lunedì 13 gennaio 2014

Gli sdraiati.

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli

"Ma dove cazzo sei?"

Forse questo è l'incipit più convincente che abbia incontrato negli ultimi tempi.

Tra me e questo libro non ci potrebbero essere distanze più incolmabili (pensavo...). Ho aspettato un po' a leggerlo, da quando l'ho ricevuto (grazie infinite all'editore perché si è rivelata una delle letture più belle e commoventi degli ultimi tempi, appunto) a quando l'ho cominciato è passato un tempo considerevole.

Ma perché non sapevo cosa aspettarmi dalle confessioni di un padre di ragazzo quasi ventenne.

Michele Serra poi, che leggo con gusto su Repubblica ma che non sapevo come considerare in qualità di narratore di una storia così complessa (e distante da me) come quella di un padre e del suo figlio maschio adolescente.

Invece alla fine (e pure a metà, diciamo a partire da pagina 20) mi sono commossa profondamente. 

Nell'età adulta si passano lunghissime giornate, intere settimane o mesi senza versare neanche una lacrima, senza particolari emozioni. Si sta lì, in pista, come su una pista di pattinaggio gelata, a scivolare, a cadere e rialzarsi, freddi, ad affrontare gli affanni quotidiani senza battere ciglio. 

Invece con questo libricino tra le mani, mi sono ritrovata, insonne, a commuovermi sinceramente.

Insonne perché ultimamente non riesco più a dormire troppe ore di seguito: ci ho provato, andando a letto presto, come Proust, ma poi mi sveglio all'alba con l'asma e via, mi tocca cominciare la mia giornata come le galline o gli anziani: e, lo dico a futura memoria, c'è un bello in questa cosa, in questa vita fatte di albe e gelo e profumo di caffè che fende la notte che in fondo in fondo non tornerei mai indietro. 

A quell'età. 

Quella in cui, come il giovane protagonista di questo strano romanzo breve, che pare vivere sencondo il fuso orario della città di Anchorage (Alaska) passi il tuo tempo - come da titolo - sdraiato sul divano (a dormire).

Dormi. Nel tuo assetto classico, sul divano, in mutande, davanti alla tv accesa. La spengo. Nella stanza finalmente silenziosa galleggia la luce mite di un pomeriggio autunnale. Il tuo profilo, ormai al valico dell'età adulta, mi sembra esitante, come se il bambino che sei stato lo reclamasse ancora per sé.

Questa cosa del sonno mi ha proprio colpita. Perché è vero che sancisce la linea d'ombra tra l'adolescenza e quel che viene dopo, quando - anche se non vuoi - devi vegliare. Devi. Come dice Michele Serra. E su questa piccola parola di due sole sillabe che si fonda l'età adulta, il dovere di occuparsi di qualcuno, e anche se non hai figli alla fine capisci dove, come e perché questo libro ti riguarda così da vicino.

Ho capito perché tantissime persone lo stanno leggendo. Perché è una parabola universale. Con tanto di ascesa al Colle della Nasca (su questa fantomatica gita in montagna non dico niente perché dovete proprio gustarvela tutta e morire dal ridere). 

Una storia ironica, sarcastica, acuminata nello stile perfetto di scrittura di un padre disarmato rispetto alle differenze, ai misteri di un figlio che pare un alieno, che pare provenire da un mondo altro, spezzando la catena naturale delle generazioni, sempre connesso, disordinato, sporco, sbagliato, apatico, cupo, disinteressato a ciò che veramente conta. 

Eppure, non si sa come, è proprio lui il vero eroe della vicenda. 

(Non perdetevi la guerra nel 2054 tra Giovani e Vecchi perché è uno spasso vero).

Oggi, non me lo invento io per prima, è risaputo quanto sia complesso uscire dall'adolescenza, che sembra prolungarsi qualche volta fino ai trentanni e oltre.

E infatti ecco in che punto questo libro mi riguardava e aspettava me, proprio me per essere letto. Perché taglia in due quella piega sottile di confine.

Quella in cui cominci a mettere in ordine perché nessuno lo fa più al posto tuo. Quella in cui nasce nel tuo cuore, appuntito come un dolore che non puoi ignorare, il sentimento della vergogna. 

Sdraiata su quel divano non ci puoi più stare. Devi per forza conquistare la posizione eretta. Poi, quello che sai fare davvero è un'altra storia. Ma di lì ti devi alzare. E cominciare a correre.

Lettura consigliatissima a tutti: genitori, figli, gente di mezzo.

P.s. Di questo libro racconterò tra poco alla Trattoria delle Parole!! Che riparte oggi. Buon ascolto!

1 commento:

Marina ha detto...

Interessante questo tuo punto di vista: hai trovato il filo poetico di questo libro. Fino a questo momento avevo letto recensioni indignate!