venerdì 3 luglio 2015

Guest Post di valore e La sicurezza degli oggetti di A.M. Homes.

A. M. Homes, La sicurezza degli oggetti, Feltrinelli
ph. Federico Botta
 Premessa: all'incirca un annetto fa avevo annunciato cambiamenti in questo blog. Non si trattava di cambiamenti nella grafica, come avrete notato. Ma mi riferivo alla frequenza dei post, alle scelte  editoriali e all'ospitalità. Avrei voluto, infatti, da molto tempo, invitare giovani scrittori talentuosi a scrivere le proprie opinioni sui libri che hanno letto e apprezzato. 

Ho avuto così la fortuna di conoscere una giovane e talentuosa scrittrice che si chiama Giuli Muscatelli. Non mi dilungherò in presentazioni enfatiche, perché parlano i sui scritti per lei, ma vi dico che potete trovarla, ad esempio qui, o qui

Mi sento onorata: Giuli è una persona che lavora alacremente, con una serietà invidiabile ed energie fuori dal comune. E ciononostante ha scelto di accettare la mia proposta di scrivere un post per Tazzina di caffè ;)

Le sono molto, molto grata.

Questo blog è di certo più intelligente di me, e mi trascina verso le cose belle, giuste e serie anche quando io non ne sono capace. Fa da solo ormai, è grande e decide cosa fare al posto mio.

Grazie quindi a Giuli per questo post e a voi che lo apprezzerete, ne sono sicura, quanto me. 

Buona lettura!


"Uomini oggetto da coccolare", questo lo slogan che appare sulla pagina iniziale di un sito d’incontri in cui mi è capitato d’imbattermi in questi giorni. Mi sono fermata a riflettere su quale parola puntassero per convincere le donne che per incontrare un uomo, fosse più interessante cliccare sul mouse invece che esagerare con il mascara e uscire di casa. 

Il sito si chiama "Adotta un ragazzo.com" ed è un vero capolavoro. Racchiude tutte le caratteristiche tipiche della nostra epoca: ovvietà femministe, promozioni, consolazioni a buon mercato, e il grande,
rassicurante concetto del "ce n'è per tutti gusti". Il primo pensiero che ti viene – certo, se non decidi di riempire il tuo carrello con barba e muscoli- è: chi mai andrebbe su un sito del genere? E loro hanno pensato anche a questo. Infatti, sotto la foto dell’uomo della settimana, compaiono i visi innocenti delle ultime clienti. Una trovata vincente, che guarda dritto in camera e ti dice, "ehi, loro sono carine, non ti sentire racchia se decidi di farti portare a casa Giovanni; alto, moro, appassionato di golf e grattini". Mentre fisso il contatore delle parole dolci scambiate (si, c’è pure quello!) e vedo i numeri passare più veloce di Johnny quando capisce che Baby dopo avergli scroccato lezioni di danza finalmente gliela darà, capisco qual è il punto: la sicurezza. La sicurezza del rapporto, degli uomini, anzi, degli oggetti, come li chiamano loro. Vorrei scrivere ai gestori di "Adotta un ragazzo.com", per dirgli che la loro idea non è poi così innovativa, e che qualcuno, certo in termini diversi, ci aveva già pensato. Sto parlando di A.M. Homes, e della sua raccolta di racconti "La sicurezza degli oggetti", appunto. Se possibile, il libro fa ancora più incazzare del sito, incazzare in modo diverso però. In “Adotta un ragazzo” ciò che fa arrabbiare, almeno per quanto mi riguarda, è l’idea di esserci ridotti addirittura a valorizzare il fatto di dover pagare delle persone per sesso o compagnia. Siamo arrivati all’e-commerce degli esseri umani. Nel libro invece ci infuriamo perché la
Homes ci prende in giro, a cominciare dal titolo: di "sicuro" nelle sue storie non c’è nulla. Ci dice che passiamo la vita a pagare oggetti che ci distraggano dalle persone che abbiamo intorno, da quello che siamo, da quello che temiamo di diventare. 


Questa scrittrice, citata, tra gli altri, anche da David Foster Wallace, durante le sue lezioni, con il suo libro irrompe nelle nostre vite e con lentezza e precisione, quella dei gesti dei protagonisti, ma anche della sintassi delle frasi, ci fa subito sentire in pericolo, ci toglie la coperta durante il sonnellino sul divano. Ci obbliga a sgranare gli occhi, a rannicchiarci e dire, e adesso? Se deciderete di leggerlo, preparatevi all’idea di cambiare identità. Una per ogni racconto. Il libro della Homes è come le malattie per gli ipocondriaci; basta dire un sintomo e loro stanno già male. Allo stesso modo, lei descrive un personaggio, le sue paranoie, e il lettore diventa quel personaggio con quelle paranoie. Proprio come per adotta un ragazzo, la prima domanda è: chi mai farebbe una cosa del genere? Chi mai chiuderebbe un sacchetto intorno alla testa del proprio figlio? Chi farebbe sesso con una Barbie? L’istinto, alla fine del racconto è di alzare la mano come si faceva alle elementari durante un’interrogazione collettiva: "Io, io, scegli me, la risposta la so". E la risposta è sempre io. Sono io. Come nel sito d’incontri, coloro che compiono azioni che a noi sembrano impensabili, hanno facce normali, nomi normali. Jody ad esempio, vive nell’armadio della biancheria, e cinque secondi dopo tu maledici l’Ikea che non fa armadi della biancheria con dimensioni adatte ai tuoi cinquanta metri quadri di casa. Ikea che peraltro non venderebbe mai più sedie, divani e letti se fosse per questo libro, che davvero non si può leggere da seduti. Le parole della Homes ci mettono in uno stato di continua agitazione, ci rendono impossibile stare fermi. I suoi personaggi - e prima devo aver sbagliato a scrivere- non sono personaggi ma persone. Persone per bene, con un buon lavoro, una bella casa. Circondati da oggetti collezionati negli anni, apparentemente innocui ma che diventano la loro minaccia più grande, l’avvisaglia esterna di qualcosa che dentro sta per andare in frantumi. C’è un’ombra su tutti loro, sono arrabbiati, inadatti. Dal modo in cui parlano, da come gestiscono i rapporti, si avverte una crepa, che piano piano si allarga e forma la rottura esplicitata a volte in gesti straordinari, descritti come l’unica conseguenza possibile. Sono storie che fanno paura. Che terrorizzano più di crani divisi a metà o donne fatte a pezzi in un baule. Dieci racconti su dieci individui ordinari, la maggior parte appartenenti alla middle-class americana, che hanno tutto in comune con noi o con il nostro vicino di casa. In questo quadro di società aggrappata all’effimero, gli oggetti diventano sicuri perché sono le persone a non esserlo più. A non avere più sicurezza, a non rappresentare un punto di salvezza né per gli altri, né per loro stessi. 

Non c’è speranza in queste storie, in cui i particolari con i quali ci capita di scontrarci tutti i giorni - il buio di un cinema, i pantaloni nuovi di cotone, una sedia a sdraio di plastica - rappresentano il buco nero dove si nascondono tutti i nostri istinti e le nostre paure più inconfessabili. All’inizio ho detto che avrei voluto scrivere una lettera a quelli di "Adotta un ragazzo", per protesta, indignazione, ma poi, rileggendo "La sicurezza degli oggetti", inquietandomi, e questa volta per me, non per gli altri, ho capito che la lettera la scriverò all’autrice del libro. Inizierà più o meno così: "Cara Amy Michael Homes, ti scrivo per dirti che hai ragione. Ti scrivo per dirti che sei una stronza".

mercoledì 1 luglio 2015

Fuorigioco, #SceneallosBando, Mirabilia e meraviglie!

Zerogrammi - Maria Celia, Pieradolfo Ciulli, Roberta De Rosa, Olimpia Fortuni e Stefano Roveda - Ph. Compagnia di San Paolo - @CSP_Live
Raccontare cosa ho fatto ieri sera, ma soprattutto cosa ho provato, è una gran bella sfida. Mi pare di sentire una voce che mi dice: dai, vediamo di cosa sei capace. Non ne sarò capace di descrivere cosa ho sentito, cosa ho vissuto veramente, perché non ci sono parole per dire certe cose ma sicuramente ho avuto una fortuna e quindi voglio restituirla al mondo dicendo subito la cosa più importante: se potete, venerdì 3 e sabato 4 luglio a Fossano andate a vedere il Festival Mirabilia, e in particolare lo spettacolo Fuorigioco. 

Perché lo dico? Perché ieri sera ho assistito, insieme ad altri fortunati, all'anteprima in cima a un tetto di Torino e più precisamente qui! 

Un loft che è anche una casa di formazione creativa e artistica che mi ha permesso di sognare letteralmente a occhi aperti un mondo più bello. 

Lo spettacolo Fuorigioco fa parte del progetto MENS ATHLETICA nell'ambito delle manifestazioni legate a Torino 2015 Capitale Europea dello Sport ed è stato selezionato tra oltre cento altri lavori proposti per il bando "Scene allo Sbando" di Generazione Creativa che la Compagnia di San Paolo ha messo a disposizione per la creatività giovanile.

Il regista Emanuela Sciannamea ha creato questo spettacolo di danza teatro in seguito al contatto diretto (da cui è nato anche un documentario) con alcuni ambienti sportivi, dalla pallavolo al basket e ascoltando e vivendo con gli atleti ogni fase della quotidianità.

Ne è nato uno spettacolo dal forte impatto emotivo, ironico e poetico che è anche lo specchio di alcune dinamiche della nostra società.

Ciò detto: io ho pianto a dirotto come una fontana mi sono commossa  più o meno da metà serata fino alla fine.

Sono state lacrime sincere, di commozione pura. Per un momento ho pensato, come spesso accade con le forme d'arte più riuscite, che la performance riguardasse solo me, proprio me. Quando poi invece alla fine ho partecipato al lungo e corposo applauso collettivo mi sono resa conto che a più livelli le stesse emozioni avevano coinvolto tutto il pubblico.

Ho praticato un'arte marziale per tantissimi anni, da bambina fino all'età adulta e ho rivisto in questa opera di danza e recitazione tutto ciò che ho provato io. La fatica, naturalmente. Le difficoltà legate alla convivenza stretta con gli altri, le diverse anime dei gruppi che emergono quando si pratica qualcosa di fisico tutti insieme. Ma la cosa è andata oltre: per un bel po', ho scordato che si trattasse di una rappresentazione legata allo sport e ci ho visto anche altro. Come funzionano le amicizie, le famiglie, i posti di lavoro, i Paesi e infine l'interiorità. 

Ci ho visto le mie diverse personalità, attitudini e spinte. Le molte parti - infantili, pigre, nervose, distratte, forti, spaventate, allegre, tristi, spirituali, tenaci, costanti, disperate, gioiose, egoiste e altruiste - che vivono dentro do me, come penso dentro molti, se non tutti.

E infine mi sono resa conto come mai prima di come il corpo sappia molte, molte cose. Il corpo sa molte cose che ci sfuggono e che l'arte aiuta a capire e che sono vitali.





Aver preso parte a questa esperienza è stato un privilegio come capita poche volte nella vita. Ricordare le cose che hanno fatto parte della propria storia attraverso i gesti di persone sconosciute, di abili professionisti, è stato un regalo.


 Sotto il cielo troppo caldo di Torino in questi giorni.


Poter parlare poi dopo con gli artisti e mangiare con loro.



Grazie a chi mi ha invitata, spero anche altri potranno riconoscersi in tutto questo!

martedì 16 giugno 2015

L'Indice dei libri del mese, il web, il crowdfunding & me.







 L'Indice è una delle riviste cui sono più legata: la leggo dai tempi dell'Università (se non forse da prima). Fondata nel 1984, ospita da sempre opinioni autorevoli sui romanzi e non solo. Ho scoperto molti autori e molti titoli ed è stata una lettura formativa, di quelle che ti fanno venire voglia di migliorare, di credere in un mondo di intelligenze e possibilità.

Per questo quando proprio questa rivista mi ha contattata per farmi conoscere la sua campagna di crowdfunding, partita il 15 maggio, ho provato gratitudine ed emozione. Darei tutto l'oro del mondo per fare un salto indietro nel tempo e raccontare questa vicenda alla me stessa china sui banchi o sui tavoli delle biblioteche intenta a leggere, sognare, ammirare. Le direi che anche io oggi posso fare qualcosa per questa rivista ovvero informare i lettori di questo blog di questo progetto. Insomma, mi sento importante, nella misura in cui è importante il progetto.

E veniamo al punto: qui si trovano tutte le informazioni utili (e un simpatico video!) ma per riassumere: la campagna di finanziamento è volta ad aprire per L'Indice nuove prospettive legate al web e al mondo digitale. Ovvero: se entro il 13 di luglio si raggiungeranno 15.000 euro, i fondi serviranno a finanziare il sito della rivista, la digitalizzazione dell'archivio e la creazione di una APP.

Sì è un sogno che il mondo della cultura tradizionale e istituzionale si affacci a un nuovo (e però ormai consolidato) modo di operare in rete. Mi piace molto e sono onorata di poter contribuire a questa rimodulazione delle cose. 

Se grazie a questa campagna gli studenti e i lettori di oggi potranno avere lo stesso Indice di ieri ma con una porta di accesso in più, più ricca e articolata, è un sogno che si avvera. D'altro canto a me è sempre piaciuto L'Indice proprio perché si ispira alle più belle riviste internazionali, non mi stupisce che abbia scelto le caratteristiche del web per tenere fede a questa ispirazione.


martedì 9 giugno 2015

"In una delle mie vite, sono una scrittrice".


Il titolo di queso post è l'incipit di un racconto di Deborah Willis pubblicato sul diciottesimo numero della rivista Colla, che compie tra l'altro cinque anni.  Colla - Una rivista letteraria in crisi è una gran bella rivista, non sono tante in Italia (presto un altro post sull'argomento...) e questa merita per il suo respiro internazionale e la scelta sempre accurata dei collaboratori. La seguo da un po', ma solo da poco ho cominciato a conoscerla meglio. E in particolare adesso grazie a questo racconto di Deborah Willis.

Avevo già raccontato della mia scoperta di questa autrice canadese che mi ha tenuto compagnia due estati fa, era il 2013 e usciva questa bellissima raccolta di racconti.

Quello che invece prende il titolo di La doppia vita (tradotto da Serena Patrignanelli) è di natura un po' diversa: è un racconto autobiografico.

La scrittrice dentro di me legge e scrive e pensa alle storie costantemente. Questa scrittrice – chiamiamola Deborah Willis – ha speso intere, piacevoli giornate a preoccuparsi di virgole. Preferisce stare da sola. Se squilla il telefono mentre sta lavorando, lo fissa, inorridita, e si rifiuta di
rispondere. La sua schiena è curva per il tempo passato piegata sul portatile, i suoi occhi sono affaticati dallo schermo del computer, e recentemente le è venuto il tunnel carpale. Chi dice che la vita dello scrittore non è faticosa? Può portare, tra gli altri disturbi, all’ossessione per se stessi e a una carenza di vitamina D. Per fortuna, c’è un’altra me, e lei esce di più. Lavora in una libreria, il
che significa che è sempre in piedi, a spostare libri su e giù dalle scale, a metterli e a prenderli dagli scaffali

 Si tratta, come avrete capito, della semplice e delicata storia di una vita molto privata (quella della scrittrice) che coesiste con una vita molto sociale (quella della libraia).

Gli amici di Colla mi hanno fatto scoprire questo racconto (grazie!) in un momento particolare della mia stessa vita ed è scattata subito l'identificazioni. Al di là dei due mestieri messi in campo, questo racconto gioca infatti sulla "doppia vita" o doppia natura di chi ama la solitudine tanto quanto lo scambio con gli altri e la via comunitaria. Insomma, parla di moltissime persone in realtà e di quel perfetto equilibrio che ogni tanto si crea tra queste due dimensioni. La capacità di un'opera di essere paricolare e specifica e universale insieme la rende di grande valore. Ci aggiungo che, nel mar dei Sargassi di tanta spocchia che spesso purtroppo coinvolge la grande maggioranza degli scrittori, la canadese Deborah ci regala, nel finale che spero scoprirete, anche un utile bagno di umiltà.

(Quanto a me, sono a Roma per una simpatica circostanza di cui presto racconterò!). Buona lettura.

martedì 26 maggio 2015

Le ali della vita - il mio incontro con Vanessa Diffenbaugh.

Vanessa Diffenbaugh, Le ali della vita, Garzanti

Un caffè milanese molto grazioso.

Tanti fiori e atmosfera shabby chic.

Ecco Vanessa Diffenbaugh con: editore, giornalisti, blogger e interprete.

Click (Vanessa Diffenbaugh con una tazzina di caffè).

Sovvertendo le regole della linea del tempo, ora sto leggendo questo libro.



Forse molte persone conosceranno questo titolo: Il linguaggio segreto dei fiori. Un libro pubblicato in Italia nel 2011, un romanzo molto famoso. E che ha fatto il giro del mondo. Uscito per Garzanti con diverse copertine: nel riquadro della polaroid si possono trovare differenti fiori con la relativa breve descrizione. 

Conoscevo "di fama" quel libro, ma lo sto leggendo solo ora, con un ritardo di ben quattro anni. Casi della vita. E caso vuole che nel mio primo romanzo, che risale al 2013 (Il metodo della bomba atomica) i fiori giocassero un ruolo decisivo, dal momento che Celeste, la protagonista, è una flower-blogger! 

Difficile spiegare l'emozione di queste piccole coincidenze, che non si limitano ai fiori ma riguardano anche altri elementi della storia di quel romanzo: l'adozione e l'affido, con tutte le complessità, sono tematiche che mi stanno davvero tanto a cuore.

Ogni tanto scrivo su questo blog di essere una persona fortunata (che spera di dividere la propria fortuna anche con chi legge...) e quindi vi dico che mi è capitato di incontrare Vanessa Diffenbaugh qualche giorno fa a Milano, in una cornice deliziosa e un'atmosfera semplice e raccolta. Aggiungo che è stato davvero piacevole ascoltarla e rivolgerle alcune domande. 


L'occasione dell'incontro tra l'autrice e giornalisti e blogger è stata l'uscita del suo secondo romanzo: Le ali della vita. Una storia molto ben costruita, accurata e profonda, cui Vanessa Diffenbaugh ha lavorato con particolare dedizione. Lascio ai lettori il piacere di scoprire trama e temi del libro, ma ci tengo almeno a svelarvi le domande che le ho rivolto io durante la piccola conferenza.

Come prima cosa, ho chiesto a Vanessa se potesse dire qualche parola su Camellia Network*. Una rete di sostegno strutturata per i ragazzi in affido e il loro futuro, fondata dall'autrice insieme a un'amica, cui la scrittrice ha destinato gran parte dei notevoli proventi del suo best seller. 

Un'altra questione che mi interessa (sfido chiunque passi da queste parti a non incuriosirsene, dato che su questo si basa molta letteratura) e su cui ho interrogato Vanessa è il rapporto tra scienza e narrativa, molto esplorato in Le ali della vita. Nel tempo a disposizione, la risposta è stata piuttosto esaustiva, ma la riassumo all'osso: suo fratello è uno scienziato, studia i cambiamenti climatici a Stanford, e i loro cervelli, a un certo punto, ci raccontava, hanno cominciato a lavorare allo stesso modo. Ovvero, arte e scienza, quando si esprimono al massimo delle potenzialità creative, giungono a conclusioni analoghe sull'uomo e la natura. 

(Si è poi scoperto che l'amore può curare le sinapsi cerebrali ma questa è un'altra storia!).

Infine, le ho chiesto come sia nata l'idea di citare San Francesco, a un certo punto della storia. I suoi nonni sono molto cattolici, e la citazione era funzionale alla trama, ma le cose da dire non si sarebbero certo fermate lì, perché la ricchezza degli argomenti da trattare era vasta.

Questo per me è stato un incontro costruttivo. Quella di Vanessa Diffenbaugh, sia dentro che fuori le pagine dei suoi romanzi, è una gran bella storia americana, ma è giusto sognare che il suo modello si possa trasferire anche qui da noi. Intendo il modello di una scrittrice (di una persona) che si dedica tanto ai propri libri quanto alla propria famiglia (Vanessa ha due bimbi naturali e uno in affido) e alle categorie bisognose di cure, mettendo a disposizione denaro, saperi e energie per migliorare la propria vita e quella altrui. Mi ha colpito la grazia, l'umanità e la freschezza di una scrittrice tanto giovane e seria. Sono curiosa di leggere il suo terzo romanzo, e il quarto, e il quinto e tutti quelli che seguiranno.


* Vanessa Diffenbaugh ci ha raccontato in anteprima che proprio in questi giorni una associazione no profit acquisirà Camellia Network: in bocca al lupo!


lunedì 18 maggio 2015

Il mio Salone del Libro - #SalTo15



Ogni anno su questo blog spunta un post (o più di uno, se volete cercate il tag corrispondente!) sul Salone del Libro (o Fiera, per qualche anno si è chiamato così se non erro). Ora tutti o tanti lo raccontano sui loro blog o sui social; ma per i neofiti volevo dire, per vantarmi un po', di essere stata tra gli inventori dell'hashtag ufficiale #SalTo (che di anno in anno cambia numero) e tra le primissime persone a farne la cronaca su twitter. Che adesso è diventata una prassi e un lavoro per molti.

Bon l'ho scritto così resta per la posterità, hehe.

E dunque. Eccoci alla millesima edizione cui partecipo. Ogni anno è diverso e non ci si immerge mai due volte allo stesso modo nello stesso #SalTo.

Proprio ieri scherzando tra me e me mi chiedevo: ma prima del 1988, anno della fondazione del Salone (cui ho partecipato, ovviamente, avevo 8 anni e mi regalarono una marionetta che mi procurò una grande gioia, forse è per rincorrere quello stesso istante di felicità fugace che ritorno ogni anno con la stessa similare speranza); insomma prima di quell'anno dove andavano tutti, dove andavamo noi addetti ai lavori, scrittori e gente varia a esercitare la nostra curiosità, la nostra spocchia, a riconfigurare i sotterranei rapporti, a esibirsi, a compiacersi invece di starsene in disparte, insomma tutte quelle robe lì che non in tutti casi fanno bene al cuore e alla letteratura ma tant'è? 

Chi lo sa!?

Questa volta come sempre per me ci sono state molte cose belle. Ho parlato con moltissime persone e alcuni incontri hanno avuto un significato particolare e di grande valore. 

Tra i tanti incontri, è stato bello inrociarsi con i due editori che hanno pubblicato i miei due libri, ovvero LiberAria e Zandegù. Alcune parole con loro mi hanno davvero fatto pensare che la cultura, e l'amore per i libri vivono eccome.

Vorrei ringraziare anche la Libreria Therese per le idee e le iniziative super, i mitici Zoom Feltrinelli e gli amici di Utet, in particolare.

Ci sarebbero da elencare molte altre persone con cui ho trascorso il mio tempo al Salone. Ogni anno poi come a Natale mi chiedo come sarà l'anno successivo, cosa farò io, cosa faranno gli altri. 

Il bello della vita è anche questa attesa del meglio, no? 

Questa volta sono stata anche più calma, per quanto possibile. Meno foto, meno tweet, meno facebook e più esperienza diretta come una volta. Niente di definitivo, è stata solo una prova. Giusto per vedere l'effetto che faceva. Non ho trovato una risposta, solo esperimenti da fare e rifare. 

E la voglia, come sempre, di leggere e scrivere.

Ecco il mio bottino. Grazie a Utet, Effatà, Feltrinelli, LiberAria, minimumfax. E uno yo-yo che spero prima o poi avrà un significato.

martedì 12 maggio 2015

Non scrivere di me.

Livia Manera Sambuy, Non scrivere di me, Feltrinelli

Di recente ho letto un libro meraviglioso. Leggendolo, ho provato parecchie emozioni variegate, colorate e avvitate tra di loro con una bellezza e una grazia che mi hanno ricordato un'elica del DNA per quanto erano profonde e universali. Un libro che mi ha ricondotta alle mie passioni e al quale sono grata. Si tratta di Non scrivere di me: otto ritratti-incontri che la giornalista letteraria Livia Manera Sambuy ha descritto e narrato in un gioiello di scrittura e umanità (e dotato di copertina stupenda di Adrian Tomine). Le persone belle si vedono subito: ho ascoltato l'autrice in una presentazione di questo libro al Circolo dei Lettori di Torino. Sorrideva con garbo nell'attesa e quando ha preso il suo posto e ha cominciato a raccontare ha colpito tutti con la forza che solo le esperienze veramente importanti sanno avere.

Da Philip Roth a David Foster Wallace, da Mavis Gallant a Paula Fox (se fosse possibile scegliere, ma non lo è perché sono uno più significativo e struggente dell'altro, questo ritratto-incontro sarebbe il mio preferito) sfilano queste otto grandi personalità sotto la luce rispettosa e amorevole dello sguardo di Livia Manera Sambuy e regalano nuove scoperte. (Su alcuni di loro ho lavorato per la mia tesi di laurea e li consulto da anni come numi tutelari, ritrovarli vivi e umani e tutti insieme qui è stato come un piccolo regalo della vita!).

Leggendo, mi sono appuntata parecchie frasi, con l'intento di copiarle qui sul blog, ma mi accorgo che non ha senso: sono troppe. Il libro è così ricco di saggezza e di ironia che vi toccherà farne esperienza diretta e non tramite un filtro. 

Ho imparato nel tempo della lettura di Non scrivere di me così tante cose, ho ragionato così tanto e ho respirato così tanta aria pulita da provare un profondo senso di giustizia e di gratitudine. 

Essendo poi una persona particolarmente fortunata, ho ricevuto dall'editore Feltrinelli l'opportunità di scrivere all'autrice per rivolgerle alcune domande. Dopo aver letto di questi otto incontri, non mi sono osata di chiederle di vederci (ma se leggete il libro vi ricorderete che nella vita nulla è impossibile e non si sa mai!), e così le ho scritto soltanto una mail. In tempo record considerati i suoi molti impegni, Livia Manera Sambuy mi ha risposto. E ciò che ho letto, e che trovate qui di seguito, va oltre ogni mia più favorevole aspettativa. Ha scritto parole belle, utili, e commoventi (per me personalmente, lasciatemelo dire). Sono così contenta e spero che per voi lettori questa intervista possa rappresentare un momento piacevole e felice e infine un "mezzo per mettersi al sicuro", per citare le parole di Mavis Gallant in riferimento alla letteratura.


In Non scrivere di me, per la prima volta ha deciso di raccogliere le storie dei suoi incontri con alcuni degli scrittori che ha intervistato nel corso della sua carriera: che effetto le fa oggi questa scelta, mentre il suo libro comincia a circolare nelle mani dei lettori? Racconterà ancora di altri incontri con altri autori?

Ti confesso che mi fa un effetto imprevisto. Sapevo di avere scritto un libro “sui generis”, che ha pochi precedenti nella tradizione italiana: una lavoro che in America appartiene al genere “narrative non fiction”, ma che allo stesso tempo si discosta dalla regola per la presenza di un io narrante che fa da filo conduttore tra gli otto incontri/racconti. Dunque i miei otto ritratti di scrittori si leggono come otto racconti e allo stesso tempo come una velata autobiografia. La scelta stessa dei personaggi riflette qualcosa di molto personale: il mio criterio non è stato quello della loro fama in Italia - anche se Roth e Wallace sono celeberrimi, e celebri sono anche Ford e Fox. Ma dell'intensità dell’incontro. Di quanto, cioè, questi scrittori avessero comunicato in senso profondo alla luce della mia stessa esperienza di vita.

Non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato letto. Funzionava? Non funzionava? I lettori lo avrebbero capito? Sono stata col fiato sospeso fino a quando ho cominciato a ricevere i primi giudizi - una recensione straordinaria da parte di Vanni Santoni sul Corriere - e poi messaggi su Facebook, Twitter, e-mail, da parte di lettori spesso sconosciuti che erano entrati nel libro e non solo lo avevano capito, ma lo avevano capito meglio di me (come succede, credo, spesso). E’ stata un’esperienza bellissima.

Non so se scriverò un altro libro come questo. Non credo, proprio per i motivi che ho spiegato sopra. E allo stesso tempo, non posso sapere quali altri incontri mi aspettano, quali occasioni impreviste, quali scoperte.
"La critica non è scienza: non mi aspetto che i critici separino le loro emozioni da quello che recensiscono", ha detto David Foster Wallace nel corso del vostro incontro al McDonald's nella stazione di un'autostrada a sud-ovest di Chicago. In Non scrivere di me le emozioni legate alle relazioni umane che si creano con gli scrittori emergono con sobrietà, intensità e tenerezza. Anche il suo lavoro di giornalista letteraria - per certi versi differente da quello della critica, e diverso anche dal progetto del libro - le ha concesso sempre di tenere unite le emozioni e la scrittura o qualche volta ha dovuto privilegiare la "scheggia di ghiaccio nel cuore" tipica degli scrittori e mettere da parte sensazioni e sentimenti? 

Avere una scheggia di ghiaccio nel cuore, per uno scrittore, significa non guardare in faccia a nessuno: andare per la propria strada e se questo significa all’occasione ferire amici o figli o genitori, pazienza. Per un giornalista, significa, penso, la stessa cosa, ma nel senso di privilegiare l’informazione sul rapporto con il soggetto (che nel giornalismo serio non dovrebbe esserci comunque). Il giornalismo letterario è un caso a parte. In questo campo, sono rare le informazioni riservate che, se scritte, diventerebbero uno scoop. In ogni caso no, quella scheggia di ghiaccio non credo di averla. Un esempio per tutti: quando tempo fa è uscita la notizia che Philip Roth aveva smesso di scrivere romanzi - notizia a cui è stata data un risalto internazionale - lo sapevo già da  un anno e mezzo. Ma era stata una confidenza, una battuta al telefono. Ricordo ancora le parole precise: “Mia cara, è arrivato il momento di tirare giù la saracinesca e chiudere bottega". “Sei sicuro?”, gli ho chiesto. “Sicurissimo”. Era una conversazione privata. E ho preferito mantenere il riserbo. Cos’è un piccolo scoop in confronto a un rapporto di confidenza, amicizia e affetto?
C'è un autore che non ha ancora incontrato e vorrebbe incontrare? 

Oh certamente. In questa vita Alice Munro, anche se una volta abbiamo parlato a lungo al telefono. E in un’altra, Saul Bellow. Non sono sicura che quest’ultimo mi piacerebbe, di persona. Ma non c’è nulla che dia più soddisfazione che vedere i proprio pregiudizi smentiti. A me, almeno.
Dave Eggers ha elogiato il suo ritratto di Philip Roth con parole così belle da meritare la quarta di copertina del suo libro. Di Dave Eggers però non si parla in Non scrivere di me, mentre ricordo che lo ha citato durante la presentazione a Torino. Il dinamismo e l'impegno anche sociale dell'autore de Il Cerchio pensa possano essere di esempio per gli autori italiani, forse a volte ultimamente in alcuni casi un po' involuti e chiusi in se stessi?  

Dave Eggers è una persona eccezionale e dovrebbe essere un esempio per il mondo intero, non solo per i giovani italiani. Non soltanto è uno scrittore che ci ha dato libri importanti sperimentando temi e modi sempre nuovi: è anche un autore che ha riscritto le regole del gioco a modo suo, cosa che in un paese come l’America dove il successo è un prodotto, è molto difficile. Inoltre è un filantropo, anche qui, sui generis. Non gli basta finanziare fondazioni per aiutare i ragazzini che studiano con difficoltà e hanno situazioni famigliari difficili. S’impegna in prima persona a insegnare loro a scrivere, a fianco della moglie scrittrice Vendela Vida. Lui e lei portano altri scrittori di talento a fare altrettanto. Hanno creato una rete di altre dieci organizzazioni no-profit impegnate nello stesso scopo. E fondato due riviste letterarie, McSweeney’s per la fiction e The Believer per la non fiction, allo scopo di divertirsi incoraggiando nuovi autori. Il mio stesso capitolo su Roth, in Non scrivere di me, è uscito prima su The Believer. Ricordo che quando gliel’ho mandato (l’avevo scritto in inglese per fare un esperimento) Eggers ha risposto in meno di 24 ore con una mail che diceva “Fantastic”. Non conosco molte persone capaci di tanta energia, generosità e entusiasmo.

Domanda di rito ma per me molto preziosa: che consigli darebbe a un giovane intenzionato a seguire le sue stesse orme di giornalista letterario? E a un giovane aspirante scrittore?

Purtroppo sul giornalismo letterario devo essere pessimista. I giornali hanno sempre meno soldi e oggi viaggiare per incontrare un autore - non dico andare ai festival, ma essere soli con uno scrittore, andare a casa sua, e avere tempo a disposizione, anche per leggere i suoi libri e prepararsi bene - è un lusso che non esiste più. Ma è anche vero che ogni crisi è un’occasione di rinnovamento, e qualcosa di nuovo nascerà. Sarà lei, Noemi, a dirci come si farà giornalismo letterario in futuro.

Quanto ai giovani aspiranti scrittori il consiglio è uno solo: disciplina. Lavorare ogni giorno. Anche solo poche ore, non importa. Non si ha idea quando materiale si accumuli poco a poco se si scrive con costanza. E riscrivere, riscrivere, riscrivere. E poi - quando si è raggiunta una forma presentabile - mandare i capitoli a poche persone fidate, non scelte in base all’amicizia ma all’esperienza di lettura e alla capacità di giudizio. Ascoltare bene i loro commenti, ragionarci su, e riscrivere ancora. 

Il giorno che ho cominciato Non scrivere di me ho stilato le mie regole in inglese su un foglio, e ho appeso quel foglio sul muro accanto allo schermo del computer. 
Diceva: “Be serious, be honest, be true”.

venerdì 24 aprile 2015

Elena Ferrante.

Elena Ferrante






Quando si dice che le cose che davvero contano nella vita si creano nel silenzio e nel segreto, non si può non pensare alla letteratura, all'arte. 

Il momento in cui nasce un'idea, si forma una storia, è un mistero. Se poi questo mistero si dilata, si prolunga e diventa un modus operandi, ecco che abbiamo qualcosa come Elena Ferrante.

Non la conoscevo, o per lo meno mi faceva lo stesso effetto che fanno ai bambini le storie dei grandi: una cosa strana da cui tenersi alla larga. Ma invece poi è successo che gli amici del Circolo dei Lettori di Torino hanno organizzaro una maratona di lettura dei suoi libri, #lamiaFerrante, condotta dalla brava giornalista de La Stampa, Elena Masuelli, e hanno pensato, tra gli altri di coinvolgere anche me.

Tanto siamo sul mio blog e posso dirlo: ho sempre sognato anche io di vivere come Elena Ferrante: essere una brava scrittrice che sceglie di dedicare tutto il suo tempo ai romanzi, senza apparire in giro. Per via del fatto che, come disse anche di sé il compianto David Foster Wallace in un libro di cui parlerò presto, incontrare le persone è per me un'esperienza molto intensa e mi richiede poi dopo, spesse volte, anche quattro ore di sonno per riprendermi (cit.).

Me la immagino così: bella e contenta, vicina a poche persone amichevoli e amorevoli che la rispettano. Scrivere magari 8 ore al giorno, con pausa pranzo e corsetta al parco. La immagino anche innamorata di un uomo, magari con qualche figlio da incontrare (forse non più da accudire), vedere amici veri, non tutti i giorni, gentili e che le regalano serate e cene di parole ricche e distensive. Poi magari è Domenico Starnone, come dicono in tanti, e via. Ciononostante, il mio sogno rimane.

Ho sempre sognato di essere così, riservata e coraggiosa, e di avere talento. Ma ovviamente non ho mai pensato di potermelo permettere e che bisognasse essere davvero bravi e matti per farlo. 

In effetti, adesso che ho cominciato il suo primo libro, L'amore molesto, capisco da cosa mi tenevo alla larga, e scopro al tempo stesso il suo talento indiscutibile. 

Il talento sta facendo il giro del mondo, basti leggere questo articolo sulla The Paris Review. E la cosa che mi frenava dal leggerla (pur avendo visto il film di Faenza anni fa, tratto da I giorni dell'abbandono, forse direi anche proprio per aver visto quel film...) era un eccesso (o quel che mi pareva tale) di femminile intensità. 

Non sbagliavo sull'intensità. Eppure ora, finalmente diventata sua lettrice, ne colgo anche i confini della misura. Un'intensità femminile cesellata che non so perché mi ricorda la statua di Amore e Psiche di Canova.

Leggere ieri sera davanti a tante persone, e ascoltare gli altri lettori che si sono avvicendati prima e dopo di me, mi ha coinvolta molto: è stata una di quelle esperienze che fanno rimanere svegli, nel sonnecchioso e frettoloso marasma della vita. 

Nel faticoso, noioso chiacchiericcio dell'esistere, è proprio vero che è bello e sano quando, per un caso fortunato come è stato per me ieri, o per scelta, ci si ritaglia il proprio paradiso, per dirla con Calvino. 

Ieri era la Giornata mondiale del libro, corredata dagli eventi di #ioleggoperché. 

Tutti a chiedersi perché si legge. A me viene da rispondere in tremila modi, ma ne userò uno, qui, di femminile intensità per onorare la anonima universale Elena Ferrante. Leggo perché me lo dice il cuore. Mi spiego: quando leggo, il mio cuore si assesta in maniera sensibile. Lo sento muoversi, proprio come immagino accada alle mamme con il loro bambino nella pancia. Il mio cuore si tranquillizza, come se dicesse "grazie per avermi portato a casa". Quel cuore ha bisogno di libri e di parole da ascoltare che compongono mondi in cui sentirmi a casa. Ogni cuore del resto sa cosa vuole: chi gelati, chi gioielli, chi amici, chi musica, chi vino, chi aria, chi sole, chi neve. Chissà il vostro!

ph. di Francesco Deiana