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venerdì 24 marzo 2017

Poetry cafè.

Rupi Kaur, milk and honey, Tre60 - Tea


Milk and honey di Rupi Kaur è un libro di poesie illustrate dall'autrice stessa, che firma anche la copertina, ed è molto bello. 

Intendo: un bellissimo oggetto letterario che, nella cultura dell'immagine odierna, basterebbe ad acquisire valore in sé. 

Questo libro però ha diversi aspetti in più da considerare, oltre alla pura bellezza. E ringrazio la casa editrice per avermelo inviato in lettura perché è stata un'esperienza interessante.

Uno di questi aspetti è la storia particolare dell'autrice. Si tratta di una ragazza indiana naturalizzata in Canada, dove ha compiuto studi universitari.

Fino a qui, niente da rilevare. Dopodiché, Rupi Kaur, appassionata di arte e scrittura, ha cominciato a postare i suoi lavori sui social, in particolare su Instagram dove in poco tempo ha conquistato un milione di follower.

E fin qui, niente da rilevare. No scherzo, il particolare è proprio questo. Si tratta di un cosiddetto caso editoriale nato dal web e arrivato ovunque. A quanto si legge dal risvolto di copertina, questo suo primo libro - inizialmente auto-pubblicato - è rimasto per nove mesi ai vertici della classifica del New York Times. Ed è in corso di pubblicazione in tutto il mondo. 

Ma com'è il libro? E cosa c'è dentro? 

Ci sono tante poesie lunghe o corte la maggior parte corredate da una bella e incisiva illustrazione in bianco e nero. Le opere letterarie, tradotte da Alessandro Storti, sono suddivise in sezioni: il ferire, l'amare, lo spezzare, il guarire.

Il ferire è la sezione più dura: le poesie parlano di violenza sulle donne e fanno molto male, sono lucide, vere. 

A me è piaciuta un po' di più l'ultima parte, ma non faccio testo: a scuola ero di quelli che preferivano il Paradiso all'Inferno (e pure adesso, lo ammetto).


il mondo 
ti dà
tanto dolore
ed ecco che tu
ne fai oro

- non c'è cosa più pura


Questa piccola poesia appartiene alla mia sezione preferita, l'ultima, quella delle poesie più luminose, fiduciose e naif, quella che alla fine mi ha colpita, per la tenerezza e il coraggio. 

In generale, sono poesie dirette, potenti, semplici. Volendo essere cinici: ingenue. 

Personalmente, non so giudicare e men che meno capire se un lavoro artistico o letterario sia buono perché di successo o viceversa, insomma, non ho preconcetti. Alcune poesie le ho trovate stupende e sapienti altre stucchevoli. Il libro in generale mi ha colpita e intrattenuta: non so se resterà nella storia della letteratura mondiale o in quella del web. Ovvero non so se il numero dei follower e dei compratori decreti per davvero il successo di un libro. C'è chi lo sostiene. Non mi annovero tra questi.

Ho conosciuto molti autori e spesso quelli che vendevano tanto lo meritavano (secondo il mio gusto) altrettanto spesso no. 

Quello che davvero ho apprezzato in questo libro è l'audacia e la voglia di scrivere tutto, tanto, amorevolmente. L'autrice è un'artista pura, secondo me, e lo è in modo fresco e spontaneo. Sono quelle le creature con cui, letterariamente, di più mi sento affine.

Spero la lettura vi coinvolgerà come ha fatto con me!


la tua arte
non sta nella quantità di gente che
apprezza la tua opera
la tua arte
sta nel fatto
che il tuo cuore apprezzi la tua opera
che la tua anima apprezzi la tua opera
sta nella tua onestà
verso te stesso
e non
devi mai
barattare l'onestà
con l'immedesimazione

- a tutti voi giovani poeti



lunedì 6 febbraio 2017

Poetry Cafè



Torna una delle rubriche nuove e al tempo stesso vintage di questo blog. Una poesia per cominciare bene la giornata (anche se è già mezzogiorno!). Questo lunedì ho ripreso dalla mia libreria questa poetessa americana di inizio Novecento (nata l'8 febbraio 1911). 

Una poesia sulla "buona creanza" o per meglio dire uno spiraglio sui valori "di una volta" espressi dai ricordi di una bambina legati al nonno. 



La buona creanza

Per una bambina del 1918

Il nonno mi disse,
seduti a cassetta:
"Non ti scordare mai di salutare
chiunque incontri, dammi retta".

Incontrammo uno sconosciuto a piedi.
Il nonno si tocco il cappello col frustino.
"Buongiorno, signore. Buongiorno. Bella giornata".
L'ho detto e ho fatto un inchino.

Poi raggiungemmo un giovane del posto
con la sua cornacchia addomesticata sulla spalla.
"Offri sempre un passaggio a tutti;
non dimenticarlo quando sarai grande"

disse il nonno. E così Willy
salì con noi, ma la cornacchia
volò via con un gran "Gra!". Mi preoccupai.
Come faceva a sapere dove andare?

Ma volava un pezzetto alla volta
da un palo all'altro della staccionata:
e a ogni fischio di Willy rispondeva.
"Bell'uccello" disse il nonno

"e ben addestrato. Vedi, risponde
a tono quando gli si parla.
Il che è buona creanza, uomo o bestia.
Badate bene di farlo anche voi due".

Quando passavano le automobili,
la polvere nascondeva il volto della gente,
ma noi a gridare:"Buongiorno! Buongiorno!
Bella giornata!" con voce squillante.

Una volta arrivati sotto Hustler Hill.
il nonno disse che la cavalla era stanca,
così scendemmo tutti, proseguendo a piedi,
come esigeva la buona creanza.


lunedì 23 gennaio 2017

Poetry Cafè

Eugenio Montale, Ossi di seppia, Mondadori

Sono contenta di riportare in auge una vecchissima rubrica vintage di questo blog! Poetry Cafè! Una poesia per dare respiro alle giornate piene di scadenze.

Non saprei spiegare, soggettivamente, cosa rappresenta per me la poesia. Immaginate qualcosa che vi fa stare molto bene, come una mattina fresca ma con il sole. Per me la poesia è questo. E se devo dirne una che più si avvicina a questa idea di felicità semplice, ma ricercata (perché in fondo quelle giornate belle sono rare) è I limoni di Montale.

Chi l'ha letta senz'altro ne ricorda una prima volta sui banchi di scuola. Per me è così. Un ricordo lontano ma ancora vivo, di promesse di futuro, le luci del pomeriggio che filtrano dai vetri dei corridoi, l'odore della cancelleria e della macchinetta del caffè e parlano di come sarai, di ciò che ti aspetta. Eccola qua, sperando faccia bene al vostro lunedì. 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

lunedì 14 marzo 2016

Tazzina di Sakè


Amy Tan, La figlia dell'aggiustaossa, Feltrinelli


Questa è la seconda "puntata" della rubrica dedicata alla letteratura orientale: #TazzinaDiSakè. Sono molto contenta di poter parlare sia di un libro (che ho acquistato qualche mese fa perché mi sto interessando alla cultura cinese) e di un film che ho visto due sere fa, affittando il DVD in biblioteca.

Mi fa piacere che tra questo week end e il prossimo a Torino sia in corso anche un bel Festival proprio dedicato all'Oriente, lo segnalo per chi potesse passare, l'anno scorso sono andata e mi è piaciuto, seppure l'atmosfera sia molto caotica e dopo un po', per chi non ama la folla, può risultare pesante: va affrontato con calma zen, per l'appunto. Comunque ecco qui tutte le informazioni! 

Il film si intitola Poetry. 

Il regista è Lee Chang-dong e nel 2010 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes. 
Con il romanzo La figlia dell'aggiustaossa di Amy Tan, questo film ha alcune cose in comune. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 2001 e racconta la storia di Ruth, una donna cinese solo di nascita ma americana di adozione, che vive a San Francisco con il compagno Art e le due figlie adolescenti di lui. 

Ruth di lavoro fa la "librologa" ovvero la collaboratrice editoriale e la ghost writer: è una donna pragmatica e organizzata, seppure soggetta a bizzarre patologie, come un mutismo improvviso che la coglie tutti i 12 di agosto di ogni anno. Da sempre si guadagna da vivere senza troppo lamentarsi e si occupa del conflittuale rapporto con la madre - che invece è rimasta molto ancorata alla tradizione cinese - LuLing Young. Tutto procede tra le noie e le stravaganze di una normale vita occidentale dei giorni nostri, tra corsi di yoga intensivi e saggi sull'influenza dell'Internet sulle nostre esistenze, autori troppo eccentrici cui fare da balia e i molteplici impegni della quotidianità, quando LuLing, da sempre in ostilità con la figlia, comincia a dare i primi segni di Alzheimer. 

In questo c'è una forte analogia con il film, la cui protagonista invece è Mija, una signora coreana di sessantasei anni che si occupa del nipote adolescente, dipendente dalla televisione, trascurato e chiuso in se stesso, perché la figlia, assente sia fisicamente che psicologicamente, non riesce a farsene carico da sola. 

Amy Tan, l'autrice della Figlia dell'aggiustaossa, a questo punto del romanzo affonda le mani nella tradizione della sua stessa terra natale e fa sì che Ruth, alle prese con le proprie ansie e conflittualità emotive, riscopra un libro scritto dalla madre dove trova narrato un mondo completamente diverso dal suo, ricco di nomi evocativi e un lingua di caratteri - Preziosa Zietta, Bocca della Montagna, Cuore Immortale - e soprattutto un personaggio misterioso: l'aggiustaossa. Scoprirà del magico inchiostro che produceva la sua famiglia e del significato delle ossa oracolari. E l'avventurarsi in questo mondo antico fatto di Madri e Padri e rituali dimenticati rimette a posto le prospettive del suo nevrotico presente.

Anche Mija nel film a un certo punto compie una scoperta. In questo caso, il disvelamento è tragico, un crimine di cui si macchia l'inconsistente e viziato nipote. Parallelamente al dramma, però, Mija, che vive di un piccolo sussidio, proprio come la mamma di Ruth del romanzo, e di un lavoro faticoso come badante, si iscrive a un corso di poesia nel centro culturale della cittadina in cui abita con il ragazzino. Le indagini e i traffici poco chiari relativi alle colpe del ragazzo - che ha a che fare con il suicidio di una bambina della sua stessa scuola - procedono di pari passo con le lezioni di poesia. 

Fino a che Mija scopre fino in fondo il significato di un gesto creativo che è molto più di un semplice diletto: scopre che la poesia è qualcosa di assoluto e profondo e finalmente riescerne a scriverne una, forse l'unica della sua vita, realizzando il desiderio di sempre: essere una poetessa. 

Lo sguardo che gli artisti orientali sanno dare alle storie e alla vita in queste due opere arriva a un compimento importante. 

Consiglio questi due lavori a chi sa bene quali e quante sono le difficoltà della vita.

Consiglio però questi due capolavori anche a tutti quelli che sanno quanto l'arte, la letteratura e la poesia siano tesori cui attingere proprio in quei momenti. Nei libri, nei film, nelle poesie - e nelle altre arti - spesso sono nascosti i segreti su come fare ad affrontare tutto quel che c'è da affrontare.

giovedì 22 novembre 2012

A una lumaca.


Marianne Moore, Le poesie, Adelphi


Chiudete gli occhi e immaginate qualcosa di importante. Non dovrei dirlo, ma fidatevi di me. 

A una lumaca è il titolo di una delle poesie più piccole e più belle di questa raccolta. Che mi è saltata tra le mani ieri, dopo tanto tempo che non la aprivo più, per caso, come la gran parte delle cose importanti della vita, o forse no.

Ho letto infinite volte alcune di queste poesie. Al punto che è stato facile ritrovarle nella memoria perché le avevo segnalate anche bene, con i post-it, con le sottolineature, lasciandoci dentro piccoli parafernalia: una foto in bianco e nero, un biglietto di teatro, con una data che coincide proprio forse con il momento in cui devo aver abbandonato alcuni dei miei libri in un angolo, convinta del contrario. 

Su questo poi c'era già pronto sulla copertina il cerchio tondo lasciato da una tazzina, si vede che già leggevo bevendo caffè, come molti, a dire il vero. 

Ho amato queste poesie (tanto quanto quelle della Szymborska). Con la stessa curiosità, la stessa ricerca di nutrimento, di sortilegio buono.

Mi ricordo ora e all'improvviso, mentre scrivo, di essere stata anche una lettrice più austera, più composta, più lieve. L'incanto che si creava tra le parole e la mia mente, e gli occhi, era di una qualità diversa. C'era un contegno sacrale, vestale, orientale in quello che facevo. Chissà se è capitato ad altri. Adesso ho più un atteggiamento da festa, da party, prendo il libro come un gioco, un diletto. Chissà se è normale. Chissà. Niente contro le feste, eh. Anzi. Forse ce ne sarebbe molto più bisogno.

Questi versi (non in rima e lo si chiarisce bene nella poesia dal titolo - ah, che titolo - Il passato è il presente, dove la Moore parla di Abacuc e lo fa come un ruscello di fonte cristallina) avevano un potere su di me incredibile, ipnotico, ipnagogico anzi - ovvero tipico di quelle immagini che sopraggiungono alla mente poco prima di addormentarsi. 

Leggevo questi versi superiori, eleganti, ironici, coltissimi e poi di colpo elementari, chiari, come scritti su un quaderno di un bambino. E pensavo, pur non conoscendola, poiché è nata nel 1887 nel Missouri, vorrei essere lei, e con tutte le mie forze. Anzi, di più, vorrei che queste parole fossero le mie. E così, in un certo senso, è stato, perché alcune me le ricordo ancora a memoria. Ritrovare i propri libri della vita è la cosa più formidabile mi sia capitata, tra quelle belle. Come una finestra che si apre sul tuo vero paesaggio. 

Ma poi, i titoli.

La mente è una cosa che incanta. Oppure Eppure. O ancora. La logica e "Il Flauto magico". O anche: "Digerisce durissimo ferro".

E ho anche ritrovato, è qui, è qui!, quel verso che credevo fosse della Szymborska, che ho sempre conservato da dire, che ho sempre detto a me stessa o agli amici quando ne avevano bisogno:

"come Pilgrim, costretto ad andar piano
a trovare il suo rotolo; stanchi ma pieni di speranza - 
non essendo speranza la speranza
finché non sia svanito ogni motivo 
di speranza; e indulgenti, pronti a considerare
l'errore del proprio simile
col cuore di una madre - 
donna o gatta".

Donna o gatta in effetti non me lo ricordavo, neanche Pilgrim, ma la parte in mezzo della speranza sì, eccome. La poesia in questione si chiama L'Eroe. Niente meno. 

Le parole, come le usa Marianne Moore. In un modo in cui, dopo averle lette, ti senti un genio. Ti senti al sicuro. Ti senti figlia e madre e saggia e, oddio, anche gatta, a quanto pare. Scusate.

Il lettore di questi versi si sentirà comunque baciato, dalla fortuna, depositario di rivelazioni piccole, luminose o filosofiche. Sì, è filosofia, è lavoro, è poi anche istinto purissimo, sembra di stare di fronte al lago più azzurro del mondo. 

Poesie come discorsi, ciascuno su qualcosa di importantissimo, qualcuno di un difficile da stare male, altri leggeri come piume sulla guancia. 

"Cagnolino che corri per il prato ad addentare la biancheria / e sostieni di aver preso un tasso". 

Dolcezze infinitesimali che arrivano magari dopo una discettazione magniloquente sulla critica letteraria, nella stessa poesia, che si chiama Cogliere e scegliere. Consigliatissima. 

Caramelle, a volte. Ma di quelle nutrienti. Un po' da farmacia dello spirito. Anzi, no. Di quei frutti piuttosto che ti vai a staccare nei boschi, rischiando di morire. E poi invece si scopre che sono i più vitaminici. Vitamine per la mente. E, ne sono convinta, anche un po' per il cuore e per i muscoli. 

Perdonatemi. Per tutto questo amore. Ma lo dice la Moore stessa, nella poesia dal titolo Voracità e verità a volte sono interdipendenti.

"Si può - lo so - essere perdonati,
si può, per un amore senza fine".

E siccome abbiamo iniziato piano, con una lumaca. Finiamo leggendocela tutta:

To a snail

"Se 'la concentrazione è il primo dono dello stile',
tu la possiedi. La contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
Non già l'acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell'assenza di piedi, 'un metodo di conclusioni';
'una conoscenza di princìpi',
nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale".


Dopo, ti senti un genio. Ti senti felice.

sabato 19 maggio 2012

Un poeta alla radio!



Foto di Umberto Schirosi.

Buondì! Oggi a Flash Papers su Radio Flash 97.6 dalle 18 alle 19.30 avremo ospite UN POETA. Sorpresa, non vi dico chi è, ma insomma, è un fantastico poeta e siamo tutti contenti. Compreso Mike, il microfono numero 4 della radio che qui sotto ha voluto raccontare proprio di quella volta che in radio è arrivato un poeta...


Mike #6

E quindi eccoci qui. Nella radio dove vivo, da dove vi racconto queste vicende radiofoniche. Dopo l’inventore di fiori per bambini, il fisarmonicista Abramo, e tutti gli altri, pensavo oggi di dirvi di quella volta che di qui è passato un poeta.

Durante la scaletta mi era preso il panico. Gli speaker si esaltavano con questa cosa del poeta. Il problema mio era che, in quanto microfono, mai avevo sentito nominare prima una simile parola. Poeta, mi sembrava il nome di una pianta (tipo petunia) o di un insetto (non so perché, mi faceva pensare al bombo, quell’animaletto verde smeraldo brillante che vola d’estate) o di un edificio instabile, come una palafitta. Mah. Spero che vorrete perdonare le mie fantasie da microfono, come sapete, non sono altro che un dispositivo di trasmissione del suono, in certe cose non ci arrivo proprio.

Comunque la fortuna è dalla mia parte, sempre, in qualsiasi circostanza, l’avrete capito.

E anche quella volta la dea bendata, che voleva chiaramente aiutarmi a scoprire cos’era un poeta, mi aveva fatto capitare sotto il naso (cioè sotto la graticola argentata, questa qui, da cui sento le cose diciamo e da cui passa l’aria) un pc portatile, sulla pagina di Wikipedia alla voce poeta

(A quanto pare non ero il solo a non sapere di chi o che cosa si trattasse).

Disambiguazione - Se stai cercando altri usi della parola Poeta, vedi Poeta.

E ho pensato. Ah, ok. Cominciamo bene, anzi male, malissimo.

In senso stretto un poeta è uno scrittore di poesie. Il sostantivo deriva dal verbo greco ποιεω (traslit. poieo), il cui significato letterale è "fare".

Quindi? Come dire che un “giornalista è uno scrittore di giornali”. Boh. Allora poetare vuol dire fare. Vabè.

Ne sapevo meno di prima, e il poeta, il tizio, il fattore, facente o che dir si voglia, stava per arrivare in radio. Era questione di minuti. Non che alla fin fine mi importasse sul serio eh, però la curiosità, non so, mi stava logorando l’anima. Tanto per farvi capire.

Quindi ho continuato a leggere, con la vista annebbiata dalla tensione:

 I primi poeti declamavano le loro opere oralmente, accompagnandosi con la musica, come già Omero, il poeta più famoso dell'antichità. Nel mondo greco e romano sono comunque molti i poeti degni di nota.

Quindi sto poeta è come gli speaker amici miei che parlano e poi mettono la musica. Infine è come un tale Omero e generalmente opera in Grecia e a Roma. Quindi qui a Torino com’è la situazione-poeti? Niente?

Seguiva, su Wikipedia, una sterminata “lista di poeti della Grecia antica e moderna”.

Niente, la Grecia ritornava un po’ troppo sovente in questa descrizione. Da cui ho capito che il posto dove è nata questa cosa della poesia oggi sta colando a picco, mi domandavo se ci fossero correlazioni ma ho lasciato stare.

Insomma, poi lui, egli, è entrato nella stanza. Il poeta. La cosa divertente è che era un tizio normalissimo, vestito più o meno decente, credo, e si è messo qui vicino a me.

Mah. Era uno veramente indecifrabile. La sua faccia attonita non aggiungeva nulla alla definizione di Wikipedia. Chi sei esattamente? Avrei voluto chiedergli. Ma me ne sono stato zitto.

Poi, finalmente, si è messo a dire le sue cose, queste cosiddette poesie.

E vedevo che la gente intorno cominciava a ridere, qualcuno a piangere, altri a corrugare la fronte in un pensiero che prendeva vita sulla pelle, sulle rughe, sulle ciglia.

E fu così che ho capito cos’era un poeta

Un poeta era come una pistola caricata a parole anziché proiettili che suscitava sentimenti nelle facce degli altri e che, anziché uccidere, li teneva tutti in vita.


giovedì 2 febbraio 2012

Wislawa Szymborska.


Vista con fiocco di neve.


"Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
nasciamo senza esperienza,
moriamo senza assuefazione".

(Wislawa Szymborska da Nulla due volte - Vista con granello di sabbia -  Adelphi)

Un piccolo saluto alla grande scrittrice, premio Nobel, illustre, inarrivabile esperta e mai assuefatta di parole che cambiano la vita e di poesia.


domenica 29 gennaio 2012

Vascello fantasma.


Quando ti vedo al mattino aprendo la finestra non sono né contenta né triste, sono solo normale, in quel momento mi accorgo di esistere da qualche parte.

Noi andiamo avanti lentamente come se avessimo una destinazione, e non l'abbiamo, eppure siamo molto concentrati. 

D'estate le foglie verdi aperte come mani ci rubano e restituiscono il sole.

Per fortuna in autunno siamo felici: perché è la nostra vera stagione. 

In primavera invece abbiamo paura. Tutto è troppo, troppo: e ci pare impossibile nascondere alla luce forte dei fiori colorati qualcosa che non sappiamo neanche capire . 

Aspettiamo il freddo, dove la nostra necessità di amore assomiglia a coperte, bevande calde, cibi cotti in pentola, luce di lampadine. 
E le parole si calmano sotto la neve.

Ma in ogni caso siamo sempre qui, come un vascello fantasma in mezzo alla città, qualsiasi cosa succeda navighiamo sotto il cielo bianco, di fianco alle piccole auto, di fronte ai palazzi diversi, che si domandano chi siamo e dove infine siamo diretti.






domenica 17 luglio 2011

Miracolo a colazione.















(...)

Alle sette un uomo uscì sul balcone.

Si trattenne un minuto sul balcone
guardando sopra le nostre teste, verso il fiume.
Un domestico gli passò gli strumenti di un miracolo:
un'unica tazzina di caffè
e un panino, che sminuzzò briciola a briciola,
la testa, se vogliamo, tra le nuvole - col sole.

(...)



Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, Adelphi.


Dalla raccolta Nord & Sud del 1946, la poesia Miracolo a colazione è più ampia di così, questo è solo un piccolo estratto. Però che bella. Una storia da scoprire leggendo, che riguarda briciole, miracoli, non-miracoli e caffè.

Buona domenica!



p.s. qui sotto, per chi fosse interessato, c'è il "vascello fantasma" questa mattina dal mio balcone.