mercoledì 12 novembre 2008

Caregiver.

Il caregiver è una persona che si prende cura di un'altra persona che non sta bene. Per esempio io sono la caregiver di mia mamma. Il caregiver chi è? Cosa fa tutto il giorno? Avete presente quando gli occhi non riescono a inquadrare un punto preciso e sembra di essere "in trance" guardando tutto e niente contemporaneamente? Ecco il mio stato d'animo di caregiver è quello. Un vuoto di pensieri e al tempo stesso un sovraffollamento di pensieri stessi. Un caregiver è oggetto di tutto l'amore e di tutto l'odio della persona cara di cui si prende cura. Quando un caregiver è un figlio, le cose si aggrovigliano ulteriormente. Se mi riposo, mia mamma si agita, vorrebbe vedermi sempre attiva. Ma io sono stanca morta e sento la pigrizia appiccicarsi addosso come vinavil. Se invece faccio tante cose, mia mamma si agita. Vorrebbe vedermi tranquilla, accanto a lei a capire e tamponare tutti gli strani sintomi che accompagnano le patologie principali. Le responsabilità di qualsiasi cosa accada sono mie. Tutta per me è la recriminazione per qualsiasi cosa. Tutte per me sono le attenzioni, i progetti per il futuro che all'improvviso ritornano nei nostri discorsi con la dolcezza e la scintilla di una stella cadente, e tutte mie le parole gentili. Tutta mia la riconoscenza, gli sguardi sperduti di quando non ha capito cosa gli altri le hanno detto. Tutto mio il momento inspiegabile in cui le mie parole le sono chiare, mentre quelle degli altri sono un mistero. Tutta mia quella compressione buia e bianca insieme di quando un sintomo sembra più pericoloso di altri, quando arriva un'ondata di dolore suo che non so come interpretare e non glielo posso dire e siamo sole e ho un'altra cosa da fare e ho finito i soldi nel telefono e non capisco se è ancora il caso di chiamare l'ambulanza o di aspettare un momento. Tutta mia l'interpretazione del colore della sua pelle. Se è troppo bianca ho paura ma se si riempie di macchie rosse: cosa devo fare? Tutto mio il dovere di svegliarla se dorme troppo e di farla uscire anche se non ne ha voglia. Tutte mie le scatolette di sardine da aprire, i maglioni da strizzare, l'indifferenza da ostentare per non sembrarle apprensiva. Tutte mie le corse in ospedale in pullman e in taxi quando è urgente. Tutti miei i miei sogni la notte, i miei risvegli confusi, le mie speranze sfumate come la vista così miope che mi tiene così distante dai lucidi particolari. Tutti miei i suoi sospiri di male fisico, di nervoso, di malinconia. Io possiedo tutte queste cose e molte altre ancora. Ma non ci stanno tutte dentro di me. La mia testa è un alveare.

2 commenti:

Sara Giorgia ha detto...

Mi commuove sempre leggere queste righe che parlano di voi, scritte con la pancia, calde, viscerali.
La tua scrittura diventa perfetta in questi momenti.
Amica mia però forse è venuto il momento di fare quella cosa di cui abbiamo parlato. So che sei pronta.
Ti abbraccio più forte che posso, spero di farlo presto di persona.
S.

noemi cuffia ha detto...

Grazie Sarina...

solo una cosa: abbiamo parlato di tante cose...mannaggia non ho capito cosa intendi??? Il racconto?? Bacioni.