domenica 22 ottobre 2017

Su #quellavoltache #metoo: considerazioni sulla via di ritorno dall'Australia.



In Australia, stando a quanto ci dicevano gli amici, i parenti, molti siti web, i travel blog e persino qualche guida turistica, sarebbe potuto succedere di tutto. Ragni enormi e letali, tanto potenti da perforare pure le suole delle scarpe da trekking, serpenti pronti a fagocitarti come un topolino, meduse microscopiche ma in grado, con un solo tocco, di lasciarti due ore di vita, in taluni casi anche meno. Coccodrilli che sarebbero potuti spuntare da ogni angolo e sbranarci. E addirittura ci hanno messi in guardia dall'impulsiva, ingestibile aggressività dei canguri nonché dal pessimo carattere (e lo scarso amore per l'igiene) dei - solo in apparenza - tenerissimi koala. 

Nulla di tutto questo però è accaduto. Non abbiamo incontrato nessuna di queste belve ma solo adorabili pesciolini tipo Nemo, splendidi pennuti simpatici, aggraziate giraffe, pappagalli intelligenti, cavalli e cammelli che correvano liberi sulla terra rossa del deserto.

E su quella terra rossa (dove, più che altrove, per davvero vivono gli animali velenosi) ci abbiamo anche dormito, all'aria aperta, senza nemmeno una tenda a ripararci. Un incredibile cielo stellato ci faceva da soffitto e la sensazione di meraviglia e incredulità di essere lì, che stesse succedendo nella realtà e non in un sogno, ha reso pian piano vicino allo zero la paura di perire per il morso di qualsivoglia essere crudele. 

Siamo stati di certo fortunati ma c'è da dire che, naturalmente, il nostro viaggio non è stato perfetto e come in ogni viaggio ci sono stati degli imprevisti. Influenze, mal di denti, bancomat impazziti, orari da incastrare, gente strana. In ogni caso, ora che è finito, posso affermare con certezza che la tragedia che ci paventavano tutti, causata dalla micidiale fauna australiana, infine, non si è verificata. 

Una cosa però è successa ed è stata infinitamente più spaventosa di mille morsi di serpente. A funestare il viaggio, quando mi connettevo a internet, la sera, è stata la lettura sul web delle storie racchiuse sotto gli hashtag #quellavoltache e #metoo. 

A partire dal caso di Asia Argento (per chi se lo fosse perso, basta una breve ricerca su google relativa al caso Weistein), moltissime donne hanno cominciato a raccontare delle violenze subite dagli uomini e la cosa ha preso proporzioni enormi. Ben presto si è chiarita l'entità del problema: riguarda davvero tutti. Leggere da lì, immersa negli scenari incantevoli australiani, in luna di miele per di più, mi ha scatenato sensazioni ambivalenti. Da un lato il sollievo, la gratitudine di essere in quei luoghi con l'uomo buono, sano di mente e rispettoso con cui mi sono appena sposata, dall'altro lato il disgusto e la pena per chi in quello stesso momento stava subendo cose orribili. 

Neanche a dirlo, infatti, anche io, come tutte le altre donne, ho subito molestie e abusi in ogni fase della mia vita. A differenza di molte altre, però, non ho usato gli hashtag per raccontare i particolari di questi episodi perché proprio non ci riesco in pubblico. Ed è questo l'unico dubbio che ho su un'iniziativa che altrimenti mi pare necessaria, giusta e benemerita. 

I social network, secondo il mio punto di vista, sono tutt'altro che uno spazio sicuro e protetto. Possono essere efficaci per farsi conoscere, fare carriera etc. Ma se si è emotivamente fragili, sono territori minati. 

Mi chiedo, alla luce di ciò, se abbia senso usarli per una causa così importante e delicata. Non certo parlare del fatto che moltissime persone - e non solo donne, ma anche uomini, bambine e bambini - subiscono abusi da uomini (e da donne, è giusto sottolinearlo) nel corso della loro esistenza: questo anzi è sacrosanto dirlo, affermarlo, prendersene cura. Ma, di contro, l'indugio nella narrazione dei particolari su internet mi lascia nel limbo dell'incertezza: è giusto? Ha una vera utilità? Più in generale il racconto dettagliato del dolore, di quel dolore, così, senza supporti psicologici, senza tutele, senza struttura, ci fa del bene come collettività e come singoli? Fa bene alle vittime? Risveglia i carnefici, li rende consapevoli? Previene futuri abusi? Di sicuro fa sentir bene chi è già forte, chi è a posto nella vita, con le spalle coperte, ma tutti gli altri (che sono la maggioranza)? C'è dell'altro oltre all'esigenza dello sfogo? Ne segue una vera guarigione o cade nel vuoto e amplifica infine solo l'eco del silenzio? Si tratta di scelte consapevoli o di inconsapevole compiacimento, disperata speranza di ricevere un amore che, sui social, nove volte su dieci è inautentico, enfatico, effimero? Ci vorrebbe forse uno psicoterapeuta a rispondere, io non ho risposte in merito, solo domande.

La percezione, comunque, dal canto mio è quella di alzarsi in piedi, poniamo in una piazza piena di persone sia conosciute che sconosciute e non sempre, non necessariamente benevole, e dire i dettagli del proprio male più profondo. Si riceveranno senz'altro abbracci, ammirazione per il coraggio, manifesto odio per i carnefici, ma anche altro. Anche reazioni inaspettate, indifferenza, accuse, forse un nuovo, più subdolo, carico di molestie (come è successo proprio ad Asia Argento che sembra non ne stia venendo fuori se non con l'intenzione, addirittura, di espatriare). Posto che maggiore è la gravità, maggiore anche è la difficoltà ad esporre l'accaduto, in generale quando si tratta di qualsiasi tipo di dolore, mi domando davvero se non possa diventare alla lunga un progetto spurio e controproducente. Non vorrei essere fraintesa: trovo ignorante e abominevole accusare le donne che stanno parlando adesso degli abusi subiti da quell'orco di Weistein di aver taciuto perché è ben noto il meccanismo "invischiante" che si crea in questi casi e hanno sempre ragione i più vulnerabili, sempre. Le mie perplessità riguardano la valanga di dettagli. Tra lo sfogo liberatorio e l'espropriazione di parti di sé delicate, doloranti, qual è il confine? Al termine di quelle letture io ad esempio mi sentivo destabilizzata, impotente e magari è successo anche ad altre persone che, leggendo in silenzio, non sanno come gestire questo conflitto interiore. 

E così tornando al discorso degli animali pericolosi dell'Australia, ripenso a due cose. Una è che in viaggio leggevo Vedi alla voce: amore di David Grossman, e in quelle pagine il piccolo Momik, provando a immaginare cosa fosse la "Belva Nazista", se la figura come un animale feroce, simile a un dinosauro. La seconda cosa è che qualche giorno prima di partire per l'Australia, in casa mia, tra le mura immacolate di un appartamento qualsiasi di una qualsiasi città civilizzata europea, ho trovato il ragno più grande della mia vita. Un essere gigante, rispetto ai ragnetti d'appartamento cui siamo abituati. Abbiamo fatto una certa fatica a rimuoverlo e ci è rimasto molto impresso.

A volerci vedere un senso, in tutto questo, mi viene da dedurre che a volte spostiamo l'attenzione sull'esterno: diamo agli animali feroci o a chissà che altro di cattivissimo fuori da noi il ruolo del nemico perché non ci pare possibile che il vero pericolo provenga da dentro, stia proprio lì, nelle nostre case, nei nostri ambienti di lavoro, nei nostri bar, supermercati, strade, mercati, palazzi. Tutti posti in cui una donna (e un uomo) dovrebbero sentirsi bene, al sicuro e invece no, invece, stando a tutti questi racconti, sappiamo ora che sono quelli i veri deserti pieni di belve da cui stare alla larga. Con la differenza che l'animale attacca se attaccato, questi umani invece agiscono in sé e per sé, come mossi da una forza innata.

Insomma, non c'è alcun bisogno di andare nel centro dell'Australia per incontrare le bestie feroci. La bestia è nel nostro cuore, per citare il romanzo di Cristina Comencini che parla proprio di queste tematiche. 

Un primo passo allora potrebbe essere, adesso, farsene qualcosa di tutte queste testimonianze. Partire da qui per guarire le ferite delle vittime e, a monte, dei carnefici, io credo che sia possibile. 

mercoledì 13 settembre 2017

#GiorniSelvaggi a Torino - Norman Manea.



A Torino, forse voi che leggete ve ne sarete accorti, stanno succedendo cose selvagge.

Una di queste è proprio il mega evento letterario #GiorniSelvaggi. 

Ovvero: una serie di incontri con autori internazionali a totale beneficio del lettori italiani. Un'idea del Circolo dei Lettori insieme al Salone del Libro di Torino (aka #SalTo) con diversi partner importanti.

Si sono già susseguiti, per capirci, scrittori del calibro di Elizabeth Strout, Richard Mason, William Finnegan, Fernando Aramburu e molti altri ne arriveranno.

Tra questi, e a proposito di partnership belle, ci tengo a segnalarvi un interessante incontro con Norman Manea in dialogo, sabato 16 settembre, con Andrea Bajani. Sono contenta di poter, infatti, confermare la mia media partnership con l'Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia che patrocina questo evento dal titolo: Corriere dell'Est, che poi è il titolo anche dell'ultima fatica di Manea.  

Appuntamento, allora, per chi può a Torino alle 18 al Circolo dei Lettori di via Bogino 9. 

E naturalmente il pensiero va alle letture autunnali, le più fragranti come questa bella aria di settembre, buone pagine nuove della vostra vita. 

lunedì 21 agosto 2017

Estate 2017. Libri letti e da leggere.




Certo che nell'estate in cui Michiko Kakutani va in pensione e il web letteralmente pullula di blog letterari e profili social a tema libresco e i giornali e le riviste sono pieni di consigli di lettura e in generale l'accesso a qualsiasi tipo di suggerimento sui libri è totale, libero e incondizionato molto più, tanto per dire, del wi fi nelle nostre città, mi chiedo se abbia senso dare qualche ulteriore e forse già visto spunto di lettura o per lo meno più semplicemente dirvi (oh voi che leggete) che cosa ho letto a mia volta, iniziato o progettato di leggere in questa estate 2017.

Magari tuttavia a qualcuno importa: in fondo il mare è pieno di pesci - per restare in tema estivo - e non per questo si smette di pescare. Posto che questo proverbio improvvisato abbia un significato logico. Insomma, ecco allora i libri che accompagnano me questa estate, spero vi incuriosiscano e che anche voi sperimenterete le buone sensazioni, le intuizioni e gli apprendimenti che così tanto hanno dato giovamento alla mia testa in queste settimane. Non so se è un caso, ma molte delle copertine delle mie letture è azzurra, un colore calmante che può fare molto bene a chi lo osserva.


Esemplare uno di Veronica Balocco - bookabook narrativa

Considerate le temperature allucinatorie di questa estate italiana (alzi la mano chi, superati tutti gli step del delirio psicologico, con un ghiaccino del freezer sulle tempie, è arrivato a ipotizzare, come me, un rapimento alieno in giustificazione ai 40 gradi perenni del proprio corpo?), il primo libro che mi ha dato refrigerio mentale a luglio è stato questo. Uno dei personaggi principali è un pesce e ci troviamo immersi nelle gelide acque dei mari norvegesi. Veronica Balocco è una giornalista molto seria che scrive narrativa per passione. Quel che vorrei farvi conoscere, se già non lo avete incontrato sulla vostra strada, è poi anche il progetto editoriale legato a bookabook. Faccio parte della squadra di lettori per questo editore innovativo e autorevole, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi.


Mi piace la filosofia alla base di Slow Food e per una qualche sorte fausta, sembra che la cosa sia ricambiata perché mi hanno donato all'inizio dell'estate questo piccolo libro di una collana tutta dedicata al rapporto tra letteratura e cibo. Giovanni Arpino è un autore che personalmente leggo dal liceo e che di tanto in tanto dovrebbe essere riscoperto e apprezzato per le sue invenzioni letterarie e il suo acume. A trent'anni dalla morte di un piemontese doc, il mio consiglio è di leggere queste storie anche in apprezzamento della pregevolezza culinaria del territorio.

Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne - Gribaudo (Trad. Stefano Valenti)

Ho comprato questo delizioso libro per ragazzi in un'edicola torinese. Il sovracopertina si stacca e diventa una mappa del giro del mondo in 80 giorni di Phileas Fogg e Passepartout. Sarà retorica ma per leggere bene tocca tornare piccoli. Adolescenti, bambini. Tornare piccoli e avere fantasia e amare il mondo per quel che è. 

Il nido di Tim Winton - Fazi (Trad. Stefano Tummolini) 

Questo romanzo, invece, l'ho comprato al Salone del Libro di maggio. Non sono arrivata ancora a metà, ma vorrei spezzare una lancia in favore della nuova letteratura australiana. E in generale in favore delle letterature dell'altrove (in tutto simile però a noi in modi inaspettati). Se ne stava in un angolo, questo libro, superato in interesse e hype da mille altri titoli. E in effetti questa è la perfetta storia di un loser, un perdente dei nostri giorni. Ex avvocato ambientalista, Tom Keely perde (!) tutto: il lavoro, la famiglia e l'identità. Chi di noi non si è mai sentito ai margini di qualche cosa, presto o tardi? Se a voi non è mai successo, scoprite allora come si sente invece Tom, credo che vi sarà utile a sviluppare la più scarsa risorsa del nostro tempo: l'empatia. 

La trilogia di Holt di Kent Haruf - NNEditore (Trad. Fabio Cremonesi)

Ringrazio la casa editrice NN che mi ha spedito questa trilogia. Benedizione - profezia di un titolo azzeccato - fa proprio quel che promette il nome. Benedice il lettore. Una promessa mantenuta. Una scrittura luminosa che con amorevolezza (quella che scaturisce dalla dedizione) descrive personaggi strutturati e complessi. Balsamo per chi ama entrare nelle storie umane che si declinano in tutto ciò che è coerente con la natura e le sue ferite. Anche Canto della pianura va così in profondità e da un punto di vista stilistico si innalza di un po', c'è una cura diversa per il linguaggio. Stesso dicasi per Crepuscolo


Appena comprato (ieri) per un motivo che tengo a condividere con voi. Dopo tanti anni passati a "consigliare" libri e a far parte - a fasi alterne e per logiche a me ignote - della schiera degli influencer o che dir si voglia soggetti del web che si presume siano ascoltati da un numero variabile di lettori pronti a comprare i titoli da essi, appunto, suggeriti, questa volta sono stata io influenzata e volontariamente influenzabile. Questo romanzo, con la sua bellissima copertina, è il libro che più spesso ho visto "postare" sui social in questi mesi e l'ho visto consigliare con motivazioni forti, talvolta emotive talvolta razionali, da parecchie persone che stimo. Come stimo in modo particolare la riservata autrice di cui ho già raccontato su queste pagine qualche anno fa. 

Mi fermo qui ma avrei dei titoli bonus relativi ad altri libri ricevuti e altri ancora presi in un bookcrossing nelle mie vacanze a Marina di Massa (in Toscana) ma spero di parlarne nei prossimi post. Grazie a chi ha letto fino a qui e buone letture di fine estate. 

venerdì 21 luglio 2017

Maria accanto - Intervista a Matteo B. Bianchi.

Matteo B. Bianchi, Maria accanto, Fandango


A maggio al Salone del Libro di Torino (per gli amici #SalTo30), ho avuto l'occasione di incontrare e conoscere lo scrittore Matteo B. Bianchi.

Per i pochi stolti che non conoscessero Matteo, lui pubblica romanzi dai primi anni 2000, è autore televisivo ed è il glorioso fondatore di 'tina - la rivistina di Matteo. B. Bianchi. 

Già solo dalla sua rivista si possono notare le diverse anime di Matteo come scrittore, una di quelle che più mi hanno colpita e che ho ritrovato nella bella conversazione che abbiamo avuto è una sorta di inedita e autentica umiltà. Merce rara nel mondo delle sacre lettere.

E, a proposito di sacro, il suo ultimo romanzo, Maria accanto, racconta una storia speciale. Pulita, disarmante. La storia di una ragazza qualunque dei nostri giorni, assistente alla poltrona presso uno studio dentistico, alle prese con le problematiche della società, cui letteralmente un giorno appare Maria. Proprio quella Maria, la madre di Gesù.

Lo so, a scriverla questa trama pare bizzarra ma a leggere il libro la parola d'ordine è credibilità. Ogni dettaglio, ogni reazione, ogni cosa appare (per restare in tema) perfettamente coerente. Che poi è il compito di ogni romanzo riuscito: farci entrare in un mondo con le sue regole e con i suoi meccanismi inconfutabili.

Ma non finisce qui perché poi ci ho ragionato un po' e ho ben pensato di scrivere a Matteo qualche domanda. E queste infine sono le sue risposte. Spero che vi incuriosiranno quanto hanno incuriosito me.

E se arrivate alla fine dell'intervista vi anticipo che no, non manderò la mia parcella di psicanalista :) a Matteo ma gli manderò un "grazie" grande e sincero per la disponibilità quanto la stima che ho per lui. Buona lettura!

 Maria accanto è una storia semplice e insieme complessa. A me ha ricordato in uno strano modo le storie di Kent Haruf. Apparentemente quotidiane ma intrise di una qualche eccezionalità che le rende uniche e diverse dalle altre narrazioni. Almeno, questo è l'effetto che hanno fatto a me. Nella tua storia "normale" (Betty è una ragazza qualsiasi, impiegata in uno studio dentistico) a un certo punto, infatti, fa irruzione un elemento per così dire irreale. Un'apparizione di Maria, la Madonna in carne e ossa, anzi in spirito, che diventa amica e confidente di Betty. Maria apparentemente non porta nessun messaggio ma leggendo meglio tra le righe a me è parso che invece sia lì per aiutarla ad affrontare momenti molto difficili e a superarli. In definitiva, è come se Maria volesse dire a Betty che la vera felicità è a portata di mano, è accanto, appunto, a lei. Questo è senz'altro quello che ha suggerito la tua storia a me. Confermi questa lettura? Ti suona corretta?

Intanto grazie per il riferimento a Kent Haruf, è un grande complimento che probabilmente non mi merito. Per quanto riguarda la tua interpretazione, trovo che sia del tutto legittima anche se non era quello che avevo in mente io scrivendo il romanzo. Mi sto rendendo conto che questo libro si presta moltissimo a essere decifrato in modo molto diverso a seconda della sensibilità di chi lo legge. La Madonna del romanzo non è sulla terra per dare dei messaggi e non appare per aiutare Betty in qualcosa, quanto per seguirla nelle sue attività di tutti giorni, per osservare come vivono le ragazze di oggi. È inevitabile che la presenza di Maria comporti dei cambiamenti molto forti nella vita di Betty, ma non è Maria a spingerla, in nessun modo. Betty cambia perché questa esperienza la segna molto e nessuno esce indenne dalle prove della vita. Come autore l'ho inteso alla stregua di un percorso personale, un cammino individuale di crescita non spirituale ma molto terreno. Chiaramente poi il lettore può intenderlo nel modo gli sembra più consono.

A un certo punto Betty tempesta Maria di domande importanti sull'Universo, la vita etc. Questa storia nasce anche da un'esigenza di risposta a domande filosofiche ed esistenziali che la vita quotidiana ci obbliga a mettere da parte?

Il romanzo ha un tono molto leggero, perché praticamente in tutte le cose che faccio pratico la leggerezza, che per me non corrisponde mai alla vacuità. Avendo per protagonista la figura di Maria è inevitabile che vengano toccati temi molto profondi. Maria non ha la possibilità di rispondere alle domande di Betty e però lei non può trattenersi dal fargliele. La figura di Betty è quella di ragazza del tutto ordinaria, tuttavia non è affatto banale. La presenza di Maria la stimola a riflettere moltissimo ciò che la circonda, sulla felicità o l'infelicità degli altri e anche su questioni esistenziali fondamentali. Fa tutto parte di un processo di maturazione che vive nel corso del libro. Ho scelto una frase particolare di un loro dialogo da mettere come citazione in quarta di copertina che dice: “Siamo tutte ragazze qualsiasi, sono esperienze a renderci speciali”, il che in pratica sintetizza il percorso di Betty.

Al tempo stesso, Maria pone invece a Betty domande molto più facili: cos'è Twitter?, ad esempio. E porta però, in questa immediatezza, lei e il lettore inevitabilmente a osservare la contemporaneità con occhi diversi, nuovi. Maria è come se tutto potesse ma nulla sapesse di noi e delle fatiche che facciamo. Forse una storia come quella di Maria accanto è utile in un'epoca in cui abbiamo tutto: noi stessi, internet, connessioni ma ci manca forse quel legame con la spiritualità che per secoli ha, volente o nolente, determinato l'andamento della società. Pensi che il tuo romanzo possa essere letto anche in questa luce (divina)?

Maria in realtà conosce tutto della condizione umana: conosce il dolore, la sofferenza, la felicità, il travaglio che ogni individuo è chiamato a vivere. Quello che invece non conosce (perlomeno in questo romanzo) riguarda gli aspetti effimeri e mutevoli della società, cioè che musica ascoltano i ragazzi di oggi, come si vestono, che cosa fanno nel loro tempo libero e quindi è questo il motivo per cui vuole essere accanto alla Betty e seguirla ovunque. È una Maria osservatrice, attenta e curiosissima. Le modalità di relazione attraverso i social network per esempio la disorientano abbastanza e Betty ha anche una certa difficoltà a spiegargliele, ed è evidente che mi sono divertito a inserire dei confronti fra di loro su questi aspetti del tutto contemporanei. Il rapporto che si instaura fra Maria e Betty ai miei occhi è quello di un’amicizia pura. Più si avvicina a un rapporto di amicizia standard, con tanto di silenzi, litigi e riappacificazioni, più diventa significativo e concreto.
Mi rendo conto che si tratti di un’operazione letteraria azzardata e per certi persino incredibile: che una ragazza arrivi a trattare una divinità come se fosse una sua semplice amica. È la vera sfida (anche per il lettore) contenuta in questo libro.


L'amicizia è un tema costante nei tuoi romanzi. In questo, poi, sembra essere un nucleo fondamentale. Luchino, Veronica e Maria stessa sono protagonisti di un legame con Betty molto saldo e determinante. Sembra quasi che sia proprio l'amicizia a dettare i passaggi della trama e gli snodi delle vicende. Cosa ti affascina tanto dell'amicizia da averla resa così centrale nei tuoi romanzi e in particolare in Maria accanto?


A dire la verità fino all'uscita di quest’ultimo non mi ero reso conto di quanto i miei romanzi fossero incentrati sull'amicizia, ma in verità riconosco a posteriori che forse è il tema portante di tutto quello che ho scritto. Per certi versi trovo più interessante da raccontare l'amicizia rispetto all'amore perché è una sfida maggiore per uno scrittore, nel senso che nelle storie d'amore ci sono degli eventi fondamentali, molto significativi ed emozionanti: c'è l'incontro, l'innamoramento, la tensione del desiderio, il bisogno di conquistare una persona che magari appare irraggiungibile… Le amicizie invece sono molto più sfumate. Un'amicizia nasce anche per vicende casuali e fortuite, è fatta di piccole cose, minimi gesti. Con un amico stai bene anche solo passando una serata a chiacchierare o anche restando in silenzio e queste sono cose chiaramente più difficili da raccontare. Forse per questo scelgo sempre delle storie di amicizie alternative. In “Esperimenti di felicità provvisoria” avevo raccontato di amicizie che sfociano in rapporti sentimentali, nel racconto “Al sangue” (che era stato pubblicato come allegato al Corriere della sera) l’amicizia fra una donna e uno zombie, nel volumetto “Gatta gatta” quella fra una donna e una tigre, nella favola “Tu Cher dalle stelle” del rapporto magico che si crea fra un bambino e la cantante Cher… Le amicizie assurde sono il mio pane, a quanto pare.
In “Maria accanto” proseguo questo percorso. Mi affascinava come scrittore raccontare l'ipotesi che anche un essere divino dovesse in qualche modo subire quello che è l'andamento di un'amicizia reale e quindi momenti piacevoli ma anche le difficoltà, gli scontri. All’inizio della loro relazione Maria è assolutamente consapevole che non sarà facile e mette in guardia Betty, le dice che per lei sarà una responsabilità pesante, ma la ragazza non se ne rende conto.
E tutti i rapporti di Betty (con il suo migliore amico Luchino, con quella che considera una sua sorella, Veronica, col suo ragazzo Diego e con tutti i componenti della sua compagnia) sono influenzati pesantemente dalla presenza di Maria. Betty è l’unica a vederla, ma cambia in maniera così palese che tutti si accorgono che c’è qualcosa di strano.
Penso che in qualche modo ci sia qualcosa di più silenzioso ma più epico nell'amicizia. Per esempio io ho sempre pensato che il mio primo romanzo, “Generations of love” che racconta della mia prima esperienza sentimentale e quindi il primo innamoramento, il primo tradimento e la capacità di superarlo, è basato sulla figura di Clelia (la mia migliore amica) e non quella di Sergio (il ragazzo per il quale avevo perso la testa). Come dico a un certo punto, di ragazzi ce ne sarebbero stati altri, ma lei sarebbe rimasta la sola. È su quel tradimento il romanzo, mentre tutti lo leggono come una storia d’amore gay. 
Aiuto, questa intervista sta diventando una seduta di analisi psicanalitica! Temo che adesso mi manderai una parcella salatissima.


giovedì 6 luglio 2017

Il libro del mese - Memoria di ragazza

Annie Ernaux, Memoria di ragazza, L'orma editore

Bando alle tazze, la vera (e giusta) moda del momento - nella piccola nicchia del mondo editoriale - sembrerebbe consistere in un tema tanto semplice quanto complesso: le ragazze. 

Dalle ragazze di Emma Cline a quelle di Concita De Gregorio, negli ultimi tempi si sono susseguiti libri che sviscerano questo argomento da molti punti di vista e tutti molto ricchi. C'è da dire che le ragazze, nei titoli e nei libri, sono da sempre un nucleo molto importante. Come dimenticare le ragazze kamikaze di Francesca Genti? Che nel 2009 ha anticipato due elementi che oggi (per fortuna) affollano gli scaffali delle librerie (per lo meno più che nel recente passato) ovvero le poesie d'amore e, appunto, le ragazze. 

Chiusa questa parentesi sulle presunte mode letterarie, ecco il libro che più mi ha colpita negli ultimi giorni. L'ho comprato alla libreria Luna's Torta (dove domani sera parteciperò a uno Speakers Corner leggendo dei miei piccoli racconti: se siete a Torino, passate a farmi coraggio!) e in pochi giorni l'ho finito. Di solito leggo molto più lentamente e c'è da dire che la scrittura della Ernaux è per me proprio un catalizzatore, una sostanza attivante che mi rende veloce e sveglia.

Questa storia, in particolare, mi ha avvinta più degli altri suoi libri (non ne ha scritti molti a dire il vero). Più del suo Gli anni, ad esempio, Memoria di ragazza ha rappresentato una svolta nel mio personale sentire come lettrice della Ernaux. Se, infatti, Gli anni risulta universale, totalizzante, Memoria di ragazza è piuttosto una storia minima, osservata al microscopio. 

Tutti i giochi di questa narrazione, infatti, e, si lascia intendere, di molta parte della vita interiore dell'autrice, si giocano in un unico anno, il 1958. Anno attorno al quale ruotano, appunto, le memorie di Annie che è voce narrante e demiurga di ogni cosa. Tutti gli anni di una vita, dunque, versus un unico anno decisivo. Un annus horribilis, a essere precisi, peculiare, rivelatore. Un anno che avrebbe potuto vivere solo una persona, tanto appaiono dettagliate le sue esperienze e le sue elucubrazioni ma che, e in questo tutte le narrazioni della Ernaux invece convergono, tutti si possono ritrovare. 

Cosa succede? Succede che la diciassettenne Annie nell'estate del 1958 trova un lavoretto come apprendista educatrice per bambini presso una colonia estiva. Qui, vive i suoi primi effettivi incontri con il mondo maschile e la cosa accade secondo una modalità fredda eppure incendiaria e molto complessa. Le cose con H., il primo uomo della sua vita e capo educatore ventiduenne, vanno storte per ragioni ingarbugliate che tanto hanno a che fare con la superficialità di lui quanto con l'ingenuità di Annie. 

Mentre dunque scopre la forza e la disperazione che possono dare, a quell'età, i sentimenti e il desiderio, si muovono però anche altri meccanismi attorno a lei. Si crea un branco di ragazzi poco più grandi dei bambini cui dovrebbero fare da educatori ed emergono alcune classiche dinamiche di questo tipo di ambienti (compresi gli esempi virtuosi che però Annie non riesce a emulare, troppo presa dai propri inconsapevoli impulsi). E in questo contesto, lei non sa crearsi un ruolo positivo e rispettato, diventando di fatto lo zimbello del gruppo fino ad arrivare a una forma che oggi si potrebbe collocare tra il bullismo e il mobbing e rendersi addirittura indesiderabile dalla direzione della colonia che sceglie di non accoglierla più per lavorare l'anno successivo. 

Le prese in giro, dunque, diventano pian piano giudizi, la goliardia si trasforma in scherno e queste cose la portano all'isolamento, al senso di solitudine che però agisce all'interno della compagnia, come se non riuscisse a staccarsene, a prendere le distanze e ripararsi, in una parola a proteggersi. Ma sarà ancora un altro senso a cambiare le prospettive di Annie qualche tempo dopo: quello della vergogna. Sperimentata prima in modo astratto, attraverso lo studio della filosofia e della sua amata Simone De Beauvoir, che la risveglia e riempie di concetti nuovi un vuoto esistenziale profondo e poi attraverso il corpo. Annie, infatti, comincia a soffrire di disturbi alimentari e a vivere sulla propria pelle tutti i conflitti che la abitano forse da sempre, aggravati dalla rilettura in prospettiva di quel terribile 1958.

Succedono, infine, molte altre cose che vanno a comporre queste memorie e si arriva fino al presente, ma non voglio togliervi il gusto di leggere. Di mio posso dire che questo lavoro di introspezione sottile, eppure resa con un linguaggio tanto pulito, può davvero cementare la fiducia nel valore della scrittura, nel suo senso autentico.

A che scopo scrivere, d'altronde, se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione - psicologica, sociologica o quant'altro - , una cosa che sia il risultato del racconto stesso e non di un'idea precostituita  o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere - a sopportare - ciò che accade e ciò che facciamo. 

venerdì 30 giugno 2017

Eventi estivi libreschi imperdibili in Italia.

Immagine presa da qui

[Alert. Questo post lo avevo programmato da un po', mentre quello precedente è stato estemporaneo e pubblicato più d'istinto, per cui non vorrei sembrarvi troppo singhiozzante nella pubblicazione dei miei post]. 

Ma per arrivare al dunque, vorrei segnalare, un po' come ho fatto il mese scorso per i concorsi e premi letterari per esordienti e non, tre eventi estivi letterari. Secondo me, partecipare a eventi letterari è una bellissima idea. Non va bene, sempre a mio parere, ubriacarsene, nel senso che, seppure con formule diverse, i festival hanno molto in comune e l'"ubriacatura" di persone, paesaggi, idee e confronti è giusto farla ma a piccole dosi. L'ideale è allora forse partecipare a un evento importante all'anno (se si può), scegliendolo tra la marea di possibilità esistenti. Importante non vuol dire necessariamente "grande" perché esistono piccoli festival magari in città meno esposte e in provincia che sono meravigliosi. 

Segnalo qui tre eventi con un criterio: ci vorrei partecipare io per prima (o ritornare). La scelta però è davvero vasta per cui spero che ognuno possa trovare il suo festival estivo ideale e andarci con fiducia e soprattutto divertirsi. 


 - LE CONVERSAZIONI - Comincia oggi a Capri l'edizione 2017 di un evento al quale ogni anno sogno di partecipare e non riesco mai. Ideato da Antonio Monda e Davide Azzolini, questo festival conta parecchi ospiti internazionali - in particolare statunitensi - di grande valore. Il focus dell'evento è la conversazione su un tema che, questa volta, è Bugie/Lies. Il bello delle Conversazioni è che la formula è un po' più elaborata e pensata di qualsiasi altro festival perché i dialoghi vanno in profondità sui temi per cui ci troviamo al limite tra l'evento estivo e il convegno internazionale dove però si respira l'aria estiva di Capri: immaginate qualcosa di meglio per i prossimi giorni di sole?

- IL LIBRO POSSIBILE - Questo è uno dei festival letterari più belli d'Italia. Ci sono stata qualche anno fa e non lo posso dimenticare. Questa è la XVI edizione. Lo scenario è molto suggestivo: Polignano a mare in provincia di Bari. Una delle cittadine più incantevoli che io abbia mai visto. Fino all'8 luglio ci saranno incontri e serate con autori interessanti.

- L'ISOLA DELLE STORIE (Festival letterario della Sardegna) - Giunto alla XIV edizione, questo festival legato a Gavoi e ha un fascino unico. Ne sento sempre parlare, lo vedo descritto sui giornali e social network. Vi consiglio di sbirciare il programma e scoprire qualche appuntamento adatto a voi. La grafica è molto curata e ci sono anche alcune mostre d'arte da visitare in contemporanea.

Se avete qualche spunto sarei felice di scoprire altri festival e spero che qualcuno di voi potrà partecipare a questi tre fantastici appuntamenti estivi e letterari. 


mercoledì 28 giugno 2017

Libri e tazze.


In questi giorni di caldo, come spesso accade in estate, in mancanza di argomenti più importanti, si sono diffuse piccole "polemiche" su twitter. Di base, per nulla interessanti, queste polemiche però un po' mi riguardano perché mi sento toccata sul vivo. 

Il tema è: le foto di libri con le tazze e /o le colazioni. Tutto è partito da un tweet di @Einaudieditore che sostiene siano ormai un po' noiose queste foto di libri con le colazioni. Ma più che altro, il tweet pone questo dubbio: sono le colazioni a far da "supporto" al libro o viceversa? 

Moltissime persone sono insorte e hanno cominciato a rispondere. Chi piccate chi invece d'accordo con lui. E addirittura si è diffuso un hashtag, proposto da una blogger che stimo, @DianaDi87

L'hashtag è #LibriAColazione e propone di postare oggi le proprie foto di libri a colazione appunto. La polemica riguarda una annosa questione: le copie in omaggio, il farsi notare da parte dei "blogger" per ottenere copie in omaggio, chi riceve copie in omaggio e chi no. Etc. Quanto a me, ho scritto un tweet in cui dico che da tempo fotografo libri con tazze e non immaginavo questa "deriva". 

Parallelamente a questa querelle, mi è anche successa una cosa curiosa. Da qualche anno, ho diminuito il mio intervenire su twitter perché mi stava un po' annoiando e per proteggermi da vaghe forme di leonismo da tastiera. Ma l'altro giorno ho deciso di scrivere un tweet in cui domandavo a @laeffetv perché nel loro programma televisivo sui libri - #UnLibroPerDue dove persone più o meno famose del web si scontrano su un libro, seduti sul divano di un caffè - il perno fosse il litigio.

Questo perché io personalmente patisco i litigi e quelli televisivi oltretutto mi stroncano i timpani. Credo che si possa stare insieme e parlare dei temi senza arrivare allo scontro, al "con me o contro di me", ma evidentemente non sono in molti a pensarlo.

Loro tuttavia mi rispondono che il perno è il dibattito (Nanni Moretti docet) e non il litigio. Ok, io rispondo che "mi vanto" (il tono è ironico) di aver creato il primo blog letterario italiano con tazze e libri e che perciò abbiamo qualcosa in comune (loro mi invitano a seguirli ancora). Posto che non amo la TV specialmente da quando ho partecipato a un programma di Frizzi in cui hanno tagliato le parti più importanti del mio intervento facendomi risultare una persona diversa da quella che sono, sicuramente loro invece li seguirò perché comunque l'idea dei libri in TV è bella e mi piace.

Per arrivare al dunque, nel mezzo della mia conversazione con loro, si inserisce Letizia Sechi in questo modo:









Letizia Sechi non è un troll ma una persona che lavora in Rizzoli e dunque una stimata addetta ai lavori editoriali. Le ho risposto che ero ironica e che se vogliamo l'accostamento libri e caffè lo hanno inventato i fratelli Verri e Cesare Beccaria nel 1764, come si evince qui

Questi episodi, cioè la polemica sui libri a colazione e l'intervento di Letizia mi hanno fatto riflettere molto su alcuni punti. Uno è l'approccio degli editori verso gli utenti del web, blogger, instagrammer etc. Che secondo me è nevrotico. 

Parlo in generale, ovviamente, ma affermo che se da un lato c'è una sana curiosità e stima per le idee originali nonché una possibile apertura nel collaborare alla promozione dei libri, dall'altro si nota una sorta di svalutazione intrinseca quasi come se la categoria  "blogger" (da qui in poi per intendere tutti i fruitori del web che non lavorano stabilmente presso un editore) fosse una classe sociale inferiore e aliena. Ci vorrebbe un sociologo o un antropologo o un economista o tutti e tre per sciogliere questo nodo, ma mi pare che a occhio e croce sia un po' così. 

A me è capitato spesso, ad esempio, di veder buttare il bambino con l'acqua sporca. Nel mondo editoriale, credo che nessuno sappia che io (si parla tanto di me su questo blog, perdonate l'autoreferenzialità) sia laureata a pieni voti in letteratura americana, abbia vinto una borsa per merito (sic) per un master in progettazione editoriale, abbia pubblicato racconti su riviste come Nuovi Argomenti, abbia scritto un romanzo etc. 

Di me si sa però che sono una delle tante "blogger di tazze". 

L'altro punto è il mio "primato" temporale. L'istanza, cioè, che ha turbato Letizia Sechi tanto da spingerla a intervenire a gamba tesa nella conversazione che stavo avendo su twitter con un'altra persona. 

Quando mi sono resa conto, infatti, che le foto di libri con tazze abbinate a uno stile di scrittura (quando c'è, perché molti "blogger" non scrivono ma scattano solo fotografie) si stavano diffondendo a macchia di caffè sul web, ho deciso di segnalare il più possibile il fatto che l'idea originaria fosse mia. Beninteso, non l'idea del caffè associato alla letteratura (!) bensì la formula specifica e inconfondibile delle fotografie che, vi piaccia o no, ho cominciato a scattare io sul web. 

Insomma, ho fatto come le aziende che mettono sull'insegna la data della loro nascita: come Vergnano 1882. 

Perché si fa così? Perché qualsiasi persona decida di creare un "Vergnano" (o Pergnano o Mergano o Vergnano - a - colazione) dopo il 1882 è chiaro che ha copiato, mutuato, ripreso, rivisitato, ampliato e forse anche migliorato, per carità, l'idea inventata da Vergnano, appunto nel 1882. Bon. Semplice, no?

Sembra che invece questa normale prassi - per gli addetti ai lavori in editoria - sia considerata un gesto da mitomani o una vanteria egoriferita. 

In realtà, qualcuno che si ricorda del fatto che sono stata io per lo più a importare questa abitudine sul web c'è eccome e ringrazio queste persone (ad esempio Francesca Rodella che ha raccontato la mia case history in un convegno all'Università Cattolica di Milano). Per capirci, comunque, questa non è spocchia, antipatia o arroganza o chissà che: la mia è una normalissima specificazione di un fatto. 

Dopodiché, per quanto mi riguarda, tutto il mondo può e deve (ci mancherebbe altro) fotografare libri e caffè come più lo aggrada, questo non sarebbe neanche da dire. 

Comunque, per farvi una cronistoria di ciò che ho appena argomentato, vi lascio i link del mio percorso per sommi capi. Tutto l'archivio comunque si trova qui in basso a destra.

Una delle spinte più nascoste eppure importanti a chiamare questo blog proprio "Tazzina-di-caffè", che prima aveva un altro nome, nasce da qui. Siamo al 16 febbraio 2009. 

Nel gennaio 2010 questo blog prende definitivamente il nome che ha adesso. 

Questa è la prima foto di una tazza su questo blog: mi divertivo a impartire improbabili "lezioni di economia domestica" in tono ironico. Per inciso, scrivevo anche dialoghetti e raccontini.

In principio furono le descrizioni di colazioni: nel 2010 descrivevo a parole la tazzina che accompagnava la lettura del libro di cui facevo la recensione, qui un esempio di colazione in cui parlo di una torta alle fragole.

Infine, ho cominciato a fare la foto del libro e della tazzina, questa è la prima ed è atrocemente brutta, ma tant'è.

Le foto, per me, erano il pretesto per raccontare di libri in modo empatico. Benché, come laureata in Lettere, avessi alcuni strumenti della critica, non mi sono mai posta come tale perché la mia ambizione, dichiarata e autentica, era di fare la scrittrice (al di là dei risultati, sia chiaro).

Da quel momento in poi, editori, lettori, amici e sconosciuti hanno cominciato a interessarsi a questo blog: molti dicevano di essere attirati dalle foto, benché brutte o forse proprio per questo, che evocavano il profumo del caffè (e della carta) perché questa cosa, prima, volente o nolente, non esisteva.

Badate che non voglio ottenere nulla più che il riconoscimento di un dato di realtà. E sono felice che altri abbiano utilizzato le formule da me proposte (sia fotografiche che di approccio alla scrittura e al bookblogging) e in moltissimi casi le abbiano rese interessantissime e belle.

E ora, in ordine sparso, ecco le testimonianze fotografiche di ciò che vi ho appena scritto.

[Una conclusione: non ho idea di cosa accadrà in futuro a proposito del bookblogging personale e del rapporto con le case editrici. Non so che tipo di foto o forme di divulgazione prenderà piede. Quel che posso dirvi è quello che ho fatto io e vi sono grata perché molte persone mi hanno accompagnata in questa avventura che spero sia ancora lunga e piena di cose belle].



Non solo libri: ecco un "unboxing" ante litteram, con piantina. 


Correva l'anno 2013. Tazzine e piedi. Qui ero nella sede di Hub09 proprio per un' intervista a proposito di questo blog. 

Caffè e marmellate in un hotel. 

In stile starbucks.

Sempre 2013, la variante con il tè. 

Potevano mancare gli effettoni? 

Sì, ho avuto testimonial importanti. 
Qui siamo nel 2011... cioccolato rosa ne abbiamo?
Brandizzata.

Tazzine e mare (2013). 

#LibriAColazione 

Le persone mi mandavano le foto delle loro tazzine, questa è di Elisa Grego. 2012.

Compsizioni ne abbiamo (2012).

Vergnano 1882 (questo è un quaderno che mi hanno regalato proprio loro)

Colazione con libro e caffè. 2014.

Facevo queste terribili selfie artistiche lo ammetto. 

Hanna Arendt. 







sabato 3 giugno 2017

Gita al Santuario del Valinotto con la Compagnia di San Paolo.


La settimana scorsa, grazie a un invito della Compagnia di San Paolo, ho avuto la possibilità di partecipare a alla conferenza stampa di presentazione e celebrazione dei lavori di restauro svolti e visitare il Santuario del Valinotto - una magnifica cappella campestre costruita negli anni 1738-39. 

La realizzazione è stata progettata dall'architetto Bernardo Antonio Vittone su una cappella precedente che era un pilone votivo, di cui resta testimonianza attraverso un affresco del XVI secolo che rappresenta la Madonna del latte.

Gli affreschi invece relativi alla costruzione settecentesca sono attribuiti a Pier Francesco Guala. E proprio questi ultimi sono stati oggetto di un'importante opera di restauro, oggi arrivata a compimento e resa possibile proprio dalla Compagnia di San Paolo. 

Sono grata alla Compagnia per le iniziative nelle quali, insieme ad altri colleghi, vengo coinvolta come testimone partecipe. 

Questa gita, in particolare, ha avuto un significato per me. Oltre all'ammirazione per la bellezza degli affreschi e delle architetture del Santuario, ho potuto apprezzare il fatto che questa chiesa sia stata costruita a beneficio dei contadini del posto e che adesso il territorio ha di nuovo il suo luogo di culto nel pieno della sua integrità. 

Siete sul mio blog, dunque vi dico sovente cose di me: sono una ragazza di campagna, nel senso che è dalla campagna canavesana che proviene parte della mia famiglia e dove sono cresciuta (nelle lunghe estati infantili, e pure qualche inverno). Per me la campagna riconnette in modo intenso con i ritmi autentici della natura ed è qui che le persone sono a contatto, bene o male, con il creato, con il mondo, in modo più diretto. Le comunità che, in campagna più che altrove, si stringono intorno alla chiesa locale sono dei mondi ricchissimi per me sia come essere umano che come persona interessata alle storie. Mi viene in mente l'universo di vite che ha creato Kent Haruf nella sua immaginaria Holt. Secondo me, nei nostri territori italiani ci sono vicende altrettanto interessanti ed emozionanti.

Vi dico anche che questa gita cade in un periodo specifico della mia vita: dieci anni fa a quest'ora un fatto molto difficile ha cambiato la vita della mia famiglia e mia in modi tanto trasformativi quanto dolorosi. Dieci anni fa non avevo le risorse, o non credevo di averle, per far fronte a fatti che, nella mia percezione, erano più grandi di me. Osservavo le vite degli altri su facebook (che esisteva già) e mi sentivo ai margini della felicità, priva di speranze, mentre tutti costruivano e ne davano testimonianza visiva sui social network, io nuotavo affannosamente in acque alte, senza vedere la fine del guado. Se mi avessero detto, allora, che dopo dieci anni avrei avuto le energie anche solo per accudire un gattino, come mi sta succedendo ora, o per fare qualcosa di molto bello o semplicemente una gita come quella di sabato scorso, avrei fatto spallucce, rassegnata. 

Invece, e questo post, l'avrete capito, vuole esulare un po' dalla gita in sé. lancio un messaggio nella bottiglia a chi, proprio in questo momento, si sente come ero io allora. Le risorse le abbiamo tutti davvero. In quel momento piano piano ho fatto fronte alle cose, ho avuto degli aiuti, in particolare un'amica che oggi non c'è più che si chiamava Beniamina, un nome da buoni, e sono sicura che tutti voi avete una Beniamina nella vostra vita, basta saperla vedere, che mi ha aiutata in senso pratico a sbrogliare le faccende burocratiche in cui ero un disastro totale. 

Infine adesso è accaduta questa piccola bella opportunità della gita - che descrivo qui a titolo di esempio tra altri e metafora - e dico a te che leggi e magari sei giovane o pensi di essere meno degli altri che può accadere qualcosa di analogo, più o meno simile, in base alla tua vita, e che sarà il segno che la possibilità di stare bene e di sperimentare sentimenti di felicità esiste per tutti.

Non dico che sia facile, ma senz'altro si può. Questi blog servono anche a questo. A dire questo genere di parole a chi non pensa di farcela. 

A tutti gli altri, invece, consiglio comunque di salire in macchina e di fare una visita a questo gioiello architettonico e lasciarsi ispirare da un momento di silenzio e meraviglia.