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martedì 5 luglio 2011

Il pezzo mancante.

Un bel documentario di Giovanni Piperno sulla famiglia Agnelli. Lo avevo perso al Torino Film Festival, ho recuperato domenica. Un po' inquietante la danza del pinguino (vedere per credere) ma tutto il resto vale la pena.

Tra i punti nodali del film c'è la povera persona di Edoardo, figlio dell'Avvocato, morto suicida. E come lui, anche un altro "pezzo mancante" - i toc, mi vien da pensare, che in piemontese sono proprio i "pezzi" cioè le parti che compongono le automobili e che si producono nella fabbrica, e qui la fabbrica è una sola e resta quella nell'immaginario e nella vita di tutti.

Un altro pezzo: Giorgio, fratello dell'Avvocato, suicida anche lui all'età di 36 anni.

Reietto della famiglia, evocato qui nel film soprattutto da quella che fu la sua fidanzata per dieci anni, una poetessa con un grosso paio di occhialoni e uno sguardo tenero, un po' comico a dire il vero, un po' sconsolato, a essere sinceri.

Il film mi ha portata a forza verso alcune riflessioni. Ad esempio il tema che non passa mai di moda dei "privilegiati" o se vogliamo esser crudeli dei "raccomandati".

Io non ho mai sentito nella mia vita un "raccomandato" dire: "sono raccomandato". Oppure: "valgo come gli altri però ho avuto più fortuna". Ho sempre piuttosto ascoltato discorsi del tipo: "non sono raccomandato, sono bravo e gli altri mi invidiano". La meritocrazia.

Ora: io vorrei spezzare una lancia invece proprio in favore dei raccomandati. In effetti la "raccomandazione" ovvero quella cosa sporca da operetta, da Padrino, che si vede nei film, per me non esiste. O se esiste, non porta mai da nessuna parte, perché spesso quel tipo di "raccomandato" è un vero disastro e non combina niente di buono, raramente viene tollerato, il più delle volte è un "gaggio", come si dice a Torino.

I veri raccomandati, ma è una bruttissima e vana parola, ne userei un'altra se solo mi venisse in mente, comunque loro, come ad esempio i migliori Agnelli o nipoti del momento, sono davvero bravi. E aggiungo che è normale. Questa è la natura, è Darwin.

Tutti saremo d'accordo credo nel comprendere come un cosiddetto rampollo di buona famiglia, e non mi riferisco solo ai soldi, che pure sono importanti per lo svolgimento di una vita serena, intendo uno che nasce da una famiglia solida, ragionevole, controllata negli impulsi, lucida, orientata, decisa, costante nelle emozioni, propositiva e sicura, possa evolvere successivamente in individuo predisposto alla socialità e infine a un qualche talento.

Mi pare altrettanto chiaro come possa rivelarsi piuttosto disagevole la vita per un coetaneo proveniente invece da una famiglia povera, di soldi e di stimoli (ma spesso le due cose coincidono).

Sicché nessun raccomandato saprà mai e accetterà di essere raccomandato perché il "riuscire" nella vita gli apparirà un vero talento naturale, come in effetti è, però quello che gli sfugge è che quei talenti, oltre al denaro, sono stati possibili specialmente grazie alla buona base emotiva, caratteriale, strutturale della propria famiglia d'origine.

Al contrario invece i reietti della società, o anche solo chi resta indietro, hanno la tendenza a dare tutta la colpa ai "raccomandati" senza capire di essere essi stessi davvero intrinsecamente mancanti di quei talenti - tecnici o più spesso del comportamento ma le due cose a volte ricoincidono - che nella vita contraddistinguono e favoriscono gli oggetti del loro risentimento.

In una parola, perdonatemi le categorie grossolane e se vogliamo assai banali, di solito un povero (il quale ad esempio non riterrà mai di potercela fare con le proprie gambe e nella migliore delle ipotesi cercherà - perché non conosce sul serio alternative - il gancio, l'appoggio anche affettivo di qualcuno di potente - ma leggi anche "sicuro" - e cercherà fatalmente la "raccomandazione"); dunque il povero è davvero più scarso del ricco.

E se non dal grembo materno, di certo già dalla culla. Perché la raccomandazione vera non serve: si capisce già chi sei e come lavorerai e come amerai oppure quante cose accetterai da uno sguardo, da un silenzio, da una capigliatura, da un modo di contorcere le mani, da un affanno, da un paio di scarpe, da una toppa, da una falla: puoi provare a camuffarti, ma la verità è una: presto o tardi scioglierà la tua impalcatura protettiva, la tua recita, come il sole fa con la neve.

MA. MA. MA: se fosse proprio tutto così saremmo all'inferno. Saremmo in una distopia, sarebbe la fine, mi vien da dire la fine per tutti quanti, la vita da una parte e dall'altra non avrebbe un vero senso.

Invece in film come questo ecco la dolente, tragica, eppure vitale risposta: le eccezioni.

Il nostro mondo, del lavoro e non solo, è 99% matematica e 1% di mistero, di magia, di caso, di, appunto, eccezioni. Che nella disgrazia si chiamano Edoardo Agnelli, Giorgio Agnelli, e nell'altro senso, quello cioè di esseri, di talenti che invece ce la fanno pur spuntando fuori da basi traballanti quando non svantaggiose, i nomi anche sono tanti.

Uno bravissimo a scovare questo tipo di storie a lieto fine è Mario Calabresi: leggendo ad esempio il suo La fortuna non esiste ne trovate qualcuna di eccezionale.

:)


domenica 26 giugno 2011

Corpo Celeste - Ave Mary.


Corpo Celeste: un film visto ieri sera in una sala fresca torinese.

Film curato nei più piccoli particolari, ricco di promesse mantenute dalla prima all'ultima. La piccola Marta (interpretata dalla bravissima, davvero bravissima Yle Vianello: mi ha proprio colpita) ha tredici anni e torna a vivere a Reggio Calabria con la madre (Anita Caprioli) e la sorella diciottenne (diabolica ma che poi alla fine sorprenderà in un istante liberatorio) dopo un decennio trascorso in Svizzera. Qui dovrà integrarsi in una città aliena e ostile, diventare di colpo grande, e soprattutto frequentare il catechismo.

Alice Rohrwacher, la giovane regista, ha quindi da qui esplorato - dopo aver a lungo studiato l'argomento con l'occhio vigile della documentarista - il panorama variegato della Chiesa contemporanea.

Ne emerge qualcosa di sbalorditivo per la sua bieca, funesta banalità. Qualcosa di vuoto, agonizzante. Ma ancora vivo. E al tempo stesso veramente ottuso per la sua persistenza. Qui si vede quel lato della Chiesa non tanto oscuro quanto silenzioso, un insegnamento della religione che si aggrappa disperato ai format televisivi e un sistema di carriera che fa venire i brividi per la sua quieta normalità. Ma non fermatevi a questo perché c'è molto di più.

E c'è Marta. Ritratta con una delicatezza commovente da una regista che mi ha subito catturata nel suo mondo. E poi ci sono tutte le donne.




Pensando a questo mi sono saltati alla mente due libri. Uno di oggi, fresco, vitale, sparato alla massima velocità di mano in mano come una nuova notizia clamorosa, un piccolo agile saggio sulla donna nella Chiesa e tutte le contraddizioni del caso (tema che taglia anche il film come una lama per la gran parte del tempo e si specchia nello sguardo bovino della catechista con gli orecchini luccicanti) ed è Ave Mary di Michela Murgia, Einaudi Stile Libero.


"Il buon senso popolare è convinto nel profondo del fatto che sì, Adamo sarà stato anche ingenuo e sciocco a cascarci, ma alla fine dei conti il tutto è partito dalla donna".

L'altro è quello che regala il titolo al film. Corpo Celeste, di Anna Maria Ortese, Adelphi. Un libro invece di qualche anno fa, 1997, una raccolta di brevi saggi in cui la scrittrice romana racconta la sua vita da più punti di vista. Una vita a dire il vero piuttosto triste e sofferente dove essere donna e scrittrice aggiunge fatica alla fatica (e poi la guerra e la povertà e la depressione hanno fatto il resto, hanno decretato l'isolamento più sordo, fino alla riscoperta, come talvolta accade, di una che si è rivelata tra le autrici più importanti dell'Italia del dopoguerra e anche oltre).


"(...) il mondo è un corpo celeste, e tutte le cose, nel mondo e fuori, sono di materia celeste, e la loro natura, e il loro senso - tranne una folgorante dolcezza - sono insondabili".











domenica 5 giugno 2011

Wish Tree (of Life).


Il film. The Tree of Life, di Terrence Malick, Palma d'Oro a Cannes. Un film straziante, che costringe a tornare spietatamente indietro, all'infanzia, ai simboli, agli archetipi e all'infinito, a Dio, alla Creazione, alla Madre, al Padre, al Fratello, alle Bestie, alla Vita e alla Morte, al Paradiso.

C'è Kubrick (Malick-Kubrick, che precisa consonanza) dall'inizio alla fine, c'è uno stupendo Brad Pitt. Un film quasi muto, dove predomina un linguaggio biblico, spirituale, scolpito nel silenzio. Voci che si alternano ponendo gli interrogativi universali, filtrando squarci di luce nell'oscurità.

La Grazia, la Natura, l'Amore, il Crollo delle Certezze, la Violenza, l'Esperienza, il Dovere, la Famiglia, la Consolazione, il Perdono, la Crescita, la Frustrazione, la Tenerezza, le Maschere, le Bugie, l'Acqua, la Fine dell'Innocenza, un film Maiuscolo.

Quello che a me ha disturbato un po' è il Terrore: avrei infatti intitolato il film: Cose che Fanno Molta Paura. L'ho guardato con la mano pronta a coprirmi gli occhi. E avrei tralasciato volentieri proprio le parti più kubrickiane, più spaziose e le scene d'insieme, quasi da pubblicità, ho preferito le minuzie, i dettagli, ho sentito uno stridore perché un po' da quelle macro cose io mi voglio anche difendere oggi. Infatti l'ho trovato troppo. Anzi, Troppo.

Immenso, Totalizzante, Primitivo, Spaventoso, Allegorico.

Quello che quindi desidererei, per il mio wish tree settimanale, è perciò un concetto del mondo e della vita meno straziante, almeno per un po'.


lunedì 20 settembre 2010

La solitudine dei numeri primi.

Premessa. Ultimamente, mi colpiscono le cose che funzionano, e funzionano bene. Forse perché sto cercando di far funzionare la mia stessa vita e quindi mi interessa chi ci riesce. E osservo con attenzione precisamente come ci riesce, anche quando si tratta di opere d'arte, film, libri, musica. Mi interessano oggi le cose nette, inequivocabili, di cui parlano tutti. Le guardo, per prendere qualcosa di sicuro per me, una scaglia di nascosto per mettermela in tasca, come un portafortuna, materia che mi faccia sentire attaccata al mondo come gli altri, parte del mondo, di un mondo un po' ospitale, del mio mondo. E questo film e prima ancora il libro funzionano. E parlano esattamente di questo. Di un mondo che conosco bene.


Il film. La solitudine dei numeri primi. Un titolo da più di un milione di copie. Tratto dal romanzo di Paolo Giordano. A me il romanzo era piaciuto. Soprattutto, come a molti, il primo capitolo che è fulminante. Ma anche il resto, compresa la sorda malinconia del finale. Perché raccontava di una Torino e di gente che mi sembra di aver incrociato mille volte, i miei stessi luoghi, la stessa atmosfera, le stesse bolle di silenzio, gli stessi binari che non si incontrano mai.

Era poi un punto di osservazione, quello di Giordano-scrittore, molto simile al mio, nella mia vita di bambina torinese, e poi di adolescente e poi di giovane adulta. La parte horror della borghesia cittadina (che Saverio Costanzo, il regista, coglie al volo e ci affonda le unghie da vero maestro): io ci ho vissuto accanto. Non dentro, ma vicino, e ne ho auscultato ogni battito, sperando invano di accordarmi alle sue frequenze. Accarezzandola, sentendomela scivolare via dalle dita o immergendomici come in un mare freddo, odiandola e amandola allo stremo delle forze.

Come da un binocolo che prima rimpicciolisce troppo, poi rende abnorme. Per chi ha letto il libro e visto il film: ad esempio per riassumere niente casa in montagna o a Sestriere (ma in nome dell'unica volta in cui ci sono stata, trovo che sia in effetti inquietante, proprio come nella visione-shining di Costanzo), ma parecchi amici che invece la casa ce l'avevano e sciavano con regolarità. Oppure niente salotti, mobili antichi o divani in pelle ma ancora molti amici che invece ce li avevano, e io ci andavo e via così in eterno.

Far parte di tutto senza mai sentirsi al proprio posto da nessuna parte. E poi gli anni che scorrono davanti, come il Po, dove i torinesi vanno a riprendersi o a sparire per sempre. Gli anni Ottanta, quella foga, quell'ambizione, quelle feste. Con il grandioso Filippo Timi nella parte del clown diabolico portatore di presagi. Gli anni Novanta, con quei vestiti, gli imbarazzanti vestiti, le feste sempre più angoscianti, la musica, il ragazzo che non vuole darti il bacio. Una Torino fredda e piovosa che rimane in un angolo a spiare la violenza del liceo. E poi l'età adulta. Capire dove si rifugiavano i sentimenti, scoprirli nelle lacrime più insospettabili, ma che non bastano mai a legare davvero, che volano via evaporando subito. Un'età fatta di panchine, viaggi di solo ritorno, telefonate senza senso, sguardi sconosciuti e il corpo che si contorce e si trasforma.

Ho trovato gli attori - pronti a reggere tutto questo - bravissimi e giusti. Le facce mi hanno acceso qualcosa dentro, come una consolazione, come per dirmi che si può anche lasciar trasparire, ad esempio, un po' di dolore. Che questa città ti passa alla nascita come il braccialettino della nursery.

Ho sentito dire e scrivere un po' di tutto su questo film e sul libro. Si sprecano commenti e insinuazioni su Costanzo, sulle raccomandazioni, su Giordano, sul fatto che il libro sia brutto, costruito dagli editor o, espressione supremamente fastidiosa, "a tavolino". A me viene da pensare due cose: e se anche fosse? Non me ne fregherebbe niente. Seconda cosa: sfido chiunque a sedersi al tavolino e pensare a una storia così, con emozioni così che ti puntano come lame alla schiena. A entrare così a fondo nella nostra vita, negli sguardi e nei respiri di questa città che all'occorrenza è il più cupo e spietato dei teatri dell'orrore.

Un'ultima considerazione: davvero impeccabili gli attori-bambini. Tragico quel tunnel del Valentino, che ha terrorizzato generazioni di sabaudi. Perfetta Isabella Rossellini nella parte della madre di Mattia. E davvero incisiva la bambina che interpreta Michela.

domenica 23 maggio 2010

Tazzina-movies.

E per finire in genialità la settimana, ecco questo monologo di Woody Allen. Da Hannah e le sue sorelle. Chi più di lui ha saputo ritrarre crudamente la realtà e ridere della realtà e scongiurare la realtà e immergersi dentro la realtà senza mentire mai?