci sono stata tutti gli anni (trenta!) e ci ho anche lavorato dentro in diverse occasioni, ci ho presentato il mio primo romanzo, ho parlato in pubblico del mio blog, ho fotografato tantissimi stand con la mia tazzina azzurra per farmi conoscere, ho condotto eventi e trasmissioni radiofoniche, ho partecipato a tavole rotonde, convegni, incontri vari, interviste eventuali: ci sono, in una parola, cresciuta. 

E ho scritto talmente tante cose - su questo blog - che non saprei nemmeno cosa linkarvi. 

Vi consiglio, se volete recuperare qualche cosa, cercare il tag "salone del libro" o #SalTo (hashtag di cui sono stata, tra l'altro, anche creatrice tempo orsono insieme ad altri amici su twitter). 

Un'ultima curiosità strappalacrime, pensate che addirittura il mio primo articolo, sul giornalino della scuola al liceo, parlava proprio del Salone. Insomma, è un tema che mi è caro e mi coinvolge da sempre. Immagino come molti di voi lì all'ascolto. 

E dunque, mi è sembrato opportuno fare un (#)salto a #TdL17 e ora rendervene conto.

Una prima considerazione è che non credo sia saggio supporre di avere risposte facili in tasca oppure porsi d'ufficio in una posizione di rivalità, ripicca o campanilismo sabaudo (nel mio caso, come torinese). 

Questi sentimenti, di cui pochi possono dirsi liberi, non fanno bene, anzi ottundono e si fatica poi a stare al mondo sereni. Per questo mi sono impegnata a osservare Tempo di Libri con occhi nuovi, prendendo per mano la "me" bimba che entrava per la prima volta al Salone torinese e accompagnarla in una nuova esperienza da scoprire. 

E queste sono le piccole cose che ho notato durante la scampagnata milanese. Scampagnata durata molto poco perché lo scopo della gita era poi di assistere a un poetry slam nella sede di Radio Popolare, ma questa è un'altra storia. 

Dunque, imho che in milanese  inglese è l'acronimo di in my humble opinion:

Pro. 

L'accredito per blogger. Una conquista pura e semplice che sono contenta si sia fatta. In cinque minuti, da casa, mi sono accreditata e in ancor meno tempo, ho ricevuto una risposta positiva. Sono entrata gratuitamente in fiera e ho potuto visitarla sentendomi riconosciuto ipso facto un ruolo, senza tanti pregiudizi fuori tempo massimo. 


Il wi fi. Funzionante e libero. Per diverse ragioni, non ultima una fisiologica mutazione che è giusto secondo me fare di se stessi, frequento sempre meno i social in modo propulsivo, compulsivo forse e attivissimo come qualche anno fa. Però sento che questa possibilità di un wi fi comodo e veloce in una fiera editoriale sia bella e utile.

Gli incontri pubblici e privati. Ho incontrato amici, lettori dei miei scritti (evento cui non mi abituo mai e mi emoziona) e persone autorevoli del settore editoriale tra cui la cara Giulia Ichino con cui è stato bello conversare per un po'. Quanto invece agli incontri organizzati dalla fiera, beh mi parevano tutti interessantissimi. Non sono riuscita a fermarmi che per qualche minuto in uno solo, ma ho fiducia nel prossimo anno.

Il cambiamento, di cui sopra. Cambiare, dopo tanti anni, è una bella idea. Creare una fiera che non c'era, anche. Il fatto che sia nata una nuova fiera è giusto. Al punto che mi sento di equiparare questo lieto evento alla nascita di un nuovo bambino: merita sempre la fatica. 

Contro. 

Troppe analogie con Torino. Mi riallaccio all'ultimo punto dei pro, perché ci troviamo su un confine frammentato. Per chi è abituato, come me, a solcare i corridoi del Lingotto, il disorientamento si è fatto sentire. Mutuare un'idea può essere bello, evolutivo. Ma applicarla, identica, con minime variazioni percettibili appena, può denotare una mancanza di fantasia.

Troppo poche persone. Il che, a me come Noemi Cuffia, non importa nulla. Anzi, sto imparando quanto intensamente sia falso l'assioma tanto pubblico = qualità. Sto imparando che in letteratura, e in editoria, come in altre cose della vita, non esistono assiomi così rigidi e che la quantità di qualsiasi cosa può fare rima con eccesso. Tuttavia, è pur vero che uno dei risultati che si pone l'organizzazione di un evento pubblico è quello, appunto, del numeroso pubblico. E ahimè c'era proprio da notare una scarsa affluenza, almeno quando sono andata io, al colpo d'occhio. 

Prossimità con le feste e, con buona pace di Monsieur Lapalisse, con il #SalTo. La sensazione è che questa fiera sia troppo vicina a Pasqua, 25 aprile e 1° maggio e soprattutto con l'imminente "competitor" di maggio se così si può dire, torinese. Il che è deleterio per le energie fisiche e finanziarie per tutti i lettori di buona volontà.

Naturalmente, tengo fuori dalle mie considerazioni tutte le questioni politiche, economiche, relazionali strategiche e commerciali relative a questa faccenda e che coinvolgono i grandi gruppi editoriali, l'editoria indipendente, i librai e tutti gli onesti operatori. Un po' mi sono espressa in passato ma a oggi, lo ammetto, non ho proprio nulla da aggiungere. Solo forse che una fiera di queste proporzioni, così come tutte le imprese umane, salvo rare eccezioni, ha bisogno di evidente rodaggio e che un'opinione più strutturata spero di poterla esprimere tra qualche anno. 

Oggi invece spero farete buone letture!





Con la mia cara amica Sara Bauducco. 

Con Sabrina Lorenzoni, che mi ha ricordato perché mi piace e ha senso scrivere qui :)

Con tre fantastici poeti: Alessandro Burbank, Marko Miladinovic e Francesco Deiana. Chiamatemi D'Artagnan! 


E questi poeti sono Davide Passoni (mc del poetry slam) con i finalisti Filippo Balestra e Francesco Deiana (che ha vinto gloriosamente lo slam). Al Leggiamo Cooperativo Poetry Slam, evento Fuori Tempo di Libri nella sede di Radio Popolare. 

venerdì 21 aprile 2017

Benedizione di Kent Haruf.

Kent Haruf, Benedizione, NNE


Questo libro fa parte di una trilogia che si chiama Trilogia della pianura e comprende anche i volumi Crepuscolo e Canto della pianura. Tutti pubblicati dalla casa editrice NNE

Dello statunitense Kent Haruf, mancato da pochi anni, nel 2014, della sua scrittura e della controversa storia editoriale dei suoi libri hanno scritto e detto un po' tutti ultimamente. Oddio tutti, diciamo quelli della povera nicchia della letteratura, critici, appassionati, lettori e affini. 

Per una disamina preziosa ed esaustiva, rimando allora a una delle più ricche risorse in materia che secondo me è il dossier che lo scrittore Giacomo Verri ha curato e compilato nel tempo sul suo blog, qui. 

Invece per quanto mi riguarda mi unisco al coro di chi afferma senza remore che questo (e forse anche gli altri che io non ho ancora letto di Haruf) è un libro che cambia la vita.

Quando si dice che qualcosa "cambia la vita" si entra in un territorio disordinato e polveroso. Non è che ci sia qualcosa che ti cambia la vita, perché la vita è essa stessa continuo cambiamento. Eppure, questa lettura può compiere nella vita media di un lettore medio un piccolo miracolo.

Personalmente, l'ho capito un po' dopo averlo finito di leggere. Avevo - proprio per via del grande hype che ha coinvolto questo autore (il quale ahimè, come talvolta accade, non ne potrà mai trarre giovamento) - esagerate aspettative che, lì per lì, mi parevano, capitolo dopo capitolo, disattendersi. 

Quando a qualcosa si gira così tanto intorno, si dedicano serate, discussioni, si elaborano dichiarazioni tanto enfatiche, ho imparato - coi libri come con tutto il resto - a diffidarne. Perché a questi libri si è prestata così tanta attenzione? Anche alle cose più dannose, la si presta. Quindi non è stato il passaparola a convincermi. Anzi lì per lì è stato d'intralcio. Tanto che a un certo punto, nel corso della lenta lettura, ricordo anche di aver pensato che si stesse trattando di un grosso equivoco. Ho pensato al vuoto di valori e di impegni che circola sul web e fuori e che porta tanti di noi a ingigantire tutto, ad, appunto, enfatizzare. 

Invece poi è toccato anche a me riconoscere l'eccezionale diversità di queste pagine, l'incredibile pregio di questo scritto così bello, cui ci si affeziona così tanto. 

Tutto parte dalla copertina di Carolyn Drake che a rimirarla più volte si entra nell'atmosfera. E si procede al dentro, ai personaggi, le storie, le trame. 

Dalle molte recensioni, saprete anche che la scrittura di Haruf è essenziale, autentica. Nonostante i molti paragoni che ho letto con i grandi della letteratura americana, non ci ho trovato in trasparenza altre voci. Ne ho sentita davvero una nuova, come succede così di rado da non accorgersene sul momento. Destino del controtempo!

Mi sono accorta allora di questa eccezionalità leggendo altri libri di altri autori dopo Benedizione e di colpo quasi tutti mi parevano meno belli o meno esatti o carenti di qualcosa che non sapevo identificare. Andando ancora più in profondità, ecco cosa ho realizzato. 

Con Benedizione a me è successo di ingranare la lettura dopo diversi tentativi. Nelle prime pagine si sa già che uno dei protagonisti morirà a breve e non avevo voglia di affrontare la morte. Posavo il libro, negavo il desiderio di riaprirlo o per meglio dire la necessità. 

Come a volte accade, avrei preferito restare nella mia superficialità, ma ben sapevo che non funziona così, che tocca scrollarsi dal torpore. Ed è proprio questo che ti consente e ti chiede di fare il libro: affrontare. 

Volendo traslitterare la morte con altro, si può anche dire che bisogna, se si vuole una vita vera, affrontare le proprie verità, il proprio vero e inconfondibile dolore. 

Attraverso quindi la semplice vita piena di conflitti e benedizioni di questi personaggi, si rivive la propria, qualcosa di sé, si guardano bene le proprie sofferenze e i propri piccoli sollievi fino alle gioie pure e inattese o a lungo cercate. Ed è da questo scendere nella dannazione di ciò che ci contraddistingue, che si guarisce o, per restare con Haruf, si riceve una benedizione.

Non riesco a immaginare titolo più bello né romanzo migliore per chi è in cerca di una rivelazione. Come vi hanno già detto altri prima di me: mi raccomando, leggetelo, lasciatevi trasformare e benedire. 

mercoledì 12 aprile 2017

Letture pasquali.

Pellegrino Artusi, Pranzi di magro - Jean-Luc Nancy, La custodia del senso, EDB Lampi

Ho ricevuto questi due libricini dall'editore, che ringrazio. Mi sembrano le letture perfette per Pasqua. Sono piccoli e belli, Uno è facilissimo nella scrittura (sono tutte ricette) ma difficile nella realizzazione: per cucinare come Pellegrino Artusi, ne converrete, ci vuole il tocco magico.

Pellegrino Artusi è stato un cuoco e scrittore di fine Ottocento e di lui si sa che provasse e riprovasse le sue preparazioni fino alla perfezione. Queste ricette sono tutte pensate per il tempo cristiano della Quaresima in cui è consigliato mangiare meno e guarda caso ne escono delle idee anche per una più laica dieta sana e disintossicante. Inoltre, sono deliziose nel modo in cui le ha scritte. Dal gelato di pistacchi, ai classici tortelli o la zuppa di fagiuoli (!): è bello scoprire come si può ideare un menu elegante e semplice insieme. Poi certo tra il dire e il fare...

L'altro piccolo libro che vedete è più complesso nello stile di scrittura, è un saggio sulla poesia scritto dal filosofo Jean-Luc Nancy. Ma alla fine - ed è qui che i libri si scambiano i ruoli - restituisce una sensazione di estrema semplicità. 

Cos'è la poesia? 

"Il fare compie ogni volta qualche cosa e al contempo compie se stesso. Il suo fine è la sua compiutezza: in ciò si pone infinitamente al di là della sua opera. Il poema è quella cosa fatta dal fare stesso".

Quindi, sembrerebbe, in breve, che la poesia è il fare. Così come la cucina lo è.

Non so a voi, ma a me pare che il peggio della vita è quando ci si sente immobili. Non parlo di onorevole stanchezza ma di quella che Joyce chiamerebbe paralisi. Recuperare invece, anche attraverso il significato della Pasqua, che è di rinascita, un movimento bello che è quello del fare le cose che servono a stare bene, mi sembra una buona idea. Ben vengano allora i libri che portano a questo, all'industriarsi e al costruire o custodire un po' di senso.

Buona Pasqua e letture.  

lunedì 3 aprile 2017

Tazzina di sakè.

Vikram Seth, Autostop per l'Himalaya, Longanesi

Aprile, diceva il poeta, è il più crudele dei mesi. Lo sapete voi che lavorate e anche voi che non lavorate. Mese difficile, di corse e tante cose da fare o da sperare di fare insomma per tutti c'è un bel carico di stanchezza.

A vederci però il lato positivo, è anche il mese della primavera, mite e colorata. 

Insomma, mese di allergia e di allegria al tempo stesso. Non saprei, infine, dire nemmeno bene io il perché, ma aprile per me è un mese rosso. O meglio la parola "aprile", nella mia testa, è rossa, mentre la primavera è rosa e bianca. Ma bando alle divagazioni.

Ho ricevuto in lettura questo romanzo nel 2014 da Longanesi (ciò può far intuire i miei tempi di lettura oltre che la mole di arretrati che, benché mi ripeta "niente panico", può mettere ansia). 

Però che bello, questo libro di viaggio e chi se ne importa se è "vecchio" secondo il rigido schematismo editoriale (non me ne vogliano gli amici editori, ma tant'è).

Intorno a me ci sono mucchi di escrementi secchi di yak e cespugli di fiori gialli. Nel tardo pomeriggio la grandine scende da un cielo assolato. Siamo adesso vicino a Nagqu e il panorama è di nuovo a colori rossi e verdi così accesi da sembrare innaturali. Le acque piovane ristagnano in pozzanghere rosse, i rossi canali di scolo paralleli alla strada sono pieni; la strada stessa, una striscia rossa, si stende su un tappeto verde completamente piatto. Sull'orizzonte si staglia un picco di forma elaborata ma simmetrica, coperto di neve. Dei cavalli vengono condotti verso Nagqu, forse per la fiera annuale e per le corse che vi si tengono in questo periodo dell'anno.

In breve, Vikram Seth è uno scrittore indiano (nato a Calcutta nel 1952). Vi lascio qui un'intervista su you tube in cui parla di amore, perdita e blocco dello scrittore. 

Autostop per l'Himalaya è il suo racconto di viaggio che tocca un tragitto che va dalla Cina al Nepal. 

Un viaggio che l'autore ha compiuto davvero nel 1981 prima di diventare famoso e di scrivere la gran parte dei suoi libri più letti.

Lo scrittore ama la lingua cinese e la studia all'Università di Nanchino, scoprendone i segreti. Ed è durante una gita organizzata dall'Università che gli viene la folle idea di tornare a piedi attraversando il Tibet e il Nepal. Farà l'autostop su mezzi di fortuna, dovrà spesso cambiare rotta e scoprirà diverse cose di sé e della propria esigenza di avventura. 

E dunque mi è parso il libro giusto per il periodo giusto. Non lasciamoci travolgere troppo - se possibile - dalle nostre incombenze quotidiane e vediamo un po' cosa c'è al di là del nostro naso e del nostro Paese. Mi sembra un buon suggerimento nato dalla lettura di questo libro rosso come il cuore e come questo mese di fatica e di risvegli. 

martedì 28 marzo 2017

My Book Pride.


Sabato scorso sono stata a Book Pride. La fiera nazionale dell'editoria indipendente, giunta alla sua terza edizione. 

Tema: descrivi il tuo Book Pride. Svolgimento:

per me è stata un'occasione per tirare le fila o seguire un vecchio filo, flebile eppure mai spezzato.

Con cosa? Con la mia passione, con una passione che, come sapete voi che leggete, accomuna molti e con qualcosa di più. Con un'anima forse, mia e di molti, che ci porta tutti lì, dentro una casa-base. E allora non è un caso che il luogo che ospita la fiera si chiami proprio così: Base, a Milano.

Per voi che amate i libri: ci sarà un'immagine che vi riporta indietro, alle prime volte in cui avete capito che la lettura e in qualche caso la scrittura vi avrebbero accompagnati sempre, nel bene o nel male. A me viene in mente la scena di me bambina che guardo, dopo aver letto uno dei primi libri della mia vita, il rettangolo di cielo che si vedeva dalla casa dei miei nonni in campagna. Adesso non c'è più nessuno, né casa né persone, ma lo spicchio di cielo è sempre lo stesso e lo rivedo ancora, libro dopo libro, come la mia personale finestra sulla vita e sull'immaginazione.

Questa, chiamiamola così, passione è per quanto mi riguarda la cosa più simile che conosca al nostro stesso corpo, al nostro cuore e al nostro respiro. Non ci abbandona fino all'ultimo e poi chissà, proprio come il respiro, magari passa a qualcuno di nuovo, che ci vuole bene, ci rispetta. 

Ma tornando con i piedi per terra. Sabato credo di aver confermato in cuor mio perché questa faccenda dei libri, delle fiere, del lavorarci, del conoscere, scoprire, rinnovare la curiosità e l'attenzione per le storie e la cultura continui a restituirmi senso e ragione, a condurre me e tutti quelli che c'erano dietro a quel filo colorato che attraversa le parole. 

Credo che il motivo sia che i libri sono simboli. 

Il simbolo della parte migliore di noi. Distillati di persone. Di valori ed emozioni, e progetti. 

Frutti nutrienti (anche quando raccontano il peggio e il dolore).

Ecco, è un po' questo. Muovere passo dopo passo, ancora e ancora ogni anno in questi posti nuovi o vecchi, con persone sempre uguali e sempre diverse, amici o nemici, gentili o sprezzanti, amorevoli oppure ostili. Generosi, invidiosi, squali, vulnerabili. C'è un po' di tutto.


Ma i libri sono sempre lì, come pietre preziose o pietre miliari, a lasciarsi guardare e desiderare dagli scaffali. 


Quanto a me, sono fortunata: qualche volta li ricevo in regalo. Altre volte li compro. Nella foto c'è un parziale mix del mio bottino. Ma a dispetto della crisi economica, della crisi dei valori e della crisi individuale, possiamo ancora guardarli, comprarne uno ogni tanto, farceli regalare, addirittura scriverli. Belli o brutti che siano, i libri sono lì a rispecchiare qualcosa di noi.

Possiamo diventarne i peggiori critici, ignorarli, tenerli vicini sul comodino. Come piccole guide sagge, loro accettano un po' di tutto e rinascono a ogni fiera, più fieri di prima.

Ph. Officine Biancospino. 


venerdì 24 marzo 2017

Poetry cafè.

Rupi Kaur, milk and honey, Tre60 - Tea


Milk and honey di Rupi Kaur è un libro di poesie illustrate dall'autrice stessa, che firma anche la copertina, ed è molto bello. 

Intendo: un bellissimo oggetto letterario che, nella cultura dell'immagine odierna, basterebbe ad acquisire valore in sé. 

Questo libro però ha diversi aspetti in più da considerare, oltre alla pura bellezza. E ringrazio la casa editrice per avermelo inviato in lettura perché è stata un'esperienza interessante.

Uno di questi aspetti è la storia particolare dell'autrice. Si tratta di una ragazza indiana naturalizzata in Canada, dove ha compiuto studi universitari.

Fino a qui, niente da rilevare. Dopodiché, Rupi Kaur, appassionata di arte e scrittura, ha cominciato a postare i suoi lavori sui social, in particolare su Instagram dove in poco tempo ha conquistato un milione di follower.

E fin qui, niente da rilevare. No scherzo, il particolare è proprio questo. Si tratta di un cosiddetto caso editoriale nato dal web e arrivato ovunque. A quanto si legge dal risvolto di copertina, questo suo primo libro - inizialmente auto-pubblicato - è rimasto per nove mesi ai vertici della classifica del New York Times. Ed è in corso di pubblicazione in tutto il mondo. 

Ma com'è il libro? E cosa c'è dentro? 

Ci sono tante poesie lunghe o corte la maggior parte corredate da una bella e incisiva illustrazione in bianco e nero. Le opere letterarie, tradotte da Alessandro Storti, sono suddivise in sezioni: il ferire, l'amare, lo spezzare, il guarire.

Il ferire è la sezione più dura: le poesie parlano di violenza sulle donne e fanno molto male, sono lucide, vere. 

A me è piaciuta un po' di più l'ultima parte, ma non faccio testo: a scuola ero di quelli che preferivano il Paradiso all'Inferno (e pure adesso, lo ammetto).


il mondo 
ti dà
tanto dolore
ed ecco che tu
ne fai oro

- non c'è cosa più pura


Questa piccola poesia appartiene alla mia sezione preferita, l'ultima, quella delle poesie più luminose, fiduciose e naif, quella che alla fine mi ha colpita, per la tenerezza e il coraggio. 

In generale, sono poesie dirette, potenti, semplici. Volendo essere cinici: ingenue. 

Personalmente, non so giudicare e men che meno capire se un lavoro artistico o letterario sia buono perché di successo o viceversa, insomma, non ho preconcetti. Alcune poesie le ho trovate stupende e sapienti altre stucchevoli. Il libro in generale mi ha colpita e intrattenuta: non so se resterà nella storia della letteratura mondiale o in quella del web. Ovvero non so se il numero dei follower e dei compratori decreti per davvero il successo di un libro. C'è chi lo sostiene. Non mi annovero tra questi.

Ho conosciuto molti autori e spesso quelli che vendevano tanto lo meritavano (secondo il mio gusto) altrettanto spesso no. 

Quello che davvero ho apprezzato in questo libro è l'audacia e la voglia di scrivere tutto, tanto, amorevolmente. L'autrice è un'artista pura, secondo me, e lo è in modo fresco e spontaneo. Sono quelle le creature con cui, letterariamente, di più mi sento affine.

Spero la lettura vi coinvolgerà come ha fatto con me!


la tua arte
non sta nella quantità di gente che
apprezza la tua opera
la tua arte
sta nel fatto
che il tuo cuore apprezzi la tua opera
che la tua anima apprezzi la tua opera
sta nella tua onestà
verso te stesso
e non
devi mai
barattare l'onestà
con l'immedesimazione

- a tutti voi giovani poeti



venerdì 17 marzo 2017

Chicchi di caffè.

Paolo Cognetti, Le otto montagne (copertina di Nicola Magrin), Einaudi - Primo Levi, Opere I, Einaudi


Ieri sera sono stata al grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino per ascoltare una delle commemorazioni per il trentennale dalla scomparsa di Primo Levi. Leggeva Fabrizio Gifuni che avevo già potuto ascoltare con interesse nel suo spettacolo su Gadda e il teatro a pordenonelegge qualche anno fa e ho trovato dentro la parte in modo magistrale. 

Quale parte? Quella della voce più significativa del secolo scorso a proposito di alcuni temi fondamentali per la nostra cultura internazionale: la Shoah prima di tutto (si definiva "scrittore d'occasione" in tal senso, come ha ricordato nell'introduzione all'evento Domenico Scarpa) e il lavoro, proponendo ai lettori il capolavoro più dettagliato che si possa leggere sull'argomento, ovvero La chiave a stella, di cui Gifuni ieri sera ha letto un brano. 

Primo Levi ha una voce che molti conoscete e che ieri sera attraverso l'interpretazione di Gifuni ha divertito e incantato tante persone e continua a farlo mentre il tempo passa e sono trenta gli anni dalla sua morte. Ascoltare le parole del protagonista del libro, Libertino Faussone, battilastra originario delle valli del Canavese, a me personalmente ha riportato anche indietro alla mia infanzia. 

Vengo da quelle valli lì e mi è parso di ascoltare le storie dei miei antenati. Un tuffo nel passato intimo e in quello collettivo dove l'attaccamento al mestiere e all'ironia sottotono ma a tratti folle tipica dei piemontesi rende la vita degna di essere vissuta.

Gifuni ha anche letto alcuni brani estratti da Il sistema periodico. Idrogeno e Titanio in particolare.

Ma la mia mente in verità è andata a Ferro perché ci ho visto, e non sono l'unica, netti riferimenti in un libro contemporaneo che sto leggendo da mesi (seppur breve) e che oggi ho finito accumulando un importante ritardo sul resto del mondo - ma c'è da dire, a chi fosse interessato alla faccenda, che nel mio sito ho esposto personali teorie sulla lentezza libresca e dunque sono giustificata - per gli stolti che se lo fossero perso, eccolo qui

In Le otto montagne di Paolo Cognetti c'è tanto del racconto Ferro di Primo Levi, in modo dichiarato, come omaggio, per quel che ne so dai racconti di amici che hanno ascoltato le presentazioni dell'autore. 

Ci sono quindi due storie semplici di amici che si dividono tra la montagna e le diverse aspirazioni secondo la leggenda delle otto montagne che un trasportatore di galline nepalese nella valle dell'Everest racconta a uno dei protagonisti. 

In sintesi, c'è chi nella vita attraversa i diversi paesaggi belli o impervi di otto montagne senza mai poter tornare indietro e chi invece sale su un unico monte altissimo, il Sumeru. E la domanda è: quale dei due ha imparato di più?

In entrambi i racconti ci sono coppie di amici che seguono i due percorsi diversi: le peregrinazioni della città con le sue fascinazioni e ambizioni talvolta tradite e la salita impervia e solitaria di una vita tutta incentrata su un unico luogo e obiettivo, per quanto talvolta disatteso. 

Bruno e Pietro, come Sandro e Primo alle prese con la crisi economica e valoriale di oggi a confronto con il fascismo e le leggi razziali di allora. Amici che lottano contro una società dura, aspra. E la montagna equanime. 

Mi piacerebbe poter scrivere di più ma rimando alla lettura dei testi e al documentarvi in prima persona su questi lavori in modi diversi così puliti. Mi limito a consigliarveli, senza paura del tempo lento che, al pari di una salita in montagna, richiedono. 


[Grazie a Stilema per l'invito a partecipare a questo evento]

venerdì 10 marzo 2017

Post del cuore: Crowdfunding mon amour


ph Officine Biancospino

Amici, amici. Se frequentate l'Internet, ma anche la vita là fuori, vi sarete forse accorti di quanti crowdfunding si stiano attivando per finanziare diversi progetti. La raccolta fondi online è una modalità di finanziamento di progetti virtuosi che mi incuriosisce molto. 

Ho scoperto questo metodo qualche anno fa vedendolo praticare dalla mitica Maria Popova, una delle più famose blogger letterarie del mondo con il suo Brain Pickings

A colpirmi fu il disclaimer, la breve frase con cui spiegò le motivazioni della scelta di farsi finanziare dai suoi lettori: "Brain Pickings rimane gratuito e privo di pubblicità e mi richiede centinaia di ore mensili di lavoro per fare ricerca e scrivere e centinaia di dollari per sostenermi"

Confesso che ci ho pensato anche io qualche tempo fa: proporre a voi lettori un aiuto per portare avanti Tazzina-di-caffè. Al momento infatti, come molti, svolgo diversi lavori per sostenermi, anzi se volete date un'occhiata al mio sito (che ne pensate?) e se siete in cerca di servizi editoriali non esitate a contattarmi per una collaborazione :).

Ci sto ancora riflettendo e prima o poi magari mi lancio per vedere se è possibile finanziare qualche progetto editoriale che ho in mente e al quale tengo in modo particolare.

Per ora però ci tengo a consigliarvi, tra le tante (davvero tante, tante e mi perdoni chi non riceve risposta nell'immediato perché tantissime notifiche e mail purtroppo mi sfuggono oppure non trovo il tempo materiale per dare una risposta degna) segnalazioni che ricevo ogni giorno, tre progetti di crowdfunding di idee bellissime che meritano secondo me tutta la nostra attenzione. 

Come forse sapete, se ricordate questo evento, ci tengo da sempre, per quanto possibile, a segnalarvi progetti di finanziamento in cui credo e che secondo me rendono il mondo un posto migliore. 

Eccoli qui:


 - Il grande Oz, Storie di Supereroi - Questo crowdfunding riguarda la realizzazione o per meglio dire la finalizzazione di un film importante! I protagonisti sono cinque Supereroi, cioè cinque bimbi colpiti da gravi malattie e ospiti di CasaOz. Per tutte le info sul progetto andate -----> qui - c'è tempo fino al 18 marzo

 - Festival Slavika - Se siete di Torino (ma anche no, considerato il pubblico assai internazionale del locale) conoscerete senz'altro il Polski Kot, uno dei punti di riferimento della cultura italo-polacca ma non solo in città. L'associazione culturale Polski Kot ha ideato Slavika, il festival delle culture slave. Concerti, libri, film, dibattiti e buon cibo meritano il nostro sostegno per promuovere sempre di più una cultura dal valore inestimabile. C'è tempo fino al 16 marzo. Per contribuire, andate qui

Bar Sociale Via Baltea  - In Via Baltea 3 ho passato negli ultimi due anni una quantità incalcolabile di tempo. Conduco da lì la mia trasmissione radiofonica Tazza Grande perché c'è una delle molte sedi itineranti di Radio Banda Larga ma non è solo questo. Ci sono tantissimi progetti di integrazione sociale, aggregazione, cultura, intrattenimento e in generale benessere psicofisico. Per questo progetto si può esprimere un voto su Aviva Community Fund e spero proprio darete la vostra preferenza perché Via Baltea rende la città più bella e accogliente. Votate, votate fino al 10 maggio qui!


Spero che questi tre progetti vi entusiasmino quanto hanno fatto con me!

martedì 7 marzo 2017

Il sonnellino - un racconto in collaborazione con Dompé per #fightforlight

Il racconto che state per leggere, come vi accennavo nel post precedente, è stato scritto in collaborazione con Dompè per la campagna #fighforlight. Dompè, come forse già saprete, è una delle più importanti aziende biofarmaceutiche italiane e da anni conduce - oltre ai diversi altri ambiti in cui opera - anche un'importante attività di ricerca e sviluppo sulle malattie rare dell'occhio. Ha portato avanti, inoltre, proprio gli studi per i quali, nel 1986, Rita Levi Montalcini ha vinto il Premio Nobel per la Medicina.


La campagna #fightforlight in particolare vuole sensibilizzare le persone a proposito delle malattie rare dell'occhio e sono felice di potervi partecipare anche io. Come avete letto nel post sul #RareDiseaseDay, la giornata delle malattie rare, che cade ogni ultimo giorno di febbraio, ho preso parte all'evento di presentazione di un video che descrive in forma narrativa la ricerca della luce. 


Lo trovate sia nel post del 28 febbraio che qui, per chi se lo fosse perso!

E la mia partecipazione, come quella di altri autori e blogger coinvolti, prosegue con la scrittura di una storia ispirata al video e alla ricerca della luce nell'oscurità.

Prima di me, ha cominciato questa maratona di narrazioni, Cristiana Calilli del blog 100% mamma con il racconto La semina, che trovate qui


Oggi invece tocca a me e sono felice di farvi leggere il mio lavoro. Se seguirete i miei canali social, vi segnalerò di volta in volta tutti i racconti che si susseguiranno in questa avventura emozionante. 

Spero vi piacciano le nostre storie. Buona lettura!




Il sonnellino




Oggi per la prima volta nella sua vita, mia figlia Sara è rimasta tutto il pomeriggio all'asilo. Di solito, lavoro solo al mattino e la bambina rimane con me. Pranziamo insieme e dopo facciamo il sonnellino, lei nel suo lettino, io sul divano. Oggi però è diverso e l'ho dovuta lasciare per andare a portare la macchina dal meccanico: mio marito aveva una riunione e non poteva farlo nessuno. L'ho accompagnata la mattina con una strana sensazione. Lei era tranquilla, quella agitata ero io e non capivo il perché. Più tardi però, dopo averla salutata, quando sono rimasta sola in macchina, è tornato alla mia mente un ricordo lontano, quando anche io alla sua età sono rimasta la prima volta a dormire all'asilo. Erano le due e mezza. Tornati dalla mensa, la maestra ci ha fatti mettere nelle brandine e, con un gesto per me del tutto inaspettato, ha spento la luce. Fu uno scatto, come un portone scuro che mi si chiudeva di fronte. Di colpo, mi misi a piangere. La maestra non parlava, diceva: - Shhhhh. Io guardavo e non vedevo nulla. Quando, dopo qualche secondo i contorni delle cose sembravano più nitidi, tutto mi pareva diverso da prima. La maestra, in lontananza seduta alla cattedra con le braccia conserte, mi pareva una strega. Ebbi un sussulto, morsi il lenzuolo per non sentire la paura ma era inutile. Il bimbo sdraiato accanto a me dormiva e in quella oscurità a me pareva un piccolo lupo che ringhiava. Il cuore mi batteva forte, tutti i rumori erano amplificati e volevo essere da un'altra parte. Quel pomeriggio non passava mai, cominciai a sentire una musica simile a una pubblicità della televisione: ero io stessa che cantavo per consolarmi. La maestra si avvicinò e mi disse ancora: - Shhhhhhh. Non sapeva che a casa dormivo con la lucina accesa e non ebbi il coraggio di confessarlo. Affondai la faccia nel cuscino che mi sembrava avesse un cattivo odore. Rimasi così un tempo interminabile, piena di lacrime fino a che:

- Click.
- Mamma?


Era lei, mia madre, con il mio cappottino tra le braccia e il suo sorriso bello, felice, profumato del vento di fuori e i capelli perfetti, chissà, forse aveva approfittato di un'ora libera per andare dal parrucchiere. Da quel giorno la mia vita cambiò per sempre: la notte stessa chiesi di spegnere la lucina. Pensando a mia madre, dopo la mia commissione, sono andata a prendere Sara. Le ho chiesto se avesse avuto paura e mi ha risposto di no. 

martedì 28 febbraio 2017

Giornata delle malattie rare 2017 - #fightforlight


Oggi è il #RareDiseaseDay ovvero la #GiornataDelleMalattieRare. Ricorre l'ultimo giorno di febbraio, perché in effetti è un giorno raro e può cambiare di anno in anno.

L'anno scorso era bisestile e c'è stato un 29 febbraio, in quel giorno avevo scritto un post sull'argomento che per diverse ragioni mi sta a cuore. 

Questa volta voglio parlarvi di In the Woods e della campagna #fightforlight.

Sto facendo infatti un lavoro, insieme ad altri autori e blogger, con Dompé che è una delle più importanti aziende biofarmaceutiche in Italia e si occupa di portare avanti la ricerca sulle malattie rare spesso orfane di cura.

In particolare, la campagna #fightforlight vuole porre l'accento - accendere la luce e la sensibilità - sulle malattie rare degli occhi. Quando viene a mancare la luce siamo sperduti, la sua torcia sul mondo non ci può più guidare e rischiamo di sentirci molto male e soli.

Il video che vedete in alto è stato realizzato da Saatchi & Saatchi per la regia di Roberto Saku Cinardi, l'attore è Gabriele Mainetti e vuole proprio descrivere questa sensazione di smarrimento tra i bivi e gli angoli oscuri un simbolico bosco di notte.

Tuttavia, l'arte, l'attenzione, la parola possono fare qualcosa, anzi molto. Sono felice quindi di poter dare anche io il mio contributo e accendere la mia torcia: una torcia sola, si sa, è poca cosa ma tante torce accese possono davvero fare la differenza e illuminare il buio. La luce è un'entità così ricca di significati, valori, sfaccettature che rifletterci su, letteralmente, è una stupenda sfida creativa e umana.

Se mi seguite allora nei prossimi giorni potete leggere di più e in forme particolari anche il mio contributo narrativo. E vi segnalerò naturalmente i lavori degli altri partecipanti a questo progetto.

Spero che il video vi piaccia e che possiate diffonderlo e condividerlo con quante più persone possibili anche voi con l'hashtagh #fightforlight 

martedì 21 febbraio 2017

Latte macchiato: c'era una svolta


A.A.V.V., C'era una svolta, Gusti Diversi - Quelli del sabato

Torna #LatteMacchiato, una rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi che possono già bere una goccia di caffè dentro il loro latte mattutino! Quella che vedete in foto in realtà è una tazza di cioccolata calda, che ho bevuto sfogliando questo bel libro. 

Diciotto ragazzi del gruppo Quelli del sabato - un'associazione bellissima che dal 1992 si occupa di occasioni di incontro, crescita e perché no anche divertimento per persone con difficoltà, con sede a Bellinzago Novarese e che dal 2010 ha ampliato le proprie attività strutturandosi anche sul fronte delle problematiche del lavoro e dell'integrazione e della comunicazione - hanno preso in mano diciotto fiabe molto famose - La bella addormentata, Peter Pan, Il gatto con gli stivali e molte altre - e le hanno riscritte. 

[Una nota a margine: in fondo, il senso e il valore della creazione letteraria non è forse questo? La collaborazione tra chi scrive e chi legge al fine di dare una seconda o terza o quarta possibilità ai personaggi e alle trame].

A completare l'opera, diciotto scrittori italiani - Ester Armanino, Emiliano Poddi, Lella Costa e molti altri - ci hanno messo lo zampino e il risultato è stata una vera svolta.

Un gioco molto arguto della mente, dell'immaginazione e anche dell'emotività è secondo me infatti quello di provare a ipotizzare finali diversi alle storie. Non solo quelle letterarie, ma anche agli accadimenti della vita. Questo gioco può essere davvero utile a rimettere le cose in prospettiva, a restare vivi e svegli e a concedersi e in questo caso a concedere a piccoli e grandi lettori, un finale diverso, qualche volta magari più felice, più opportuno. 

Le storie, neanche a dirlo, sono scritte proprio bene. Ed è davvero interessante l'introduzione sentita e intelligente di Laura Pezzino. Per non parlare delle delicate e colorate illustrazioni di Hikimi che fanno la differenza in questa opera che sta giustamente riscuotendo un ottimo successo di lettori e personalmente ne sono davvero contenta, augurando di raggiungere ancora tante teste e tanti cuori.

Una nota di colore e anche un po' di vanità: nella stessa domenica in cui su La Lettura del Corriere della Sera è uscito un bell'articolo di Alessia Rastelli proprio su C'era una svolta, ero presente anche io nella altrettanto bella rubrica di Nathascia Severgnini I(n)stantanee. 


giovedì 16 febbraio 2017

Chicchi di caffè

Harry Parker, Anatomia di un soldato, Big Sur - Daniele Derossi, Nel cuore dell'anatomista, Bompiani


Torna la rubrica di comparazioni letterarie altrimenti detta Chicchi di caffè!

Questi due libri sono molto differenti tra loro e l'appiglio iniziale per compararli in questa rubrica è stato solo il titolo e nello specifico il concetto di anatomia.

[Capita infatti spesso nella vita di un lettore di trovare copertine identiche, titoli analoghi, trame paragonabili. Ciò che affascina me in particolare però non è solo trovare una somiglianza estetica ma anche un po' di corrispondenza di senso e di significato].

E qui, con qualche capriola cognitiva, temporale e stilistica, vi dico che succede. 

Anatomia di un soldato è un libro di rara profondità psicologica e di rara bellezza narrativa. Il suo autore, arruolato giovanissimo nell'esercito britannico, ha perso entrambe le gambe in un'esplosione di un ordigno in Afghanistan nel 2009. Parker - che ho ascoltato presentare il suo libro qualche tempo fa alla Scuola Holden a Torino - è un ragazzo come tanti che però ha un trascorso di esperienza totalmente eccezionale, dunque da raccontare con le dovute cautele. E nel romanzo, trapela tutta questa storia vista però però dal punto di osservazione degli oggetti che hanno toccato la vita di tre personaggi tra cui uno che ricorda proprio l'autore. Dire che è una avventura emozionante e difficile è poco. Si tratta di un impegno grosso come lettori, ricompensato tuttavia da un arricchimento importante.

Anche Nel cuore dell'anatomista il protagonista è un giovane. Un ragazzo di sedici anni che lascia la sua città natale in Val di Susa per studiare medicina a Padova. Siamo però nel '500 e il giovane Giovanni si trova ad assistere alle lezioni di anatomia di Vesalio. Diventa in seguito assistente di un anatomista dall'etica discutibile e capita letteralmente in mezzo a esperimenti cruenti e inenarrabili.

In entrambi i casi si parla di corpi, di guerra, di oggetti e oggettificazioni. E in entrambe le storie, emerge tra le righe il cuore in tutte le sue forme e valenze.

Da leggere con il giusto distacco degli anatomisti-lettori. Sapendo di andare incontro a perle di bella letteratura ed emozioni talvolta assai forti. 

sabato 11 febbraio 2017

Vita da blogger: incontro con Lorenzo Marone a Milano.


Lorenzo Marone, Magari domani resto, Feltrinelli

Benché non sempre sia possibile, mi capita ogni tanto di partecipare ad alcuni incontri tra blogger e autori. Ormai nel web sono nati tanti blog letterari, tante realtà diverse e mi fa piacere notare quante persone giovani e curiose ci siano a fare questo "mestiere" che non è proprio un mestiere. 

In questo caso, ringrazio la casa editrice Feltrinelli perché mi ha sostenuta nel piccolo viaggio da Torino a Milano oltre che fatto dono del romanzo e invitata a un aperitivo stupendo al quale, come spesso mi accade, però non ho potuto prendere parte perché dovevo... prendere il treno. Insomma, consigli per giovani blogger: siate milanesi! Scherzi a parte, grazie. E lo aggiungo per trasparenza: da qualche tempo a questa parte, nella grande maggioranza dei casi in cui riesco a partecipare a incontri simili è perché l'editore mi ha aiutata, a seconda delle proprie possibilità, a sostenere lo spostamento. 


Ma veniamo al dunque. Questo post doveva intitolarsi: "Caro Michele". Rubando un titolo di Natalia Ginzburg, volevo scrivere una lettera aperta al ragazzo di trentanni che si è tolto la vita e che è passato alla cronaca e, diciamolo, anche un po' al sensazionalismo dei media, per una lettera molto dura e toccante. Per chi se la fosse persa, eccola qui. 

E avrei voluto dirgli (posto che non sia stato tutto un fake, come emerge da alcune ultime notizie nel Mar dei Sargassi dell'informazione): caro Michele, ti capisco. Tante volte anche io mi sono sentita così tanto stretta in quella nuvola nera da volerci scomparire dentro. Hai tutte le ragioni per aver fatto quello che hai fatto e intuisco, ma non sono una dottoressa, dalle tue parole un possibile disagio che probabilmente va molto al di là della crisi economica. Di sicuro, è stata una tua crisi profonda e personale a portarti al suicidio. Tuttavia, è vero ciò che dici: in molti della nostra generazione di trenta quarantenni non abbiamo ancora cominciato a vivere. Campiamo di lavoretti, di speranze, di gavetta.

E sarei andata avanti ad analizzare, a cercare di capire perché non siamo ancora riusciti, in generale, con le dovute cautele e virtuose eccezioni, a diventare adulti e autonomi.

Ma poi mi sono fermata e ho letto questo libro. 

C'è una scena di dialogo tra la protagonista Luce, avvocato di Napoli che vive ai Quartieri Spagnoli e ha trentacinque anni e una donna di nome Carmen. Luce non fa proprio l'avvocato, a dire il vero.

Fa l'apprendista.

A trentacinque anni stiamo ancora imparando... A chi non sono capitati "periodi di prova" in azienda di sei mesi, un anno. Sono chiaramente prove di sopravvivenza che di professionale hanno ben poco. Non dico niente di nuovo, comunque, ormai lo sappiamo tutti come funziona e come non sta funzionando per tutti i Michele veri o fake che siano.

Ci metto anche del mio: un giorno analizzeranno il fenomeno dei blog come questo e magari e scopriranno che tutta questa creatività nasce anche da un'esigenza di sopravvivenza emotiva e materiale. Sti blog sono nati come lunghi, lenti blues che cantiamo in attesa che arrivi qualcosa di vero, di concreto? Non lo so ancora e non lo so più.

Ma dicevo di Luce. C'è una scena che è il click che mi ha fatto fare questo libro, o il "twist" come va di moda chiamarlo adesso, anche se arriva verso la fine. In un dialogo serrato con Carmen, una donna in difficoltà che le chiede un aiuto urgente e serio. Si tratta di andare a riprendere un bambino in difficoltà e il tutto ha a che fare con la camorra. Luce ripete il solito copione dell'impotenza: si schernisce, è solo un'apprendista.

"Non sono io l'avvocato di tuo marito, Carmen, io nun so' nisciuno, è quello che ti ho tentato di dire l'altro giorno. Sono una collaboratrice, una dipendente, una che fa a' gavetta inso..."
Lei non mi fa nemmeno finire. "Nun me ne fott' che fai là dint', Luce, se vuoi bene e Kevìn, e lo so che gli vuoi bene, mi devi aiutare!.
Guardo l'orologio: sono le quattro del pomeriggio. Spengo la sigaretta appena accesa e mi alzo. 
"Che fai?" chiede lei.
"Che fai?" ripete don Vittorio.
"Quello che mi hai chiesto, mi prendo cura di Kevin".

Ed è un po' questo secondo me il senso della storia di Luce e della nostra: radicarsi nella propria vita anche quando le circostanze esterne sono il più avverse possibile. Magari con l'aiuto di bambini, cani o rondini come Primavera che si comporta in un modo inatteso e che vi lascio scoprire leggendo,

Tornando a Michele e ai molti Michele che ci sono tra di noi: un libro magari non può fare un gran che. E non è nemmeno così semplice: non sempre e non tutti possiamo fare ciò che vorremmo, a molti di noi non è concessa una vita piena, e nemmeno tanta manovra in quel poco che c'è. Ma secondo me possiamo smettere di  fare gli apprendisti quando cominciamo a prenderci cura degli altri, e di quell'altro insicuro che vive dentro di noi. La cura - come si vede dal dialogo - è sempre il motore che ci fa crescere. Non credo che i Michele della nostra società possano essere salvati da un libro, ma credo che per chi resta sia un ottimo balsamo e un buon consiglio per andare avanti. 


mercoledì 8 febbraio 2017

Post del cuore: cos'è la danza Butoh?

In questi primi giorni di febbraio al teatro Espace di Torino si sta svolgendo il Festival Moving Bodies con una speciale performance di danza Butoh.  

Ogni tanto mi piace scrivere di arti che non sono la scrittura, scorrendo indietro le pagine di questo blog potete trovare altri post sulla danza, il cinema, l'architettura, la musica, l'arte circense e altre discipline che rendono la vita degna d'essere vissuta.

In particolare, mi ha colpita la danza Butoh perché arriva dal Giappone e ha richiami con il teatro No, che mi ha sempre incuriosita. Movimenti incisivi, che toccano e smuovono.

Ho avuto l'opportunità di dialogare con una delle curatrici del Festival, la gentile Ambra G. Bergamasco, che ha risposto ad alcune delle mie curiosità.




Qui di seguito, trovate domande e risposte; e qualche immagine: spero che rimarrete colpiti anche voi dalla danza Butoh e dalla sua poesia. 

Vetrina Moving Bodies è un Festival di danza che si terrà a Torino al Teatro Espace il 9/10/11 febbraio e vedrà susseguirsi sul palco diverse discipline e forme artistiche. In una tua nota curatoriale al Festival ho letto una bella descrizione della danza Butoh: puoi dire due parole per noi "profani" ma amanti dell'arte in tutte le sue forme di cosa si tratta? Se ho capito bene la tradizione della danza Butoh, sebbene relativamente recente, affonda le sue radici culturali in un tempo invece molto lontano...


Dai miei studi, pratica e lunghe conversazioni con i maestri del Butoh, la sua più importante qualità e' quella di essere una pratica, un sistema artistico performativo che si avvale del contemporaneo. Si può dire che la sua nascita avviene grazie a Tatsumi Hijikata, che la crea poiché insoddisfatto delle realtà artistiche degli anni 50 in Giappone. Hijikata​ fonda la danza Butoh come risposta giapponese alla condizione estetica di quegli anni in Giappone, post Hiroshima. La sua necessita' era quella di rendere visibile ciò che e' nascosto, strappando la maschera, portando il corpo in ribellione in scena. Cosi' facendo, si avvale di un allenamento corporeo ferreo che riprende il Kabuki ed il NO per sviluppare la ricerca su quello che definisce Qualia - la qualità stessa delle cose.
Stimolando il corpo con richiami sensoriali, i corpi ed i sistemi presenti in ognuno di noi creano la danza stessa, al dila' del cognitivo, per danzare quello che e'.



Che tipo di sensibilità ritieni debba possedere una persona che decide di intraprendere questa disciplina?

​Parto dal presupposto che in ognuno di noi ci sia, manifesta o nascosta, una sensibilità verso la vita, i sui processi e le sue metamorfosi. Penso possa interessare molto ai disegnatori e gli artisti visivi, perché la preparazione richiede concentrazione e creatività poiché si arriva ad avere una profonda conoscenza del corpo​, a chi vuole semplicemente sperimentare la propria visione interna si se stessi e delle relazioni con l'esterno che possono nascere ascoltando semplicemente. Il Butoh e' una disciplina che io trovo accessibile poiché gioca con l'immaginazione e la capacità di stimolazione sensoriale. Questo ne indica l'accessibilità poiché non ha limitazioni fisiche, ne di formazione personale. Non e' una danza solo per gli addetti ai lavori, per essere specifici.




Se ho capito bene, c'è una stretta relazione tra Butoh e poesia, sapresti accennarci come queste due arti siano vicine e possano correlarsi?


​La danza Butoh é descritta anche come danza dell'anima o poesia in movimento poiché le atmosfere create da chi la fa, possono definirsi oniriche. In scena si portano paesaggi archetipi, trasmutazioni...posso decidere di danzare lo sbocciare della rosa, tanto quanto trasformarmi in un insetto, accettando o creando nuove atmosfere e nuove relazioni con l'esterno. La dana Butoh fa emergere il nostro interiore, partendo dal particolare, muovendosi verso l'universale e stabilendo un nuovo percepire. Questo si ottiene attraverso esercizi e tecniche corporee, e l'improvvisazione.



lunedì 6 febbraio 2017

Poetry Cafè



Torna una delle rubriche nuove e al tempo stesso vintage di questo blog. Una poesia per cominciare bene la giornata (anche se è già mezzogiorno!). Questo lunedì ho ripreso dalla mia libreria questa poetessa americana di inizio Novecento (nata l'8 febbraio 1911). 

Una poesia sulla "buona creanza" o per meglio dire uno spiraglio sui valori "di una volta" espressi dai ricordi di una bambina legati al nonno. 



La buona creanza

Per una bambina del 1918

Il nonno mi disse,
seduti a cassetta:
"Non ti scordare mai di salutare
chiunque incontri, dammi retta".

Incontrammo uno sconosciuto a piedi.
Il nonno si tocco il cappello col frustino.
"Buongiorno, signore. Buongiorno. Bella giornata".
L'ho detto e ho fatto un inchino.

Poi raggiungemmo un giovane del posto
con la sua cornacchia addomesticata sulla spalla.
"Offri sempre un passaggio a tutti;
non dimenticarlo quando sarai grande"

disse il nonno. E così Willy
salì con noi, ma la cornacchia
volò via con un gran "Gra!". Mi preoccupai.
Come faceva a sapere dove andare?

Ma volava un pezzetto alla volta
da un palo all'altro della staccionata:
e a ogni fischio di Willy rispondeva.
"Bell'uccello" disse il nonno

"e ben addestrato. Vedi, risponde
a tono quando gli si parla.
Il che è buona creanza, uomo o bestia.
Badate bene di farlo anche voi due".

Quando passavano le automobili,
la polvere nascondeva il volto della gente,
ma noi a gridare:"Buongiorno! Buongiorno!
Bella giornata!" con voce squillante.

Una volta arrivati sotto Hustler Hill.
il nonno disse che la cavalla era stanca,
così scendemmo tutti, proseguendo a piedi,
come esigeva la buona creanza.


lunedì 30 gennaio 2017

Tazzina di sakè

Mitsuyo Kakuta, La cicala dell'ottavo giorno, Neri Pozza 

Ecco un altro libro che mi ha accompagnata durante le vacanze di Natale. L'ho preso in biblioteca, incuriosita dal fatto che nel titolo ci sia un 8 che è il mio numero. 

(Per inciso e per la cronaca sto anche leggendo Le otto montagne di Cognetti e ne racconterò senz'altro). 

Ho preso questo libro in biblioteca anche per onorare questa rubrica alla quale sono molto affezionata, dedicata alla letteratura orientale. Ho letto nella mia vita parecchi libri scritti da giapponesi, come l'autrice di questo romanzo e sono una delle mie grandi passioni letterarie. 

Mitsuyo Kakuta, classe 1967, ha vinto in Giappone numerosi premi prestigiosi e questo libro è stato un best seller da più di un milione di copie con tanto di serie tv e film ispirati alla sua trama.

Una storia feroce che si potrebbe definire, volendo cedere alle definizioni, un thriller psicologico dai tratti noir. 

Per chi conosce un po' la letteratura giapponese, non dirò niente di nuovo ma a chi si aspetta una storia soave e delicata rivolgo l'invito a pensarci due volte prima di leggerlo. Nel senso che a essere delicata e accurata è la scrittura dell'autrice, sapiente e tradizionale, ma la storia è di quelle inquietanti. 

Questa è una vicenda che ricorda un po' il film Attrazione fatale: un tradimento che vede al centro il personaggio misterioso e ingenuo di Kiwako, che sconfina nel crimine. Bugie, ossessioni e follia incontrano un epilogo inaspettato e una peculiare comunità simil-hippy, la Casa degli Angeli, di donne che si nutrono di frutti della terra dove la protagonista, dopo aver rapito una bambina, trova asilo. 

Tutto è "strano", straniante e inquietante ma credibile. Le analogie con il film citato non finiscono qui: la particolarità di questo romanzo è anche l'ambientazione storica, ovvero gli anni Ottanta, descritti dietro al filtro della vita quotidiana di una grande azienda di intimo giapponese. 

Una lettura, come si dice in questi casi avvincente, la quintessenza della letteratura giapponese contemporanea. 

domenica 29 gennaio 2017

Latte macchiato

David Almond, Skellig, Salani Editore


Con l'anno nuovo cominciano alcune rubriche nuove e ne tornano di vecchie, nuova vita per me e spero anche per voi. Questa nello specifico è nuova nel senso che ho parlato spesso su questo blog di libri per bambini e ragazzi e vorrei che diventasse un'abitudine più stabile. 

La rubrica si chiama Latte macchiato e insomma sì questo blog si sta trasformando pian piano in un bar: tra caffè, tazze, latte e biscotti. Sarà che ce l'ho nel DNA il discorso del dare del cibo: i miei bisnonni piemontesi erano fornai e quelli siciliani tenutari di una locanda. Il destino ha voluto che non ereditassi nel concreto purtroppo quelle attività ma a voler credere a queste strane corrispondenze, è possibile che l'istinto di ristorare mi sia passato nel sangue, chissà.

Ma bando alle ciance: questa rubrica si chiama così perché si vuole occupare di quei libri che possono leggere i ragazzi che già mettono una goccia di caffè nel loro latte, insomma young adult ma a modo mio, nel senso che non sono un'espertona del genere, per cui vi propongo ciò che leggo e ciò che secondo me può cambiarvi la giornata.

Ho letto questo libro nelle vacanze di Natale e consiglio per la lettura proprio un momento così, un po' in bilico, che possa favorire una riconnessione con i momenti più ispirati, gioiosi e autentici della vostra infanzia. 

Skellig è una storia che diventa subito la vostra storia-guida. Siamo in inverno, la primavera un lontano miraggio. Una famiglia composta da mamma, papà, Michael e una bambina appena nata si trasferisce in una casa nuova, in Falconer Road. Lo fanno perché c'è un bel giardino, peccato che al momento sia più simile a un foresta ostile e piena di spettri. E c'è un garage diroccato pieno di robacce appartenenti ancora al precedente proprietario. 

Il papà si dà un gran daffare per mettere tutto a posto, ma la sua sfida è molto più grande: sopportare, insieme alla moglie e al figlio, la malattia gravissima della piccolina. La sorellina di Michael infatti sta per parecchi giorni tra la vita e la morte e tutti non possono fare altro che aspettare e avere fiducia. 

In questo percorso difficile però ci sono degli aspetti interessanti, incontri memorabili. C'è Mina, una bimba sveglia, intelligente e piena di idee. E soprattutto c'è Skellig. Un essere a metà tra l'uomo e qualcosa di misterioso. Tanto misterioso come le strane ossa che gli spuntano sulla schiena, simili ad ali. Una creatura rassegnata, dalle apparenze di un homeless che vive di nascosto nel garage e si nutre di birra e di insetti e avanzi cibi del vicino ristorante cinese. 

Da questi incontri infine nasce qualcosa di nuovo, delicato ed emozionante. La scrittura costruisce dettagli così giusti e profondi che sembrano stati scritti con legnetti e foglie anziché sui tasti di un computer, e forse possiamo immaginare che sia così. Non so nulla di questo autore, senz'altro mi andrò a informare, ma questa lettura è arrivata un po' per caso, dopo tanti anni che se ne stava lì ad attendere. 

E merita davvero, perché questo è uno di quei libri della vita. Magari siete già adulti, ma Skellig compie il miracolo di trasportarvi lontano dove la vostra curiosità e la scintilla che si è accesa alle origini delle prime letture è nata e depositarsi proprio lì, a comporre la struttura del vostro mondo interiore. Mi chiedo se si possa volere di più da un libro. La risposta è che questo racconto lungo vi dà anche quel di più, di qualsiasi cosa abbiate bisogno, lì dentro ci sono alcune fondamentali risposte.

Buona lettura!