domenica 31 marzo 2013

Cacciatori di frodo.


Alessandro Cinquegrani, Cacciatori di frodo, Miraggi Edizioni


Era già stato finalista alla XXIII edizione del Premio Italo Calvino.
(cui molto presto vi spiegherò perché sono ora particolarmente legata con affetto).
E aveva anche partecipato all'Incubatore del Salone del Libro di Torino, altro luogo cui tengo particolarmente...  


Lo avevo con me da un po' di tempo, grazie agli amici di Miraggi Edizioni, amici cari, tanto cari. 


Ed è di venerdì la notizia ufficiale: Cacciatori di frodo sarà finalista anche al Premio Strega 2013. 

Lo so, se ne ascoltano tante di cose sui premi letterari. Se ne leggono, se ne percepiscono di illazioni. Ma io credo anche una cosa: fino a che non ho le prove tangibili di qualcosa, considero le voci che sento poco più di chiacchiere da bar (per quanto benemerite), essendo io fuori da qualsiasi logica di quel tipo, mi tappo le orecchie, me ne disinteresso, e spesso e volentieri le ignoro.

Dunque questa candidatura allo Strega ha per me del meraviglioso, proprio perché so, e di questo ho le prove, che la casa editrice in questione è avulsa da qualsiasi roba brutta, e il libro è bello davvero. Perché l'ho letto e posso dire quindi la mia opinione.

Ma tralasciando finalmente questa noiosa premessa sui premi letterari e le voci di corridoio, devo dire che sono proprio contenta che un simile romanzo stia facendo un percorso tanto prestigioso, perché spesso tutto ciò vuol dire maggiore diffusione presso un buon numero di lettori.

Questo è un libro complesso. Che personalmente ho letto in più momenti della mia vita. In più stagioni. Ricordo che faceva freddo, poi caldo, poi tiepido.

L'ho centellinato. Ecco. Non è facile centellinare, ne converrete. Specie le cose più belle o sconvolgenti. Vorremmo viverle tutte subito. Se qualcosa ci piace, o ci appassiona, o anche ci spaventa, diventiamo ansiosi. Diventiamo impazienti. Smaniosi, ed è lì che rischiamo di fare qualche danno. Ad esempio, anche solo, perderci qualcosa, perdere il gusto della lettura o di altro.

Perché ad esempio questo libro è tanto breve quanto denso, quanto profondo. Il suo linguaggio è così elaborato e raffinato che ogni pagina, ogni paragrafo ne vale cento quanto a impegno richiesto al lettore, impegno affettuoso. La lettura qui è un'impresa, una scalata in montagna. Un ingresso spirituale nel dolore, e nella bellezza immaginifica delle parole e della Storia. 

Per questo invece è sempre meglio dosare l'incantesimo. Conquistarsi una piccola gioia, o una piccola saggezza, poco alla volta. Come mettere (o prendere) tasselli di un mosaico. Solo alla fine ne avremo il senso compiuto, e non rischieremo di esserci distratti malamente nel percorso. E non rischiamo di soccombere rispetto alla paura che fanno i cambiamenti, i divertimenti anche, le esperienze, le novità, le emozioni, le storie ascoltate o vissute. 

Non per dire: ma questo processo, lento il giusto, gentile il giusto, protettivo il giusto, rischioso il giusto, non vi ricorda qualcosa? A me pare un gesto d'amore, come proprio si costruisce l'amore tra le persone. La lentezza, che è l'unica arma che abbiamo contro l'affanno, e contro, appunto, la paura.

L'amore per questa storia sarà di quelli forti. Di quelli importanti, come ne capitano pochi. La storia comincia nel dolore, in un dolore astratto, rarefatto, quasi dolce, quasi lieve, quasi poetico eppure incomprensibile, bisogna credere che sia avvenuto qualcosa, ma non lo si capisce subito. 

Vero o falso, penso mentre percorro il binario morto della ferrovia, dodici chilometri suppergiù, e vado a riprendere mia moglie che aspetta che il treno le faccia cadere la testa giù dall'argine e nel fiume, vero o falso, in questa fresca mattina d'autunno, penso, devo cercare di tenerlo sempre presente, non farmi sorprendere, non farmi sorprendere dalla confusione del vero e del falso, una riga a metà, o da una parte o dall'altra, devo distinguere le cose vere dalle false, penso, mentre mi porto la mia nuvola al guinzaglio, una manciata di metri cubi di acerba espiazione che mi porto al guinzaglio, io, penso perché se per un attimo molli la presa, in questo mondo bloccato, qui verso l'argine sul fiume, nei giorni tutti uguali uno dietro l'altro, uno uguale all'altro, se appena molli la presa ti sorprendono nuvole e fumi, no, devo distinguere, dico, tenere presente cosa è vero e cosa è falso, o vero o falso.

Ripetizioni. Cantilene. Bisogna concentrarsi molto, come entrare in un posto sacro, dove la gente sta pregando e tu no. E tu non sai, e non sei nessuno. Non conosci i loro codici, i loro rituali che pure in poco tempo diventano la cosa più importante per te, occupano tutto lo spazio della tua mente, e non puoi più farne a meno.

Concetti che si avvitano uno sull'altro, che crescono, come l'elica del DNA, fino a formare un'identità di voce potente, cristallina, decisa.

La contemporaneità, che attanaglia tutta la storia, incide su una narrazione che pure, come accade solo nei capolavori, vi risulterà già ormai senza tempo. Lo sfondo è un Nord-Est brumoso, sul Piave, fluviale e ostaggio di misteri. 

E le tinte del grande romanzo tragico ci sono tutte: una tragedia famigliare grave, il senso di colpa che uccide, un certo fondamentalismo cattolico (che uccide), l'allontanamento e la ricerca continua del bene, e dell'amore vero, di cui non si sa mai nulla di nulla. Un cupo canto insieme delizioso. Mai lirico, sempre misurato. E un tragitto, anche fisico, che compie Augusto attraverso i cacciatori di frodo (cioè illegali) che agiscono attorno a lui, mentre tutte le mattine traccia sempre lo stesso sentiero per andare a riprendere una moglie disperata, che fugge, che ha perso il contatto con la realtà. Un tragitto che pure è quello della lotta contro i propri demoni, per restare sempre lucidi e cercare sempre un equilibrio anche nel peggio di tutto. 

Se googolate l'autore, scoprite poi che è un ricercatore di Letteratura comparata all'Università Ca' Foscari di Venezia. Deve essere un tipo introspettivo! Un critico letterario che qui ha dismesso i panni, ma che ha conservato una notevole, apprezzabile pillola di humus squisitamente letterario, che io ho trovato rassicurante.

Poi si potrebbe anche considerare che questo è un libro difficile. Sì, come le cose più difficili che potete immaginare. Durissimo, spietato. Senza pietà. Senza remore. Per ciò l'ho trovato ricco e degno. Della ricchezza che hanno solo le cose vere o che provano ad avvicinarcisi. La verità dell'ingegno, degli occhi coraggiosi che sanno guardare tutto, e prendersi cura anche di ciò che fa più male. 


p.s. Vi faccio tanti auguri di Buona Pasqua. Anche se ultimamente ho scritto un po' meno, sono sempre qui che leggo e vi penso. c\_/



1 commento:

tizianeda c ha detto...

Perché leggerti è sempre un'esperienza emozionale, perché mi piace ripassare più volte sulle tue parole ed ogni volta è diverso, perché rimango stupita, perché non lo so però grazie.