giovedì 30 aprile 2009

A volte.

A volte dimentico le mie personali difficoltà. Scordo quanto è dura ad esempio lavorare e specialmente quanto è spaventoso, pericoloso non lavorare. Dimentico quanto estenuante sia l'attesa, scordo quanto umiliante sia la richiesta. A volte dimentico quanto valgono i soldi. Scordo quante cose possono comprare, quanta pace potrebbero comprare. Dimentico che esiste un futuro, dove non so come vivrò, precisamente con che lavoro, con che denaro. Scordo i doveri e il dovere di avere doveri. Dimentico tutti gli errori che ho fatto. Scordo quanto mi sono costati. Dimentico tutte le ingiustizie. Scordo quanto mi sono danneggiata con le mie mani e con i miei pensieri. Dimentico quanto sconfinata sia la mia paura di vivere. Scordo quanto mi spaventa l'idea di perdere le poche cose che ho da un momento all'altro senza potermi prepare. Dimentico il male che ho sentito con le mie orecchie, le cattiverie gratuite che ho ascoltato, poiché semplicemente la felicità si paga, la tristezza per quanto ne so è gratis. Scordo i tradimenti che hanno modificato il corso della mia esistenza come incidenti irreversibili. Dimentico la mia fuga continua. Scordo le pressioni a diventare la persona che non sarò, dimentico la disdetta di essere chi non avrei mai dovuto essere. Dimentico le povere illusioni da contare, numerare e ricordare ogni mattina a colazione, scordo l'inadeguatezza dei miei stessi strumenti per stare al mondo. Scordo quanto temo di non raggiungere mai ciò che desidero, dimentico la via d'accesso a ciò che desidero. Dimentico di soffrire, scordo di stare all'erta. Dimentico, scordo, dimentico e scordo.
E cosa vedo? Vedo la vera Primavera che si apre come un fiore bianco sotto i miei occhi. Vedo un panorama senza fine di azzurro e di vento infinito. Vedo scie continue delicate di colori aggrovigliarsi come musica argentata intorno a me. A ogni mio passo si distende un tappeto di profumi gialli, dolci, leggeri. Sono io stessa leggera come una nuvola schiarita dal più immenso dei cieli di maggio. E aspetto qualcosa che non so nominare. E tocco con le dita questo accumulo inesplorato di promesse, come se le mie dita stesse fossero simili alle antenne di una lumaca. Come un animaletto, non mi chiedo più nulla. Mi limito a camminare, con le brutte scarpe che ho, con i brutti vestiti che ho. A volte penso: qualcosa ancora succederà, troverò il modo di vivere il tempo che mi resta.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

LA SPERANZA E'L'ULTIMA A MORIRE!CATRAI

Sara Giorgia ha detto...

Quanta verità nelle tue parole amica. Le sottoscrivo in pieno.
Bacio

noemi cuffia ha detto...

Grazie Sarina...