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martedì 20 settembre 2016

Il Laboratorio Formentini compie un anno - intervista a Luisa Finocchi - Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori

In questi tempi di articolate discussioni sul futuro del libro e dell'editoria, sulla mancanza o sovrabbondanza vuota di spazi veri di crescita e progetto, sono contenta di raccontarvi del Laboratorio Formentini. 

Forse molti di voi lo conosceranno già, ecco comunque qui il sito.

Il Laboratorio Formentini ha sede nell'omonima via milanese ed è uno "spazio per la valorizzazione del lavoro editoriale", dove si tengono quotidianamente corsi, conferenze, mostre e incontri proprio sul tema dell'editoria. 

"Valorizzazione" è una parola importante. Dare valore a questo lavoro. Per me è un segno di speranza: questo infatti è un lavoro per pochi e fortunati che riescono a viverci ma è giusto ricordare che ci sono tante persone, la sottoscritta inclusa, che si occupano di editoria e letteratura da anni, hanno superato esami e lauree e master e lavori di ogni tipo a pieni voti ma cui manca questa cosa: il valore. Dicono che sia una cosa da imparare a darsi da sé, ed è pure vero, ma è altrettanto giusto che ci siano spazi e istituzioni pronte a riconoscere la validità e il senso delle attività legate al libro, dalla scrittura alla promozione, dalla stampa al digitale. Sapere che esistono spazi dove dare dignità al lavoro e un luogo dove leggere, scrivere e studiare è allora incoraggiante. Siamo abituati infatti a prestare la nostra manodopera gratis, a sottostare a logiche che ci sfuggono e a scoraggiarci. E in questo delirio facciamo fatica a vedere forse i varchi che si possono aprire.

Invece tocca inventarseli qualche volta gli spazi. E il Laboratorio Formentini è in questa ottica un precedente significativo, qualcosa che prima non c'era. Spero davvero che nascerranno presto e in fretta altre realtà simili e anche in altre città.

C'è da aggiungere che domani il Laboratorio Formentini compie un anno e che nelle sue sedi ci sarà una festa ricca di eventi. Per questa occasione, mi è stato chiesto se volessi porre alcune domande a Luisa Finocchi che dirige la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e cui è affidata la gestione del Laboratorio. 



Ho accettato molto volentieri e qui di seguito c'è il risultato di questo breve ma spero interessante scambio. 
Un anno di vita in assoluto è breve, ma può risultare già significativo se si tratta di un calendario così fitto come è stato quello del Laboratorio Formentini. Domanda forse semplice ma doverosa: qual è il suo bilancio? Si aspettava una partecipazione così sentita? Quali sono state invece le eventuali criticità che ha riscontrato?
È' incredibile come il Laboratorio sia riuscito in così poco tempo a ritagliarsi una identità definita nel ricchissimo panorama delle offerte culturali milanesi:,questo è stato possibile da un lato perché si è posto come espressione di un distretto editoriale diffuso, attivo e vivace e dall'altro perché ha saputo da subito dare voce e a tutte le professioni che gravitano intorno al mondo editoriale - traduttori, illustratori, grafici, librai... - valorizzando il loro apporto. Non è dunque solo la quantità ma anche la qualità e la coerenza degli eventi e soprattutto la voglia di meticciare le competenze una delle ragioni del successo del Laboratorio. Certo bisogna imparare a lavorare insieme, cosa non facile certo, ma una sfida che vale la pena di affrontare.
Quando si parla di "futuro dell'editoria", le idee in campo sono sempre numerose e talvolta confuse. Pensa che uno spazio fisico permanente, come il Laboratorio Formentini, possa aver anticipato un'esigenza invece di maggiore concretezza ed essenzialità? "Meno parole vuote e più momenti di incontro" può essere uno slogan adeguato?
Il Laboratorio è il primo, e finora unico, spazio in Italia in cui si parla esplicitamente di editoria. Vale a dire che, di incontro in incontro, tutti gli operatori della filiera hanno la possibilità di fare sentire la propria voce, raccontare il proprio lavoro, condurre seminari. La cosa più bella di questo anno è che, se c’è stato un posto dove il mondo editoriale ha potuto, da una parte, formarsi e, dall’altra, ragionare su se stesso, le proprie contraddizioni e le prospettive, questo è stato il Laboratorio. Mi piace pensare che non si tratti di un posto dove si fanno presentazioni o si discute: ma che sia un posto dove si lavora.
Come è stato l'impatto sulle scuole? Quanto i ragazzi hanno potuto comprendere e "sfruttare" le molte possibilità offerte dal Laboratorio in questo anno di attività?
Le scuole hanno partecipato moltissimo, sia a livello numerico che per quanto riguarda l’impegno. Abbiamo fatto molti incontri, cercando di stimolare i ragazzi su questioni – quelle editoriali – che sono fondamentalmente loro ignote. La risposta è stata straordinaria e fa ben sperare per il futuro: sono curiosi, attenti e guardano al mondo dei libri come a un mondo affascinante, misterioso e dunque degno di essere esplorato. Naturalmente, perché tutto questo funzioni, c’è bisogno di istituti e professori che li sostengano, li pungolino e ci aiutino a far loro arrivare il messaggio che quello dei libri e dell’editoria è un mondo che li riguarda.

In che modo realtà digitali come blog letterari, community di lettori e altre forme di cultura veicolate dal web possono secondo lei incontrare il mondo fisico e "reale", collegato al territorio, come quello rappresentato dal Laboratorio Formentini?
Sono in tutto e per tutto, ormai, un ramo del lavoro editoriale come le agenzie, i traduttori, i grafici… basti pensare che, ormai, è il web la vera piazza dove si discute maggiormente di libri, e che la maggior parte delle recensioni più autorevoli si trova lì. Blog e communities sono anche, per un autore, un ottimo canale di promozione e discussione. Abbiamo invitato al Laboratorio, e ancora inviteremo, persone che animano il web letterario: è da loro che vogliamo un’opinione sul futuro della comunicazione letteraria, ed è fondamentale che si incontrino con operatori della filiera – i quali hanno sete di capire quali saranno le dinamiche di comunicazione di domani, perché è sul web che si giocherà la partita.


venerdì 6 maggio 2016

La bellezza salverà il mondo - BWSTW - intervista a Valentina Coccia.

La bellezza: quanti articoli su questo argomento avremo letto nella vita? Se penso a me: tanti. A volte mi dico: troppi! Oppure, a seconda dello stato d'animo e del periodo del mese: troppo pochi! In ogni caso, su questo spinoso tema ci sembra di sapere tutto. Cosa indossare, come truccarci, come tagliare i capelli. E allora perché molte di noi si sentono perennemente inadeguate? La domanda è seria. Aumentata in modo esponenziale, si sa, dai mille strumenti che ora abbiamo a disposizione per ritoccarla, dall'intramontabile Photoshop ai filtri dei vari Instagram o Snapchat di turno, la bellezza sembra lampeggiare ovunque, in ogni angolo non solo delle città reali ma anche da quelle virtuali: i social network. E allora perché, riformulo la domanda prima di tutto a me stessa, ci sentiamo così a disagio, ancora oggi, con il nostro corpo? Da quando ho conosciuto, per puro caso, Valentina Coccia, forse ho intuito che la risposta si avvicina a una parola chiave: consapevolezza. Ho conosciuto Valentina perché avrei dovuto partecipare, come blogger, a uno dei suoi corsi ai MagazziniOz di Torino (una realtà molto bella da esplorare) per poi raccontare l'esperienza sul mio diario di bordo virtuale. La data di quel corso però è saltata e, in attesa di partecipare al prossimo workshop, sono diventata sempre più curiosa. Ho cominciato a leggere il sito e il blog di Valentina, che è romana di adozione ma si sposta spesso per tenere i suoi corsi in diverse città italiane, e il titolo del corso: Consapevolezza Estetica, mi ha così tanto colpita che ho deciso di contattarla per farle qualche domanda. In particolare, volevo saperne di più del suo metodo dall'acronimo d'impatto: BWSTW (Beauty Will Save The World). Al telefono, Valentina ha una voce serena e tranquilla. Posso intuire che lo sia davvero dalla pazienza che ci mette nell'ascoltare le mie perplessità. Mi chiedo infatti come possa una persona che per tutta la vita si è sentita goffa e impacciata, e lo è ancora nonostante ormai sia adulta, imparare a vedersi bella. E cosa questo comporta, quali cambiamenti. Comincio però con una domanda tecnica: Cos'è il metodo BWSTW, e come è nato?

Il metodo BWSTW è un percorso di Consapevolezza Estetica sviluppato in tre Moduli. Si basa su un motto generico che è “essere belle è molto più semplice che essere perfette” e in onore di questo racconta dei quattro Segreti utili per riconoscersi, esprimersi e valorizzarsi nella vita di tutti i giorni. Io nasco esperta di marketing del Lusso e Consulente di Stile. Ho esercitato per lungo tempo entrambe queste attività sentendomi però in essenza sempre un pesce fuor d’acqua. Non ho mai aderito con piacere a certi linguaggi aggressivi, a certe dinamiche di competizione femminile propri del mondo dell’immagine; e soprattutto ho sempre vissuto con grande conflitto il peso degli stereotipi della Bellezza come Perfezione che ho visto causare, in primis a me, un continuo senso di frustrazione e inadeguatezza.

(Qui ho avuto un moto di riconoscimento: ecco, è come mi sento io, da sempre e nonostante sia ormai una persona adulta n.d.r.).

Mi sono sentita per lungo tempo ingabbiata come in un bozzolo, e guardandomi intorno ho riconosciuto questa sensazione anche nelle altre donne. Ma i bozzoli si sa, sono luoghi di metamorfosi, e quindi propedeutici al cambiamento. Un giorno mi sono detta che potevo fare qualcosa di buono di tutta l’esperienza che avevo accumulato. E ho deciso di dedicarla “alla trasformazione” come rivelazione e non come contraffazione, delle Donne.

Così è nato il metodo BWSTW. Non a caso parliamo di Consapevolezza Estetica e non di Consulenza di Stile. I tre moduli, infatti, che poi non sono altro che laboratori di mezza giornata l’uno molto interattivi e divertenti, hanno alcune caratteristiche importanti: l’approccio è formativo e non didattico. Non c’è nessun guru che dall’alto del suo sapere corregge il corpo o la personalità estetica di nessuno. In media i fashion blog, i format televisivi, così come la narrativa disponibile al riguardo ricalcano tutti lo stesso linguaggio. Esiste una regola – un modello – una bellezza e per raggiungere quanto più possibile questi risultati si cerca di “modificare” o “coprire” i difetti della persona. In realtà, durante i Corsi BWSTW quello che avviene è che si condividono, invece, le tecniche e le metodologie proprie delle materie della Consulenza di Stile direttamente con le Donne, per far acquisire loro il procedimento e la ratio e renderle autonome nella vita quotidiana. In poche parole non ci interessa definire l’outfit perfetto per l’occasione X o Y secondo i dettami del most trendy , ma trasformare le Donne in consulenti di se stesse, in modo che capiscano il come più che il cosa. L’obiettivo è sempre quello di focalizzarsi sui punti di forza e non sui difetti. Nella quasi totalità delle mie sessioni ho sempre riscontrato con grande sorpresa che le Donne conoscono a menadito i propri difetti ma a volte non sanno neanche di avere delle caratteristiche positive: sappiamo che siamo basse, o troppo alte, troppo magre, troppo grasse, che abbiamo le gambe adipose o siamo piatte, perché passiamo la maggior parte del tempo a concentrarci su come diventare Perfette. Dimenticandoci che essere Belle è molto più semplice. E nasce necessariamente dal riconoscere la propria individualità e le proprie peculiarità. Immancabilmente durante i Moduli BWSTW sono proprio le altre Donne a farci da specchio in questo esercizio di Rivelazione.
Il contesto è sempre empatico e centrato sull’autenticità. Attraverso esercizi e interazione si fa esperienza di una collaborazione, di una sintonia cui non siamo molto abituate. E soprattutto ci si “libera” dei fardelli della perfezione, alleggerendosi notevolmente.  

Cosa succede ai tuoi corsi sulla Consapevolezza Estetica, cosa si scopre e che tipo di donna può partecipare? 

 Non è assolutamente per fare marketing del mistero ma giuro che non si può spiegare! Potrei raccontare per filo e per segno i vari esercizi che si fanno lungo le quattro ore e niente potrebbe rendere l’idea di quale esperienza di scoperta sia. Ogni volta è diverso, ogni volta è nuovo, ogni volta è certamente arricchente. Per me di sicuro, credo anche per chi vi partecipa.
Posso certamente dire che scelgo ogni volta location che siano in grado di trasmettere il messaggio di Bellezza di BWSTW. E quindi già di per sé sono molto ispirazionali. E poi che il mood è molto “chiacchiere e caffè” (e non solo il mood visto che caffè, pasticcini e patatine non mancano mai).
Infine che forse si scopre il potere più grande, magnetico e contagioso della Bellezza.
Un antico imperatore romano soleva dire “Non conosco nessuno che dopo un complimento non si senta migliore!”. Ecco. Si fa esperienza di complimenti. Soprattutto a se stesse. E siccome ci si sente migliori, ci si sente in grado di dare il meglio. Perché quando ci sentiamo bene, non sentiamo il bisogno di fare del male. Non c’è un tipo di donna che possa partecipare o non. Questo Corso è per tutte le Donne con la D maiuscola. Che hanno il coraggio della verità. Non a caso mi piace fare riferimenti visivi spesso ad Anna Magnani. Non solo perché è Romana de Roma come me.
Ma perché disse a un truccatore: “Le rughe non coprirle. C’ho messo na vita a fammele veni!” .

Consapevolezza e identità: sono quindi le due parole che fanno rima con "bellezza”?

Mi piace partire sempre da una domanda. “Che cos’è la Bellezza”. Questa riflessione mette in crisi tutti. Tutti. Si può fare riferimento all’antica questione filosofica della bellezza come verità oggettiva o come gusto negli occhi di chi guarda. Si può entrare nel merito del fisico e finire nel metafisico. Ma difficilmente si ha una risposta chiara, secca. Allora io faccio riferimento all’etimologia. Sul Dizionario Treccani alla voce Bellezza si legge: “la bellezza è una specie di Armonia visibile che entra in realtà e penetra soavemente nello spirito umano (Ugo Foscolo)”. Non ci sono riferimenti a pesi, misure, non ci sono riferimenti a niente di concreto. Eppure emotivamente l’esperienza di godere della Bellezza è netta, nitida, da quando siamo bimbi a quando cresciamo.
Lo è addirittura oltre i popoli e oltre il tempo. Si pensi agli esempi del Classicismo greco, o alle meraviglie della Natura. Esiste quindi qualcosa che è molto potente, che è nel DNA dell’umanità, e di cui dobbiamo necessariamente riappropriarci. Questo percorso non è possibile se non si parte dalla verità, dall’autenticità. In questo senso sì, direi che Consapevolezza, Identità e Bellezza sono una triade inseparabile. Ci sono tre parole che io uso per definire la Bellezza secondo BWSTW.
Ma direi che ho già detto troppo: semmai le scoprirai al Corso!

Mi ha particolarmente colpita il percorso di Social Beauty: dalla consapevolezza della propria bellezza interiore ed esteriore le donne che hanno avuto difficoltà nella propria vita possono ricominciare a essere serene, a sentirsi bene e a costruire?

Credo che la Bellezza 2.0 di cui BWSTW vuole compiere la Rivoluzione (ovviamente culturale e a mano necessariamente disarmata :) per prendere distanza dalla deviazioni superficiali, ipersessualizzate, contraffatte e spacciate per Perfezione con cui siamo cresciute, abbia un vero e proprio potere salvifico. La Bellezza come Cura è un volano virtuoso di energia e creatività che può rimanere a livello individuale ma può investire interi gruppi e società.
Si pensi a come la Bellezza nella dimensione della cura della persona sia un’esperienza di dignità.
Si pensi a come riqualifichi l’individuo coccolare se stesso ed entrare in una dimensione di libertà, espressività, piacevolezza. Ecco io credo che questa esperienza non debba essere negata a nessuno e soprattuto che sia altamente terapeutica in quelle situazioni in cui la femminilità e l’identità vengono mortificate da eventi violenti ed esterni. I progetti di Social Beauty di BWSTW mirano a portare la Bellezza come riqualifica della dignità proprio in queste realtà, proprio alle Donne Differenti. Dal tumore alla violenza domestica, dalle carceri alla scuola, fino alle situazioni di confine e disagio sociale. A testimonianza di quanto ‘buono’ sviluppi ‘il bello’ ho avuto la fortuna di incontrare dei partner meravigliosi finora, e con ognuno di essi stiamo lavorando a vari livelli perché la Rivoluzione si compia. Tutte le info sullo stato dell’arte delle attività di Social Beauty di BWSTW sono sulla pagina facebook. Cui mi piace fare un richiamo anche perché come tutte le rivoluzioni ha bisogno di un cambiamento lento, dal basso, collettivo. Ecco perché esiste una Community BWSTW, che si ciba di Semi di Bellezza quotidiani. Su facebook abbiamo un contenitore sfaccettato: l’evento della settimana, il racconto della settimana, il posto della settimana nonché tutte le info sui Corsi, le partnership etc. Su Pinterest un mondo di riferimenti visivi alla filovia BWSTW raccolti dall’esterno. Su Instagram i fotoracconti di BWSTW: storie di bellezza senza parole, solo attraverso immagini originali, sul Blog i reportage approfonditi delle esperienze BWSTW.  

La bellezza è un seme che salverà il mondo: nel blog "Semi di bellezza" ci sono molti spunti ed esempi di bellezza anche "in viaggio". Come nascono i post?

Non te lo saprei dire. Così come non so rispondere a chi mi chiede come, quando, quanto scrivo.
Il racconto è una mia cifra espressiva. Attraverso le parole, attraverso le immagini. Un mio amico mi ha definita “la Donna che condisce la gente”. Ha ragione. Vedo, osservo e vivo tutto con un paradigma mentale di dipanamento del senso. Non so se così posso definirlo. Connetto i puntini, definisco svolgimenti, arrivo sempre a una morale della favola. Quindi condisco.
Sono una cantastorie ab origine insomma. La Bellezza è la morale cui irrimediabilmente arrivo.
Sono i miei occhiali. Il mio filtro visivo. Ho gli occhi foderati di Bellezza, ecco! Infatti non c’è soluzione di continuità praticamente tra ciò che vivo e ciò che scrivo. Nel blog come sui post su facebook. Pesco continuamente dai locali in cui finisco, dai viaggi brevi o lunghi che faccio, dalle persone che incontro, le storie che mi toccano, gli eventi cui partecipo. Credo capiti a chi non fa un lavoro ma è un lavoro. Se posso definire BWSTW un lavoro. E questo è anche un po’ il senso della Community BWSTW. La Bellezza come dimensione dell’essere e del vivere. Un grande contenitore di semi che partono dalle cose, tutte, che ‘per caso’ si fanno inciampare e riconoscere come segni.
Si, proprio segni. Io al caso non credo più. Credo piuttosto che come dice Benigni “c’è un presentimento di Bellezza nascosto ovunque” e che sta a noi scovarlo per ritornare sul percorso che segna il destino dell’umanità. L’elevazione. La dignità. Se i semi si piantano. Qualcosa di grande germoglierà.

Per chi fosse interessata a seguire i corsi di Valentina o a conoscere meglio il suo lavoro, ecco il suo sito. Buona lettura! 



martedì 12 maggio 2015

Non scrivere di me.

Livia Manera Sambuy, Non scrivere di me, Feltrinelli

Di recente ho letto un libro meraviglioso. Leggendolo, ho provato parecchie emozioni variegate, colorate e avvitate tra di loro con una bellezza e una grazia che mi hanno ricordato un'elica del DNA per quanto erano profonde e universali. Un libro che mi ha ricondotta alle mie passioni e al quale sono grata. Si tratta di Non scrivere di me: otto ritratti-incontri che la giornalista letteraria Livia Manera Sambuy ha descritto e narrato in un gioiello di scrittura e umanità (e dotato di copertina stupenda di Adrian Tomine). Le persone belle si vedono subito: ho ascoltato l'autrice in una presentazione di questo libro al Circolo dei Lettori di Torino. Sorrideva con garbo nell'attesa e quando ha preso il suo posto e ha cominciato a raccontare ha colpito tutti con la forza che solo le esperienze veramente importanti sanno avere.

Da Philip Roth a David Foster Wallace, da Mavis Gallant a Paula Fox (se fosse possibile scegliere, ma non lo è perché sono uno più significativo e struggente dell'altro, questo ritratto-incontro sarebbe il mio preferito) sfilano queste otto grandi personalità sotto la luce rispettosa e amorevole dello sguardo di Livia Manera Sambuy e regalano nuove scoperte. (Su alcuni di loro ho lavorato per la mia tesi di laurea e li consulto da anni come numi tutelari, ritrovarli vivi e umani e tutti insieme qui è stato come un piccolo regalo della vita!).

Leggendo, mi sono appuntata parecchie frasi, con l'intento di copiarle qui sul blog, ma mi accorgo che non ha senso: sono troppe. Il libro è così ricco di saggezza e di ironia che vi toccherà farne esperienza diretta e non tramite un filtro. 

Ho imparato nel tempo della lettura di Non scrivere di me così tante cose, ho ragionato così tanto e ho respirato così tanta aria pulita da provare un profondo senso di giustizia e di gratitudine. 

Essendo poi una persona particolarmente fortunata, ho ricevuto dall'editore Feltrinelli l'opportunità di scrivere all'autrice per rivolgerle alcune domande. Dopo aver letto di questi otto incontri, non mi sono osata di chiederle di vederci (ma se leggete il libro vi ricorderete che nella vita nulla è impossibile e non si sa mai!), e così le ho scritto soltanto una mail. In tempo record considerati i suoi molti impegni, Livia Manera Sambuy mi ha risposto. E ciò che ho letto, e che trovate qui di seguito, va oltre ogni mia più favorevole aspettativa. Ha scritto parole belle, utili, e commoventi (per me personalmente, lasciatemelo dire). Sono così contenta e spero che per voi lettori questa intervista possa rappresentare un momento piacevole e felice e infine un "mezzo per mettersi al sicuro", per citare le parole di Mavis Gallant in riferimento alla letteratura.


In Non scrivere di me, per la prima volta ha deciso di raccogliere le storie dei suoi incontri con alcuni degli scrittori che ha intervistato nel corso della sua carriera: che effetto le fa oggi questa scelta, mentre il suo libro comincia a circolare nelle mani dei lettori? Racconterà ancora di altri incontri con altri autori?

Ti confesso che mi fa un effetto imprevisto. Sapevo di avere scritto un libro “sui generis”, che ha pochi precedenti nella tradizione italiana: una lavoro che in America appartiene al genere “narrative non fiction”, ma che allo stesso tempo si discosta dalla regola per la presenza di un io narrante che fa da filo conduttore tra gli otto incontri/racconti. Dunque i miei otto ritratti di scrittori si leggono come otto racconti e allo stesso tempo come una velata autobiografia. La scelta stessa dei personaggi riflette qualcosa di molto personale: il mio criterio non è stato quello della loro fama in Italia - anche se Roth e Wallace sono celeberrimi, e celebri sono anche Ford e Fox. Ma dell'intensità dell’incontro. Di quanto, cioè, questi scrittori avessero comunicato in senso profondo alla luce della mia stessa esperienza di vita.

Non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato letto. Funzionava? Non funzionava? I lettori lo avrebbero capito? Sono stata col fiato sospeso fino a quando ho cominciato a ricevere i primi giudizi - una recensione straordinaria da parte di Vanni Santoni sul Corriere - e poi messaggi su Facebook, Twitter, e-mail, da parte di lettori spesso sconosciuti che erano entrati nel libro e non solo lo avevano capito, ma lo avevano capito meglio di me (come succede, credo, spesso). E’ stata un’esperienza bellissima.

Non so se scriverò un altro libro come questo. Non credo, proprio per i motivi che ho spiegato sopra. E allo stesso tempo, non posso sapere quali altri incontri mi aspettano, quali occasioni impreviste, quali scoperte.
"La critica non è scienza: non mi aspetto che i critici separino le loro emozioni da quello che recensiscono", ha detto David Foster Wallace nel corso del vostro incontro al McDonald's nella stazione di un'autostrada a sud-ovest di Chicago. In Non scrivere di me le emozioni legate alle relazioni umane che si creano con gli scrittori emergono con sobrietà, intensità e tenerezza. Anche il suo lavoro di giornalista letteraria - per certi versi differente da quello della critica, e diverso anche dal progetto del libro - le ha concesso sempre di tenere unite le emozioni e la scrittura o qualche volta ha dovuto privilegiare la "scheggia di ghiaccio nel cuore" tipica degli scrittori e mettere da parte sensazioni e sentimenti? 

Avere una scheggia di ghiaccio nel cuore, per uno scrittore, significa non guardare in faccia a nessuno: andare per la propria strada e se questo significa all’occasione ferire amici o figli o genitori, pazienza. Per un giornalista, significa, penso, la stessa cosa, ma nel senso di privilegiare l’informazione sul rapporto con il soggetto (che nel giornalismo serio non dovrebbe esserci comunque). Il giornalismo letterario è un caso a parte. In questo campo, sono rare le informazioni riservate che, se scritte, diventerebbero uno scoop. In ogni caso no, quella scheggia di ghiaccio non credo di averla. Un esempio per tutti: quando tempo fa è uscita la notizia che Philip Roth aveva smesso di scrivere romanzi - notizia a cui è stata data un risalto internazionale - lo sapevo già da  un anno e mezzo. Ma era stata una confidenza, una battuta al telefono. Ricordo ancora le parole precise: “Mia cara, è arrivato il momento di tirare giù la saracinesca e chiudere bottega". “Sei sicuro?”, gli ho chiesto. “Sicurissimo”. Era una conversazione privata. E ho preferito mantenere il riserbo. Cos’è un piccolo scoop in confronto a un rapporto di confidenza, amicizia e affetto?
C'è un autore che non ha ancora incontrato e vorrebbe incontrare? 

Oh certamente. In questa vita Alice Munro, anche se una volta abbiamo parlato a lungo al telefono. E in un’altra, Saul Bellow. Non sono sicura che quest’ultimo mi piacerebbe, di persona. Ma non c’è nulla che dia più soddisfazione che vedere i proprio pregiudizi smentiti. A me, almeno.
Dave Eggers ha elogiato il suo ritratto di Philip Roth con parole così belle da meritare la quarta di copertina del suo libro. Di Dave Eggers però non si parla in Non scrivere di me, mentre ricordo che lo ha citato durante la presentazione a Torino. Il dinamismo e l'impegno anche sociale dell'autore de Il Cerchio pensa possano essere di esempio per gli autori italiani, forse a volte ultimamente in alcuni casi un po' involuti e chiusi in se stessi?  

Dave Eggers è una persona eccezionale e dovrebbe essere un esempio per il mondo intero, non solo per i giovani italiani. Non soltanto è uno scrittore che ci ha dato libri importanti sperimentando temi e modi sempre nuovi: è anche un autore che ha riscritto le regole del gioco a modo suo, cosa che in un paese come l’America dove il successo è un prodotto, è molto difficile. Inoltre è un filantropo, anche qui, sui generis. Non gli basta finanziare fondazioni per aiutare i ragazzini che studiano con difficoltà e hanno situazioni famigliari difficili. S’impegna in prima persona a insegnare loro a scrivere, a fianco della moglie scrittrice Vendela Vida. Lui e lei portano altri scrittori di talento a fare altrettanto. Hanno creato una rete di altre dieci organizzazioni no-profit impegnate nello stesso scopo. E fondato due riviste letterarie, McSweeney’s per la fiction e The Believer per la non fiction, allo scopo di divertirsi incoraggiando nuovi autori. Il mio stesso capitolo su Roth, in Non scrivere di me, è uscito prima su The Believer. Ricordo che quando gliel’ho mandato (l’avevo scritto in inglese per fare un esperimento) Eggers ha risposto in meno di 24 ore con una mail che diceva “Fantastic”. Non conosco molte persone capaci di tanta energia, generosità e entusiasmo.

Domanda di rito ma per me molto preziosa: che consigli darebbe a un giovane intenzionato a seguire le sue stesse orme di giornalista letterario? E a un giovane aspirante scrittore?

Purtroppo sul giornalismo letterario devo essere pessimista. I giornali hanno sempre meno soldi e oggi viaggiare per incontrare un autore - non dico andare ai festival, ma essere soli con uno scrittore, andare a casa sua, e avere tempo a disposizione, anche per leggere i suoi libri e prepararsi bene - è un lusso che non esiste più. Ma è anche vero che ogni crisi è un’occasione di rinnovamento, e qualcosa di nuovo nascerà. Sarà lei, Noemi, a dirci come si farà giornalismo letterario in futuro.

Quanto ai giovani aspiranti scrittori il consiglio è uno solo: disciplina. Lavorare ogni giorno. Anche solo poche ore, non importa. Non si ha idea quando materiale si accumuli poco a poco se si scrive con costanza. E riscrivere, riscrivere, riscrivere. E poi - quando si è raggiunta una forma presentabile - mandare i capitoli a poche persone fidate, non scelte in base all’amicizia ma all’esperienza di lettura e alla capacità di giudizio. Ascoltare bene i loro commenti, ragionarci su, e riscrivere ancora. 

Il giorno che ho cominciato Non scrivere di me ho stilato le mie regole in inglese su un foglio, e ho appeso quel foglio sul muro accanto allo schermo del computer. 
Diceva: “Be serious, be honest, be true”.

giovedì 18 ottobre 2012

Intervista a Stefano Benni.


Stefano Benni, Di tutte le ricchezze, Feltrinelli.


Stefano Benni. Ho letto il suo ultimo scintillante e insieme commovente romanzo, e fin qui tutto normale. 

La cosa strana, ma bella, è che ho potuto rivolgergli alcune domande. 

La cosa ancora più bella è che ha risposto. Ed è tutto vero. Ha risposto con gentilezza e in tempi ultrarapidi. Ha risposto proprio a me: infatti ho dovuto rileggere queste risposte un po' di volte, perché stentavo a crederci. 

Stefano Benni.

Non ha bisogno di presentazioni. Di lui magari sapete già tutto. Una cosa che ho scoperto personalmente in più è che è anche molto generoso: si è ritrovato di fronte a questa sfilza di domande a raffica, da una cosiddetta blogger, immagino che avrà bonariamente sospirato, levando gli occhi al cielo e pazientemente si sarà messo a rispondere a tutte. Ne avevo a disposizione solo cinque, ma ho barato, ne ho provate a infilare cinquemila. E altre ne avrei volute fare.

Ero molto entusiasta. E molto, da queste risposte, ho imparato. Ho imparato qualcosa si di lui, sulla scrittura ma anche su di me. E sul web, sulla lentezza, sugli animali, sui segreti, sull'amore, sulla giovinezza, sulla responsabilità della parola, su chi è un blogger, su Keith Richard e sul cibo. Sulla fame. E queste risposte ora sono un tesoro prezioso da tenere stretto. Spero possiate ricavare un po' di meraviglia da tutto questo anche voi. Buona lettura!


Premessa: la contemporaneità saltella simpatica lungo quasi ogni riga in Di tutte le ricchezze. Ma al tempo stesso sembra di passeggiare in una fiaba incantata, una dolorosa, struggente commedia shakespeariana, un mondo di sogni, di leggende, di sole e di freddo, di storie raccontate e  immerse nella natura, animali saggi che consigliano, ferite, elfi, musica e bellezza. Sembra di stare dalla prima all'ultima pagina sia imprigionati nei giorni nostri, nell'ambiente "artistico" poi, che è quello che è, bello sì ma anche bieco, noioso e prevedibile (se non ci fosse il poeta Catena con il suo furore, i suoi valori e le sue dolci illuminazioni saremmo proprio perduti) che anche dentro una tenera danza d'amore, emozionante, in bilico sul tempo, quasi come se il tempo stesso non esistesse nemmeno più: e in effetti il protagonista, il professor Martin, rivive sensazioni che credeva dimenticate, grazie alla comparsa inaspettata di Michelle. Insomma, per farla breve, c'è Stefano Benni. Al suo meglio, all'ennesima potenza, che ci fa ridere come sempre con le lacrime e piangere ridendo e come lui ci riesce solo una bellissima giornata di sole con la pioggia. 

1) Perché era importante per lei ambientare questa storia così romantica proprio oggi, tra i nostri oggetti di uso quotidiano, nella nostra realtà virtuale (i "reality sciov", facebook che compulsa anche il cane Ombra!, l'Umbertofono-lettore mp3, yuou tube)?  Ha pensato per un attimo di ambientarla invece nel futuro, o nel passato, o è stata una scelta immediata? Cosa ne pensa dell'evoluzione rapida del mondo della rete che accelera giorno dopo giorno, gli ebook, i social network, i blog etc. etc.: crede che siano un limite o una possibilità in più, ad esempio, per la scrittura? Legge qualche blog quando ha tempo? Che tipo di blog le piacerebbe scovare? Ha un piccolo consiglio da darci, o anche solo una pacca sulla spalla, casomai passase da queste parti un aspirante scrittore o blogger?

Sono dieci domande in una, lei ha i tempi del web, io quelli della scrittura, e questa è già una prima risposta. Le velocità del web o la lentezza dei libri? Tutti e due insieme, direi, riflettendo sui loro doni e sui loro pericoli. Il web dà mille occasioni di scambiare cultura, è  amico dei  libri permette di discutere di passioni comuni, libri scoperti e libri odiati, un lettore mi può inviare, come mi è successo ieri, un messaggio sul mio libro dal Tibet, e io posso rispondergli. Ma il web è spesso frettoloso e si sparano giudizi in modo automatico, senza  informarsi troppo e senza curare i contenuti della scrittura. Dall'altra parte i libri si scrivono in molti anni, la parola diventa responsabile, cerca di essere profonda e di durare negli anni. Ma molti libri, oggi più che mai, sono operazioni di mercato frettolose e da consumare in pochi mesi, sempre più simili ai prodotti televisivi.  Quindi non ho consigli, ma una riflessione. È davvero necessaria la velocità alla scrittura sul web?. Se ci metto due giorni a scrivere una mail, sono un dinosauro o semplicemente voglio ottenere il meglio dalla mia scrittura? So dire qualcosa di più di "mi piace"?  In quanto agli ebook, il giorno che vedrò la gente camminare per strada ognuno col suo tablet che legge Gogol o Nabokov, beh sarà un grande momento, vorrà dire che finalmente ci sono più lettori. E un blogger cos'è? Non è  in fondo uno che crede profondamente  nelle parole?

2) Pensa che, come accade nel romanzo, gli animali abbiano qualche cosa da dirci? Che possano starci vicino quando ne abbiamo bisogno? Tenerci compagnia come degli amici veri? Metterci allegria? Metterci in guardia? Alleviare la nostra solitudine?

L'uomo è un animale, ma lo dimentica spesso. Siamo creature che hanno imposto la loro legge a tutte le altre creature. Ma gli altri animali ci guardano, comunicano, soffrono quando facciamo loro del male, e soprattutto  il mondo è anche loro, loro sono la varietà meravigliosa, noi un unico, bizzarro incidente biologico.
Se noi distruggiamo il mondo resteranno solo loro, gli indistruttibili: i topi, gli scarafaggi e Keith Richard.

3) Mentre aspettavo che arrivasse l'amore, da adolescente, avevo letto: Prima o poi l'amore arriva. Oggi, a trentadue anni, leggo Di tutte le ricchezze e penso: non solo l'amore arriva, ma poi ritorna anche più volte, sotto diverse forme. Conferma questa deduzione? Dice che è proprio così?

Sei ancora giovane. Hai un sacco di tempo per capire che non capirai mai niente dell'amore, sarà sempre una parte misteriosa  della tua vita, questo è il bello.

4) Non vorrei svelare troppo del romanzo, ma, di tutte le ricchezze, qual è la più preziosa? 

Leggetelo, e forse scoprirete il segreto.

5) "Le patate erano andate incontro al loro destino". Il cibo è importante e presente in moltissimi dei suoi romanzi. Pensa che la cucina e letteratura si assomiglino?

Non certo nei libri che nascono dalle trasmissioni televisive, che sono ricettari e basta. Ma in ogni libro appare il cibo, appare la fame e il trionfo del corpo e del piacere di mangiare. Leggete Artusi, Rabelais, Hamsum, Levi , Gadda, Montalban, Maupassant, Flaubert, e tanti altri, e sentirete tanti odori deliziosi, e anche la tortura di cui non ha da mangiare. E ascoltate  Fabrizio de Andrè, quanto profumo di cucina nelle sue canzoni. E in mezzo a tanti grandi mi ci metto anche io, immodestamente, con un mio racconto, del Bar Sotto il Mare, Il più grande cuoco di Francia.