mercoledì 29 settembre 2010

Cancelli.

La precarietà della nostra vita a un certo punto si svela e ci abbaglia, come quelle illuminazioni notturne che poi dimentichi al mattino. Quando mi sento così fragile, ultimamente esco di casa.
Non me ne vogliano i torinesi proprietari di questi meravigliosi cancelli.

Ad esempio l'amaca su quel balconcino: apparterrà forse a una bambina, che nei pomeriggi caldi ci si siede sopra con un libretto di lettura, un pacchetto di crackers e del succo di frutta alla pera. In quell'altra casa si sta bene, gira la fortuna e le stelle sono clementi. Crescono l'uva nera e il melograno, i figli sono numerosi e forti, anche l'aria è più profumata. Poi c'è il cortile dove l'infanzia e la terza età si uniscono in una potenza feroce fatta di zainetti colorati e tinte appena ritoccate dal parrucchiere. Nell'altra casa c'è un tavolino con quattro sedie di legno. Mi colpisce sempre come gli alberi possano crescere dentro un'abitazione. Così i proprietari possono dire: il mio albero. Forse questo è il più grande privilegio, possedere un pezzo di natura. E quel cane lassù che dormiva tranquillo? Quando sente il flash della mia macchinetta si sveglia e mi punta. E spunta invece da un'altra villetta una specie di gabbia gigante, una voliera cui non voglio dare un nome, voglio che rimanga un mistero. E poi la custodia di quel condominio bellissimo, rosso e mattone. Ci lavorerà qualcuno di molto serio e puntiglioso, tutti hanno fiducia in lui e gli lasciano le chiavi.

6 commenti:

Matte ha detto...

Chissà perchè i cancelli ci affascinano così tanto. Io li adoro. Racchiudono quella parte di mondo che non ci è concesso vedere. Sono il confine tra la realtà e la nostra fantasia. Al di là, potrebbe esserci di tutto. Il grande cancello di ferro che chiude l'ingresso della casa dei miei mi ha visto crescere. L'ho spinto tante di quelle volte che ormai dovrebbe darmi del tu, quando mi vede. E' ammaccato, arrugginito e stanco, ma gli voglio bene. Lui segnava il confine opposto: tra la realtà di casa e tutto quello che avrei potuto trovare fuori. Vorrei essere ancora dietro di lui, e sognare un futuro pieno di aspettative.

noemi ha detto...

Sì, per me hanno un fascino che cresce a dismisura al diminuire delle mie stesse certezze. La curiosità diventa quasi un'esigenza di scoprire o immaginare come vivono gli altri, dove trovano le loro sicurezze, come fanno a costruirsi una solidità, una famiglia. In ogni caso, se posso dire la mia opinione: è normale però chiudersi IL portone della vecchia casa alle spalle anche se inizialmente può far male. Per magari poi scoprire che quello che c'è fuori è diverso da come lo avevamo pensato ma non per questo necessariamente inospitale, più che altro è tutto o quasi nelle nostre mani. "Tazzina" in versione "filosofia a palate"! :D

barchetta ha detto...

sai cosa? ti ho scoperta da poco, ma quando leggo i tuoi post tiro un sospiro di sollievo e mi sento meno sola nei miei frastuoni mentali ...a proposito: il mio condominio c'ha il portone ma non il cancello,che vuol dire? eppure il giardino c'è!

noemi ha detto...

@barchetta ^_^ grazie davvero. e poi "frastuoni mentali" mi piace tantissimo e rende proprio l'idea!

Zuccaviolina ha detto...

Sono cresciuta in campagna, in una cascina che, pensa un po', non aveva il cancello. E non l'ha ancora oggi, è una delle poche ormai...chi viene entra direttamente in casa, è automaticamente accolto, accettato. Un tempo in effetti era così, o quasi.
Ma quello che mi piace di questo post è che lo faccio anch'io, accidenti, quando mi sento fragile, di camminare per la città e guardare le case degli altri (in particolare guardo le finestre), con un'ingiustificata nostalgia e una curiosità di carpire il segreto di quelle vite che non conosco e che non mi appartengono.

noemi ha detto...

@Zuccaviolina, grazie, grazie. Che bella l'accoglienza spontanea "senza cancelli". Sì, prendere qualcosa da quelle atmosfera a me aiuta molto, mi fa sentire parte della città, della vita che brulica!