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venerdì 17 marzo 2017

Chicchi di caffè.

Paolo Cognetti, Le otto montagne (copertina di Nicola Magrin), Einaudi - Primo Levi, Opere I, Einaudi


Ieri sera sono stata al grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino per ascoltare una delle commemorazioni per il trentennale dalla scomparsa di Primo Levi. Leggeva Fabrizio Gifuni che avevo già potuto ascoltare con interesse nel suo spettacolo su Gadda e il teatro a pordenonelegge qualche anno fa e ho trovato dentro la parte in modo magistrale. 

Quale parte? Quella della voce più significativa del secolo scorso a proposito di alcuni temi fondamentali per la nostra cultura internazionale: la Shoah prima di tutto (si definiva "scrittore d'occasione" in tal senso, come ha ricordato nell'introduzione all'evento Domenico Scarpa) e il lavoro, proponendo ai lettori il capolavoro più dettagliato che si possa leggere sull'argomento, ovvero La chiave a stella, di cui Gifuni ieri sera ha letto un brano. 

Primo Levi ha una voce che molti conoscete e che ieri sera attraverso l'interpretazione di Gifuni ha divertito e incantato tante persone e continua a farlo mentre il tempo passa e sono trenta gli anni dalla sua morte. Ascoltare le parole del protagonista del libro, Libertino Faussone, battilastra originario delle valli del Canavese, a me personalmente ha riportato anche indietro alla mia infanzia. 

Vengo da quelle valli lì e mi è parso di ascoltare le storie dei miei antenati. Un tuffo nel passato intimo e in quello collettivo dove l'attaccamento al mestiere e all'ironia sottotono ma a tratti folle tipica dei piemontesi rende la vita degna di essere vissuta.

Gifuni ha anche letto alcuni brani estratti da Il sistema periodico. Idrogeno e Titanio in particolare.

Ma la mia mente in verità è andata a Ferro perché ci ho visto, e non sono l'unica, netti riferimenti in un libro contemporaneo che sto leggendo da mesi (seppur breve) e che oggi ho finito accumulando un importante ritardo sul resto del mondo - ma c'è da dire, a chi fosse interessato alla faccenda, che nel mio sito ho esposto personali teorie sulla lentezza libresca e dunque sono giustificata - per gli stolti che se lo fossero perso, eccolo qui

In Le otto montagne di Paolo Cognetti c'è tanto del racconto Ferro di Primo Levi, in modo dichiarato, come omaggio, per quel che ne so dai racconti di amici che hanno ascoltato le presentazioni dell'autore. 

Ci sono quindi due storie semplici di amici che si dividono tra la montagna e le diverse aspirazioni secondo la leggenda delle otto montagne che un trasportatore di galline nepalese nella valle dell'Everest racconta a uno dei protagonisti. 

In sintesi, c'è chi nella vita attraversa i diversi paesaggi belli o impervi di otto montagne senza mai poter tornare indietro e chi invece sale su un unico monte altissimo, il Sumeru. E la domanda è: quale dei due ha imparato di più?

In entrambi i racconti ci sono coppie di amici che seguono i due percorsi diversi: le peregrinazioni della città con le sue fascinazioni e ambizioni talvolta tradite e la salita impervia e solitaria di una vita tutta incentrata su un unico luogo e obiettivo, per quanto talvolta disatteso. 

Bruno e Pietro, come Sandro e Primo alle prese con la crisi economica e valoriale di oggi a confronto con il fascismo e le leggi razziali di allora. Amici che lottano contro una società dura, aspra. E la montagna equanime. 

Mi piacerebbe poter scrivere di più ma rimando alla lettura dei testi e al documentarvi in prima persona su questi lavori in modi diversi così puliti. Mi limito a consigliarveli, senza paura del tempo lento che, al pari di una salita in montagna, richiedono. 


[Grazie a Stilema per l'invito a partecipare a questo evento]

mercoledì 8 febbraio 2017

Post del cuore: cos'è la danza Butoh?

In questi primi giorni di febbraio al teatro Espace di Torino si sta svolgendo il Festival Moving Bodies con una speciale performance di danza Butoh.  

Ogni tanto mi piace scrivere di arti che non sono la scrittura, scorrendo indietro le pagine di questo blog potete trovare altri post sulla danza, il cinema, l'architettura, la musica, l'arte circense e altre discipline che rendono la vita degna d'essere vissuta.

In particolare, mi ha colpita la danza Butoh perché arriva dal Giappone e ha richiami con il teatro No, che mi ha sempre incuriosita. Movimenti incisivi, che toccano e smuovono.

Ho avuto l'opportunità di dialogare con una delle curatrici del Festival, la gentile Ambra G. Bergamasco, che ha risposto ad alcune delle mie curiosità.




Qui di seguito, trovate domande e risposte; e qualche immagine: spero che rimarrete colpiti anche voi dalla danza Butoh e dalla sua poesia. 

Vetrina Moving Bodies è un Festival di danza che si terrà a Torino al Teatro Espace il 9/10/11 febbraio e vedrà susseguirsi sul palco diverse discipline e forme artistiche. In una tua nota curatoriale al Festival ho letto una bella descrizione della danza Butoh: puoi dire due parole per noi "profani" ma amanti dell'arte in tutte le sue forme di cosa si tratta? Se ho capito bene la tradizione della danza Butoh, sebbene relativamente recente, affonda le sue radici culturali in un tempo invece molto lontano...


Dai miei studi, pratica e lunghe conversazioni con i maestri del Butoh, la sua più importante qualità e' quella di essere una pratica, un sistema artistico performativo che si avvale del contemporaneo. Si può dire che la sua nascita avviene grazie a Tatsumi Hijikata, che la crea poiché insoddisfatto delle realtà artistiche degli anni 50 in Giappone. Hijikata​ fonda la danza Butoh come risposta giapponese alla condizione estetica di quegli anni in Giappone, post Hiroshima. La sua necessita' era quella di rendere visibile ciò che e' nascosto, strappando la maschera, portando il corpo in ribellione in scena. Cosi' facendo, si avvale di un allenamento corporeo ferreo che riprende il Kabuki ed il NO per sviluppare la ricerca su quello che definisce Qualia - la qualità stessa delle cose.
Stimolando il corpo con richiami sensoriali, i corpi ed i sistemi presenti in ognuno di noi creano la danza stessa, al dila' del cognitivo, per danzare quello che e'.



Che tipo di sensibilità ritieni debba possedere una persona che decide di intraprendere questa disciplina?

​Parto dal presupposto che in ognuno di noi ci sia, manifesta o nascosta, una sensibilità verso la vita, i sui processi e le sue metamorfosi. Penso possa interessare molto ai disegnatori e gli artisti visivi, perché la preparazione richiede concentrazione e creatività poiché si arriva ad avere una profonda conoscenza del corpo​, a chi vuole semplicemente sperimentare la propria visione interna si se stessi e delle relazioni con l'esterno che possono nascere ascoltando semplicemente. Il Butoh e' una disciplina che io trovo accessibile poiché gioca con l'immaginazione e la capacità di stimolazione sensoriale. Questo ne indica l'accessibilità poiché non ha limitazioni fisiche, ne di formazione personale. Non e' una danza solo per gli addetti ai lavori, per essere specifici.




Se ho capito bene, c'è una stretta relazione tra Butoh e poesia, sapresti accennarci come queste due arti siano vicine e possano correlarsi?


​La danza Butoh é descritta anche come danza dell'anima o poesia in movimento poiché le atmosfere create da chi la fa, possono definirsi oniriche. In scena si portano paesaggi archetipi, trasmutazioni...posso decidere di danzare lo sbocciare della rosa, tanto quanto trasformarmi in un insetto, accettando o creando nuove atmosfere e nuove relazioni con l'esterno. La dana Butoh fa emergere il nostro interiore, partendo dal particolare, muovendosi verso l'universale e stabilendo un nuovo percepire. Questo si ottiene attraverso esercizi e tecniche corporee, e l'improvvisazione.



lunedì 19 dicembre 2016

Esplorare la città - incontro con il Parco Colonnetti e con chi lo ha reso più bello

 Qualche giorno fa sono andata a correre, per la prima volta di sera, nel parco del mio quartiere.

A un certo punto, ho avuto paura e mi sono accorta che era troppo tardi per tornare indietro. Ma paura di cosa? Di niente, in verità, perché di fatto non c'era nulla da temere. E, per quanto sia convinta che non sia proprio il massimo della vita mettersi a fare le cose da soli al buio, ho comunque capito che si trattava di un preconcetto da decodificare. E il preconcetto è questo: io, come tante persone, ero sicura, lo sono diventata per lo meno a metà del mio tragitto, che una ragazza che corre da sola in un parco di periferia dopo le diciotto "corra" effettivamente un pericolo. Ma il preconcetto non si ferma lì, ed è sul discorso "di periferia" che si è concentrata la mia attenzione. 

Quando vivevo in centro, correvo anche alle otto di sera, nel parco più famoso di Torino, il Valentino, e non avevo paura. Cos'ha il Colonnetti, il parco di Mirafiori Sud, all'estrema periferia del capoluogo piemontese, che faceva tanta paura? E la risposta è di nuovo: niente. Tanto è vero che sono ancora viva e sono qui a raccontarvelo. 

E tra l'altro è stato bello fendere la nebbia, pestare le foglie e sentirsi congelare il naso.

Flash-back. Ho vissuto nel pieno centro della città per circa tre anni, in una mansardina conficcata in una delle vie più belle, eleganti e chic della città.

Alcune persone, quando raccontavo che mi ero trasferita in centro, hanno commentato: "Hai fatto i soldi, eh?" - persone un po' ottuse, non me ne vogliano, data l'equazione grossolana. Quello che invece ho scoperto e che ora so del centro è che non ci vivono solo i "ricchi", ma tantissime persone che faticano ad arrivare alla fine del mese. 

Personalmente, avevo fatto quella scelta perché, vivendo da sola e non potendomi permettere un'automobile, volevo poter accedere comunque agli eventi della città senza pesare troppo su amici e conoscenti cui toccava riaccompagnarmi a casa. Vivendo lì, potevo sempre dire: "Tranquilli, sono a due passi", qualsiasi fosse l'evento cultural-ricreativo in questione, ed era vero. Pagavo poco quella casetta e ci sarei rimasta anche ma era in condizioni non buone. Tuttavia, sono stati anni belli per me in cui ho capito molte cose della vita. Ok, ora resta l'altro 99% da capire, ma dai, ammettiamo che è stato un buon inizio. 

Insomma, per quanto le cose nel mio portafoglio (e per quanto può fregarvene, beninteso) non siano cambiate, e non mi possa ancora permettere, con il mio lavoro, un'auto, l'anno scorso ho avuto comunque l'imperdibile opportunità di cambiare casa e ho scelto di trasferirmi in periferia. Ho vissuto nel quartiere Mirafiori di Torino (quello della FIAT) per i primi vant'anni della mia vita, per cui conoscevo la zona e per me la parola "Mirafiori" più che evocare macchine, smog ed emarginazione, tirava fuori da cilindro quella parola tanto cara a tutti che è: casa

Così, quando, cercando un alloggio, per puro caso sono capitata in un appartamento di quel quartiere, il mio cuore mi ha detto che ero nel posto giusto. 

Ciao! Di solito però non corro con il cappotto buono :)

Qundi ecco, questa è la storia di una persona che dal centro si trasferisce in periferia e indovinate cosa mi è capitato di sentire? "Hey, allora hai fatto bancarotta?". A riprova che la gente un po' tonta lo è davvero. Neanche a dirlo, la risposta, come alla prima domanda, è sempre no, ma la mia consapevolezza di quanti pregiudizi esistano su dove vivi e perché ci vivi siano tanti, la maggior parte da sfatare, è cresciuta sempre più. 

Trasferendomi in questo quartiere, ho imparato a muovermi di nuovo sulle lunghe percorrenze con i tram e, nonostante io non sia più da sola, sono tragitti che chiunque può percorrere in completa autonomia anche fino a tardi la sera, con qualche accorgimento.

Un'altra coincidenza, in questo cambiamento di casa, è stato l'incontro con Alessandra Aires: eccola qui, so che state ammirando anche voi i suoi capelli!

 
Alessandra Aires ho avuto il piacere di conoscerla perché è stata ospite mia e della mia collega Erica in un programma radiofonico che si chiama Pillole Concezionali su Radio Banda Larga


Il tema del Congresso mondiale degli architetti paesaggisti era "Tasting the Lanscape" ovvero gusta, assaggia, prova il paesaggio e Alessandra, tra le altre cose, in quanto presidente dell'AIAPP Piemonte - Associazione Italiana Architettura del Paesaggio, ai nostri microfoni aveva raccontato sia il convegno sia un po' del suo lavoro e del suo percorso. 

A colpirmi particolarmente, era stato il fatto che tra i molti lavori di Alessandra, che è architetto del Paesaggio, c'è l'opera di riqualificazione del parco Colonnetti Nord.


L'opera di riqualificazione di un quartiere come questo è stata impegnativa ma ripagata da alcuni cambiamenti importanti. Il fermento che - nonostante la crisi economica - sta coinvolgendo il quartiere di Mirafiori e in particolare Mirafiori Sud e Borgata Mirafiori è considerevole, qui vi lascio un link per informazioni dettagliate.  

E così ho deciso di contattare ancora una volta Alessandra e di chiederle di accompagnarmi in una passeggiata nel parco per farmi raccontare come è stato lavorare a questo progetto. 

Quello che mi premeva era che questo momento restasse immortalato in qualche modo, per non perderne la memoria e quindi ho chiesto a una fotografa dallo sguardo unico, Marta Pavia, che potete trovare sul web anche come Zuccaviolina e ammirare i suoi scatti, di testimoniare la nostra chiacchierata per mostrarvi come si possa stare bene in quel parco e quanto sia stato emozionante sentirselo raccontare da chi lo ha migliorato negli ultimi quindici anni. 

L'incontro con Alessandra Aires si è trasformato da semplice chiacchierata ad avventura nel bosco, scoperta ed esplorazione di un luogo ricco, anzi ricchissimo di particolari fantastici. 

Mentre lei si inoltrava nel "suo" parco, raccogliendo istintivamente anche una cartaccia (se le cose si capiscono dai dettagli, in quel momento ho realizzato quanto ci tenesse), e Marta scattava fotografie, ho assaporato un momento che mi è parso irripetibile.

Insieme, abbiamo osservato i cavalli di un piccolo Centro Ippico che si trova proprio a ridosso del Colonnetti e che propone lezioni di equitazione ma anche riabilitazione e ippoterapia. Ho scoperto che una volta al Colonnetti c'era un aeroporto e questa cosa molti torinesi non la sanno.  

Ho conosciuto il Dahu, il buffo animale mitologico alpestre con una zampa più corta dell'altra, simbolo delle Universiadi di Torino 2007 che sta a presidiare il campo di atletica che taglia in due il parco - della serie non di soli Glitz e Neve vivono i piemontesi! Abbiamo poi scovato uno strumento poeticissimo e nascosto tra gli alberi che sembra un enorme grammofono e serve per ascoltare i versi degli uccelli. 

Ho ascoltato i nomi di ogni singola pianta che Alessandra conosce a memoria. E ho potuto notare quali stradine nuove sono state create nel parco e leggere tutti i cartelloni informativi che compongono un percorso naturalistico per le scuole e per i curiosi che vogliono conoscere la storia di una parte della città incredibilmente ricca di passato.

Ne avrei tante altre di cose da raccontare, ma tocca a voi scoprirle se andrete a visitare questo quartiere e il suo mondo, all'ombra del Mausoleo della Bela Rosin, tra i palazzi alti, la Fiat, gli orti urbani, la Casa nel Parco, i colori delle foglie e i nuovi abitanti (come me).

Ringrazio ancora una volta Alessandra Aires per aver dedicato del tempo alla mia personale esperienza con la stessa cura che ci mette nel cambiare in meglio gli spazi e le città e Marta Pavia per averci accompagnate in questa camminata e per aver apprezzato la mia pasta e ceci come solo un'amica può fare...

Infine, mi raccomando: correte responsabilmente e se possibile, come tutte le cose, fatelo alla luce del sole.



martedì 16 agosto 2016

Stare ai MagazziniOz.


Mi fa piacere ricominciare a scrivere su questo blog, dopo una lunga pausa estiva, e riprendere il filo del discorso dall'ultima cosa bella che ho fatto in città prima di partire per le più lunghe vacanze che io ricordi. Ho visto cose bellissime in Italia, La Spezia, Firenze, Matera e alcuni paesi della Basilicata e dell'Abruzzo, ma ho portato anche nella mente e nel cuore il ricordo di un incontro che mi ha colpita e che adesso provo a raccontare. 

Sotto quello spicchio di cielo terribilmente azzurro, c'è un luogo a Torino, in pieno centro città, che si chiama MagazziniOz. 

Il 18 luglio scorso, proprio nella sede di via Giolitti 19/A, insieme a un gruppo di donne, blogger e qualche amica abbiamo ascoltato, dalla voce di Valentina Montresor e Lea Iandiorio, la descrizione della nascita, dei progetti e della vita di un luogo così particolare, così bello.
(Un grazie speciale a Cristina Rosso che cura l'ufficio stampa).

I MagazziniOz nascono per sostenere CasaOz. Dal 2010, l'Associazione Onlus CasaOz accoglie, sostiene e accompagna, negli spazi di corso Moncalieri 262, i bambini che incontrano la malattia e le loro famiglie. Le attività di CasaOz sono davvero tante e i progetti ricchissimi, vi rimando al sito per approfondimenti. 

Dal giugno 2014 i MagazziniOz aiutano dunque CasaOz a crescere e a vivere e a migliorare. Come?

Attraverso innanzitutto - ed è la cosa che subito ha catturato la mia attenzione - un posto in cui stare

Stare. Proprio la parola stare è quella che si legge anche nelle comunicazioni informative dei MagazziniOz, per spiegare il senso di un luogo. Stare è una possibilità tanto rara quanto importante. Tutti possono stare ai MagazziniOz. L'attenzione, naturalmente, è rivolta ai ragazzi e a persone con difficoltà ma chiunque può arrivare ai MagazziniOz e trovare un posto e un tempo per rimanere. 

Inutile dire quanto valore abbia questa esperienza oggi, un'epoca in cui ti mandano via dai lavori appena scadono i contratti, fattaccio che una volta non esisteva proprio in questa forma così spietata; un'epoca in cui a quanto pare - generalizzo eh - ti mandano via forzosamente anche dall'Italia e si è creata quest'abitudine malsana di non sentirsi a casa da nessuna parte. (In un momento in cui ho appena traslocato in cerca di una qualche forma di stabilità, lo stare mi ha toccato qualcosa di profondo). 

Ma stare non basta: ai MagazziniOz ad alcune parole-chiave (molto belle, specie se amate le parole e ne riconoscete il potere) corrispondono alcune azioni che si possono fare, fisicamente: studiare, sostenere, lavorare, conoscere, gustare, regalare, cercare, scoprire. 

Ci sono corsi e incontri, c'è un caffè dove mangiare, c'è uno store incantevole di cancelleria e oggetti per la casa e la cura della persona, c'è una piccola libreria e una grande biblioteca. Insomma - e cito ancora dal materiale conoscitivo dei MagazziniOz - c'è ozio e c'è negozio.


Siamo capitate in una giornata di riprese per una web serie sulla sicurezza stradale!

Fondare biblioteche.

Ecco un esempio di felicità nonostante tutte le difficoltà che la vitaccia comporta.

Dove c'è lavagna, c'è scuola.

Qui.

Ecco le persone che hanno contribuito a fondare i MagazziniOz e CasaOz.

Spendendo 5 euro, si compra un "libro al buio" e il ricavato va a CasaOz.

La bellezza di queste cose è scarsamente evocata dalla foto, vi tocca andarci di persona.

Cose che danno grazia alla vita.

Amo particolarmente gli yo-yo, sono oggetti pieni di significato.

Ecco uno scatto dell'incontro.

Regalare.

Home is where the coffee is.

Senza parole.

Questo è il mio libro al buio. L'ho preso come un monito e un consiglio: "un giorno sarai grande" e quindi comincia fin da ora a raccontare qualcosa di utile. 

"Utile per il sociale" è proprio la frase che corona il nome dei MagazziniOz. Il "claim", come direbbero i pubblicitari, esprime il senso di tutto questo progetto. Utile: una parola che ogni tanto si perde di vista, nella nostra quotidianità frenetica. Cosa significa infatti utile? 

Fate un salto ai MagazziniOz e ne avrete un'idea più precisa. 

Il mondo cambia, la città cambia e nascono idee nuove e con esse nuove possibilità: a me questo pensiero e questa realtà hanno reso felice per un pomeriggio (è davvero tanto) e conto di tornarci presto. 

domenica 22 maggio 2016

Rinascere internamente, due storie torinesi.



Mi è successa una cosa strana: nell'arco di pochi giorni, tra ieri e oggi, ho ascoltato raccontare due storie che si assomigliano, una relativa all'arte, l'altra alla natura, e mi pare portino un messaggio simile, che voglio condividere con voi lettori di questo blog e bevitori di cafffè. 

Ieri sera sono stata alla Cavallerizza Reale e ho visto la mostra Here. Ahimé è possibile visitarla fino a oggi, chi può ed è ancora in tempo potrà forse vederne un pezzetto. 

Tra le altre molteplici attività di ieri, io ho partecipato a una conferenza del restauratore e architetto Antonio Rava, un luminare in materia, che ha spiegato molte cose sia sul suo lavoro decennale, sia sulla Cavallerizza stessa. 

La Cavallerizza Reale, come forse molti torinesi (e non) sapranno, sta vivendo da alcuni anni un periodo di trasformazioni; attualmente è occupata da un gruppo di persone che la tiene viva con diverse iniziative legate all'arte e alla cultura (anche io ho fatto la mia piccola parte donando alcuni libri che, chi vuole, può cercare e leggere alla biblioteca). 

Questo non è lo spazio (ma soprattutto il tempo) per sviscerare il complicato tema della Cavallerizza, ma volevo soffermarmi su quanto ho visto è appreso relativamente alla mostra Here.

Si tratta di una mostra che ha letteralmente occupato parecchie stanze (e sono tante) dell'edificio di Via Verdi, ospitando oltre 200 artisti. Ogni singolo artista però ha fatto qualcosa di più: prima che cominciasse la mostra, infatti, la Cavallerizza era ancora in gran parte in stato di trascuratezza e degrado. Quindi ciascuno di loro ha scelto una stanza in cui avrebbe esposto le proprie opere, e poi si è dato da fare per pulirla e renderla adatta a un'esposizione. Accanto alle stanze ci sono le foto di come erano prima, a testimonianza del lavoro svolto. L'effetto è impressionante. Al di là della qualità delle opere, sempre alta e che ha attirato migliaia di persone, colpisce dunque anche il valore simbolico (e molto concreto insieme) dell'operazione. 

Analogamente, sentivo questo pomeriggio a una conferenza a Flor (esposizione di fiori e piante con incontri e conferenze a tema che coinvolge una bellissima via del centro torinese - Via Carlo Alberto), durante la bella presentazione di una guida di parchi e giardini a cura dell'Aiapp, che una speciale tecnica di bonifica di un terreno inquinato prevede l'utilizzo di mircoorganismi che internamente "curano" e guariscono il terreno stesso. Spero perdonerete la mancanza di termini tecnici, ma non è il mio ambito e non saprei spiegarvelo meglio. 

Ho però tratto una conclusione: c'è un modo di occuparsi degli spazi, del mondo in definitiva, che consiste nella cura di cui sono capaci alcuni esseri che possono contemporaneamente vivere dentro questi spazi "malati" e rivitalizzarli senza nuocere, anzi migliorandoli al punto da trasformarli in posti belli e sani. 

Mi è parso un messaggio interessante: forse anche allora dentro di noi esistono delle risorse che possono rendere più bella la vita. Mi piace pensare a una metafora: allora anche i libri che leggiamo sono come gli artisti della Cavallerizza o i microorganismi "dottori" della terra... ci forniscono le risorse per cambiare in meglio.

giovedì 26 marzo 2015

La Sposa giovane di Alessandro Baricco.


C'è da dire che nel corso della stessa giornata in cui imparavo che è bene conservare un po' i ricordi e le parole dentro di sé (vedi ultimo post), anche un'altra istituzione culturale cittadina ha aperto le sue porte a blogger e giornalisti, a partire da un'idea della casa editrice Feltrinelli (che ringrazio per il gentile invito), allo scopo di incontrare Alessandro Baricco in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo.

La Sposa giovane.

Ma prima ancora che da una piccola conferenza stampa, il tardo pomeriggio è stato preceduto da un mini tour guidato nei locali della scuola, con una guida di eccezione, ovvero lo stesso Baricco, che solo per noi ha fatto da Cicerone.


Devo averlo raccontato da qualche parte in questo blog, ma mi tocca proprio ricordare a chi ne fosse interessato che all'età di 14 anni mi successe di assistere a quella che nella mia testa è la prima, ma chissà magari era una delle tante, conferenze di presentazione della nascita della Scuola Holden in un malinconica giornata uggiosa in piazza CLN a Torino. Tra le tante cose che sono andate perse nella memoria, ricordo però questo concetto espresso allora da Baricco sull'insegnamento e sul tennis. 

Disse qualcosa tipo che per essere un tennista glorioso (uso questa parola perché è stata utilizzata durante la conferenza, citando Rebecca West, un'autrice che ci è parso molto amata dall'autore) bisogna imparare tutte le regole ma poi saper tirare anche al contrario o comunque alla fine fare un po' quel che si vuole e che Dio ce la mandi buona. Ma chi sa se ricordo bene? In ogni caso mi impressionò molto. 

Potete capire che fare questa esperienza così privilegiata vent'anni esatti dopo, entrando come si dice nei meandri della sede nuova della scuola, è stato a dir poso curioso per me. E sono convinta che ogni partecipante all'incontro aveva i suoi buoni motivi per notare l'eccezionalità dell'evento, e la sua semplicità al contempo.


Che dire? Visitare una scuola semi-vuota, in generale, ha il suo perché. Dire suggestivo va bene? Sarà poco, troppo? Non so, ma è quel che ho provato. C'era un bel silenzio concentrato. Ho desiderato fortemente che la mia vita potesse essere come quella di uno studente. Scrivere, imparare, stare bene, essere a mio agio in un posto bello. Insomma ho assaporato qualcosa che mi manca ma che ho visto possibile e che quindi esiste e ho sentito un senso di gratitudine alla vita che qualche volta allestisce costruzioni del genere.


In questa sala ad esempio si costruivano le bombe una volta. Invece adesso ci passano centinaia di artisti e persone creative, conferenze, feste, cerimonie e mi pare una buonissima cosa, no? Un esempio di miglioramento della specie.


Questo, cari amici, è il cortile. Là in fondo ci sono alcune aule, tra cui quelle per il cinema e per il teatro. Da qui escono professionisti di diversi ambiti, come saprete, non solo scrittori puri. Qui sotto invece c'è una mappa. Si tratta del percorso, anzi dei percorsi, che gli studenti compiono o possono compiere alla Holden. In alcuni punti è molto divertente, in altri interessante.

Alessandro Baricco, La Sposa giovane, Feltrinelli
 E infine, il libro. Perché non ne ho ancora parlato? Perché l'autore, e l'editore insieme, hanno scelto di non parlarne troppo. Quindi si è creato un gioco per cui le domande che facevamo riguardavano altro, e non il merito del romanzo. In effetti, è stato simpatico. Ad esempio, io ho fatto una clamorosa domanda sbagliata sul teatro che non aveva tantissimo senso ma quando si è nel gioco bisogna giocare. Eravamo un po' tutti al limite del nonsense ma è stata una situazione originale, di questi tempi bui di noia, un raggio di luce. 

Alla fine sono tornata a casa e il romanzo l'ho letto. Pur non essendo una critica letteraria, come sapete credo, ci ho visto tante cose in questa storia. Mi ha ricordato un po' Quel che resta del giorno, di Ishiguro. Un po' le maschere della commedia dell'arte. E un po' di Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo.

Questo libro sta scalando le classifiche, sta scatenando piccole polemiche e invidie, sta facendo il suo percorso e il suo fortunato tragitto. Forte degli insegnamenti del buon Jeff VanderMeer, mi tengo dentro altre considerazioni (e il finale, che mi manca di leggere) a futura memoria. 



mercoledì 29 gennaio 2014

Lingua Madr(ina).




Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre è un progetto permanente della Regione Piemonte e del Salone internazionale del Libro di Torino. Insieme alle Biblioteche civiche torinesi, il Concorso ha promosso un'iniziativa molto valorosa: un premio per tesi di laurea che abbiano come oggetto di ricerca proprio il Concorso Lingua Madre stesso.

La vincitrice di questa edizione è la giovane studentessa Lediona Nano, la sua tesi si intitola:

Letteratura migrante: Concorso Lingua Madre e autrici di lingua spagnola in Italia.

A questa premiazione, che si terrà domani mattina al Torino, alle 11.30 presso la Biblioteca Civica Centrale, parteciperò anche io: in veste di madrina. Saranno presenti importanti personalità cittadine, per me è una bella emozione.

Spero di essere all'altezza di questo incarico di responsabilità così grande.  

Per dire, l'anno scorso al mio posto c'era Margherita Oggero...

Per tutte le info, e il comunicato stampa scaricabile, cliccare please qui.

Ci sarà un servizio fotografico, a testimoniare l'appuntamento, vi terrò dunque aggiornati.

Intanto, buone letture ed esperienze.

mercoledì 13 novembre 2013

I giovani, la lettura, la sacralità, il calcetto, il romanticismo, Eliot, il caffè etc. etc.


Ieri, al Collegio Universitario Renato Einaudi di Torino. 

Per la rassegna Ti presento un autore, a raccontare del Metodo della bomba atomica, e di altre amenità.
Guglielmo Zanchetta è un giovane di belle speranze che ha condotto una delle presentazioni più belle della mia vita. Laureato in Scienze strategiche (eh? Ah, i giovani d'oggi che robe strane), pareva un letterato ormai consumato e raffinatissimo e ha colto del mio romanzo aspetti oscuri a me per prima. Ha inoltre tirato fuori una citazione di Eliot calzante e bellissima sui "tre nomi del gatto". Che riporto a vostro beneficio e che lui ha ravveduto adatta a proposito delle molteplici identità dei miei personaggi, e di me come "autore", poiché la rassegna prevedeva di conoscere non solo i libri, ma anche chi li ha scritti. Eccola: "Quando vedete un gatto in profonda meditazione, la ragione, credetemi è sempre la stessa: ha la mente perduta in rapimento e in contemplazione del pensiero, del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome: del suo ineffabile effabile effineffabile profondo e inscrutabile unico NOME". Grazie Guglielmo! Gli ho chiesto di regalarmi il foglio su cui aveva appuntato questa intervista, per ricordo, perché mi ha colpita molto. W i giovani. (Nel'immagine, una caffettiera del collegio, lasciata lì per caso).

E fu così che fui trasportata, prima dell'incontro, da Guglielmo stesso in veste di Cicerone, in una appassionante e a tratti allucinante visita guidata al Collegio Universitario. (Grazie ancora di cuore a Francesca Cerutti per avermi invitata!). Oh, guardate che romanticoni, i giovani. Disegnano cuori sui muri. Ottimo spunto per la mia nuova casa, pensavo, mentre fotografavo tutto, sperando in questo modo di confondermi tra di loro, in quanto persona profondamente digitale, fotografa e 2.0.

Ciao mamma, sono su una bacheca dell'Università, insieme al cartello VIETATO FUMARE!! Yea.

Dopodiché, ho visitato una vera "stanza di studenti". Buia e oscura come una tana del lupo, piena zeppa di giovani in pantofole. Dopo i primi convenevoli, mi sono intrattenuta a chiacchierare un po' con la pregiata squadra di calcetto "Gli evirati arabi" (nome provvisorio). Ma quando mi hanno offerto goliardicamente una birretta, ho capito che forse era il momento di salutare, e tornare nelle mie vere vesti di autrice seria e professionale.

Per questo gesto di maturità, ho guadagnato un piccolo florilegio di regali. Tra cui una maglietta! 

Il rituale di firmare la locandina mi è piaciuto molto.

Quando ho visto questo assetto, ho pensato: troppo serio per essere vero. Ora mi toccherà davvero "avvicinare i giovani alla lettura". Nessun problema, sentivo in effetti di potercela fare. Il bello è stato poi notare che il pubblico presente, non molto numeroso ma di qualità, era composto per lo più da agguerritissimi anziani, tra cui un vero... ermeneuta (sic.), che ho senz'altro avvicinato alla lettura, tuonandoli di parole! Però quei pochi meravigliosi giovani che c'erano, mi hanno spezzato il cuore per la loro attenzione, competenza, rispettosità e forza d'animo nell'organizzare questo tipo di incontri e nell'ascoltare. Sono veramente la forza del nostro Paese, e lo dico fuori di retorica. Tra loro, poi, c'era un giovane ingegnere che - al temutissimo momento delle "domande dal pubblico" - ha rilevato alcune analogie tra il mio stile di scrittura e quello di John Steinbeck. Sul serio. Questo mi ha commossa ed è stato il miglior modo, se non di avvicinare loro alla lettura, senz'altro di riconciliare me con l'Universo e con il desiderio di continuare a scrivere, di più e meglio.

Mi hanno offerto un buon caffè, su un vassoio vintage (cioè dei miei tempi) del Mulino Bianco in pieno stile-collegio. Momento che ho semplicemente adorato. 

E poi questi due giovanissimi ragazzi hanno letto brani del libro: mi fa sempre un certo effetto, e non finivo di ringraziarli. 



Considerazioni a margine. Il mondo dei libri è il più grande mistero - dopo l'amore e il funzionamento dei termosifoni di casa mia - che io conosca. 

Giusepe Culicchia, nel suo ultimo libro, scrive che il fatturato dell'intera editoria italiana è pari a un singolo prodotto della Ferrero, prevedibilmente la Nutella! Capirete bene quanto sia arduo avvicinare, non solo i giovani, ma chiunque alla lettura, considerando che non si può spalmare su nessun tipo di panino.

Perché leggere è difficile. Bello, magnifico, ma faticoso. Come amare. Fa sanguinare i polsi, diceva qualcuno. Fa morire di stanchezza. Ti uccide un po'. Leggere, come scrivere. Come amare. 

Ci sono scelte - come amare, o restare da soli, o leggere, o scrivere - che non sono scelte, sono cose sacre. 

E le cosa sacre e sublimi è complicato spiegarle. Accadono semplicemente. Ti attraggono, ti chiamano. Si avvicinano i giovani a questo nelle maniere più impensate. Forse con l'esempio. Si diventa responsabili. Non so onestamente se ci sono riuscita ieri. Se ci riesco con questo blog, o nel mio proselitismo quotidiano, nei bar, sui treni, negli uffici che frequento. Boh. Ai posteri l'ardua sentenza. Ma devo ammettere che non mi importa molto. Mi importa piuttosto di aver dato un senso a quelle ore lì, ieri sera. Di aver portato a compimento qualcosa. Di aver scelto di amare, di stare sola, di leggere e di scrivere. Di non aver scelto, anzi, ma di aver notato la sacralità di tutto questo, e di raccontarla a chi ha voglia di ascoltare. 

Buona lettura allora e a presto con altre fantastiche avventure!!

giovedì 3 ottobre 2013

#portici13

Portici di carta, e i libri tornano all'aperto. Sabato 5 e domenica 6 un pezzetto della città di Torino si riempirà tradizionalmente di libri e tutto ciò che ne ne concerne. Quella lassù è la bellissima cartina dell'evento, a me colpisce e commuove anche un po'. La mappa di una grande libreria a cielo aperto... Poetico no?
Ciò detto, ieri mattina ero alla conferenza stampa di presentazione al bellissssssssssimo e suggestivo caffè Costadoro Coffee Lab Diamante, vedeste: un luogo tutto trasparente e pieno di video di caffè a ripetizione, fantastico. Portici di Carta rientra negli appuntamenti annuali del Salone del Libro, per questo rimando a questo link per tutte le informazioni specifiche e gli appuntamenti. Ricordo però che tutti gli incontri sono gratuiti, e ciò è interessante. Dico, tra le moltissime altre cose, ciò che ha colpito me, che è l'omaggio a Beppe Fenoglio e Giuseppe Pontiggia. Sabato 5 ci sarà una conferenza con Paolo Di Paolo e Fabio Geda, coordinato da Ernesto Ferrero, nello Spazio Incontri di Piazza San Carlo alle 15. Segnalo anche, alle 19 al Costadoro Coffee Lab Diamante L'acino fuggente di Luca Ragagnin ed Enrico Remmert, e alle 20.30 nello stesso posto: E così vorresti fare lo scrittore? Di Giuseppe Culicchia. Ma badate che le cose belle abbondano, cercatele tutte!! E con tanto di cibi e altre sorprese simpatiche.

Una piccola nota tenera. Lui è Bruno Gambarotta. Probabilmente lo conoscete tutti, e partecipa a Portici di Carta naturalmente. Una vera istituzione cittadina, se ne sta in queste occasioni nel suo angolo contemplativo a sfogliare chissà che cosa. Poetico... l'ho già detto, vero?


martedì 2 luglio 2013

1Caffè - #blogforcare


#blogforcare con 1Caffè

Il "blog trip" è una cosa molto carina. Si tratta di un viaggio vero e proprio in cui gruppetti super simpatici di blogger visitano un posto e ne raccontano le avventure, appunto, sul proprio blog. 

Quando questi viaggi non hanno fini commerciali o promozionali, sono dunque no profit, e compiuti a spese degli stessi blogger per uno scopo umanitario, ecco che rientrano nel progetto BlogForCare! 

(Per tutte le info, qui!).

Venerdì scorso ho dunque preso parte anche io a un allegro "blog trip". Nella mia stessa città (mentre alcuni altri blogger venivano da lontano...), che è Torino. Per incontrare gli amici di 1Caffè, un'associazione di cui faccio parte come volontaria e mettere insieme le idee - eccoci in effetti nella foto lassù, impegnati in un intensissimo brain storming. 

Il motivo del raduno era pensare a novità belle per 1Caffè. 

Ma cos'è 1Caffè? 

1Caffè è una Onlus che si fonda su un piccolo (quanto una tazzina) ma grande sogno: quello di offrire ogni giorno un caffè a un'associazione benefica. Ma perché è speciale? E cosa mi ha molto colpita di questo progetto?

1) Digitale. Essere una Onlus digitale oggi in Italia vuol dire semplicemente camminare al passo con lo spirito del tempo. Nel nostro magnifico Paese, incontriamo ancora tante criticità su questo fronte,  tutti, ma è importante cominciare a utilizzare i nostri strumenti quotidiani (telefonini, smartphone, tablet etc.) come normali cittadini del mondo. Secondo me, è interessante saper pensare in modo davvero cosmopolita, ma soprattutto, tra tante parole, anche fare ogni tanto, se si può, qualche gesto significativo. Quindi, pur con sede stabile a Torino, 1Caffè potrebbe piacervi, ha un respiro molto internazionale.

2) Facile. A proposito di parole, questa è una di quelle belle controverse. Eppure a me piace. Non è che tutto debba essere tremendamente complicato, per avere senso. Anzi, pare addirittura che le cose più belle siano quelle che alla fine scorrono lisce, magari inaspettate, veloci e scintillanti, come, non lo so, una stella cometa o un ruscello di montagna. Ma al di là della poesia, donare un caffè con questa associazione è la cosa più elementare del mondo, e veloce. Ci sono due sistemi: Beemov oppure PayPal. Basta cliccare sul tasto "dona adesso" del sito di 1Caffè e il gioco è fatto.

3) Offrire un caffè. Ho trovato 1Caffè quasi per caso, in rete, ormai un anno fa, mentre googolavo cose sul caffè, cercando affinità elettive in relazione alla mia bevanda preferita. Volevo mettermi in contatto con chi, là fuori (o lì dentro) nella rete condividesse con me questa passione così disarmante per la sua bontà e costanza nel tempo e per la sua capacità incredibile, corroborante, di unire le persone. Ma per me poi a essere sincera il caffè ha un sacco di ulteriori significati personali, è stato un modo per crescere, mi tiene attaccata alla mia città che è puntellata in ogni dove di caffè storici e affascinanti, dove è tipico da queste parti rifugiarsi in diversi momenti della vita, ed è un accompagnamento imprescindibile alla lettura, sono proprio due cose che vanno bene insieme.

4) A chi? Nella vita vera si offrono caffè a chiunque. Spesso agli amici, ma in alcune circostanze addirittura a degli sconosciuti, come nella tradizione napoletana del caffè sospeso che consiste nel "lasciare pagato" un caffè al bar per una persona che non può permetterselo. 1Caffè si premura dal canto suo di convogliare le donazioni (da 1 a 5 euro) a una diversa Onlus al giorno. Di cui poi viene pubblicata la storia sul blog. Spesso si tratta di associazioni piccole o piccolissime che non hanno nessuna visibilità. Dicono che Dio sia nei dettagli, ma questi dettagli bisogna pur saperli vedere e qualche volta ci vuole una lente di ingrandimento!

5) Dare un senso. Lavorare "su internet" comporta alcuni rischi. Uno è di trascorrerci la gran parte della tua giornata, due è di perdere il contatto con il senso di tutto. Può capitarti di alzare la testa dopo molte ore e chiederti che cosa di preciso hai fatto, e perché e con chi. Non che sia un brutto lavoro, anzi. Anzi: è fantastico. Per me la rete è fondamentale, mi ha aperto così tante prospettive  mentali che non potrei più farne a meno. Però non lo so, sentivo (sento) come un vuoto di senso, qualche volta. E come nel mondo "vero" c'è bisogno di colmare questo vuoto, assolutamente, per non essere delle amebe, per non farci travolgere da questo deserto che a volte ci prende, ci fa sentire inutili, così anche nella rete sono necessarie iniziative, contromisure al nulla, analoghe al volontariato (e non sono poche, per fortuna). Un progetto di solidarietà in rete dunque mi ha restituito questo desiderio di generosità pura, così trascurato e relegato a spazi troppo piccoli, qualche volta inesistenti. 


E così venerdì abbiamo parlato di queste cose, ma non solo. Abbiamo pensato a idee nuove e progetti. Se resterete collegati qui ve li racconterò senz'altro. 

E a completare l'esperienza, poi, e per la serie #solocosebelle, ce ne siamo tutti andati in Via Lagrange, allo store monomarca di Italian Independent per festeggiare questa partnership: il ricavato della vendita degli occhiali pensati per l'occasione va tutto a 1Caffè

Cosa dire di più? Se ve la sentite, offrite anche voi un caffè, è un gesto gentile, pieno di grazia e amore.