domenica 6 aprile 2014

La tazzina di caffè ha qualcosa di sacro.

Giuseppina Torregrossa, La miscela segreta di casa Olivares, Mondadori
 Dunque dunque. C'è una foto di una tazzina di caffè vera, accanto alla foto di una tazzina di caffè ritratta sulla copertina di un romanzo che racconta di caffè. E tu, oh lettore, sei qui tra le righe di un blog letterario che si chiama proprio tazzina di caffè e che parla di varie amenità romanzi abbinati a foto di tazzine di caffè. 

Trovo tutto questo, già di per sè, assai curioso! Neanche fossimo capitati dentro L'allegoria della pittura di Vermeer.

E a proposito di capitare. Mercoledì scorso ero a Roma. Partita a mezzogiorno, la sera già di ritorno a Torino. Lo spiegate poi voi al mio cervello primitivo che tutto questo - nella modernità - è possibile, vero? No perché tra l'altro ieri ho visto Her di Spike Jonze, gran film, e pensavo che tutto sommato quello è il futuro ma noi nel presente già viviamo esperienze emotivamente determinanti grazie alle macchine che, per l'appunto, alla fin fine determinano la nostra esperienza etc. E poi anche perché io mi devo ancora ripigliare, per dire, dal trasloco che ho fatto a novembre, o, peggio, riambientare dalla pazza vacanza estiva di due giorni a Finale Ligure, figuriamoci quando mi riavrò da un viaggio-di-un-solo-giorno a Roma per incontrare una famosissima scrittrice. Naturalmente è tutto vero scherzo! Figuriamoci. Anzi, dico che è normale andare a incontrare in giornata - a casa sua - appunto questa scrittrice famosa - l'autrice de Il conto delle minne!- farle tutte le domande che vuoi, mangiare i dolcini che ti offre lei, tra cui proprio le minne, carezzare il suo cane, e poi tornare a casa tua come se nulla fosse, di nuovo alle prese con la tua vita tutta da costruire, a raccogliere le idee. In verità, dai, non è poi così normale. E me ne starei volentieri in silenzio a lungo, per riflettere su questa e altre cose, se non fosse che sento la responsabilità verso chi legge, verso chi mi invita e si fida di me, verso il mio desiderio di scrivere e descrivere ciò che mi accade, che supera tutto. Quindi procediamo.
(A Roma, per la strada, ci sono gli aranci)

Photo di Anna Da Re, che ringrazio e che ha raccontato la giornata sul geniale blog Ciabattine (che avrebbe il punto esclamativo ma non l'ha per ragioni di template!).





Ed ecco cosa ho capito io.

1) "La tazzina di caffè ha qualcosa di sacro". Giuseppina Torregrossa, per raccontare questa storia ambientata a Palermo durante la seconda guerra mondiale, ha studiato il caffè in tutte le sue sfumature: non vi dico perché, lascio la sorpresa. Comunque, lo ha studiato davvero. Approfonditamente e a lungo. La tazzina è un rituale propiziatorio dell'amicizia. E degli dei. Perché favorisce le relazioni. Specie al sud, ma ovunque. Ci ha raccontato per dire che una volta ha chiesto a una sua amica se volesse un caffè, e lei a risposto: sono mica malata che me lo chiedi? Ovvero, se stai bene, generalmente il caffè lo prendi. C'è anche chi non lo beve, non si senta escluso, ma qui è come fossimo tra entomologi, a parlare di farfalle, abbiate pazienza! Così ho anche capito perché a casa mia la moka (il cui nome deriva dalla città di Mokha in Yemen dove il caffè è prodotto da sempre... geniaccio di Bialetti!!) era sempre piena, e si poteva passare per lì e versarsene sempre una tazzina. 

2) Gli amici qualche volta entrano nei libri. E/o ti cambiano la vita. Se sei una scrittrice, spesso accadono tutte e due quste cose, come è successo con il personaggio di Lalla. Mentre raccontava di questa sua amica, che ora non c'è più, mi lasciavo incantare e avvincere da quanto può essere stabile, forte, duratura un'amicizia vera. E fino a che punto può arrivare. Anche a salvare una vita. La scrittrice qui stava aprendo la cucina, dove in effetti eravamo, della sua scrittura, ma anche della sua esistenza. E, infine, ci ha aperto anche il suo cuore.

3) Davvero. Giuseppina Torregrossa ci ha raccontato, in questo che doveva essere un incontro per blogger sul suo ultimo romanzo, alcune cose molto importanti della sua vita. Non le riporto. Ma non per strane ragioni. Non lo faccio perché questo blog per me non è un lavoro, quindi non ho criteri da rispettare che non siano il mio semplice e fallibile istinto. Sento così, adesso, di tenere per me alcune cose. Poi approfondisco presto questo tema, lo prometto. Dico questo del blog e del suo senso nel mondo. Invece sul romanzo di Giuseppina Torregrossa non dico davvero altro. Posso solo aggiungere cosa è stato per me, e cosa stanno diventado i libri, ultimamente. Sarà un destino (una nemesi?) ma avendo scritto la mia tesi di laurea su un romanzo di Martin Amis che si intitola Esperienza, mi accorgo che questa parola ritorna eternamente nella mia vita di lettrice, e di scrittrice. Fino a ora, ho accumulato esperienza. Tante sensazioni, tanto susseguirsi di cose e persone. I libri rappresentano sempre qualcosa di più, sono rivelazioni continue. Sono sempre volti. Batterò un record: la lettrice che più volte ha incontrato scrittori di romanzi. Non so se voglio più: questa è una cosa che è destinata a finire, come tutto, per lasciare spazio ad altro. 

4) Il romanzo è autenticamente sincero. Come lo è stata la sua autrice. Non riesco a dilungarmi, perché è così che succede a volte con le cose che senti più vicine da un punto di vista affettivo. 

--------> Allora, preparatevi un caffè, più di uno, invocate gli dei, e quindi l'amicizia, e leggete. Qualcosa o qualcuno vi salverà la vita o, per lo meno, la giornata. Che è comunque una bella fortuna. 

4 commenti:

Anonimo ha detto...

L'allegoria della pittura ..e altri, da controllare, perchè non si "aprono"

Marina ha detto...

Sono molto curiosa riguardo il tema del caffè e, per amando il tè alla follia, sono affascinata dal profumo e dalle storie che gli ruotano intorno.
E poi sono curiosa di sapere cosa ne pensi di questo romanzo.

noemi ha detto...

@Anonimo: grazie, ma è voluto :)

@Marina: grazie mille :)

noemi ha detto...

@Anonimo: grazie, ma è voluto :)

@Marina: grazie mille :)