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venerdì 28 ottobre 2016

Chicchi di caffè

Giorgio Pirazzini, Gattoterapia, Baldini & Castoldi - Sam Savage, Firmino, Einaudi (tradotto da Evelina Santangelo, illustrazioni di Fernando Krahn)

Imparare dai gatti e imparare dai topi. Recentemente, sto imparando ad esempio da un gattino di cinque mesi (di nome Cosimo) il significato del concetto di professionalità. Cosimo è ancora piccolo, ma ha un lavoro ben preciso, tramandato da generazioni: il cacciatore. Ebbene, lui ogni mattina, e spesso anche di notte, lavora. Non ha grilli per la testa (qualcuno vorrebbe semmai averlo nella pancia, ma non è ancora così bravo), non è invidioso né carrierista ma, benché si conceda molto riposo, non perde tempo. Non conosce rimpianti né arzigogolate insicurezze. Ha paura, questo sì, ma l'affronta e semmai, avendo cara la pelle, cerca di mettersi in salvo.

Per il resto del tempo, lavora. Si concentra. Si alza, si sgranchisce le zampe, e si mette a lavorare. Ho l'impressione che si diverta anche, ma non è questo il punto: fa quello che vuole fare e che deve e lo fa bene. E quando fallisce, accusa il colpo e ricomincia, metodicamente, a lavorare. 

Questa, come tante altre caratteristiche del gatto, dalle più emotive alle più comportamentali, potrebbe essere una delle cose che Lorenzo, uno dei protagonisti di Gattoterapia, sceglierebbe forse di emulare del comportamento dei gatti. 

Perché Lorenzo, un personaggio complesso e assai contemporaneo, vive a Londra ma è italiano e si avvelena la vita con un lavoro per lui diventato frustrante (il pubblicitario) e un matrimonio molto in crisi (anche sua moglie, Claudia, fa la pubblicitaria ma a differenza sua ama il lavoro e ha successo, oltre che un amante...). Tutto questo veleno troverà sbocco in due direzioni uguali ed opposte: una è l'entrare in contatto, da parte di Lorenzo, con una sorta di sofisticatissima società segreta londinese di persone che si ritrovano, indossano costumi e calzemaglie e si comportano esattamente come dei gatti, ben sapendo che il loro sistema di vità, più selvatico e istintivo, ci tiene alla larga dallo stress, ci rende esseri più affascinanti e distaccati. 

Tutto andrebbe bene, se non fosse che gli uomini non sono gatti e la incontrovertibile umanità di Lorenzo e Claudia arriva a un certo punto drammaticamente a riportare le cose alla loro esatta posizione, cioè verticale e non a quattro zampe. Non svelo il finale, che lascia il beneficio del dubbio: quanto dei gatti possiamo portarci nella nostra esistenza? Ma la domanda è ancora più profonda: di cosa abbiamo bisogno per imparare a vivere e ad amare noi stessi e gli altri? 

Che fine ha fatto il gatto in me? Era solo un capriccio per coprire delle mancanze troppo evidenti? Indifferenza, eleganza, sensualità sono tutte stupidaggini di un uomo abbandonato in cerca di autostima? 

Gattoterapia è infine una bellissima riflessione sulla iper e ultra nevrotica società contemporanea, specie tipica degli ambienti più evoluti, connessi e privilegiati. Rifugiarsi infatti nei tratti più narcisistici del gatto è proprio un po' come scappare da ciò che ci rende umani e dimenticare che tutto sommato siamo noi ad accudire i nostri gatti domestici e non viceversa, e che possiamo prendere molto da loro, certo, ma ci tocca soprattuto dare e prendercene la responsabilità, come si fa con le creature più piccole. 

Alla domanda sull'amore, magari non quello tra persone (alla fin fine insondabile) ma quello per i libri e in generale per la letteratura e le storie risponde Firmino

Mentre ringrazio Baldini & Castoldi per l'invio di Gattoterapia, uscito da pochi giorni in Italia, vi dico che Firmino lo ha scritto l'americano Sam Savage ed è uscito per Einaudi una decina di anni fa e me lo aveva regalato una mia amica. 

Firmino è un topastro mangiatore di libri. Ma anche di avventure:

Inoltre, non si deve necessariamente credere alle storie per amarle. Io amo ogni genere di storia. Amo il suo modo di procedere: inizio, sviluppo, fine. Amo il lento accumularsi di senso, i paesaggi ancora indistinti e vaghi dell'immaginazione, i percorsi tortuosi e intricati, le pendici boscose, gli specchi d'acqua e i loro riflessi, le svolte tragiche e i comici incidenti di percorso. 

 Firmino è un topo che si comporta da topo ma che al contempo degli umani prende il meglio, cioè assimila letteralmente i romanzi, mangiandoli, nutrendosene. Un po' l'opposto di quel che accade in Gattoterapia dove i ruoli sono invertiti.

In entrambi i casi questi libri convincono perché il regno animale vi appare come un territorio senza tempo ma al contempo adulto e narrativo, maturo e sofisticato, surreale, come accade anche in due libri che Giorgio Pirazzini cita in un'intervista su Vanity Fair (e che ho riletto anche io di recente) ovvero Il gatto in noi di Williamo Burroughs e Io sono un gatto di Natsume Soseki.

Per questa rubrica di comparazioni libresche ho scelto dunque questi due tipici opposti per antonomasia. Qui, vi ho raccontato come questo eterno enigma della contrapposizione gatto-topo ha preso vita nella mia casa non molto tempo fa quando in rapida successione si sono alternate le presenza di un topo mangiatore di libri e di un gattino di cinque mesi che di mestiere fa il cacciatore.

E in entrambi i casi, quel che resta dopo la lettura è la ricerca di un'autenticità che si rischia di smarrire e di valori importanti che si rischia di perdere talvolta semplicemente vivendo. Consigliati entrambi e buona lettura!


venerdì 8 aprile 2016

Esercizi preparatori alla melodia del mondo di Maurizio Crosetti


Maurizio Crosetti, Esercizi preparatori alla melodia del mondo, Baldini & Castoldi



Leggendo Esercizi preparatori alla melodia del mondo, per prepararmi io stessa all'incontro con il suo autore Maurizio Crosetti, giornalista di Repubblica, ho sperimentato diverse sensazioni che, nella frenesia della quotidianità, e nella darwiniana lotta alla sopravvivenza, a volte mi capita di dimenticare e trascurare. 

Ad esempio, ho vissuto l'emozione di un ragazzino che incontra una ragazzina e, senza dirle una parola, se ne innamora e la ascolta, sbirciando in punta di piedi da una finestra, suonare alle lezioni del Conservatorio della mia città (Torino). Una città che dicono essere fredda, ma dal cuore caldo come la sciarpa rossa che porta quella bambina che suona così bene il piano e che, semplicemente, quando diventa grande scappa dal proprio talento, perché il destino, o la sua storia, la portano altrove.

Quindi il ragazzino diventa grande, e si ritrova a svuotare un pianoforte, attaccarlo a una bicicletta e andarlo a suonare in giro per il mondo, in tutte le "piazze del dolore", applicandoci sopra il simbolo della pace, fino a Parigi, davanti al teatro Bataclan, dove il 13 novembre scorso hanno perso la vita quasi cento persone per un atroce attacco terroristico. Un viaggio senza fine alla ricerca di non si sa cosa, forse di lei, forse di una forma di felicità.

Suono per me, viaggio per me. Mi accade un po' ovunque di sentirmi unito agli altri, al pubblico di passaggio, incontri effimeri che vivo come un ponte per tornare a me stesso.

Ve lo ricordate lui? Ecco, il protagonista di questo romanzo gli assomiglia. E il suo autore, durante l'incontro di ieri con alcuni blogger e giornalisti, lo ha confermato: è stata la scintilla da cui è nata una storia di fantasia. Una storia di ritorno a se stessi.

Ah, è proprio quello che ci si scorda nelle corse quotidiane: amare, e tornare a se stessi. Come diceva Pennac, l'amore e i romanzi (fatti della stessa sostanza) dilatano il tempo della vita. Ma non sempre è facile trovare il tempo per queste due cose, che hanno la stoffa dei miracoli. 

Qualche volta però succede che questo tempo si crei inaspettatamente. A me è successo con questo invito da parte di Baldini & Castoldi, che ci ha omaggiati anche di alcuni materiali e un bel poster dei Peanuts, che io amo molto (la copertina del primo numero di Linus). Queste occasioni, che per ogni persona sono diverse, ti riconnettono con quel tempo "altro" della lettura che accade solo se autentico, solo se sincero. Questo è un libro che, come ha scritto anche Andrea Bajani, merita di essere preso sul serio, perché va al cuore delle cose: è onesto quando parla della musica, lo è quando va indietro nell'infanzia dei protagonisti e non fa sconti. E, fatto non secondario, ha una bella copertina curata da  pastinadesign.

Ieri Crosetti ha risposto alle nostre domande sul suo mestiere di giornalista da tanti anni, e adesso anche di scrittore. Ci ha parlato di scrittura e cronaca, di talento e duro lavoro, esercizio, allenamento all'osservare e al costruire storie. 

Una nota a margine: a me ciò che ha colpita è anche il mondo degli artisti di strada. Un mondo con le sue regole, il suo terreno umido di dolori e fertile di gioie. 

Quanto a me: conosco i luoghi di questo libro. Sia quelli reali che quelli imponderabili dell'anima torinese, spero che molti altri vorranno scoprirne i misteri e i regali.