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mercoledì 29 settembre 2010

Cancelli.

La precarietà della nostra vita a un certo punto si svela e ci abbaglia, come quelle illuminazioni notturne che poi dimentichi al mattino. Quando mi sento così fragile, ultimamente esco di casa.
Non me ne vogliano i torinesi proprietari di questi meravigliosi cancelli.

Ad esempio l'amaca su quel balconcino: apparterrà forse a una bambina, che nei pomeriggi caldi ci si siede sopra con un libretto di lettura, un pacchetto di crackers e del succo di frutta alla pera. In quell'altra casa si sta bene, gira la fortuna e le stelle sono clementi. Crescono l'uva nera e il melograno, i figli sono numerosi e forti, anche l'aria è più profumata. Poi c'è il cortile dove l'infanzia e la terza età si uniscono in una potenza feroce fatta di zainetti colorati e tinte appena ritoccate dal parrucchiere. Nell'altra casa c'è un tavolino con quattro sedie di legno. Mi colpisce sempre come gli alberi possano crescere dentro un'abitazione. Così i proprietari possono dire: il mio albero. Forse questo è il più grande privilegio, possedere un pezzo di natura. E quel cane lassù che dormiva tranquillo? Quando sente il flash della mia macchinetta si sveglia e mi punta. E spunta invece da un'altra villetta una specie di gabbia gigante, una voliera cui non voglio dare un nome, voglio che rimanga un mistero. E poi la custodia di quel condominio bellissimo, rosso e mattone. Ci lavorerà qualcuno di molto serio e puntiglioso, tutti hanno fiducia in lui e gli lasciano le chiavi.

giovedì 8 luglio 2010

Insonnia.

Sono qui, non dormo, sono le cinque e un quarto, finalmente un'ora in cui già qualcuno sarà sveglio. Sto vedendo la mattina nascere.

Non sono di quelle persone valorose che lavorano e producono, la mia insonnia è molesta: questa volta è la tosse, altre volte pensieri intrusivi o condizioni atmosferiche, non è mai una scelta, se potessi dormirei. Tuttavia, è bello il cielo che da nero dirada nel violetto e nell'indaco e la cima di un albero altissimo che svetta dalla mia finestra e sembra quel famoso quadro di Magritte.

Ma se dovessi esprimere il mio stato d'animo, penserei questa notte-mattina anche a questa tazza rossa di David Sterenberg.

Ed è così che mi sento. Sento un tonfo al cuore, la necessità di far fronte alla violenza della realtà e al tempo stesso alla sua inconsistenza, che altrimenti mi sfugge completamente dalle mani.

Ora il cielo è di un lilla trasparente. Cambia di minuto in minuto, come certe sensazioni di certe mattine di certe estati. Adesso è rosa tenue, le colline in lontananza si stagliano alla vista, sono apparse di colpo ma morbide nel quadrato bianco della mia finestra, le piccole luci perennemente accese e il più alto ciuffo di foglie di questa pianta che assomiglia adesso a una piccola mano che si divincola in modo così dolce che sembra quasi un discreto, delicato, timido saluto.

E adesso è di un rosa acceso, completamente rosa, si sta infuocando, striato da qualche nuvola celeste. Mi piace pensare che siamo tutti sotto questo tetto rosa, tutta la città partecipa sonnolenta a questo cambiamento di colori. Inizia a passare qualche macchina in più. Forse la solita gente che va nei soliti posti. O magari anche qualcuno che per la prima volta va in un posto nuovo, sotto il cielo rosa, sempre più rosa.