giovedì 25 agosto 2016

Taccuino di caffè - focus Salone del Libro


Scrivere, in queste ore così difficili per il nostro Paese, non è facile. Ieri ho cercato di rispettare un giorno di silenzio e ho preferito leggere le informazioni sul terremoto che ha colpito il centro Italia. Nel piccolissimo della mia vita, ho vissuto anche una settimana particolarmente impegnativa e le parole faticavano a fluire in modo ordinato. 

Oggi ho puntato la sveglia un'ora prima, però, e ho deciso di mettermi al lavoro su un tema che mi è molto caro. La testa e il cuore sono a chi sta affrontando le difficoltà più grandi, ma qualche pensiero sul mio taccuino settimanale voglio dedicarlo a un tema leggero, eppure sentito da chi ama i libri e la lettura, come il Salone del Libro. Il #SalTo.

Ecco il frutto delle mie riflessioni.

Ho pensato a lungo al Salone del LIbro in questa estate di scandali e prospettate rivoluzioni per una delle istituzioni più amate non solo dai torinesi ma da molte persone di tutte le età e provenienze geografiche. Continuo a leggere numerosi commenti, altrettante proposte di ulteriori cambiamenti da apportare. Anche io stessa mi sono arrovellata per immaginare come o cosa fare, come contribuire.

Un piccolo flash back sulla mia storia. Il Salone del Libro, qualche anno fa, ha coinvolto e interpellato anche me. Era il periodo della cosiddetta "primavera digitale", un tempo non lontano in cui molte realtà - case editrici comprese - hanno cominciato a guardare al mondo del web e ai fantomatici blogger con un intresse notevole. Nei diversi convegni cui sono stata chiamata a dire la mia, però, ricordo d'aver sempre sottolineato - alla mia maniera che forse poteva risultare un po' naif - che questa dei "blogger", se mal gestita, poteva risultare una "bolla di sapone". Sentivo sulla mia pelle, infatti, aspettattive troppo grandi, irrealistiche. 

La situazione è precipitata rapidamente poi in una dinamica da "sedotti e abbandonati" quando le suddette realtà hanno capito che non saremmo stati noi "del web" a sollevare fatturati in crisi, quando non agonizzanti. Così, ahimé in parte devo riconoscerlo, è stato anche per il Salone. E, inutile dirlo, la cosa non ha funzionato. O meglio: sono lieta di notare oggi quante e quanti blogger letterari abbiano - dopo di me - seguito un percorso simile al mio (non è che mi vanti di aver inventato chissà che, però riconoscetemi il primato di sicuro nell'abbinare libri e tazzine di caffè sui social network in un'epoca internettiana vettoriale (poi v'è sfuggita un po' la mano eh!) e riconoscetemi un modus operandi e scrivendi che sono contenta di ritrovare nelle penne  più giovani del web), ma non c'è blogger che tenga quando si tratta di economia reale.

Come avete ben visto tutti (addetti ai lavori e non) il problema era alla base. 

Quindi ecco il punto delle mie numerose meditazioni in proposito: potremo tutti discutere a lungo - secondo modalità più o meno raffinate o arzigogolate a seconda dei nostri livelli di cultura o narcisismo - ma il nocciolo è da un'altra parte. 

Mi spiego meglio: possiamo parlare di contenuti. Possiamo parlare di digitale, di crossmedia, di estero, di vetuste regole o di futiristiche amenità, ma il male, cari dotti e dottori, è a monte. 

Il fatturato del Salone può farlo il Papa, gli youtuber, Ligabue, Saviano, Totti, Baricco, i bambini delle scolaresche, le donnicciole o mio nonno: non è questo il nostro problema.  

Certo, cogliere l'occasione per rinnovare tutto, dai contenuti ai soggetti coinvolti e addirittura agli spazi fisici, è una bellissima opportunità ed è giusto che molti attori del mondo culturale si scatenino con rinfrescato entusiasmo a riprogettare il Salone. Ma il tema non sono i contenuti. Il tema è la gestione. La dirigenza, l'organizzazione. Banale, direte voi. Eppure, andiamo più a fondo.

Cosa è successo davvero?

Il Salone andava bene. Da trent'anni! Come sottolineano "i professori" nel loro appello, recentemente pubblicato (che potete trovare qui). Il guaio, l'impeachment, è nato per altre ragioni, soprattutto per questioni legali.

Per farla breve, una cosa è mancata sul serio. Non i contenuti, non i temi, non le capacità o le idee. 

Purtroppo è mancata la serietà. La vecchia cara serietà. 

Perdonatemi un flash back ancora più in là negli anni. Mi ricordo che quando scrivevo le mie prime cose, per riviste cartacee o testate on line, mi veniva rimproverato un eccesso di "serietà". (Sì, beh, nel mio caso poteva trattarsi anche di uno sconfinamento nella seriosità: ero una tardo-adolescente che si prendeva troppo sul serio, un topino da biblioteca). "Scrivi qualcosa di più accattivante", mi dicevano. E così, mi sono sbattuta a scrivere qualcosa di più accattivante. Solo adesso, dopo tanti anni, ho capito ahimé che dentro quell'accattivare c'era il concetto di imbonire, ingraziarsi. E soprattutto, era contenuta la cattiveria. 

Questo succede quando si rinuncia alla serietà. Quando, per entrare nello specifico del Salone, secondo le notizie che ci sono giunte, si truccano gli appalti per favorire sempre le stesse ditte. Si accattivano le stesse persone. Accattivarsi le persone che contano. Le famose clientele e il familismo che, lo sapete meglio di me, infestano il Salone del Libro ai livelli di comando. Più che topini da biblioteca, lì si trattava di ratti di fogna, se mi passate la metafora.

Non sono le idee il problema, non sono le tematiche o l'approccio culturale (anche quello, ok, ma in maniera non-drastica). Il problema è la serietà.

Immagino di parlare a un bimbo piccolo e dirgli "non si fa". 

Truccare le gare -------> non si fa.
Raccomandare ------> non si fa.
Contratti "usa e getta" (e ne ho sentiti parecchi) -------> non si fa.

Il problema è alla base. E pur tuttavia, non sono affatto convinta che, cambiando la dirigenza e lavorando sulla serietà, cambierebbero i contenuti. Resterebbe probabilmente tutto uguale, ma il bilancio forse smetterebbe di languire in modo così impietoso e si navigherebbe più serenamente verso il benedetto futuro di cui tutti parliamo ma di cui nessuno, in defininita, sa niente. 

E bon. Ci vorrebbe qualcuno che si prendesse la briga - secondo me - di rieducare i gruppi di lavoro sul tema dell'etica (con buona pace della morale). E credo che ne abbiamo bisogno tutti, nessuno escluso.

Non potrò mai scordarmi cosa mi disse un professore universitario, Marziano Guglielminetti, che ora non c'è più, dopo avermi appioppato un 28 sulla letteratura barocca. Eravamo in tram e mi disse: "resti libera, non si irregimenti".

Insomma, ci tocca piantarla con tutti questi minuetti intellettualistici e guardare la triste realtà: il Salone, insieme alla serietà ha perso la libertà, per favorire questo e quell'altro, ha finito per irregimentarsi male, e infine per decadere. 

In definitiva, la corsa al cambiamento è vana, ci lascerà senza ossigeno se prima non ritroviamo il valore - semplice e autentico - della serità lavorativa. Dei conti, della selezione del personale.

Il Salone, rispolverando questa bella canzone di Frankie Hi NRG, dunque potrebbe cominciare a dare qualcosa, anziché chiedere, chiedere. Sono curiosa di osservare gli sviluppi. 



martedì 23 agosto 2016

Il libro del mese - Villette.

Charlotte Brontë, Villette, Fazi


Ecco il mio librone del mese, lo sto leggendo con un gusto e un attaccamento d'altri tempi. Mi sta riportando a quella sana e robusta immersione delle prime letture nelle storie che si fa - nella propria avventura di lettori - quando si è ancora molto giovani. 

Come potrà riuscire ad attraversare il mondo e combattere con questa vita? Come potrà sopportare i colpi e le ripulse, le umiliazioni e gli affanni che, mi dicono i libri e la mia ragione, insidiano la nostra carne?

La voce narrante - delicata e vigorosa - è quella di Lucy Snowe. Un nome freddo come la neve di ragazza inglese, di umili natali, cui tocca in sorte di cavarsela faticosamente nella vita e nella cittadina francese, inventata ma verosimile, di Villette. Una voce acuminata, intelligente, buona, di quelle che si celano tante volte dietro donne - personaggi - che lì per lì - o troppo a lungo - nessuno nota.

Così è stato per Villette, per tanto tempo messo in ombra dal più famoso romanzo dell'arcinota autrice, ovvero Jane Eyre. Quest'ultimo considerato addirittura inferiore, invece, al nostro Villette niente meno che da Lucy Hughes-Hallet, sul Telegraph, e chi sono io per contraddirla? 

(Per chi vuole, si può leggere l'articolo in italiano qui). 

Tornando a Lucy: è uno di quei personaggi-guida che conducono il lettore atraverso le sue traversie e la luce calda e rassicurante dell'ironia. Uno sguardo già novecentesco e disincantato, a mio parere, e insieme "femminile" nell'accezione migliore che possiate intdendere. Femminile perché l'autrice delinea tanto bene le incombenze, le difficoltà e i momenti di intima gloria di una donna che si trova a dover conquistarsi uno spazio nel mondopartendo da basi molto precarie e con una poderosa abilità narrativa senza precedenti. Ma spero con tanti epigoni. 

Questo è il mio libro di agosto, che mi traghetterà fino a settembre, perché (un po' per scelta un po' travolta da assurdi eventi che ci vorrebbe Kafka al posto mio per raccontare) lo sto centellinando. 

A voi il piacere, se non lo avete fatto, di scoprirlo. Se vi è piaciuto fatemelo sapere o qui o sulla pagina facebook di "Tazzina" che da tanti anni è lì a dirvi sempre la stessa parola: grazie!

sabato 20 agosto 2016

Café au lait - Tre donne sull'isola

Lidia Ravera, Chiara Mezzalama, Gaia Formenti, Tre donne sull'isola, iacobelli editore

Per la rubrica Café au lait del mese di agosto (per chi si fosse perso le puntate precedenti, questa è la rubrica che riguarda letture alternative, libri da paesi lontani, editoria indipendente, bibliodiversità, digitale e in generale tutto quello che ti fa dire olè!) ho scelto un piccolo libro scritto a sei mani e pubblicato nel 2014 dalla casa editrice iacobelli editore per la collana I Leggendari - che nasce dalla rivista letteraria Leggendaria

Comincio intanto a segnalarvi questa bella presentazione del libro stesso, così vi fate un'opinione dalla viva voce delle autrici. 

L'esperimento nasce dall'idea ottocentesca di feuilleton e parte da un'iniziativa di Lidia Ravera. Il progetto è quello di una storia scritta da tre voci di donne di tre generazioni diverse, così come lo sono i tre personaggi: Lili, Clara e Ilaria. Sessanta, quaranta e venti anni. Le tre donne si ritrovano - ciascuna per ragioni diverse - nei giorni di Natale sull'isola di Stromboli. E da qui nasce l'incontro tra queste tre vite.

Ciascuna con la sua storia, ciascuna con la propria, variamente mutevole, identità. 



A guidare la staffetta letteraria è stata la più grande di età, Lidia Ravera. Le altre due autrici hanno continuato a raccontare le vicende delle rispettive protagoniste trasformando la narrazione in un romanzo strutturato e davvero bello. 

Sono tre personaggi complessi e per forza di cose "stereotipati" ma non poi così tanto. A renderli unici è infatti uno stile di scrittura - per tutte e tre - tutt'altro che prevedibile. Dire ogni bene dello stile di Lidia Ravera è facile, ma a colpirmi sono state le due autrici più giovani, sorprendentemente abili e raffinate nel linguaggio, autentiche nella caratterizzazione delle protagoniste. 

Una storia piccola che si conchiude nell'arco di pochi giorni (ma nel finale aspettatevi una speranza) e che va in profondità fino a far saltare le barriere psicologiche di personaggi e lettore. Si entra dentro la vita "mentre si era impegnati a fare altri piani", come accade qualche volta nella realtà. Dalle verità dell'animo umano in effetti non si scappa mai, c'è sempre qualcosa o qualcuno che arriva lì, fino alla soglia delle difese, e tenta di entrare, di smuovere le acque. E di acqua, in questo romanzo ambientato in riva al mare, ce n'è tanta. Ci sono emozioni forti e disincanti, cibo e famiglia, tenerezza e sincerità. 

Lo consiglio a chi ha voglia di guardare dentro sé con una luce onesta e di ascoltare una vicenda antica e piena di archetipi vestita però da una (anzi tre) scritture contemporanee, professionali e solide.

Una nota a margine: questo libro è stato finalista al Premio Sinbad del quale ho avuto il piacere di fare la giurata.

mercoledì 17 agosto 2016

Taccuino di caffè - summer version.


L'estate è stata lunga, lo sta ancora essendo. Ma nonostante la pausa estiva rigenerante che ho cercato di prendermi, ho notato comunque che la rete ha sfornato a getto continuo notizie editoriali (e non) di un certo rilievo. Come a ogni puntata a cadenza circa settimanale di questo taccuino che, tra alti e bassi, devo dire ha resistito alla prova del tempo, mi sono segnata le cose che più mi hanno colpita. La mini-rassegna delle news risulta tanto soggettiva quanto parziale, eppure al contempo mi auguro di regalare qualche spunto a chi passa da queste parti. 

1) What if? #SalTo edition. Ero in vacanza e intanto sbirciavo il cellulare e leggevo le notizie relative al nostro beneamato Salone del Libro. Che ora dovrebbe in parte essersi traslato, se non erro, a Milano (virando in #SalMì) o per meglio dire a Rho (#SalRho). Il tutto per ragioni legal-ecomico-giudiziarie. Insomma, un pasticciaccio all'italiana (con noiose derive francofone vedi GL events). E a me sono venute delle fantasie. Allora: è successo all'Appendino qui a Torino, potrebbe succedere a Hillary Clinton oltreoceano, perché non a me? Così, in spiaggia, ho immaginato cosa succederebbe - per assurdo - se domani mattina mi svegliassi e il mondo - trasformatosi in un posto migliore - decidesse di affidare la dirigenza del Salone del Libro (di Torino?) a una "giovane" donna come la sottoscritta. Ebbene: cosa farei io? Intanto, mi occuperei seriamente dell'annosa questione del wi-fi, ma questa è un'altra storia. E poi, sì, ecco, farei farei farei meno eventi! Circa la metà. Chiamerei a lavorare un gruppo di persone in prevalenza più giovani di me affidando la comunicazione social ai  bookblogger (o youtuber che dir si voglia) emergenti che quotidianamente leggo e che letteralmente amano il Salone e ne curano di fatto già in larga parte l'immagine da tempo e volontariamente. Quanto al resto, terrei tutto ciò che funziona - perché credo sotto sotto che squadra che vince non si cambia - ma abbattendo per quanto umanamente possibile clientele e familismo. Osserverei ben bene le buste paga di tutti, calmierando gli eccessi e aumentando di conseguenza gli stipendi troppo bassi. Dialogherei con le superpotenze internazionali e con le piccole realtà umili e local "trattando allo stesso modo questi due impostori". E infine conquisterei l'Universo con la mia inconfondibile intelligenza, no scherzo, lo farei con maggiori punti ristoro e panchine e macchinette del caffè, the o quello che più riscalda i cuori e fa carburare le menti durante le faticosa attraversate dei corridoi del Lingotto (?). Non largo ma larghissimo spazio ai bambini e alle scuole e, e, e? Cosa? Non era vero niente? Non sarò il direttore del #SalTo18? Peccato, ma lasciatemi sognare, almeno sul mio blog ;) 


2) Corso di scrittura di Elena Varvello. Una bellissima scoperta di questi giorni è stato questo corso di scrittura virtuale che il blog Ho un libro in testa ospita da qualche tempo. Mi piace lo stile di Elena Varvello, di cui mea culpa non ho ancora letto l'ultimo romanzo edito da Einaudi, ma rimedierò. Consigliatissimo agli aspiranti scrittori in ascolto ma anche a tutti gli altri. Read more... 

3) A proposito di you tuber. Non so se è il caldo che impone di "faticare" meno nel leggere e più nel guardare e ascoltare, ma ultimamente sto guardando alcuni youtuber letterari con sincero interesse. Una è lei. Non so se ve l'avevo già consigliata, ma giova ripetere quanto l'argomento merita. Ariel Bisset è una giovanissima canadese che racconta le sue letture ma anche un po' della sua vita (in inglese). Interessante la sua recente scoperta della poesia. Read more...

martedì 16 agosto 2016

Stare ai MagazziniOz.


Mi fa piacere ricominciare a scrivere su questo blog, dopo una lunga pausa estiva, e riprendere il filo del discorso dall'ultima cosa bella che ho fatto in città prima di partire per le più lunghe vacanze che io ricordi. Ho visto cose bellissime in Italia, La Spezia, Firenze, Matera e alcuni paesi della Basilicata e dell'Abruzzo, ma ho portato anche nella mente e nel cuore il ricordo di un incontro che mi ha colpita e che adesso provo a raccontare. 

Sotto quello spicchio di cielo terribilmente azzurro, c'è un luogo a Torino, in pieno centro città, che si chiama MagazziniOz. 

Il 18 luglio scorso, proprio nella sede di via Giolitti 19/A, insieme a un gruppo di donne, blogger e qualche amica abbiamo ascoltato, dalla voce di Valentina Montresor e Lea Iandiorio, la descrizione della nascita, dei progetti e della vita di un luogo così particolare, così bello.
(Un grazie speciale a Cristina Rosso che cura l'ufficio stampa).

I MagazziniOz nascono per sostenere CasaOz. Dal 2010, l'Associazione Onlus CasaOz accoglie, sostiene e accompagna, negli spazi di corso Moncalieri 262, i bambini che incontrano la malattia e le loro famiglie. Le attività di CasaOz sono davvero tante e i progetti ricchissimi, vi rimando al sito per approfondimenti. 

Dal giugno 2014 i MagazziniOz aiutano dunque CasaOz a crescere e a vivere e a migliorare. Come?

Attraverso innanzitutto - ed è la cosa che subito ha catturato la mia attenzione - un posto in cui stare

Stare. Proprio la parola stare è quella che si legge anche nelle comunicazioni informative dei MagazziniOz, per spiegare il senso di un luogo. Stare è una possibilità tanto rara quanto importante. Tutti possono stare ai MagazziniOz. L'attenzione, naturalmente, è rivolta ai ragazzi e a persone con difficoltà ma chiunque può arrivare ai MagazziniOz e trovare un posto e un tempo per rimanere. 

Inutile dire quanto valore abbia questa esperienza oggi, un'epoca in cui ti mandano via dai lavori appena scadono i contratti, fattaccio che una volta non esisteva proprio in questa forma così spietata; un'epoca in cui a quanto pare - generalizzo eh - ti mandano via forzosamente anche dall'Italia e si è creata quest'abitudine malsana di non sentirsi a casa da nessuna parte. (In un momento in cui ho appena traslocato in cerca di una qualche forma di stabilità, lo stare mi ha toccato qualcosa di profondo). 

Ma stare non basta: ai MagazziniOz ad alcune parole-chiave (molto belle, specie se amate le parole e ne riconoscete il potere) corrispondono alcune azioni che si possono fare, fisicamente: studiare, sostenere, lavorare, conoscere, gustare, regalare, cercare, scoprire. 

Ci sono corsi e incontri, c'è un caffè dove mangiare, c'è uno store incantevole di cancelleria e oggetti per la casa e la cura della persona, c'è una piccola libreria e una grande biblioteca. Insomma - e cito ancora dal materiale conoscitivo dei MagazziniOz - c'è ozio e c'è negozio.


Siamo capitate in una giornata di riprese per una web serie sulla sicurezza stradale!

Fondare biblioteche.

Ecco un esempio di felicità nonostante tutte le difficoltà che la vitaccia comporta.

Dove c'è lavagna, c'è scuola.

Qui.

Ecco le persone che hanno contribuito a fondare i MagazziniOz e CasaOz.

Spendendo 5 euro, si compra un "libro al buio" e il ricavato va a CasaOz.

La bellezza di queste cose è scarsamente evocata dalla foto, vi tocca andarci di persona.

Cose che danno grazia alla vita.

Amo particolarmente gli yo-yo, sono oggetti pieni di significato.

Ecco uno scatto dell'incontro.

Regalare.

Home is where the coffee is.

Senza parole.

Questo è il mio libro al buio. L'ho preso come un monito e un consiglio: "un giorno sarai grande" e quindi comincia fin da ora a raccontare qualcosa di utile. 

"Utile per il sociale" è proprio la frase che corona il nome dei MagazziniOz. Il "claim", come direbbero i pubblicitari, esprime il senso di tutto questo progetto. Utile: una parola che ogni tanto si perde di vista, nella nostra quotidianità frenetica. Cosa significa infatti utile? 

Fate un salto ai MagazziniOz e ne avrete un'idea più precisa. 

Il mondo cambia, la città cambia e nascono idee nuove e con esse nuove possibilità: a me questo pensiero e questa realtà hanno reso felice per un pomeriggio (è davvero tanto) e conto di tornarci presto. 

giovedì 21 luglio 2016

Taccuino di caffè (terrazzino edition).


Sono state giornate difficili, il mondo in pochi giorni sembra averne sopportate troppe di cose brutte, ma la vera notizia è che c'è sempre un filo di speranza, di possibilità. Senza generalizzare, anche nel minimo  della mia quotidianità, di piccole-grandi fatiche ne ho avute un po', ultimamente, ma è bello poter tornare di tanto in tanto a raccogliere le energie e scrivere su questo taccuino virtuale. 

Dunque dunque, mi guardo attorno e vi dico che:

1) Salone del Libro di Torino. Beh, se vi interessate un po' di libri, editoria e cultura italiana, saprete già che al Salone del Libro (o Fiera, come si è chiamato per alcuni anni) sono successe diverse rivoluzioni. Si sono scoperti illeciti e alcune persone sono state interrogate e arrestate, mentre altre si sono dimesse. Insomma, un terremoto ha travolto una delle più importanti kermesse letterarie del Pianeta, e a me è presa una bella malinconia. Il prossimo anno, secondo quanto leggo su Il Post.it, tutto resterà a Torino, per la trentesima edizione, ma si parla addirittura per il futuro di un trasferimento a Milano (come spesso è accaduto in passato). Dal #SalTo dunque si passerà ai #SalMi? Da co-fondatrice di quell'hashtag, memore di decenni di lavoro e di quella "primavera digitale" che ha smosso le acque qualche anno fa, spero che i torinesi ritroveranno linfa, etica, energie e buona voltontà e che questa realtà così grande e strutturata resti qui in questa città contraddittoria ma ricca di talenti. 

2) The Hong Kong Bookfair. E per quanto concerne le Fiere libresche, fino al 26 luglio chi capitasse per caso in Cina può visitare questa fiera, che si dice ospiti più di un milione di visitatori. Sul sito trovate gli highlits, gli eventi, le foto e le notizie politiche legate alla situazione cinese. E per saperne di più, un focus molto interessante del giorn alista Phila Siu, qui. 

3) Chi vinse lo Strega? Alla fine lo Strega lo vinse Edoardo Albinati con La scuola cattolica. Lo so, non è una notizia fresca, ma lo è per me è che ho cominciato a leggere il romanzo, un "mattone" di più di 1.200 pagine. Mi ha colpita il titolo, da ex allieva di una scuola cattolica. E l'ambizione di lavorare su un tema delicato e scabroso come il dellitto del Circeo, dal momento che l'autore era stato compagno di scuola di alcuni responsabili del crimine. Una storia letteraria e di vita complessa e ardua che si è trasformata in un romanzo di valore e a grande diffusione nella prospettiva di superamento di un trauma tanto devastante e di un miglioramento della specie umana attraverso la lettura: cosa in cui credo fortemente. Read more...

giovedì 7 luglio 2016

Chicchi di caffè!

Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi - Edna O'Brien, Ragazze di campagna, Elliot

Sono contenta di poter dire del talento puro di queste due scrittrici lontane nello spazio (meno nel tempo) eppure vicine nel sentire, nel raccontare la vita dei loro personaggi. 

Edna O' Brien e Goliarda Sapienza sono i miei chicchi di caffè del mese e nella mia mente di lettrice ho deciso di giustapporle e compararle come fossero colleghe di un sentire assai comune.

Questi due romanzi mi sono letteralmente capitati sotto mano durante il trasloco e li ho letti quasi contemporaneamente, rimanendone colpita.

Uno - Ragazze di campagna - mi è stato consigliato da una amica editor e scrittrice a sua volta, molto in gamba, Laura Salvai (a proposito, seguite i suoi viaggi qui!), l'altro l'ho comprato (insieme alla Scopa del sistema di David Foster Wallace, che mi mancava, per poter così avere l'ambito telo mare dell'Einaudi con la citazione di Moby Dick! Insomma, le ragioni di ogni acquisto di ogni singolo libro seguono i percorsi più diversi).

Dell'Arte della gioia comunque avevo sempre sentito parlare e sempre bene, così ho deciso di leggerlo anche io.

Dunque, analogie: in entrambi i libri seguiamo la storia di ragazze che si trovano a vivere in un collegio di suore, provenendo dalla campagna povera; quella siciliana nel caso di Sapienza, quella irlandese nel caso di O' Brien. Seguiranno poi tragitti differenti, più o meno confusi, più o meno dolorosi e più o meno felici.

Seguiamo le protagoniste - Modesta nel primo libro, Caithleen e Baba nel secondo - dall'infanzia all'età adulta attraverso la propria sensibilità che trafigge un secolo, il Novecento (Modesta nasce proprio l'1/1/1900), talmente denso di cambiamenti da destabilizzare tutti - personaggi e lettori. 

Le tre ragazze nei due romanzi si ritrovano alle prese con le proprie esigenze di libertà in contrasto con le rigide regola di una società in evoluzione vertiginosa e poco gentile con la vulnerabilità.

Modesta è un personaggio di una robustezza che raramente ho incontrato prima. Seguiamo la sua vita interiore ed esteriore come al microscopio, seguiamo le sue convulse e variegate esperienze sessuali e seguiamo la sua folle, galvanizzante lotta per la vita e per la felicità, che lei chiama gioia. L'abbassarsi delle temperature emotive che segnano il passare del tempo tra una visione del mondo ancora ottocentesca e il pieno Novecento lascia il passo però a un'enfatica cavalcata della Storia e della guerra che travolge i percorsi di vita di tutti i molti personaggi che costellano il romanzo. Le abilissime tecniche narrative di un'autrice dalla vita controverse vi conducono in un'avventura che senz'altro trasforma, entusiasma talvolta, assorbe completamente. Dunque consiglio di leggerlo se avete del tempo davanti solo per metabolizzarlo.

Caithleen e Baba invece mi hanno ricordato un po' le protagoniste della saga della Ferrante, due amiche pervase da amore e odio reciproco che crescono insieme e si scontrano e si sopportano e si aiutano, affamate di vita come Modesta e molto diverse tra di loro, avendo in comune solo l'ingenuità spietata della giovinezza. Capillare e meticolosa è la scrittura di Edna O' Brien, che merita esplorare anche nei racconti usciti da poco in libreria.
 
Come se ne esce da questi due libri? 

Con gli attrezzi dell'intelligenza un po' più affilati, come per aver intrapreso una revisione dentro se stessi. Migliorati e più vivi osservatori delle esperienze e dell'animo. Consigliati entrambi. E buona lettura! 


mercoledì 6 luglio 2016

Terrazzino-taccuino di caffè!


Le giornate di questa estate per me stanno volando come gli aerei che vedo ogni giorno volare veloci sulla mia testa. La prossima settimana andrò via per un lavoro e il taccuino salterà un turno, nel mentre però ecco le notizie che mi sono segnata in questa settimana di poco internet e tanta burocrazia condominiale - Eni gas & luce ma che t'ho fatto?? - e casalinga! Insomma, tutto procede per il meglio. 

1) Che cos'è un maestro? Ricevo e volentieri diffondo la notizia di questo evento che si terrà lunedì 11 alle 18 alla GAM di Torino per presentare il progetto Hangar Creatività: un'idea della Regione Piemonte per sviluppare competenze e capacità inprenditoriali nell'ecosistema culturale e creativo in particolare per gli under 35. Read more...

2) Annie Ernaux. Questa splendida autrice ha vinto il Premio Strega europeo. Gli anni, il romanzo con cui ha conquistato pubblico e critica, è davvero un capolavoro. Ho avuto la fortuna di leggerlo e selezionarlo anche io quando sono stata giurata del Premio Sinbad per l'editoria indipendente. Congratulazioni anche a L'orma editore che ha scelto di pubblicare una delle più autorevoli voci della letteratura francese contemporanea.  Read more...

3) Selezione francese. E volendo restare in Francia, ho scovato questa piccola selezione di romanzi francofoni che possono essere utili a chi volesse leggere qualcosa in quella lingua nell'estate. Per me è difficile leggere nella lingua originale i libri di cui pure conosco un po' di più (ad esempio in inglese) però per chi volesse cimentarsi, eccola su Le Monde.