lunedì 20 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi.

Premessa. Ultimamente, mi colpiscono le cose che funzionano, e funzionano bene. Forse perché sto cercando di far funzionare la mia stessa vita e quindi mi interessa chi ci riesce. E osservo con attenzione precisamente come ci riesce, anche quando si tratta di opere d'arte, film, libri, musica. Mi interessano oggi le cose nette, inequivocabili, di cui parlano tutti. Le guardo, per prendere qualcosa di sicuro per me, una scaglia di nascosto per mettermela in tasca, come un portafortuna, materia che mi faccia sentire attaccata al mondo come gli altri, parte del mondo, di un mondo un po' ospitale, del mio mondo. E questo film e prima ancora il libro funzionano. E parlano esattamente di questo. Di un mondo che conosco bene.


Il film. La solitudine dei numeri primi. Un titolo da più di un milione di copie. Tratto dal romanzo di Paolo Giordano. A me il romanzo era piaciuto. Soprattutto, come a molti, il primo capitolo che è fulminante. Ma anche il resto, compresa la sorda malinconia del finale. Perché raccontava di una Torino e di gente che mi sembra di aver incrociato mille volte, i miei stessi luoghi, la stessa atmosfera, le stesse bolle di silenzio, gli stessi binari che non si incontrano mai.

Era poi un punto di osservazione, quello di Giordano-scrittore, molto simile al mio, nella mia vita di bambina torinese, e poi di adolescente e poi di giovane adulta. La parte horror della borghesia cittadina (che Saverio Costanzo, il regista, coglie al volo e ci affonda le unghie da vero maestro): io ci ho vissuto accanto. Non dentro, ma vicino, e ne ho auscultato ogni battito, sperando invano di accordarmi alle sue frequenze. Accarezzandola, sentendomela scivolare via dalle dita o immergendomici come in un mare freddo, odiandola e amandola allo stremo delle forze.

Come da un binocolo che prima rimpicciolisce troppo, poi rende abnorme. Per chi ha letto il libro e visto il film: ad esempio per riassumere niente casa in montagna o a Sestriere (ma in nome dell'unica volta in cui ci sono stata, trovo che sia in effetti inquietante, proprio come nella visione-shining di Costanzo), ma parecchi amici che invece la casa ce l'avevano e sciavano con regolarità. Oppure niente salotti, mobili antichi o divani in pelle ma ancora molti amici che invece ce li avevano, e io ci andavo e via così in eterno.

Far parte di tutto senza mai sentirsi al proprio posto da nessuna parte. E poi gli anni che scorrono davanti, come il Po, dove i torinesi vanno a riprendersi o a sparire per sempre. Gli anni Ottanta, quella foga, quell'ambizione, quelle feste. Con il grandioso Filippo Timi nella parte del clown diabolico portatore di presagi. Gli anni Novanta, con quei vestiti, gli imbarazzanti vestiti, le feste sempre più angoscianti, la musica, il ragazzo che non vuole darti il bacio. Una Torino fredda e piovosa che rimane in un angolo a spiare la violenza del liceo. E poi l'età adulta. Capire dove si rifugiavano i sentimenti, scoprirli nelle lacrime più insospettabili, ma che non bastano mai a legare davvero, che volano via evaporando subito. Un'età fatta di panchine, viaggi di solo ritorno, telefonate senza senso, sguardi sconosciuti e il corpo che si contorce e si trasforma.

Ho trovato gli attori - pronti a reggere tutto questo - bravissimi e giusti. Le facce mi hanno acceso qualcosa dentro, come una consolazione, come per dirmi che si può anche lasciar trasparire, ad esempio, un po' di dolore. Che questa città ti passa alla nascita come il braccialettino della nursery.

Ho sentito dire e scrivere un po' di tutto su questo film e sul libro. Si sprecano commenti e insinuazioni su Costanzo, sulle raccomandazioni, su Giordano, sul fatto che il libro sia brutto, costruito dagli editor o, espressione supremamente fastidiosa, "a tavolino". A me viene da pensare due cose: e se anche fosse? Non me ne fregherebbe niente. Seconda cosa: sfido chiunque a sedersi al tavolino e pensare a una storia così, con emozioni così che ti puntano come lame alla schiena. A entrare così a fondo nella nostra vita, negli sguardi e nei respiri di questa città che all'occorrenza è il più cupo e spietato dei teatri dell'orrore.

Un'ultima considerazione: davvero impeccabili gli attori-bambini. Tragico quel tunnel del Valentino, che ha terrorizzato generazioni di sabaudi. Perfetta Isabella Rossellini nella parte della madre di Mattia. E davvero incisiva la bambina che interpreta Michela.

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