giovedì 16 febbraio 2017

Chicchi di caffè

Harry Parker, Anatomia di un soldato, Big Sur - Daniele Derossi, Nel cuore dell'anatomista, Bompiani


Torna la rubrica di comparazioni letterarie altrimenti detta Chicchi di caffè!

Questi due libri sono molto differenti tra loro e l'appiglio iniziale per compararli in questa rubrica è stato solo il titolo e nello specifico il concetto di anatomia.

[Capita infatti spesso nella vita di un lettore di trovare copertine identiche, titoli analoghi, trame paragonabili. Ciò che affascina me in particolare però non è solo trovare una somiglianza estetica ma anche un po' di corrispondenza di senso e di significato].

E qui, con qualche capriola cognitiva, temporale e stilistica, vi dico che succede. 

Anatomia di un soldato è un libro di rara profondità psicologica e di rara bellezza narrativa. Il suo autore, arruolato giovanissimo nell'esercito britannico, ha perso entrambe le gambe in un'esplosione di un ordigno in Afghanistan nel 2009. Parker - che ho ascoltato presentare il suo libro qualche tempo fa alla Scuola Holden a Torino - è un ragazzo come tanti che però ha un trascorso di esperienza totalmente eccezionale, dunque da raccontare con le dovute cautele. E nel romanzo, trapela tutta questa storia vista però però dal punto di osservazione degli oggetti che hanno toccato la vita di tre personaggi tra cui uno che ricorda proprio l'autore. Dire che è una avventura emozionante e difficile è poco. Si tratta di un impegno grosso come lettori, ricompensato tuttavia da un arricchimento importante.

Anche Nel cuore dell'anatomista il protagonista è un giovane. Un ragazzo di sedici anni che lascia la sua città natale in Val di Susa per studiare medicina a Padova. Siamo però nel '500 e il giovane Giovanni si trova ad assistere alle lezioni di anatomia di Vesalio. Diventa in seguito assistente di un anatomista dall'etica discutibile e capita letteralmente in mezzo a esperimenti cruenti e inenarrabili.

In entrambi i casi si parla di corpi, di guerra, di oggetti e oggettificazioni. E in entrambe le storie, emerge tra le righe il cuore in tutte le sue forme e valenze.

Da leggere con il giusto distacco degli anatomisti-lettori. Sapendo di andare incontro a perle di bella letteratura ed emozioni talvolta assai forti. 

sabato 11 febbraio 2017

Vita da blogger: incontro con Lorenzo Marone a Milano.


Lorenzo Marone, Magari domani resto, Feltrinelli

Benché non sempre sia possibile, mi capita ogni tanto di partecipare ad alcuni incontri tra blogger e autori. Ormai nel web sono nati tanti blog letterari, tante realtà diverse e mi fa piacere notare quante persone giovani e curiose ci siano a fare questo "mestiere" che non è proprio un mestiere. 

In questo caso, ringrazio la casa editrice Feltrinelli perché mi ha sostenuta nel piccolo viaggio da Torino a Milano oltre che fatto dono del romanzo e invitata a un aperitivo stupendo al quale, come spesso mi accade, però non ho potuto prendere parte perché dovevo... prendere il treno. Insomma, consigli per giovani blogger: siate milanesi! Scherzi a parte, grazie. E lo aggiungo per trasparenza: da qualche tempo a questa parte, nella grande maggioranza dei casi in cui riesco a partecipare a incontri simili è perché l'editore mi ha aiutata, a seconda delle proprie possibilità, a sostenere lo spostamento. 


Ma veniamo al dunque. Questo post doveva intitolarsi: "Caro Michele". Rubando un titolo di Natalia Ginzburg, volevo scrivere una lettera aperta al ragazzo di trentanni che si è tolto la vita e che è passato alla cronaca e, diciamolo, anche un po' al sensazionalismo dei media, per una lettera molto dura e toccante. Per chi se la fosse persa, eccola qui. 

E avrei voluto dirgli (posto che non sia stato tutto un fake, come emerge da alcune ultime notizie nel Mar dei Sargassi dell'informazione): caro Michele, ti capisco. Tante volte anche io mi sono sentita così tanto stretta in quella nuvola nera da volerci scomparire dentro. Hai tutte le ragioni per aver fatto quello che hai fatto e intuisco, ma non sono una dottoressa, dalle tue parole un possibile disagio che probabilmente va molto al di là della crisi economica. Di sicuro, è stata una tua crisi profonda e personale a portarti al suicidio. Tuttavia, è vero ciò che dici: in molti della nostra generazione di trenta quarantenni non abbiamo ancora cominciato a vivere. Campiamo di lavoretti, di speranze, di gavetta.

E sarei andata avanti ad analizzare, a cercare di capire perché non siamo ancora riusciti, in generale, con le dovute cautele e virtuose eccezioni, a diventare adulti e autonomi.

Ma poi mi sono fermata e ho letto questo libro. 

C'è una scena di dialogo tra la protagonista Luce, avvocato di Napoli che vive ai Quartieri Spagnoli e ha trentacinque anni e una donna di nome Carmen. Luce non fa proprio l'avvocato, a dire il vero.

Fa l'apprendista.

A trentacinque anni stiamo ancora imparando... A chi non sono capitati "periodi di prova" in azienda di sei mesi, un anno. Sono chiaramente prove di sopravvivenza che di professionale hanno ben poco. Non dico niente di nuovo, comunque, ormai lo sappiamo tutti come funziona e come non sta funzionando per tutti i Michele veri o fake che siano.

Ci metto anche del mio: un giorno analizzeranno il fenomeno dei blog come questo e magari e scopriranno che tutta questa creatività nasce anche da un'esigenza di sopravvivenza emotiva e materiale. Sti blog sono nati come lunghi, lenti blues che cantiamo in attesa che arrivi qualcosa di vero, di concreto? Non lo so ancora e non lo so più.

Ma dicevo di Luce. C'è una scena che è il click che mi ha fatto fare questo libro, o il "twist" come va di moda chiamarlo adesso, anche se arriva verso la fine. In un dialogo serrato con Carmen, una donna in difficoltà che le chiede un aiuto urgente e serio. Si tratta di andare a riprendere un bambino in difficoltà e il tutto ha a che fare con la camorra. Luce ripete il solito copione dell'impotenza: si schernisce, è solo un'apprendista.

"Non sono io l'avvocato di tuo marito, Carmen, io nun so' nisciuno, è quello che ti ho tentato di dire l'altro giorno. Sono una collaboratrice, una dipendente, una che fa a' gavetta inso..."
Lei non mi fa nemmeno finire. "Nun me ne fott' che fai là dint', Luce, se vuoi bene e Kevìn, e lo so che gli vuoi bene, mi devi aiutare!.
Guardo l'orologio: sono le quattro del pomeriggio. Spengo la sigaretta appena accesa e mi alzo. 
"Che fai?" chiede lei.
"Che fai?" ripete don Vittorio.
"Quello che mi hai chiesto, mi prendo cura di Kevin".

Ed è un po' questo secondo me il senso della storia di Luce e della nostra: radicarsi nella propria vita anche quando le circostanze esterne sono il più avverse possibile. Magari con l'aiuto di bambini, cani o rondini come Primavera che si comporta in un modo inatteso e che vi lascio scoprire leggendo,

Tornando a Michele e ai molti Michele che ci sono tra di noi: un libro magari non può fare un gran che. E non è nemmeno così semplice: non sempre e non tutti possiamo fare ciò che vorremmo, a molti di noi non è concessa una vita piena, e nemmeno tanta manovra in quel poco che c'è. Ma secondo me possiamo smettere di  fare gli apprendisti quando cominciamo a prenderci cura degli altri, e di quell'altro insicuro che vive dentro di noi. La cura - come si vede dal dialogo - è sempre il motore che ci fa crescere. Non credo che i Michele della nostra società possano essere salvati da un libro, ma credo che per chi resta sia un ottimo balsamo e un buon consiglio per andare avanti. 


mercoledì 8 febbraio 2017

Post del cuore: cos'è la danza Butoh?

In questi primi giorni di febbraio al teatro Espace di Torino si sta svolgendo il Festival Moving Bodies con una speciale performance di danza Butoh.  

Ogni tanto mi piace scrivere di arti che non sono la scrittura, scorrendo indietro le pagine di questo blog potete trovare altri post sulla danza, il cinema, l'architettura, la musica, l'arte circense e altre discipline che rendono la vita degna d'essere vissuta.

In particolare, mi ha colpita la danza Butoh perché arriva dal Giappone e ha richiami con il teatro No, che mi ha sempre incuriosita. Movimenti incisivi, che toccano e smuovono.

Ho avuto l'opportunità di dialogare con una delle curatrici del Festival, la gentile Ambra G. Bergamasco, che ha risposto ad alcune delle mie curiosità.




Qui di seguito, trovate domande e risposte; e qualche immagine: spero che rimarrete colpiti anche voi dalla danza Butoh e dalla sua poesia. 

Vetrina Moving Bodies è un Festival di danza che si terrà a Torino al Teatro Espace il 9/10/11 febbraio e vedrà susseguirsi sul palco diverse discipline e forme artistiche. In una tua nota curatoriale al Festival ho letto una bella descrizione della danza Butoh: puoi dire due parole per noi "profani" ma amanti dell'arte in tutte le sue forme di cosa si tratta? Se ho capito bene la tradizione della danza Butoh, sebbene relativamente recente, affonda le sue radici culturali in un tempo invece molto lontano...


Dai miei studi, pratica e lunghe conversazioni con i maestri del Butoh, la sua più importante qualità e' quella di essere una pratica, un sistema artistico performativo che si avvale del contemporaneo. Si può dire che la sua nascita avviene grazie a Tatsumi Hijikata, che la crea poiché insoddisfatto delle realtà artistiche degli anni 50 in Giappone. Hijikata​ fonda la danza Butoh come risposta giapponese alla condizione estetica di quegli anni in Giappone, post Hiroshima. La sua necessita' era quella di rendere visibile ciò che e' nascosto, strappando la maschera, portando il corpo in ribellione in scena. Cosi' facendo, si avvale di un allenamento corporeo ferreo che riprende il Kabuki ed il NO per sviluppare la ricerca su quello che definisce Qualia - la qualità stessa delle cose.
Stimolando il corpo con richiami sensoriali, i corpi ed i sistemi presenti in ognuno di noi creano la danza stessa, al dila' del cognitivo, per danzare quello che e'.



Che tipo di sensibilità ritieni debba possedere una persona che decide di intraprendere questa disciplina?

​Parto dal presupposto che in ognuno di noi ci sia, manifesta o nascosta, una sensibilità verso la vita, i sui processi e le sue metamorfosi. Penso possa interessare molto ai disegnatori e gli artisti visivi, perché la preparazione richiede concentrazione e creatività poiché si arriva ad avere una profonda conoscenza del corpo​, a chi vuole semplicemente sperimentare la propria visione interna si se stessi e delle relazioni con l'esterno che possono nascere ascoltando semplicemente. Il Butoh e' una disciplina che io trovo accessibile poiché gioca con l'immaginazione e la capacità di stimolazione sensoriale. Questo ne indica l'accessibilità poiché non ha limitazioni fisiche, ne di formazione personale. Non e' una danza solo per gli addetti ai lavori, per essere specifici.




Se ho capito bene, c'è una stretta relazione tra Butoh e poesia, sapresti accennarci come queste due arti siano vicine e possano correlarsi?


​La danza Butoh é descritta anche come danza dell'anima o poesia in movimento poiché le atmosfere create da chi la fa, possono definirsi oniriche. In scena si portano paesaggi archetipi, trasmutazioni...posso decidere di danzare lo sbocciare della rosa, tanto quanto trasformarmi in un insetto, accettando o creando nuove atmosfere e nuove relazioni con l'esterno. La dana Butoh fa emergere il nostro interiore, partendo dal particolare, muovendosi verso l'universale e stabilendo un nuovo percepire. Questo si ottiene attraverso esercizi e tecniche corporee, e l'improvvisazione.



lunedì 6 febbraio 2017

Poetry Cafè



Torna una delle rubriche nuove e al tempo stesso vintage di questo blog. Una poesia per cominciare bene la giornata (anche se è già mezzogiorno!). Questo lunedì ho ripreso dalla mia libreria questa poetessa americana di inizio Novecento (nata l'8 febbraio 1911). 

Una poesia sulla "buona creanza" o per meglio dire uno spiraglio sui valori "di una volta" espressi dai ricordi di una bambina legati al nonno. 



La buona creanza

Per una bambina del 1918

Il nonno mi disse,
seduti a cassetta:
"Non ti scordare mai di salutare
chiunque incontri, dammi retta".

Incontrammo uno sconosciuto a piedi.
Il nonno si tocco il cappello col frustino.
"Buongiorno, signore. Buongiorno. Bella giornata".
L'ho detto e ho fatto un inchino.

Poi raggiungemmo un giovane del posto
con la sua cornacchia addomesticata sulla spalla.
"Offri sempre un passaggio a tutti;
non dimenticarlo quando sarai grande"

disse il nonno. E così Willy
salì con noi, ma la cornacchia
volò via con un gran "Gra!". Mi preoccupai.
Come faceva a sapere dove andare?

Ma volava un pezzetto alla volta
da un palo all'altro della staccionata:
e a ogni fischio di Willy rispondeva.
"Bell'uccello" disse il nonno

"e ben addestrato. Vedi, risponde
a tono quando gli si parla.
Il che è buona creanza, uomo o bestia.
Badate bene di farlo anche voi due".

Quando passavano le automobili,
la polvere nascondeva il volto della gente,
ma noi a gridare:"Buongiorno! Buongiorno!
Bella giornata!" con voce squillante.

Una volta arrivati sotto Hustler Hill.
il nonno disse che la cavalla era stanca,
così scendemmo tutti, proseguendo a piedi,
come esigeva la buona creanza.


lunedì 30 gennaio 2017

Tazzina di sakè

Mitsuyo Kakuta, La cicala dell'ottavo giorno, Neri Pozza 

Ecco un altro libro che mi ha accompagnata durante le vacanze di Natale. L'ho preso in biblioteca, incuriosita dal fatto che nel titolo ci sia un 8 che è il mio numero. 

(Per inciso e per la cronaca sto anche leggendo Le otto montagne di Cognetti e ne racconterò senz'altro). 

Ho preso questo libro in biblioteca anche per onorare questa rubrica alla quale sono molto affezionata, dedicata alla letteratura orientale. Ho letto nella mia vita parecchi libri scritti da giapponesi, come l'autrice di questo romanzo e sono una delle mie grandi passioni letterarie. 

Mitsuyo Kakuta, classe 1967, ha vinto in Giappone numerosi premi prestigiosi e questo libro è stato un best seller da più di un milione di copie con tanto di serie tv e film ispirati alla sua trama.

Una storia feroce che si potrebbe definire, volendo cedere alle definizioni, un thriller psicologico dai tratti noir. 

Per chi conosce un po' la letteratura giapponese, non dirò niente di nuovo ma a chi si aspetta una storia soave e delicata rivolgo l'invito a pensarci due volte prima di leggerlo. Nel senso che a essere delicata e accurata è la scrittura dell'autrice, sapiente e tradizionale, ma la storia è di quelle inquietanti. 

Questa è una vicenda che ricorda un po' il film Attrazione fatale: un tradimento che vede al centro il personaggio misterioso e ingenuo di Kiwako, che sconfina nel crimine. Bugie, ossessioni e follia incontrano un epilogo inaspettato e una peculiare comunità simil-hippy, la Casa degli Angeli, di donne che si nutrono di frutti della terra dove la protagonista, dopo aver rapito una bambina, trova asilo. 

Tutto è "strano", straniante e inquietante ma credibile. Le analogie con il film citato non finiscono qui: la particolarità di questo romanzo è anche l'ambientazione storica, ovvero gli anni Ottanta, descritti dietro al filtro della vita quotidiana di una grande azienda di intimo giapponese. 

Una lettura, come si dice in questi casi avvincente, la quintessenza della letteratura giapponese contemporanea. 

domenica 29 gennaio 2017

Latte macchiato

David Almond, Skellig, Salani Editore


Con l'anno nuovo cominciano alcune rubriche nuove e ne tornano di vecchie, nuova vita per me e spero anche per voi. Questa nello specifico è nuova nel senso che ho parlato spesso su questo blog di libri per bambini e ragazzi e vorrei che diventasse un'abitudine più stabile. 

La rubrica si chiama Latte macchiato e insomma sì questo blog si sta trasformando pian piano in un bar: tra caffè, tazze, latte e biscotti. Sarà che ce l'ho nel DNA il discorso del dare del cibo: i miei bisnonni piemontesi erano fornai e quelli siciliani tenutari di una locanda. Il destino ha voluto che non ereditassi nel concreto purtroppo quelle attività ma a voler credere a queste strane corrispondenze, è possibile che l'istinto di ristorare mi sia passato nel sangue, chissà.

Ma bando alle ciance: questa rubrica si chiama così perché si vuole occupare di quei libri che possono leggere i ragazzi che già mettono una goccia di caffè nel loro latte, insomma young adult ma a modo mio, nel senso che non sono un'espertona del genere, per cui vi propongo ciò che leggo e ciò che secondo me può cambiarvi la giornata.

Ho letto questo libro nelle vacanze di Natale e consiglio per la lettura proprio un momento così, un po' in bilico, che possa favorire una riconnessione con i momenti più ispirati, gioiosi e autentici della vostra infanzia. 

Skellig è una storia che diventa subito la vostra storia-guida. Siamo in inverno, la primavera un lontano miraggio. Una famiglia composta da mamma, papà, Michael e una bambina appena nata si trasferisce in una casa nuova, in Falconer Road. Lo fanno perché c'è un bel giardino, peccato che al momento sia più simile a un foresta ostile e piena di spettri. E c'è un garage diroccato pieno di robacce appartenenti ancora al precedente proprietario. 

Il papà si dà un gran daffare per mettere tutto a posto, ma la sua sfida è molto più grande: sopportare, insieme alla moglie e al figlio, la malattia gravissima della piccolina. La sorellina di Michael infatti sta per parecchi giorni tra la vita e la morte e tutti non possono fare altro che aspettare e avere fiducia. 

In questo percorso difficile però ci sono degli aspetti interessanti, incontri memorabili. C'è Mina, una bimba sveglia, intelligente e piena di idee. E soprattutto c'è Skellig. Un essere a metà tra l'uomo e qualcosa di misterioso. Tanto misterioso come le strane ossa che gli spuntano sulla schiena, simili ad ali. Una creatura rassegnata, dalle apparenze di un homeless che vive di nascosto nel garage e si nutre di birra e di insetti e avanzi cibi del vicino ristorante cinese. 

Da questi incontri infine nasce qualcosa di nuovo, delicato ed emozionante. La scrittura costruisce dettagli così giusti e profondi che sembrano stati scritti con legnetti e foglie anziché sui tasti di un computer, e forse possiamo immaginare che sia così. Non so nulla di questo autore, senz'altro mi andrò a informare, ma questa lettura è arrivata un po' per caso, dopo tanti anni che se ne stava lì ad attendere. 

E merita davvero, perché questo è uno di quei libri della vita. Magari siete già adulti, ma Skellig compie il miracolo di trasportarvi lontano dove la vostra curiosità e la scintilla che si è accesa alle origini delle prime letture è nata e depositarsi proprio lì, a comporre la struttura del vostro mondo interiore. Mi chiedo se si possa volere di più da un libro. La risposta è che questo racconto lungo vi dà anche quel di più, di qualsiasi cosa abbiate bisogno, lì dentro ci sono alcune fondamentali risposte.

Buona lettura! 

venerdì 27 gennaio 2017

Giornata della Memoria



Ieri ascoltavo alla radio (Radio Tre) una lettura ad alta voce del Diario di Anna Frank. I commenti, dopo la lettura, erano commossi: il conduttore della trasmissione e gli ascoltatori si mostravano colpiti dalla intramontabile ironica e sensibile intelligenza di una ragazzina costretta a vedersi sottrarre la vita e gli affetti e qualsiasi sicurezza senza poterne decodificare le ragioni. Essendo tra quegli ascoltatori, mi sono sentita anche io così, molto vicina a quella voce piccola e forte, una penna che aveva capito già tante cose dell'essere umani.

Per questo mi sono resa conto ancora una volta che quello che possiamo fare noi qui e adesso non è mai molto chiaro e fa sempre sentire inadeguati.

Tuttavia, in questo Giorno della Memoria per ricordare le vittime dell'Olocausto i libri - le parole scritte - sembrano essere il regalo che ci hanno fatto proprio quelle vittime. Perché sono sicura che noi che li leggiamo oggi siamo i loro lettori ideali, i futuri abitanti della stessa terra che per loro è stata tanto ostica e spietata. 

Siamo proprio quelli a cui volevano, con disperazione, con pervicacia, parlare. Di fronte a questo tipo di esperienze, immagino, ci si accorge che la contemporaneità è uno scalino per l'eterno: questi libri sono libri spirituali, oltre che opere letterarie. 

A me viene spontaneo leggere ogni anno Primo Levi ma sono sicura che ognuno può trovare il proprio nume tutelare, in relazione a questi temi, in molte pagine diverse. 

"Come sempre avviene, la fine della fame mise allo scoperto e rese percettibile in noi una fame più profonda. Non solo il desiderio della casa, in certo modo scontato e proiettato nel futuro: ma un bisogno più immediato e urgente di contatti umani, di lavoro mentale e fisico, di novità e di varietà". 
(La tregua) 

Se mi fermo a pensare ai miei nonni, che hanno visto e qualche volta vissuto quelle esperienze, mi rendo conto che a noi contemporanei è data la possibilità di quelle novità e di quella varietà di cui avevano fame loro. O per lo meno, abbiamo quasi sempre e quasi tutti da mangiare ogni giorno. Tocca allora a tutti costi - anche quando sembra più difficile - onorare questa fortuna di cui qualche volta, fuori da ogni retorica, ci dimentichiamo; perché è vero che abbiamo una fame profonda come la loro ma quello che ci hanno lasciato è il dono di non essere più vittime della Storia, nel senso che è il nostro dovere stare con gli occhi bene aperti affinché - frase che pronunciamo ogni anno oggi - le cose non si ripetano.  


lunedì 23 gennaio 2017

Poetry Cafè

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori

Sono contenta di riportare in auge una vecchissima rubrica vintage di questo blog! Poetry Cafè! Una poesia per dare respiro alle giornate piene di scadenze.

Non saprei spiegare, soggettivamente, cosa rappresenta per me la poesia. Immaginate qualcosa che vi fa stare molto bene, come una mattina fresca ma con il sole. Per me la poesia è questo. E se devo dirne una che più si avvicina a questa idea di felicità semplice, ma ricercata (perché in fondo quelle giornate belle sono rare) è I limoni di Montale.

Chi l'ha letta senz'altro ne ricorda una prima volta sui banchi di scuola. Per me è così. Un ricordo lontano ma ancora vivo, di promesse di futuro, le luci del pomeriggio che filtrano dai vetri dei corridoi, l'odore della cancelleria e della macchinetta del caffè e parlano di come sarai, di ciò che ti aspetta. Eccola qua, sperando faccia bene al vostro lunedì. 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.