sabato 14 febbraio 2009

Giuliano Soria e i miei sogni.

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200902articoli/9518girata.asp


Ho "lavorato" due mesi al Premio Grinzane Cavour con un contratto di stage gratuito scritto a penna da me. Restavo tutti i giorni in ufficio fino alle nove di sera e mi era stato chiesto di presentarmi anche il sabato e la domenica per sistemare lo studio del Presidente. Alla mia richiesta di anticipare l'uscita per paura di prendere il bus da sola la sera tardi mi è stato risposto che sotto sotto "mi sarebbe piaciuto essere aggredita da un gruppo di neri". Mentre lavoravo lì non dovevo parlare con alcune persone dell'ufficio perché, scherzosamente, avevano l'abitudine di "crocifiggere le vergini e circondarle di serpenti". Mi è stato anche rimproverato il mio abbigliamento sportivo e la mia tendenza a sorridere a causa della quale, secondo il mio datore di lavoro, sarei finita a lavorare "in lavanderia".

Non ho mai ricevuto molestie fisiche ma sono stata così a disagio, ho respirato una tale aria pesante da scegliere di andarmene prima della scadenza dello stage. Con grande vergogna perché era il mio primo lavoro vero dopo l'Università, con la paura che i miei cari sospettassero che fossi una fannullona e una sfaticata, con l'onta di aver rifiutato un'occasione d'oro in un posto prestigioso, un premio letterario che "anticipava i Nobel". Ho iniziato a sentirmi un'incapace, un'inetta, un'incompetente. Avevo 23 anni e da poco mi ero laureata in Lettere con il massimo dei voti ma soprattutto con una valigetta di sogni coltivati a lungo e con tanto amore per la letteratura, per la scrittura, per la cultura. Quei sogni hanno iniziato a morire lì negli uffici del Grinzane.

Oggi, dopo 5 anni di agonia intellettuale e disillusione, leggo queste notizie e non so più cosa pensare. (e cosa sognare!)

8 commenti:

amis ha detto...

Io so solo che quello che mi hai sempre detto su quel posto e quei personaggi mi ha SEMPRE messo angoscia.
Tu eri una "SACCA DI LAVORO NERO".
Che brutte, bruttissime cose...
Men male che sei andata via...


con affetto,

a

noemi ha detto...

Amica se sono veri i sospetti riportati nell'articolo deduco che c'è un po' di giustizia...

amis ha detto...

Certo, speriamo nella nostra giustizia.

a

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
noemi cuffia ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Anonimo ha detto...

Dai periodi duri si può ricavare energia perchè dopo che ne sei uscita sai che sei in grado di sopravvivere.
Un caro in bocca al lupo!
Elena

Spettatore ha detto...

A me è bastato un colloquio. Nel senso che il disagio che mi ha provocato quell'incontro ha vinto sulle velleità "di carriera". E sul desiderio di esperienza. Fortunatamente decisi di non prorogare la consegna della mia tesi di dottorato a favore di uno stage non retribuito, ovviamente presso il Grinzane. Dico fortunatamente per una sola ragione. Nel leggere la tua esperienza sospetto che certe ferite si sarebbero rimarginate con estrema lentezza. O forse mai. Forse ho solo preferito non sfidare troppo la sorte. E ancora fortunatamente, devo dire, avevo una scelta. La mia attuale occupazione è davvero appassionante, mi ritengo ancora una volta fortunata. Purtroppo sono spesso a contatto con giovani laureandi o freschi di laurea che, come te e complice una sana curiosità, sono costretti a situazioni analoghe alla tua. E credimi, ne soffro.
Ti auguro davvero il futuro che desideri. Chi sopravvive a certe esperienze se lo merita.
Come vorrei poter rendere migliore questa città che adoro...

noemi cuffia ha detto...

Grazie. Purtroppo è vero, troppe persone si trovano ultimamente in questa situazione e secondo me hai identificato il problema: spesso non c'è un'alternativa. Riflettevo proprio su questo, a proposito però del ragazzo nativo delle Mauritius che avrebbe ricevuto quel terribile trattamento. Lui evidentemente non aveva alternative di nessun tipo, a quanto ho capito neppure una casa in cui rifugiarsi, e proprio con lui la corda alla fine si è spezzata. Se penso a lui provo una grande angoscia e pena. Hai anche ragione sul fatto che queste ferite, piccole o grandi, cicatrizzino con lentezza e si riaprano a volte dopo anni. Spero tuttavia di guardare avanti, come lo auguro a chi, a causa di quell'ambiente, ha sofferto più di me (per fortuna ho resistito pochissimo) e spero anche che la nostra città migliori, magari grazie a persone come te, che hanno ancora voglia di scrivere una parola di buon auspicio!