lunedì 14 aprile 2014

Salvare il mondo senza essere Superman!!


Non fidatevi di quelli che vi dicono “cambieremo il mondo”, non fidatevi soprattutto se vi lasciano intendere che ci metteremo un attimo, che sarà un percorso agevole e semplice, come schioccare le dita. Il cambiamento è da sempre un processo molto lento, ancora di più in campo ambientale.

Ho iniziato questo libro di Roberto Rizzo, Salvare il mondo senza essere Superman, con enorme curiosità, perché Superman è il mio supereroe preferito e soprattutto perché anche io sono convinto che sono i piccoli gesti di tante persone a innescare il cambiamento.

E la prefazione di Mario Tozzi mi ha confermato che avevo tra le mani il libro giusto. Infatti lui scrive: “Cosa è successo agli uomini, diventati così diversi dagli altri animali, e così incapaci di rapportarsi al mondo naturale in maniera armonica?”.
È vero. Oggi viviamo in un mondo che non è più compatibile con il mantenimento dei cicli ecologici necessari alla sopravvivenza delle specie viventi. Ci sorprende tutto questo? In fondo no, basta un giro per una qualsiasi metropoli italiana o mondiale per averne una conferma.

Nonostante questa premessa poco positiva, la cosa più bella del libro, al termine della lettura, è la fiducia che traspare dalle parole di Rizzo, capitolo dopo capitolo. Quando ci dice che “basta mettere in pratica alcuni semplici accorgimenti” e a vere fiducia che anche piccoli gesti possono essere utili, e che ciascuno di noi in ogni momento della vita puù scegliere il gesto più opportuno per migliorare il pianeta.

E poi c’è la chiarezza: i capitoli sono utili per orientarsi nei vari settori di interesse – trasporti, energia elettrica, rifiuti, acqua, spesa, e così via – e ogni capitolo alla fine offre “parole chiave” e un importante “ricordiamoci che...”, che torna sempre utile.
Scopriamo tante cose poco gratificanti leggendo il libro di Rizzo, come ad esempio che l’Italia è il paese con il numero più elevato di auto pro capite, quasi 60 ogni 100 abitanti, e che percorriamo più chilometri sui mezzi di trasporto rispetto a chiunque altro in Europa. Ma per fortuna non mancano i consigli utili, in tutti i campi: dal car sharing alla bicicletta, dal car pooling al consiglio di eliminare dalle nostre strade gli inutili Suv (che consumano davvero tanto, troppo, e in fondo a cosa ci servono macchine così grandi se viviamo in città?).

Apro ad esempio il libro su una pagina a caso e trovo un altro utile consiglio, questa volta sugli stop agli inutili sprechi di energia elettrica. Come? Spegnendo luci ed elettrodomestici se non servono a nessuno, evitando i lampadari centrali a più lampadine preferendo un solo lampadario con una lampadina, ma più potente. Eliminare lo stand-by, che oltre a rappresentare energia sprecata ha un peso in bolletta. Altro? Staccare i caricabatterie dalle prese una volta finito di caricare cellulare o pc, in quanti lo fanno sul serio?

Altro dato sorprendente, che non mi dà pace: il 30% dell’acqua che consumiamo fuoriesce dallo scarico del wc, oltre 10 litri al giorno. Pazzesco. Quindi il consiglio è di installare una cassetta a doppio flusso, per ovvii motivi, per non parlare dei tiri di sciacquone inutili, che sono davvero una cosa che non sopporto.

Quindi, davvero, sono i piccoli gesti a fare la differenza. Non è necessario essere Superman né tantomeno svegliarsi e diventare paladino dell’ambiente a tutti i costi. Ma ci vuole coerenza e coscienza, anche solo un piccolo gesto può bastare. Tanti piccoli gesti uniti possono cambiare il mondo, ne sono certo.

Antonio  Benforte


(aggiungo al post di Antonio questo video, e lo ringrazio di aver proposto su questo blog una lettura così ricca e interessante...) 



mercoledì 9 aprile 2014

Bella mia e pensieri sul terremoto.

Donatella Di Pietrantonio, Bella mia, Elliot Edizioni

Ma sulla collina di fronte si può ammirare un borgo distrutto dal capriccio della scossa, e in direzione opposta, giù in fondo, quella macchia indistinta è L'Aquila. Potrebbe ancora essere la città leggendaria delle novantanove chiese e delle novantanove fontane, vista da qui. Potrei darmi appuntamento con qualcuno alla Fontana Luminosa, stasera, e dopo un film al Rex tirare tardi in una birreria del centro. Alle sette di domattina mi svegliavano le campane di San Pietro e andavo al lavoro a piedi tagliando per i soliti vicoli.

I soliti vicoli, il bisogno che abbiamo tutti, o quasi, di abitudini, anche piccole, anche solo visive. La mia città, il mio paese. Parole che, non si sa perché, a qualcuno tocca di non pronunciare più, di colpo, senza volerlo, da un momento all'altro. Capire cosa ci chiama a questo destino, è un mistero. Tentare di arginare il dolore, è ciò che poi fa scorrere fiumi di inchiostro.

E qualche volta questo fiume di inchiostro prende forme bellissime, e diventa letteratura vera, seria, di valore. Donatella Di Pietrantonio di fiumi se ne intende, dato che è la stessa autrice di Mia madre è un fiume. Se ne intende anche di madri.

Dio ha soccorso mia madre fin dal primo momento, è entrato dentro di lei con la potenza della sua voce a suggerire un senso allo strazio.

 Visto che qui, in questo splendido, imprescindibile romanzo si parla anche di una inusuale, quanto sorprendente forma di maternità forzata.

Non riesco ad amarlo tutto, questo ragazzo. Alto, secco, un corpo di linee spezzate e mai curve, una debolezza improvvisa nel disegno delle gambe, appena sotto il ginocchio. La nonna lo tratta sempre da bambino, non so come regolarmi, io. 

Io è la protagonista di questa storia, la voce narrante. Una donna che porta su di sé l'onere dell'essere sopravvissuta alla incantevole e perfetta sorella gemella Olivia, che aveva un figlio adolescente, Marco e ora le tocca prendere il posto della madre, in qualche modo.

Era il 6 aprile del 2009. Una di quelle date che un italiano non potrà più scordare. Il terremoto più feroce degli ultimi tempi, che ha fatto crollare case e non poche certezze per troppe vittime. Questo è un romanzo che parla di quei fatti con onestà, con dignità, con pudore ma senza sconti. Senza segreti, solo dolore, poesia, manifestazione pura dell'amore. 

Non avevamo bisogno del terremoto. Ognuno possedeva già i suoi dolori.

Ecco: penso che questa storia sia proprio questo. L'amore che si manifesta nelle conseguenza di una disgrazia. La bellezza che suscita dalle macerie. La vera bellezza. Quella cui tutti, da sempre, girano intorno. E provano a immortalare. 

Donatella Di Pietrantonio, che è dentista pediatrico di professione, ha scritto una storia che fa rima con il suo mestiere. Si è presa cura di qualcosa di fragile, e di molto delicato. Ha messo le mani, la mente, il cuore, se stessa e il suo talento al servizio di quei luoghi, quelle emozioni, dove il dolore può essere potenzialmente il peggiore di tutti. Il terremoto che in un qualche modo assomiglia, moltiplicato per mille, al crollo dei denti. A qualcosa che lascia distrutti, e senza parole. Lei è lì che è andata a incidere. A riparare.


A latere, ma volentieri, segnalo anche un altro bel libro proprio sull'argomento del terremoto. Una raccolta di racconti, con prefazione di Valeria Parrella, della benemerita Neo Edizioni, Trema la terra. Ringrazio entrambi gli editori per avermi fornito i libri citati in questo post. Sono state letture molto importanti, che consiglio a chiunque volesse tornare sull'argoment con la grazia di scritture di pregio e umanità. Li ho citati entrambi oggi durante la trasmissione radiofonica La Trattoria Delle Parole, su Radio Banda Larga. 

domenica 6 aprile 2014

La tazzina di caffè ha qualcosa di sacro.

Giuseppina Torregrossa, La miscela segreta di casa Olivares, Mondadori
 Dunque dunque. C'è una foto di una tazzina di caffè vera, accanto alla foto di una tazzina di caffè ritratta sulla copertina di un romanzo che racconta di caffè. E tu, oh lettore, sei qui tra le righe di un blog letterario che si chiama proprio tazzina di caffè e che parla di varie amenità romanzi abbinati a foto di tazzine di caffè. 

Trovo tutto questo, già di per sè, assai curioso! Neanche fossimo capitati dentro L'allegoria della pittura di Vermeer.

E a proposito di capitare. Mercoledì scorso ero a Roma. Partita a mezzogiorno, la sera già di ritorno a Torino. Lo spiegate poi voi al mio cervello primitivo che tutto questo - nella modernità - è possibile, vero? No perché tra l'altro ieri ho visto Her di Spike Jonze, gran film, e pensavo che tutto sommato quello è il futuro ma noi nel presente già viviamo esperienze emotivamente determinanti grazie alle macchine che, per l'appunto, alla fin fine determinano la nostra esperienza etc. E poi anche perché io mi devo ancora ripigliare, per dire, dal trasloco che ho fatto a novembre, o, peggio, riambientare dalla pazza vacanza estiva di due giorni a Finale Ligure, figuriamoci quando mi riavrò da un viaggio-di-un-solo-giorno a Roma per incontrare una famosissima scrittrice. Naturalmente è tutto vero scherzo! Figuriamoci. Anzi, dico che è normale andare a incontrare in giornata - a casa sua - appunto questa scrittrice famosa - l'autrice de Il conto delle minne!- farle tutte le domande che vuoi, mangiare i dolcini che ti offre lei, tra cui proprio le minne, carezzare il suo cane, e poi tornare a casa tua come se nulla fosse, di nuovo alle prese con la tua vita tutta da costruire, a raccogliere le idee. In verità, dai, non è poi così normale. E me ne starei volentieri in silenzio a lungo, per riflettere su questa e altre cose, se non fosse che sento la responsabilità verso chi legge, verso chi mi invita e si fida di me, verso il mio desiderio di scrivere e descrivere ciò che mi accade, che supera tutto. Quindi procediamo.
(A Roma, per la strada, ci sono gli aranci)

Photo di Anna Da Re, che ringrazio e che ha raccontato la giornata sul geniale blog Ciabattine (che avrebbe il punto esclamativo ma non l'ha per ragioni di template!).





Ed ecco cosa ho capito io.

1) "La tazzina di caffè ha qualcosa di sacro". Giuseppina Torregrossa, per raccontare questa storia ambientata a Palermo durante la seconda guerra mondiale, ha studiato il caffè in tutte le sue sfumature: non vi dico perché, lascio la sorpresa. Comunque, lo ha studiato davvero. Approfonditamente e a lungo. La tazzina è un rituale propiziatorio dell'amicizia. E degli dei. Perché favorisce le relazioni. Specie al sud, ma ovunque. Ci ha raccontato per dire che una volta ha chiesto a una sua amica se volesse un caffè, e lei a risposto: sono mica malata che me lo chiedi? Ovvero, se stai bene, generalmente il caffè lo prendi. C'è anche chi non lo beve, non si senta escluso, ma qui è come fossimo tra entomologi, a parlare di farfalle, abbiate pazienza! Così ho anche capito perché a casa mia la moka (il cui nome deriva dalla città di Mokha in Yemen dove il caffè è prodotto da sempre... geniaccio di Bialetti!!) era sempre piena, e si poteva passare per lì e versarsene sempre una tazzina. 

2) Gli amici qualche volta entrano nei libri. E/o ti cambiano la vita. Se sei una scrittrice, spesso accadono tutte e due quste cose, come è successo con il personaggio di Lalla. Mentre raccontava di questa sua amica, che ora non c'è più, mi lasciavo incantare e avvincere da quanto può essere stabile, forte, duratura un'amicizia vera. E fino a che punto può arrivare. Anche a salvare una vita. La scrittrice qui stava aprendo la cucina, dove in effetti eravamo, della sua scrittura, ma anche della sua esistenza. E, infine, ci ha aperto anche il suo cuore.

3) Davvero. Giuseppina Torregrossa ci ha raccontato, in questo che doveva essere un incontro per blogger sul suo ultimo romanzo, alcune cose molto importanti della sua vita. Non le riporto. Ma non per strane ragioni. Non lo faccio perché questo blog per me non è un lavoro, quindi non ho criteri da rispettare che non siano il mio semplice e fallibile istinto. Sento così, adesso, di tenere per me alcune cose. Poi approfondisco presto questo tema, lo prometto. Dico questo del blog e del suo senso nel mondo. Invece sul romanzo di Giuseppina Torregrossa non dico davvero altro. Posso solo aggiungere cosa è stato per me, e cosa stanno diventado i libri, ultimamente. Sarà un destino (una nemesi?) ma avendo scritto la mia tesi di laurea su un romanzo di Martin Amis che si intitola Esperienza, mi accorgo che questa parola ritorna eternamente nella mia vita di lettrice, e di scrittrice. Fino a ora, ho accumulato esperienza. Tante sensazioni, tanto susseguirsi di cose e persone. I libri rappresentano sempre qualcosa di più, sono rivelazioni continue. Sono sempre volti. Batterò un record: la lettrice che più volte ha incontrato scrittori di romanzi. Non so se voglio più: questa è una cosa che è destinata a finire, come tutto, per lasciare spazio ad altro. 

4) Il romanzo è autenticamente sincero. Come lo è stata la sua autrice. Non riesco a dilungarmi, perché è così che succede a volte con le cose che senti più vicine da un punto di vista affettivo. 

--------> Allora, preparatevi un caffè, più di uno, invocate gli dei, e quindi l'amicizia, e leggete. Qualcosa o qualcuno vi salverà la vita o, per lo meno, la giornata. Che è comunque una bella fortuna. 

martedì 25 marzo 2014

Dell'avere un sogno.

Qual è il tuo sogno? Una domanda difficile. Pensavo al mio, che forse a doverne dire proprio uno è quello di raccontare, attraverso le parole scritte, qualche cosa, qualche storia. Ah, e nel mentre guadagnarmi da vivere dignitosamente. Leggevo ad esempio questo post qui poco fa, di Marco Belpoliti, e mi ci ritrovo. Anche avere un blog è fare storytelling. Una maniera rischiosa (narcisismo) forse, ma anche libera e affascinante, diretta e, all'incirca, sincera. W i blog. Dunque. Tanto più se, come nel mio caso, ti consentono di vivere  poi eseperienze come quella che sto per raccontare. E soprattutto di andare qualche volta alla Scuola Holden e incontrarci persone interessanti. Talvolta anche molto interessanti, come nel caso di venerdì sorso.

A dire il vero, c'è chi di sogni ne aveva forse di più ambiziosi del mio, posto che tutti i sogni di tutte le persone meritino rispetto. Qualcuno come ad esempio uhm... fammi pensare... ah sì: Martin Luther King. Per dire. Che ha ispirato questo progetto qui, #wehaveadream, di Telecom Italia, in collaborazione con la Holden, e insomma per farla breve venerdì sono andata ad ascoltare la giornata di premiazione, perché, alla fine di tutto, si trattava di un concorso letterario. Un po' particolare, neh. Ma tant'è. W i concorsi letterari!

C'è da dire un fatto. Che era presente ELASTI. Nonsolomamma. Mi ha detto delle cose belle. Su qualcuna ci sto riflettendo molto. Altre ne ha dette in pubblico, durante il suo breve (ma intenso come si suol dire) intervento. Che ci faceva lì? Oltre a regalare a me personalmente momenti indimenticabili? :) Elesti in verità, che Dio la benedica, era tra gli autori che avevano partecipato all'iniziativa con un tweet.

Ma partiamo dall'inizio: ecco i valenti vincitori del suddetto concorso letterario. Loro praticamente hanno sviluppato un racconto a partire dal tweet di avvio, come un vero "la" musicale, lanciato dagli autori coinvolti (oltre a ELASTI c'era tipo Gad Lerner. C'era anche postmodernamente il giovane Guglielmo Scilla, per dire una). I tweet degli autori erano a loro volta basati su parole-chiave corrispondenti, per così dire, a un "valore". Mi spiego: la parola di Elasti era #Rettitudine. Le ho chiesto se avesse notato la buffa coincidenza. Il suo tweet era questo: #Rettitudine è come un angolo in cui stai seduto comodo e non ti viene mai, proprio mai, il mal di schiena. La cosa buffa secondo me era che a una persona che è "elastica" per (auto) definizione - e direi che se sei una mamma come lei di tre figli maschi O.o, e lavoratrice, e blogger non puoi che essere moooooooooooooolto elasticizzata - sia stata affidata una parola così apparentemente "rigida". Quando gliel'ho fatto notare ha riso divertita. Ma durante il suo intervento ho capito che l'eleasticità ha un senso solo all'interno di regole ben precise. Ha detto infatti cose verissime e profonde sulla scrittura. Sul fatto di aver capito a sue spese, a furia di inciampi, quanto scrivere (libri, blog etc.) sia un gesto di grande responsabilità. Mai sottovalutarlo. Scrivere è un atto di responsabilità verso se stessi e il mondo, e verso le persone più giovani, che di questo mondo sanno di meno. Ma, e questo lo vorrei aggiungere io, anche verso le più grandi, che possono ancora imparare qualcosa. Insomma, verso tutti! L'altra cosa che le ho chiesto, e qui, se non lo aveva già fatto, mi ha conquistata in via definitiva: quale altra parola avrebbe scelto, se avesse potuto, per dare quel "la" ai partecipanti al concorso? La parola è #Leggerezza. Che Calvino sia con noi. L'ho sempre pensato (e scritto pure da qualche parte qui sul blog arghhh che Calvino sarebbe stato un blogger eccezionale...!).

Quindi ci hanno proiettato un video del progetto.

Baricco-guardiano-del-faro che scruta attonito il mondo del web.

Ma come se non bastasse, a seguire c'è stata una bellissima, ma lo dico davvero, bellissima lezione di Marina Petrillo aka @alaskaRP. Tema della lezione: twitter. Per me è stato non dico utile, ma visto che siamo in tema di superlativi, utilissimo! Sia da un punto di vista tecnico, che emotivo. Per un resoconto fedele vi rimando all'hashtag #wehaveadream. Ma, per una considerazione mia personale, posso dire che tra le moltissime riflessioni, un concetto mi ha colpita su tutti, che poi è un riassunto: "i più grandi tweep del mondo sono quelli per cui è una questione di vita o di morte". Niente di più niente di meno. Cioè: sono scrittori veri. Semplicemente usano uno strumento nuovo. Alcune cose mi hanno anche commossa. L'elenco adesempio di tutte le cose che un tweet è: non solo un annuncio, ma anche un verso, ad esempio. A me piace fare gli haiku, e ho pensato al senso di tutto questo. Al fatto che, come spiegava Alaska, lavorare sui SN è un fatto pubblico. Con tutto ciò che questo comporta. La responsabilità, di cui diceva Elasti, la generosità anche, la riservatezza, la pertinenza, il rispetto.  E alcuni pensieri profondi sulla reputazione, e sulla privacy. Se penso al significato che twitter ha e ha avuto per la mia vita, considero l'opportunità di ascoltare una lezione @alaskaRP un bel sogno. Ah già, il sogno. #wehaveadream. Raccontare storie, o ascoltarle. Forse ascoltarle è ancora più difficile, ma divertente, ma vitale.

mercoledì 19 marzo 2014

Si trovano le parole giuste.

Sabato scorso c'era una bomba (atomica) sul Voghera-Piacenza!!
Ma forse vi starete chiedendo cosa succedeva di preciso a Piacenza? Oltre a esserci una delle giornate con la luce più bella del 2014. E come prima risposta vorrei dire che Camilla Ronzullo ha raccontato tutto qui, sul suo splendido blog Zelda was a writer. Ha scritto parole così belle sull'esperienza, e pure su di me, che non sarò mai in grado di ricambiare. Ma posso solo dire due cose: una, leggete il post e leggete il suo romanzo Farfalle in un lazzaretto. Perché è una storia che semplicemente andava raccontata, perché ha valore. Due: per Camilla ogni altra parola sarebbe sprecata. Ne ho trovata però una su tutte per lei, imparata da lei, che è: l'autenticità. Lei è sincera. Completamente. E di lei ho capito una verità sola, tra le molte. Camilla è una scrittrice. Autentica, fino in fondo, con tutto il mistero che questo comporta, con tutto il difficile, anche. Dalle vette della sua altezza, che ha colpito anche Giulia Mazzoni, che ringrazio, e che trovate qui e che è una di quelle persone che lavorano sul serio e che danno un senso al concetto altrimenti astratto di biblioteca*, dalle vette cristalline dei suoi pensieri, a un suo struggente modo di essere che è quello che l'ha portata a chiamare così il suo blog. "Zelda Fitzgerald era tante cose, ma soprattutto, e davvero, era solo una scrittrice". Mi ha detto. Zelda. Camilla. Niente altro che scrittrici. Cosa vuol dire essere una scrittrice? Cosa? Cosa??
Era proprio questo il tema dell'incontro di sabato 15. Calliope - Omaggio alla narrativa femminile. Ci penso da giorni, non ho ancora trovato una risposta, naturalmente. Ma a osservare Camilla parlare di fronte a tantissime donne in Biblioteca, mentre Giulia moderava l'incontro (e la sua bellissima bambina in Sala Monumentale (!!) la aspettava) ho pensato e ho detto pure davanti a tutti: Virginia Woolf sarebbe contenta di vederci così, tutte quante concentrate, circondate da libri, e tutti gli uomini della nostra vita fuori, altrove, perché quello era un momento solo nostro. Uh poveri: in verità erano presenti ben due maschi, in nome delle "quote azzurre", e va bene. Ma il succo era quello: cosa significa essere donne e scrivere (libri, blog o altre amenità)??
La risposta, dopo averci meditato parecchio prima di fare questo post, per me è: non significa poi un gran che. Non più molto, a dire il vero. Mi spiego: significa moltissimo, forse siamo ancora "vittime", e un "genere" anche noi qui e ora nelle nostre apparentemente sicure città occidentali. (Anche se ci ho tenuto a specificare che uno dei temi del mio romanzo era in verità proprio quello della violenza non sulle ma delle donne verso gli uonimi: i miei personaggi femminili simboleggiano una forma estrema e peculiare di parità tra i sessi, essendo loro per prime portatrici del "male", ma mi sa che ne racconterò ancora di tutto ciò...). Ma in verità, uscendo dalla narrativa e tornando al "dibattito", che cosa è successo sabato: alla fine, mica abbiamo parlato di narrativa femminile... l'unica cosa femminile che saltava all'occhio è che eravamo femmine. Per il resto, abbiamo parlato di cose da uomini universali: editoria, self-publishing, case editrici, lavoro di squadra, autenticità, marketing, lavoro, soldi.

Il calore-serio (esiste questa dolce sinestesia?) che si è creato mi ha colpita, mi ha restituito un senso che talvolta nella vita mi sfugge. Anche voi perdete talvolta di vista il senso delle cose? Io sì, e mi spiace, perché la vita ha senso eccome, incontri come questo lo dimostrano. L'esistenza delle biblioteche* anche.
Ed è proprio di biblioteche che volevo anche parlare in questo post... (nella foto, il sigillo della biblioteca Passerini-Landi di Piacenza posto sul mio romanzo, Il metodo della bomba atomica. Questa è una delle gioie più grandi che io abbia mai provato nella vita).
Seconda forse solo a quella di "varare" insieme a Camilla un vero vino piacentino, dopo l'incontro. Grazie di cuore e uva all'Azienda Vinicola Fratelli Piacentini.
Dicevo delle biblioteche*. Venerdì scorso sono stata qui. Ci sono stata per curiosità verso il mondo delle biblioteche. Di recente sono stata accolta da una biblioteca (la Civica Centrale di Torino) in un momento molto importante per me, una premiazione di una tesi di laurea per il concorso Lingua Madre, dove ho fatto la madrina. Qui, il resoconto. E tempo fa ho trascorso moltissimo tempo in questi luoghi magici e così "normali" al tempo stesso (cercate il tag "biblioteche"...). Ci sono stata per ascoltare degli amici parlare, e in particolare il Bot @Einaudieditore (che ha detto la cosa più vera: bisogna ascoltare i lettori e ha citato un bellissimo passo di Bolano) e Mafe @mafedebaggis che ha detto anche lei la cosa più vera: "io più di ogni altra cosa sono una lettrice". Il panel si chiamava Talked to each other, trovate le info qui. E ho ascoltato con calma, riflettendo molto sul senso e sull'uso dei social network per la cultura, per i saperi, per la socializzazione, e pure per il lavoro. Ho cercato un senso che, spesso, come vi dicevo prima, sempre qualche volta mi sfugge. E il senso è questo: ascoltare, come ha detto proprio Stefano (alias @Einaudieditore), come lui ha fatto con i lettori della sua casa editrice, e come ha fatto anche Giulia Mazzoni della Biblioteca Passerini-Landi per intercettare i blog mio e di Camilla come rappresentativi di qualcosa di cui discutere in un incontro pubblico e prestigioso. La rete e la letteratura. I romanzi e il web. La scrittura. L'esigenza antica, tutto ciò che ruota attorno alla profonda, struggente, soave, emozionante, splendida, dolente naturadell'essere scrittori. Ci ruota un mondo di moltissime persone. Di facce. Per la scrittura si prendono treni, si piange, ci si abbraccia, si varano etichette di vini. Per scrivere, si consacra il tempo, la vita. Qualcuno ci muore, qualcuno ci campa, qualcuno diventa pazzo, qualcuno guarisce. Per la scrittura si salta nel buio, si arde, soli, nel deserto, e poi si è felici, si resta profondamente incantati, un po' come quando ci si innamora all'inzio della primavera. E si continua. Si resta in silenzio. Si soffre. E si trovano infine sempre le parole giuste.

mercoledì 5 marzo 2014

Una coperta troppo corta (e una copertina troppo bella!).

Marco Magnone, Una coperta troppo corta, Risorsa Cultura


Questo libro nasce da un progetto molto curioso, e bello. E vale la pena raccontarlo. Lo scrittore torinese Marco Magnone (nativo di Asti) ha abitato, durante l'estate 2013, nel mese di agosto, in Valle Gesso. La sua è stata una vera e propria "residenza" da scrittore. Ovvero il suo compito lì era quello di ascoltare e trovare, fuori e dentro la sua mente, storie da scrivere.

Il progetto si chiama Narrare il Territorio e rientra nel più ampio circuito di iniziative di Fermenti Musei, una rete composta da undici Enti pubblici nell'area del cuneese nata per valorizzare e gestire i beni culturali del territorio. 

Uau.

Questa per me è un'idea di valore, ed è stata l'occasione finalmente con calma di leggere il libro di un amico, con la forse più bella copertina di libri io abbia visto negli ultimi tempi in circolazione. 

La storia è in breve questa: il fitto dialogo tra Lei e Lui, intervallato da introduzioni in prose descrittive del passare del tempo e dell'ambiente (montano) circostante. 

Quel che colpisce è il contrasto, anche grafico, tra il dialogo dal suono molto easy, che dipana però storie e racconti che vanno in profondità, e lo stile raffinato e pulito dei brevi testi introduttivi. Fare i dialoghi è peggio che scalare una montagna. E questi sono curatissimi e non ti lasciano un momento di tregua, devi leggerli. Quindi, come in tutte le opere serie di questo mondo, il mestiere che c'è dietro scompare, in virtù di un'immediatezza felice.


Una coperta troppo corta nasce quindi dalla volontà di tenere vivi i territori di estrema bellezza che altrimenti rischierebbero la solitudine, da un punto di vista culturale. Questo genere di residenze, lo si nota leggendo il risultato - che è come anche un ringraziamento dell'autore ai luoghi che lo hanno tenuto a balia per quel periodo - sono poi sempre molto proficue. 

Avevo partecipato anche a una brevissima residenza in montagna, di tutt'altro genere, qui. Con Davide Longo. Ed era stata molto importante per me, per la scrittura.

Questo mi faceva riflettere oggi sull'importanza di spostarsi. Del movimento. Ieri alla presentazione di Non fate troppi pettegolezzi di Demetrio Paolin, lui diceva che il suo capo, quando faceva il giornalista di nera, gli ricordava che bisogna "scrivere coi piedi". Che non è un invito alla trascuratezza, è il contrario. Un invito ad andare quando possibile nei posti. Fisicamente. E la trovo una sublime metafora dell'agilità. Inteso anche come agilità mentale, e del cuore. Quanto è difficile, qualche volta. Ma a questo servono le sfide.

Infatti, la scrittura di qualità, quella di cui si può avvertire la stoffa buona, risente proprio di questa disponibilità al movimento, alla fatica bella del fare le cose, della stanchezza, della ricompensa.


sabato 1 marzo 2014

Ci rivediamo lassù. A Milano, con Pierre Lemaitre.

 Ieri all'incontro con Pierre Lemaitre ho pensato: sono seduta di fianco a un. Non lo so. Un artigiano! Come si definisce lui. Un travailleur! E ha appena vinto il prestigioso Premio Goncourt. Ah. Sì, sono seduta proprio di fianco a un'artigianale scheggia di Storia. Storia della Letteratura. E storia della mia vita. In quel preciso istante di questa immagine qua su, poi, si stava parlando del volto di uno dei protagonisti di Ci rivediamo lassù, un volto che per le ragioni che potete scoprire leggendo il romanzo, si compone di maschere. Maschere, maschere, maschere. Pensavo. E devo dire che è stato un momento decisivo e importante per me, per le cose cui sto pensando ora. Ma questa, come si dice nelle fiabe, è un'altra storia... (Photo di Anna Da Re).

Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù, Mondadori.

Volevo dire che tutte le volte che vado a questi incontri per blogger cerco dei significati. Cerco epifanie. Cerco ricchezza. Voglio imparare. E questa volta ci sono andata un po' strisciando sui gomiti, con l'influenza, la tosse etc. E mille pensieri per la testa, inutili preoccupazioni, rumori mentali di sottofondo, e un crescente fastidio e risentimento per i treni e i loro ritardi cronici (specie al ritorno, ma perché?). Però, cari miei, ne è valsa la pena. Ed eccolo lì, che dice: "Il lavoro del romanziere si basa sull'ILLUSIONE".  Mentre tutto svaniva e restavano quelle parole musicali, di magica saggezza. "Si basa sul fabbricare emozioni". Ok, ok. "Emozioni come: AMOUR, COLER, TENDRESSE". Provateci voi, ad ascoltarle in francese, quelle parole. Dal tizio che ha scritto il romanzo fluviale che vi ha tenuto svegli tutta la notte. Un romanzo che naturalmente parla di voi. Poi mi dite, va... Intendo dire: garantisco che esistono attimi di pura bellezza, e speranza. Per tutti quanti. E comunque poco dopo s'è passati a discutere della superiorità della letteratura sulla vita, di Borges, della distanza incolmabile tra la scrittore e il lettore, che lui ha tentato di invece colmare con una voce narrante intrusiva, dell'arte come rappresentazione della realtà, dell'identità e l'immagine di sé, dei personaggi femminili del romanzo, e della terra. Sulla terra ho fatto la mia domanda: la prima scena del libro si svolge sotto terra. C'è un soldato sepolto-vivo, e tutte le sue sensazioni. C'è la testa mozzata di un cavallo, e un altro soldato che cerca di salvarlo. La terra ritorna poi molte volte successivamente nella storia, fino al punto di sentirsene pervasi. Gli ho chiesto se questo fosse intenzionale, se volesse magari rappresentarne il potere rigenerativo. Ebbene. Tenetevi forti: NO, non era intenzionale. E io, colei che scrive in questo momento, sono stata la PRIMA seconda persona a farglielo notare. Lascio immaginare il mio ego come ha reagito alla notizia! Contate che la prima vera persona a fargli notare che la terra e i suoi colori entrano nella testa del lettore con insistenza è stato l'artista che sta lavorando alla trasposizione in fumetto del romanzo. Per dire, eh. E poi con non chalance si è giunti a discorrere della costruzione dei personaggi, che devono essere composti di forti contrasti, per far scaturire emozioni.

"Non credo nell'ispirazione, ma nella traspirazione" ha detto a un certo punto. Lasciando che gran parte dell'incontro poi ruotasse attorno a questo concetto. L'ironia lasciava intendere il valore del lavoro, che vince sulla mera posa da scrittore che è proprio il contrario di come si presenta infatti Lemaitre. Una persona sobria, di un'umiltà e lucidità impressionanti. Basti pensare che solo il primo capitolo ha richiesto ventuno versioni. Ventuno revisioni! Al punto che, la domanda è nata spontanea, Gloria Ghioni di Critica Letteraria gli ha domandato che ne avesse fatto dei suoi autografi. Che ridere: ci ha raccontato di aver aperto un blog con moltissimi materiali inediti, ma che questo blog ha ricevuto pochissime visite (forse una?) e il tempo di permamenza non superava i 4 secondi. W i blog!

Comunque, a proposito di blog, c'erano anche gli amici di: Libreriamo, Finzioni e Sul Romanzo. E a proposito dei blogger, Lemaitre si è mostrato illuminato. Ci ha ringraziati e ha sottolineato anche lui l'autorevolezza e l'influenza (nel mio caso proprio letteralmente ;) che ci viene riconosciuta. Questo, bisogna dirlo, lo capiscono molto gli stranieri, possibilmete vincitori di premi letterari importanti. Come mai? Mi si conferma comunque quel vecchio adagio per cui più uno è bravo, più è gentile e consapevole. Al di là dei premi o non premi. Ah, e comunque è particolare che un autore di noir abbia vinto il Goncourt, almeno così si dice in giro. Ma i conti mi son tornati quando gli ho chiesto perché avesse scelto proprio la Prima Guerra Mondiale per ambientarci questa storia. "Perché ho sempre scritto romanzi che parlavano di crimini, e una guerra che ha fatto quaranta milioni di vittime faceva proprio al caso mio".

"Quando non si capisce qualcosa, lo si capisce attraverso le emozioni". Sono sincera. Come in alcuni altri momenti, non sempre mi rendo conto di cosa sta succedendo. Di preciso, intendo. Capita anche a voi ogni tanto di mettere il pilota automatico? Di non sentire un granché? Di arrovellarvi sul nulla. Di dar troppo spazio ai pensieri vani? Di gelarvi il cuore? A me spesso, forse come umano istinto di sopravvivenza, non so mica. Ma ci sono particolari, peculiari istanti in cui di colpo mi pare invece di sentire tutto, come se il mondo si colorasse, si scaldasse. Capisco allora il mondo attraverso le emozioni? Cosa succede? Con buona approssimazione, credo che abbia a che fare con la bellezza delle persone gentili, il lavoro artigianale e sì, senz'altro con l'amore per la letteratura.

Uhm, io non lo so se è legale pubblicare questa foto: in caso contrario preparate le arance da portarmi in prigione, mi prendo questa responsabilità. Comunque questi sono gli appunti di Monsieur Lemaitre!

mercoledì 26 febbraio 2014

Inaugurazione Caffè Vergnano.




L'Agricafè era per me uno di quei posti segreti dove passare del tempo in silenzio, ad ascoltare il niente, sperando di trovare soluzioni oppure anche a leggere. Altre volte era un premio per una giornata faticosa, nel vecchio quartiere dove ho abitato un bel po' di anni e si è formato un pezzo del mio mondo, del mio destino personale. Ora si va all'Agricafè, pensavo in certe ore in cui non sapevo che fare, cosa sarebbe successo nella vita. Era il posto dove portare tutti, dove far vedere, non so in quale strana maniera, per quale strana corrispondenza, "il meglio di me". 

Ma soprattutto era un luogo dove ero sicura di ricevere niente di più e niente di meno di un sorriso sincero. Silvio Paterno ha sempre fatto di più del suo lavoro, ho sempre pensato che la sua gentilezza venisse da un altro mondo, dalle stelle. 

Di una persona così è proprio difficile non diventare amici! Tifo per lui perché domani sera a Torino inaugura il Caffè Vergnano di Corso Vittorio 44. Sarà magico, perché parteciperà anche Arturo Brachetti. Questo è un messaggio strettamente riservato ai sabaudi (e non) che passano per lì, consiglio caldamente di venire a festeggiare e brindare.

E ne approfitto anche per segnalare la mia rubrica di libri (che gioia!) sul blog del Caffè Vergnano: una volta al mese racconterò un romanzo sorseggiando indovinate cosa?

Ecco qui il link!

Buona lettura + caffè.