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giovedì 31 dicembre 2015

Il mio libro dell'anno e tanti auguri.

Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli

Fervono le classifiche e i "libri dell'anno". Domani comincia il 2016. Il 2015 dei libri finisce con mille rivoluzioni, cose nuove, cose antiche e sinceramente è difficile stare dietro a tutto.

E oltretutto è anche tempo di bilanci e bilance (battuta vecchia e tremenda, lo so).

Quanto a me, ci sono tre cose che ho capito in fatto di scrittura in questo anno di grazia. 

1) Tutto il bene e tutto il male che si possono sperimentare, non si possono scrivere. Nell'eterna querelle tra la vita e la scrittura non c'è gara perché le due non si incontrano mai. Quando si presenta una sul campo, l'altra, guarda caso, non si fa vedere. Sono nemiche, sono d'accordo per fregarci oppure sono la stessa cosa? Insomma è tutto un gioco, non facciamoci ingannare. Un gioco serissimo, che per molti è anche un lavoro o una vocazione. 

2) In questo 2015 ho letto, credo, più blog e saggi che letteratura. Avevo bisogno di saggezza evidentemente e di indicazioni nette su come vivere.

3) Adesso invece sento di nuovo l'esigenza di storie. Quindi per me il 2016 credo sarà un anno prevalentemente letterario, e ho di nuovo voglia di leggere racconti e trame. Quello che ho capito sulle storie è che, se arrivano da una reale e profonda attenzione alla vita, rivoluzionano l'anima, viceversa, non servono a niente.

E adesso spazio al libro dell'anno (che però non è uscito nel 2015). Come anticipato nel punto due (;), ho letto alcuni saggi, e il mio anno si è concluso con il più coinvolgente e corposo di tutti. 

Donne che corrono coi lupi. Ne ho sentito per la prima volta parlare da Malvina Cagna, della libreria Trebisonda.  

Malvina è stata ospite della trasmissione di Erica Tramontini e mia che conduciamo tutte le settimane su Radio Banda Larga e che dall'anno nuovo potete ascoltare la domenica pomeriggio alle 15, voilà, si chiama Pillole Concezionali. 

E già allora, per come ne aveva parlato lei, mi aveva incuriosita molto. Poi ho scoperto questo percorso di laboratori, tenuto da Ilaria Ruggeri, qui: Sulle orme delle donne che corrono coi lupi. 

Non ho potuto prendere parte al laboratorio, che esplora di settimana in settimana i capitoli del libro con esercizi ed esperienze, ma chi vuole e passa da Torino può iscriversi e partecipare. 

La curiosità intanto aumentava e così mi sono messa a leggere il libro, dopo averlo comprato. 

Beh, mi ha toccata molto. Premessa: non ho capito tutto e non tutto mi si è chiarito, tranne che è un libro su cui tornare più volte. Ciò che mi ha colpita di più è che l'autrice, che è una psicoanalista statunitense, parte dalla narrazione di miti e fiabe tradizionali (ci sono ad esempio Baba Jaga, Il brutto anatroccolo, Barba Blu) e le utilizza per descrivere alcuni aspetti della psicologia delle donne di ogni tempo. Non saprei dire come, ma questi insegnamenti restano poi da qualche parte e tornano in mente al momento del bisogno. L'ho finito da pochi giorni ma già mi sento più ricca di prima, pur non sapendo bene come il libro ha agito in me. Lo consiglio alle donne e agli uomini di tutte le età per cominciare l'anno nuovo in modo più sincero e vicino alle proprie caratteristiche più care e vitali. 

Dopo questa lettura, torno a leggere racconti e romanzi con un bagaglio in più, convinta che la contaminazione tra discipline e saperi sia molto utile a ogni professionista, che sia della scrittura o di altro, ed è bello lo scambio e l'insegnamento che ci si possono regalare. 

Non so voi, ma più passa il tempo e più mi sento spaesata e insicura e inadeguata in fatto di libri e al tempo stesso più contenta e più forte delle mie letture. Sarà questo il mistero della vita? 

Ho tanti desideri da espimere e tante cose che ho voglia e bisogno di fare per questo anno nuovo. Al 99% riguardano i libri, e se potete restate collegati e scoprite insieme a me cosa capiterà (non lo so nemmeno io con precisione). 

Entro nel 2016 con tanti punti interrogativi e una sola certezza: dalla prima elementare a oggi una sola cosa ho imparato: leggere e scrivere danno senso alla mia vita.

Questo è l'augurio: trovare qualcosa, anche molto piccola ed elementare, che dia senso alla vostra vita.

Buon anno e buone corse coi lupi.




mercoledì 31 dicembre 2014

Due letture per il 2015.



Due consigli di lettura al 31/12 per iniziare l'anno nuovo tra le pagine dei libri. Premesse: Funny Girl di Nick Horby mi è stato regalato dall'editore Guanda, che ringrazio. Mentre Osnangeles di Francesco Mandelli, l'ho comprato io.

Inoltre: il primo l'ho quasi finito, il secondo appena cominciato. In una sorta di vasi comunicanti letterari alla ricerca del perfetto equilibrio - in fatto di pagine lette - che mi permette di consigliarli entrambi per lo meno per quanto ho letto io e fino a qui.

Il primo è una storia di quelle in cui ti ritrovi dentro a tifare per questo strano personaggio di nome Sophie Straw, attrice inglese degli anni Sessanta dotata di fisico prorompente ma dalla mente ancor più promettente, perché intenzionata ad andare oltre i limiti, seppur fortunati, del suo corpo da diva e diventare un'attrice comica. 

Seguire le sue vicende è insieme rilassante e uno spasso puro. Questo è un romanzo che parla di cose comiche senza far per forza spanciare dalle risate, ma semplicemente portando il lettore dentro un'atmosfera specifica, esplorando stati d'animo, debolezze e virtù umane e costruendo un mondo nuovo nel mondo reale, con l'ironia che da sempre contraddistingue i romanzi di Hornby. Una lettura che personalmente ho scelto dal momento che questo tema - la comicità e le professioni a lei legate - mi interessa molto. Ho trovato, diciamo così, pane per i miei denti.

L'altro romanzo, Osnangeles, lo consiglio - anche qui - per ragioni private: ovvero un mio interesse specifico per i comici, il loro lavoro, e, in questo caso, i libri che scrivono. Ho talmente tanto materiale da leggere e vedere che non so proprio da dove cominciare. Ma questo libro di Francesco Mandelli è capitato sotto i miei occhi e ha scelto lui di farsi leggere, come spesso capita con i romanzi. 

Mandelli è un attore famoso, da MTV al cinema, con I soliti idioti, ma non solo, è una figura rilevante nel panorama della comicità contemporanea. A me incuriosisce come professionista e ne seguo le vicende da un po', perché, come spesso ho raccontato su questo blog, sto in questo periodo studiando la complessità di questi strani esseri che di mestiere fanno ridere la gente, e Mandelli è una figura emblematica al riguardo. Per inciso: ho già capito che ci metterò tutta la vita a comprendere questo mondo, che è molto più vasto di quel che sembra.

In tutto questo, tra le due storie ci sono anche delle analogie.

"Sono andato a Londra qualche anno fa, in cerca di qualcosa che non trovavo qui. Sono andato lì per fare esperienza. Mi serviva esperienza. Avevo speranze per qualcosa? Probabilmente sì".

Questo l'incipit di Osnangeles (che ho apprezzato già per il gioco di parole del titolo, che allude alla cittadina brianzola di Osnago in combo con la forse più nota Los Angeles...). Caso vuole che anche Sophie di Funny Girl si trasferisca a Londra in cerca di fortuna, come la prima voce narrante (ce ne saranno altre) della storia di Mandelli. E via così.

La fortuna, i viaggi, la ricerca di qualcosa, la leggerezza, il ridere.

Mi sembrano buoni propositi o auspici universali per l'anno che verrà!

(Gli anni scorsi, scrivevo qui sul blog i miei buoni propositi personali mentre questa volta, quelli più articolati e intimi ho cominciato a scriverli in un quaderno privato, visibile solo a me. Questa è una considerazione a latere: mi pare sia preferibile conservare e creare nuovi spazi di privacy dopo la sbornia internettiana: la rete è meravigliosa, come definisce lo stesso Facebook il nostro anno passato in sua compagnia, ma è un posto in continua evoluzione, come la terra stessa, e mi pare il momento di considerare nuovi o antichi valori, come il silenzio, il segreto, il mistero delle cose che non si possono raccontare perché sono solo nostre, abbinati però alle avveniristiche possibilità che offre il mezzo. E insomma, adesso che ho detto la mia):

Auguri a tutti - di vero cuore - e buone letture.

martedì 31 dicembre 2013

Finire (e iniziare) l'anno nuovo con splendore (serietà) e fili di lana.

Margaret Mazzantini, Splendore, Mondadori


Qualche giorno fa avrei dovuto incontrare Margaret Mazzantini a Milano insieme ad altre blogger :) Ho però avuto un piccolo contrattempo e ci sono andata solo con lo spirito e in contumacia. Ringrazio l'editore per il gentile invito. E rimando per le domande e risposte e le fotografie al bel resoconto degli amici di Critica Letteraria, qui!

Per me Margaret Mazzantini, come scrittrice, ha un particolare significato. Qualche anno fa mi interrogavo tantissimo sull'esigenza, inevitabile per qualsiasi scrittore (o artista in generale) di trovare la propria voce. Era come se avessi l'otite, non riuscivo a sentire la mia, considerato che questa voce deve esserci a qualsiasi livello di talento, per qualsiasi scrittore.

Insomma, un silenzio totale. 

Una mia amica in quel periodo mi aveva regalato Venuto al mondo. E lì - al di là della qualità letteraria che non è questa la sede per esaminare - ho sentito tra quelle pagine, volendo leggere un'autrice contemporanea, proprio una voce profonda, serrata e decisa. Quello che cercavo, sia come lettrice che come aspirante scrittrice. 

Per me, da allora, la Mazzantini è "The Voice", colei che si esprime con una voce riconoscibile. Impossibile affermare il contrario.

Quindi quando mi si è presentata l'occasione di incontrarla e di leggere il suo ultimo romanzo sono stata contenta. E voglio iniziare l'anno così. Con Splendore, con il suono di una bella voce forte e chiara che prende posizione.

Splendore è una struggente storia d'amore, proustiana, dove tutti i Frammenti di un discorso amoroso prendono forma attraverso due anime destinate a incontrarsi e separarsi in eterno, e che tocca due vite umane dagli anni Sessanta a oggi. 

Lo "splendore" del titolo vuol dire tante cose. Una volta è un'età, una volta una città, una volta un corpo, una volta un'emozione, un sentimento. 

Ed è così che vorrei proprio finire e cominciare. 

Lo splendore di incantarsi di fronte alla bellezza, al mistero della vita che prende così tante forme diverse e non si arresta mai. 

Lo splendore che ha a che fare con la luce. E dunque con le ombre, e con il fare chiarezza dove c'è oscurità. 

Ecco perché per il mio 2014 ho fatto un gioco: ho preso due fili di lana e me li sono legati al polso. Due fili che corrispondono alle due parole che vorrei mi accompagnassero per tutto l'anno. Una è proprio "splendore". L'altra è "serietà". 

Non nel senso di rinuncia alla leggerezza... Al contrario.

Serietà, come splendore, può significare tante cose. Dal saldare tutti i propri debiti, al dire ciò che si pensa agli amici. All'aspettare l'amore senza paura, senza ingannarsi, all'onorare gli impegni e gli orari. All'essere autentici, a costo di soffrire, a essere precisi e ordinati, al dire "il re è nudo", al lavorare su compenso, al rifiutare le trappole, al non sfruttare gli altri, al rimanere integri. 

Al diventare autonomi.

Ah. Si diventa sempre molto ambiziosi a Capodanno. Ma ci sta. Le feste servono anche a questo, a sperimentare il miracolo della rinascita. Dell'impegnarsi.  Come se fosse la prima volta di tutto. 

E io lo trovo bellissimo.

E volevo anche dire un infinito GRAZIE a tutti quelli che passano da qui a legere questo blog, a chi mi scrive e mi incoraggia. 

Che il 2014 sia seriamente splendido anche per voi!


P.s. Altro consiglio di lettura per l'anno nuovo: 


Primo Levi, Storie naturali, Einaudi (quella edizione che vedete l'avevo trovata su Repubblica mi pare qualche anno fa...).






martedì 1 gennaio 2013

2013.




Il 1° gennaio del 2012 la mia giornata iniziava così, all'alba di un mattino tranquillo, dopo una festa a casa nostra, con tanti amici. Questa volta inizia con la stessa immagine dalla finestra, ma con colori diversi. 

Questo 2013 è cominciato nell'acqua. 

In piscina, con alcuni degli stessi amici dell'anno scorso, tutti vestiti da hawaiani. Pensando: aloha 2013. Giocando a palla, mangiando e bevendo, tra centinaia di persone, con musica altissima e bella e ballando in costume, con la coroncina di fiori in testa. 

Potrei dire che è stato il più bel Capodanno della mia vita. Mi piace pensare che sia cominciato con una specie di grande rituale collettivo che aveva il sapore di qualcosa di antico, anche se perfettamente conficcato nel presente. 

Considerato che quella del Capodanno è un'incognita; perché ti senti vulnerabile e non sai mai cosa ti può succedere quella notte e nella vita. Ricordo Capodanni di ineffabile tristezza. E Capodanni semplicemente senza allegria. 

Questo è stato il più bello, senza dubbio, per me. Il meno complicato, il meno pensieroso. E dire che, come molti là fuori, non sono affatto felice. Né triste. E ho un sacco di paura, cose da capire, preoccupazioni, malinconia, disdette, sensi di colpa e angoscia. 

Ma anche grandi e dolcissime speranze, grandi e meravigliose fantasie e una nuova incoscienza, e la volontà di vedere le cose senza controllarle. 

Leggo Franzen che racconta della mania di controllo dell'amico David Foster Wallace e fin dove quella lo ha portato, quanto lontano da ogni possibile serenità e penso che si può essere così, magari con un tantino meno di genio, e si può soffrire davvero molto. Mentre controlli tutto quanto non vivi più, non cresci, non ami niente e nessuno. Meglio lasciar stare. Non controllare troppo se stessi, né gli altri. Andare come la vita ha deciso; senza forzarsi a fare cose che non si desiderano. Ma continuando a desiderare. 

Questa mattina mi sono svegliata e il mio primo pensiero è stato: sono viva. Anzi: sono viva? Diciamo, è con questa domanda che mi preparo ad affrontare il nuovo anno. 

Però non solo. Mi è piaciuto, negli ultimi tempi, affidarmi all'Universo: ci penserà lui (L'Universo, intendo) al mio destino, e farò esattamente quello che mi capiterà di fare. Sarà il vento a guidarmi. 

Non controllerò la cartina, non controllerò. Etc. 

Che è bello, e può portare tante avventure. Ma non basta. Sono più le disavventure, a conti fatti. 

Ho capito che c'è una contropartita per questa cosa, per questo abdicare. Ed è che alla fine hai la sensazione di non scegliere, non decidere, non progettare e, guarda un po' che la cosa ha fatto il giro e ritorna al punto di partenza, non amare niente e nessuno. 

Fare quello che capita oggi mi pare di colpo come un'evasione, tipo mangiare Nutella, ma non può essere la regola.

Vorrei dire dunque: non ho buoni propositi, vivrò spensieratamente, proprio come capita! 

Ma questo gioco non mi convince più. Ci ho pensato per tanti giorni. E mi ritrovo qui a mangiare un cucchiaino di miele (il miglior antidoto al mondo all'hangover: la dolcezza salverà il mondo!) e a dire: vivrò come avrò scelto di vivere. Certo, in questa folle esternazione sono compresi tutti gli imprevisti del caso e potreste confutarla in meno di due secondi, con la mano sinistra e bendati. 

Però è proprio quello che farò. 

Insomma, a 32 anni, in gonnellino di paglia da hawaiana e coroncine di fiori in testa, ai polsi, alle caviglie, al collo, ballando in infradito e mangiando arachidi mi pare di aver capito che è tutto una scelta e poi un equilibrio tra scegliere e: vada come vada. Scegliere. E vada come vada. Come spesso accade, è una questione di ritmo. 

E di dosi, e di tempi. Dunque dunque. Anche amare le persone, le idee, il proprio lavoro è una scelta. E poi è una scelta essere vivi. Ed essere onesti. E chi votare. E cosa mangiare. E cosa bere. E quante parole dire. E il silenzio.

Quello che manca poi un po' in linea generale alla mia generazione di progetti: il Progetto. 

E non ci sono tante scuse per questo. Quindi basta. Adesso chiudo il barattolo del miele, e mi metto a progettare qualcosa. Per esempio: un risotto alla zucca. Poi vi dico. 

Intanto, buon anno di nuovo. Grazie di essere passati di qui. Vi voglio bene. 

E vi dedico questa canzone. Si chiama Hoppipolla, che significa, in islandese, saltare nelle pozzanghere. Penso sia quello che ci tocca fare adesso. Saltare come pazzi nelle pozzanghere, infrangere tutto quanto è piatto, paludoso e stantio, creare onde, sporcarsi i piedi. 

E mentre lo facciamo, ascoltare, assorbire tramite la pelle fino al cuore questa dolcezza di questa musica. Questa luminosa e cristallina dolcezza.




domenica 30 dicembre 2012

Più lontano ancora e buon 2013!


Jonathan Franzen, Più lontano ancora, Einaudi 

All'inizio di ogni articolo del libro, che è una raccolta di piccoli saggi (o meditazioni) su vari aspetti della vita e della letteratura, c'è il disegno di uno step per la realizzazione di un origami. 

Seguendo all'incirca queste istruzioni, si arriva a creare una barchetta!

Nel mentre, ho imparato a fare anche una tazzina di carta: è semplicissimo.

Questo è il libro che aspettavo, con il quale ho deciso di concludere il mio 2012. 

E di cominciare il 2013.

Potrei dire che è il mio libro dell'anno. 

Finito proprio il penultimo giorno. Lo aspettavo perché su questo tipo di libro, a più riprese, lavoro da molto tempo: in quello che arriva, infatti, scoccherà il decimo anno dalla mia laurea, era l'ottobre del 2003, e da allora, anzi forse da prima, mi appassiono e mi interesso a questo genere di opere. 

Nella mia tesi, che riguardava la scrittura autobiografica, ho studiato per lo più di Esperienza, di Martin Amis. 

Ho adorato quel libro. E per poterne parlare a ragion veduta, ci ho girato intorno con quanta più cura che potevo, toccando con la mente e con il vecchio pc a pedali anche i Memoirs di Kinglsley Amis (il padre), il Palimpsest di Gore Vidal, Speak Memory (bellissimo) di Nabokov, L'opera struggente di un formidabile genio (uscito da pochissimo, che mi aveva appassionata) di Dave Eggers, Borrowed Finery di Paula Fox (e ci avviciniamo al nostro), Il Diario di Hawthorne, Finestre Alte di Larkin. I Diari di Anais Nin, The Liar's Club di Mary Karr, Autobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid (vi sfido a trovare un'autobiografia come si deve in cui la mamma e il papà non permeino ogni singola riga di tutto quanto), dunque l'Amleto di Shakespeare (sic.), l'immancabile Autobiografia di Alice B. Toklas della Stein, e tanti tanti tanti altri, da Tennessee Williams a Carlo Feltrinelli che racconta il padre (e dunque se stesso, ovviamente, per proprietà inversa) in Senior Service - che mi permetto qui di consigliare, per capirne qualcosa in più. 

E poi da Marias a Proust a Amy e Robert Lowell, fino, naturalmente, a lui, al prode e nostrissimo Jonathan Franzen. 

In particolare, Come stare soli. Il quale mi è servito, tra le altre cose, a capire che la mia natura solitaria aveva (spero) anche un senso, oltre a crearmi sempre  un sacco di guai con gli amici.  

Perché, vi chiederete, questo improvviso name dropping? Questo sfoggio di pioggia di nomi illustri? 

Non certo per dimostrare che leggevo libri anche prima che le case editrici cominciassero a spedirmeli a casa (ma non è questo il caso)! O per dare prova del fatto che anche i blogger sono andati a scuola! No, per un altro motivo.

Per consigliare a chi non avesse ancora mai esplorato questo mondo prospero, laterale e centrale insieme, della tradizione della scrittura autobiografica. In quegli anni, mi ero concentrata sulla letteratura angloamericana, ma il mondo vasto e affascinante del memoir, naturalmente, non conosce confini di spaziotempo.

A muovermi in quella matta ricerca di vite intrecciate di scrittori, era stata un'esigenza famelica, che andava oltre l'ambizione di prendere un bel voto. Mi spingeva il desiderio di cercare maestri. Di vita e di scrittura. Pensavo, cioè, che se avessi imparato a vivere come una scrittrice, magari lo sarei diventata. Quindi, oltre alla lettura dei romanzi, mi impuntavo sulla lettura di questi libri paralleli, ancora più affascinanti, ai miei occhi, delle opere stesse di narrativa. E poi certo volevo capire come funzionavano le famiglie degli altri, com'è che se ne usciva vivi dal bisogno di scrivere.

Ma, come ben sappiamo, O poeta é um fingidor, e dunque, una cosa che ho capito col senno di poi, è di diffidare delle autobiografie degli scrittori. Lo dico con amore, continuando a leggerle e ad adorarle. Però, solo più alla stregua di altre, meravigliose, composite, bellissime opere di narrativa cui semplicemente piace mascherarsi da verità. Immergersi in questi libri, dunque, è un po' come il Carnevale della lettura. Il più bel gioco che potesse capitarvi di giocare. Il più serio.

Ed è con questo spirito, che mi sono avvicinata a Più lontano ancora. Che ci ho navigato dentro con forza, con amicizia, leggerezza e dedizione. 

Quello che sapevo io, poiché ne erano stati pubblicati stralci sul New Yorker l'estate scorsa, se non ricordo male, era che questa raccolta conteneva un toccante brano di Franzen sull'amico David Foster Wallace. Sulla sopravvivenza all'amico. E sullo spargimento di parte delle sue ceneri. Dunque, conoscevo il mio destino di lettrice. Quello di soffrire, di affrontare questo dolore. Infatti è così. Ma mi è andata bene, perché il primo di questi saggi si intitola per l'appunto:

Il dolore non vi ucciderà. 

In effetti, è vero. 

E quel primo piccolo saggio omonimo corrisponde al discorso di Franzen per la cerimonia di conferimento delle lauree al Kenyon College, nel maggio del 2011. All'incirca il periodo in cui, anche qui se non ricordo male, gli venivano rubati gli occhiali a una presentazione di Libertà. E qui subito dice qualcosa che ho sempre ricercato, infatti, in questo tipo di saggi-manuali-testi sapienziali per imparare tutto:

Farò quello che fanno di solito gli scrittori, cioè parlare di me stesso nella speranza che la mia esperienza abbia qualche affinità con la vostra.

Lo trovo sincero, e sublime, ed è quello che io voglio. Come persona che aspira anche a scrivere, poi, ho trovato molto utile, molto davvero, il capitolo che si intitola proprio La narrativa autobiografica

Dove Franzen torna con tenacia a uno dei suoi grandi temi, che è quello della vergogna. Dello struggle tra l'essere "una brava persona" e lo scrivere romanzi. O racconti. 

Ero impantanato nella vergogna per la mia ingenuità, dice. 

E racconta come si sia scontrato, nella stesura delle Correzioni, nell'eterno problema dello scrittore: cosa penseranno di me. Insomma, sul senso di colpa. 

Questa parte è bellissima. Si entra proprio nella sua cucina, si sente il sapore del suo intelletto, che gira sul fuoco, che arde, che cerca soluzioni. La soluzione che ho capito io è: scrivere sempre, scrivere tutto quello che si vuole, essere leali con se stessi: chi ti vuole bene continuerà a farlo, qualsiasi cosa tu abbia scritto. La scrittura in fondo non è la vita, sono solo sogni diversi, raccontati a parole, e tentativi di bellezza o di mistero o di intrattenimento. Il resto, non ha molta importanza, e non ha a che fare con la morale. 

Bè, c'è da dire che il Nonno Franzen, come lui stesso si definisce a proposito di certe posizioni un po' rigide sulle nuove tecnologie, è una fonte, forse proprio per questo essere nonno, di insegnamenti, per me, inesauribile. Tra le cose che non mi importano, infatti, ci sono anche le sue esternazioni un po' da trombone (sempre parole sue, se non erro) che però a me fanno tenerezza. Un'altra cosa che ho imparato da lui è che non si deve andare per forza d'accordo, per volersi bene. Direte che è ingenuo; infatti anche io ho vergogna, non sapete quanta, per la mia ingenuità. Dopo tutto, è un'esperienza comune a molti.

E poi, c'è David Foster Wallace. 

(Ma prima, non posso non dirvi di un fulminante, brevissimo e idiosincratico saggetto sul comma-then, cioè sull'abusato "virgola poi" che Franzen, inutile stupirsi, detesta a morte. Impeccabile trombone!).

Era amabile come può esserlo un bambino, ed era capace di ricambiare l'amore con la purezza di un bambino. Se l'amore è comunque escluso dalle sue opere, è solo perché David non aveva mai davvero pensato di meritarselo. Era prigioniero a vita sull'isola del proprio io.

Dopo aver tentato di leggere DFW, e qui ci sono le prove schiaccianti,  cercando di fare fronte a tutto, è invece dopo queste poche semplici parole che ho capito davvero la natura della mia stessa curiosità per lo scrittore prematuramente scomparso suicida. 

Si vanno forse a cercare i maestri di vita, sperando che ci spieghino perché siamo fatti in un certo modo, attraverso esempi illustri. Se un genio come DFW, di cui qui emerge però anche la natura dipendente, manipolatoria, mistificatrice, depressa, attrice e incontrollabile, pensava di non meritarsi l'amore, allora la vita (non) ha senso anche per noi. In una parola, con questo libro impariamo dai dolori degli altri, che ci sembrano più sopportabili. 

Dunque: DFW, proprio lui, l'adorabile, il delizioso scrittore gentile non pensava di meritare l'amore? Quanto si sbagliava. 

Quindi questo saggio, il più rappresentativo, da cui il titolo e la copertina del libro (che ho comprato con i miei soldi prima di Natale in un giorno che poi si è rivelato anche un po' fortunato), racconta comunque il viaggio solitario di Franzen, con le ceneri dell'amico, nell'isola Masafuera ("più lontano") che si trova nel bel mezzo del Pacifico meridionale, con le sue "inaccessibili pareti verticali" e "popolata da milioni di uccelli marini e migliaia di otarie orsine ma non da esseri umani".

Qui, Franzen può finalmente (ma vedremo con che esiti) dare spazio alla propria cupa natura meditabonda e al suo essere un noto birdwatcher. Un'attività affascinante, di osservazione, di purezza, conoscenza e cura verso i volatili che, fatalmente, annoiava invece molto DFW; e la vita in questo sancisce, simbolicamente, la differenza tra i due amici. Uno conservativo, vivo, osservatore, calmo, per così dire, e razionale, attaccato alla terra e al cielo. 

L'altro, consegnato per sempre alla posterità, al mito, al sacrificio degli affetti e dell'osservazione in favore dell'eterno.

Detto in parole povere. 

Infine, tutto il resto. Franzen ci dona uno stancante e decisivo viaggio nelle sue esperienze (bello il capitolo Cieli silenziosi ad Assisi - dove si dice di San Francesco che con gli animali, come è noto, ci parlava anche), nelle sue letture: dalla sua maestra Paula Fox, alla bellissima difesa di Alice Munro, al curioso La più grande famiglia mai narrata in cui si profonde in lodi a un bizzarro romanzo, guarda caso sul tema della famiglia, di Christina Stead. 

Passando da certi episodi di vita così pieni di significati (vedi Calabroni), a excursus inveterati ma edificanti sul matrimonio, sulla coppia, sul nonsense.

Ecco, io finirei, anzi inizierei l'anno così. Con del sano nonsense. Ma anche con le cose care e sensate,  di buon senso, cui si ritorna, lo sto imparando adesso, ciclicamente nella vita. 

Con i maestri che ci si va a cercare tra le pagine dei libri. Che poi si ritrova dentro di sé, magari imperfetti, ma sinceri. Con la scrittura, con il pregio delle differenze, con l'amore che non è come pensiamo noi. 

L'ultima frase del mio ultimo (e primo) libro dell'anno è dunque questa:

E d'un tratto sono di nuovo innamorato. 

Che, poi (scusi Franzen per il comma-then) è questo l'unico auspicio o buon proposito che faccio a me stessa e a voi per l'anno nuovo. 

Di sentirci sempre innamorati. 

Di cose o persone consuete o di cose o persone nuove, ciascuno saprà e sceglierà il suo modo. Ma la sostanza, spero per tutti, sia questa. Sentirci di nuovo innamorati, d'un tratto. 

Per tutto il 2013 ma anche oltre.

venerdì 31 dicembre 2010

Propositi per l'anno nuovo.

Questo è l'ultimo post dell'anno e ho pensato di mettere dei melograni-portafortuna per voi.

Il 2010 per me è stato un anno parecchio significativo. Di scoperte e riscoperte importanti che credo mi accompagneranno sempre da qui in poi, qualsiasi cosa succeda.

Ma per il 2011 ho qualche speranza in più. Vorrei che fosse un anno in cui tutto quello che ho capito non rimanga nascosto come scritto con l'inchiostro simpatico. Vorrei che fosse un anno in cui tutte le cose che ho iniziato e sognato e immaginato prendano forma e diventino realtà. Quindi ecco i mie propositi per il 2011:

1) leggere i libri che voglio leggere, godendomeli tutti, con grande soddisfazione.

2) scrivere bene, ovvero che si capisca cosa ho in mente, a costo di peggiorare drasticamente la miopia, e di lavorare di notte, perché ho notato che questa è la cosa cui tengo. e non ho paura quasi più di niente.

3) correre le due allegre maratonine torinesi che con il mio fidanzato abbiamo pensato di fare. questo perché più di tutto ambisco al cartoncino di latte in omaggio, ovviamente in preparazione a quella di New York del 2012 (sparo, tanto per allora il mondo sarà finito e voi avrete di certo tutti dimenticato il mio punto 3).

4) stabilire sani rapporti umani.

5) ottenere fiducia.

6) fare una vacanza in Corsica.

7) niente asma.

8) don't panic. be happy.

Auguri amici, passanti, fan delle tazzine e gente ben disposta che capita da queste parti, che il 2011 sia un bell'anno per tutti. Intanto io mi bevo un caffè alla vostra salute!