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giovedì 16 febbraio 2017

Chicchi di caffè

Harry Parker, Anatomia di un soldato, Big Sur - Daniele Derossi, Nel cuore dell'anatomista, Bompiani


Torna la rubrica di comparazioni letterarie altrimenti detta Chicchi di caffè!

Questi due libri sono molto differenti tra loro e l'appiglio iniziale per compararli in questa rubrica è stato solo il titolo e nello specifico il concetto di anatomia.

[Capita infatti spesso nella vita di un lettore di trovare copertine identiche, titoli analoghi, trame paragonabili. Ciò che affascina me in particolare però non è solo trovare una somiglianza estetica ma anche un po' di corrispondenza di senso e di significato].

E qui, con qualche capriola cognitiva, temporale e stilistica, vi dico che succede. 

Anatomia di un soldato è un libro di rara profondità psicologica e di rara bellezza narrativa. Il suo autore, arruolato giovanissimo nell'esercito britannico, ha perso entrambe le gambe in un'esplosione di un ordigno in Afghanistan nel 2009. Parker - che ho ascoltato presentare il suo libro qualche tempo fa alla Scuola Holden a Torino - è un ragazzo come tanti che però ha un trascorso di esperienza totalmente eccezionale, dunque da raccontare con le dovute cautele. E nel romanzo, trapela tutta questa storia vista però però dal punto di osservazione degli oggetti che hanno toccato la vita di tre personaggi tra cui uno che ricorda proprio l'autore. Dire che è una avventura emozionante e difficile è poco. Si tratta di un impegno grosso come lettori, ricompensato tuttavia da un arricchimento importante.

Anche Nel cuore dell'anatomista il protagonista è un giovane. Un ragazzo di sedici anni che lascia la sua città natale in Val di Susa per studiare medicina a Padova. Siamo però nel '500 e il giovane Giovanni si trova ad assistere alle lezioni di anatomia di Vesalio. Diventa in seguito assistente di un anatomista dall'etica discutibile e capita letteralmente in mezzo a esperimenti cruenti e inenarrabili.

In entrambi i casi si parla di corpi, di guerra, di oggetti e oggettificazioni. E in entrambe le storie, emerge tra le righe il cuore in tutte le sue forme e valenze.

Da leggere con il giusto distacco degli anatomisti-lettori. Sapendo di andare incontro a perle di bella letteratura ed emozioni talvolta assai forti. 

lunedì 12 dicembre 2016

Chicchi di caffè - parla e taci memoria!

Vladimir Nabokov, speak, memory, Vintage International - Maxim Biller, taci, memoria, L'orma editore
Torna la rubrica dedicata alle mie (personalissime) comparazioni letterarie. Spero che vi divertirete a leggere questi due libri, proprio come è successo a me. Provo un vero gusto infatti nel proporvi questi chicchi di caffè e queste chicche letterarie che possono allietare le vostre ore di lettura e riempiendole di ironia, talvolta sarcasmo oppure malinconiche - appunto - memorie altrui e collettive.

Il primo dei due libri che vedete nella foto per me ha un significato particolare. Ho letto Parla, ricordo per la mia tesi di laurea, un tot di anni fa, incentrata sulle autobiografie in particolare nella letteratura angloamericana. Nabokov con il suo memoir ci rientra a pieno, essendo per eccellenza il russo naturalizzato negli USA, e soprattutto la sua autobiografia è una pietra miliare di quel genere. 

La mia copia è americana ma se lo volete in italiano, Adelphi lo ha pubblicato con una copertina secondo me di pregio.

The cradle rocks above an abyss, and common sense tells us that our existence is but a brief crack of light between two eternities of darkness.

[La culla dondola sopra l'abisso, e il buon senso ci dice che la nostra esistenza non è altro che una piccola crepa di luce tra due infinite oscurità]

Spero mi perdonerete la traduzione un po' artigianale, ma è per trasmettervi il senso. Questo era l'incipit dell'autobiografia di Vladimir Nabokov: un'apertura di quella crepa di luce che lascia spazio alla memoria della sua vita la quale, attraverso immagini e parole, prende corpo in questo libro.
Con un esplicito rimando a quel titolo, ecco apparire nelle nostre librerie nel dicembre 2015 un libro creato appositamente per il pubblico di lettori italiani, per la casa editrice L'orma editore (benemerita promotrice negli ultimi tempi di interessanti pubblicazioni e che ringrazio per avermi spedito il libro, su mia richiesta) che invita quella stessa magnifica e pericolosissima funzione del cervello umano, ossia la memoria, a tacere, anziché parlare.

E il libro in questione è allora taci, memoria, del pirotecnico scrittore tedesco, di origine ceca, classe 1960, Maxim Biller.

Nella curata traduzione di Marco Federici Solari e con la bella copertina di Antonio Almeida, in cui campeggia un autoritratto di Bruno Schulz, questa raccolta di racconti appare in una collana che coltiva l'ingegno dei lettori anche attraverso un gioco finale in cui ogni libro della collana stessa, che si chiama Kreuzville, e questo è il dodicesimo, si trasforma in una piccola ricodificazione grafica in chiave scacchistica: davvero un'idea piacevole: merita avere il libro già solo per questo (trovate il gioco nelle ultime pagine). 

Ma tornando al libro: si tratta di una serie di nove racconti di cui uno prende il titolo dell'intero libro. Sono tutte storie in cui la memoria dell'Olocausto si intreccia con un presente talvolta delirante e soprattutto molto, molto letterario (vi risparmio il name dropping ma gli autori e le citazioni sono innumerevoli). Colpisce, tra tutti, l'ultimo: Nella testa di Bruno Schulz che, come intuibile, mette al centro la figura dell'autore polacco delle Botteghe color cannella - qui colto nell'atto di scrivere una commovente e rivelatrice lettera al suo mentore Thomas Mann. 

"Esimio, stimatissimo, caro signor Thomas Mann", scrisse con una grafia lenta e scrupolosa in un giorno d'autunno sorpendentemente caldo nel novembre 1938 un omino serio e sottile nel suo taccuino - e subito depennò la frase.


E in questo, come in tutti i racconti di Biller inclusi nella raccolta, la proverbiale ironia ebraica si compenetra con il confronto costante e inestinguibile con un passato che assurge a collante e al contempo ponte levatoio tra generazioni. In taci, memoria, ma anche in Un figlio triste per Pollok ci sono padri e figli a confronto nella dialettica classica della poetica ebraica che però ci tocca tutti da vicino: che fare del passato? Come relazionarsi con i padri? Come superarlo e valorizzarlo, rispettarlo e al contempo tenere fede all'unico arduo compito del presente che è quello - a conti fatti - di progettare il futuro?

Vi lascio questo link musicale che si intona con l'incipit nabokoviano! E buona lettura.



 

venerdì 28 ottobre 2016

Chicchi di caffè

Giorgio Pirazzini, Gattoterapia, Baldini & Castoldi - Sam Savage, Firmino, Einaudi (tradotto da Evelina Santangelo, illustrazioni di Fernando Krahn)

Imparare dai gatti e imparare dai topi. Recentemente, sto imparando ad esempio da un gattino di cinque mesi (di nome Cosimo) il significato del concetto di professionalità. Cosimo è ancora piccolo, ma ha un lavoro ben preciso, tramandato da generazioni: il cacciatore. Ebbene, lui ogni mattina, e spesso anche di notte, lavora. Non ha grilli per la testa (qualcuno vorrebbe semmai averlo nella pancia, ma non è ancora così bravo), non è invidioso né carrierista ma, benché si conceda molto riposo, non perde tempo. Non conosce rimpianti né arzigogolate insicurezze. Ha paura, questo sì, ma l'affronta e semmai, avendo cara la pelle, cerca di mettersi in salvo.

Per il resto del tempo, lavora. Si concentra. Si alza, si sgranchisce le zampe, e si mette a lavorare. Ho l'impressione che si diverta anche, ma non è questo il punto: fa quello che vuole fare e che deve e lo fa bene. E quando fallisce, accusa il colpo e ricomincia, metodicamente, a lavorare. 

Questa, come tante altre caratteristiche del gatto, dalle più emotive alle più comportamentali, potrebbe essere una delle cose che Lorenzo, uno dei protagonisti di Gattoterapia, sceglierebbe forse di emulare del comportamento dei gatti. 

Perché Lorenzo, un personaggio complesso e assai contemporaneo, vive a Londra ma è italiano e si avvelena la vita con un lavoro per lui diventato frustrante (il pubblicitario) e un matrimonio molto in crisi (anche sua moglie, Claudia, fa la pubblicitaria ma a differenza sua ama il lavoro e ha successo, oltre che un amante...). Tutto questo veleno troverà sbocco in due direzioni uguali ed opposte: una è l'entrare in contatto, da parte di Lorenzo, con una sorta di sofisticatissima società segreta londinese di persone che si ritrovano, indossano costumi e calzemaglie e si comportano esattamente come dei gatti, ben sapendo che il loro sistema di vità, più selvatico e istintivo, ci tiene alla larga dallo stress, ci rende esseri più affascinanti e distaccati. 

Tutto andrebbe bene, se non fosse che gli uomini non sono gatti e la incontrovertibile umanità di Lorenzo e Claudia arriva a un certo punto drammaticamente a riportare le cose alla loro esatta posizione, cioè verticale e non a quattro zampe. Non svelo il finale, che lascia il beneficio del dubbio: quanto dei gatti possiamo portarci nella nostra esistenza? Ma la domanda è ancora più profonda: di cosa abbiamo bisogno per imparare a vivere e ad amare noi stessi e gli altri? 

Che fine ha fatto il gatto in me? Era solo un capriccio per coprire delle mancanze troppo evidenti? Indifferenza, eleganza, sensualità sono tutte stupidaggini di un uomo abbandonato in cerca di autostima? 

Gattoterapia è infine una bellissima riflessione sulla iper e ultra nevrotica società contemporanea, specie tipica degli ambienti più evoluti, connessi e privilegiati. Rifugiarsi infatti nei tratti più narcisistici del gatto è proprio un po' come scappare da ciò che ci rende umani e dimenticare che tutto sommato siamo noi ad accudire i nostri gatti domestici e non viceversa, e che possiamo prendere molto da loro, certo, ma ci tocca soprattuto dare e prendercene la responsabilità, come si fa con le creature più piccole. 

Alla domanda sull'amore, magari non quello tra persone (alla fin fine insondabile) ma quello per i libri e in generale per la letteratura e le storie risponde Firmino

Mentre ringrazio Baldini & Castoldi per l'invio di Gattoterapia, uscito da pochi giorni in Italia, vi dico che Firmino lo ha scritto l'americano Sam Savage ed è uscito per Einaudi una decina di anni fa e me lo aveva regalato una mia amica. 

Firmino è un topastro mangiatore di libri. Ma anche di avventure:

Inoltre, non si deve necessariamente credere alle storie per amarle. Io amo ogni genere di storia. Amo il suo modo di procedere: inizio, sviluppo, fine. Amo il lento accumularsi di senso, i paesaggi ancora indistinti e vaghi dell'immaginazione, i percorsi tortuosi e intricati, le pendici boscose, gli specchi d'acqua e i loro riflessi, le svolte tragiche e i comici incidenti di percorso. 

 Firmino è un topo che si comporta da topo ma che al contempo degli umani prende il meglio, cioè assimila letteralmente i romanzi, mangiandoli, nutrendosene. Un po' l'opposto di quel che accade in Gattoterapia dove i ruoli sono invertiti.

In entrambi i casi questi libri convincono perché il regno animale vi appare come un territorio senza tempo ma al contempo adulto e narrativo, maturo e sofisticato, surreale, come accade anche in due libri che Giorgio Pirazzini cita in un'intervista su Vanity Fair (e che ho riletto anche io di recente) ovvero Il gatto in noi di Williamo Burroughs e Io sono un gatto di Natsume Soseki.

Per questa rubrica di comparazioni libresche ho scelto dunque questi due tipici opposti per antonomasia. Qui, vi ho raccontato come questo eterno enigma della contrapposizione gatto-topo ha preso vita nella mia casa non molto tempo fa quando in rapida successione si sono alternate le presenza di un topo mangiatore di libri e di un gattino di cinque mesi che di mestiere fa il cacciatore.

E in entrambi i casi, quel che resta dopo la lettura è la ricerca di un'autenticità che si rischia di smarrire e di valori importanti che si rischia di perdere talvolta semplicemente vivendo. Consigliati entrambi e buona lettura!


lunedì 3 ottobre 2016

Chicchi di caffè


La domenica internettiana e quella del sacro mondo delle lettere è stata "sconvolta" (si fa per dire) da una "notizia" pubblicata su Il sole 24 ore relativamente alla presunta vera identità di Elena Ferrante. Il web (o per lo meno Facebook che io sappia) si è profuso ieri in opinioni varie; soprattutto l'idea diffusa e comune è: e quindi? Beh, in effetti mi unisco al coro del chissenefrega. 

Fatemi però solo dire che ho letto due libri della Ferrante, e ho partecipato come ospite (insieme ad autorevoli autori e lettori) a una celebrazione in suo onore al Circolo dei Lettori di Torino leggendo pubblicamente alcuni brani di un suo romanzo - l'evento si chiamava #lamiaferrante - e, personalmente, questo mi basta sapere di lei, ovvero che è una brava e interessante scrittrice. Chi o come guadagna i soldi non è affar mio e non dovrebbe essere affare di nessun altro escluso il suo commercialista.

Concedetemi allora una considerazione a margine. Ciò che più mi dispiace è che queste cose succedono troppo spesso e non sono innocue. Nel piccolo del piccolo del piccolo della mia esperienza, non posso dimenticare tutte le volte in cui, a fronte di un minimo di "visibilità" ottenuta tramite questo blog (in termini di invii di libri da parte delle case editrici o incontri pubblici con autori o altre mie attività in ambito editoriale non dissimili da quelle di qualsiasi altro blogger o tenutario di siti internet a tema letterario ------> ovvero tutto bello ma niente di trascendentale), mi sono state rivolte domande e talvolta insinuazioni, anche pubbliche e pubblicate. Spesso relativamente ai soldi (chi ti paga?) o al lavoro (per chi lavori, davvero? Come sbarchi il lunario?). 

Posto che nel piccolo del mio piccolo le poche e uniche volte in cui ho collaborato con una casa editrice per lavoretti brevi (purtroppo e mio malgrado) l'ho dichiarato e immediatamente smesso - per il suddetto breve periodo - di parlare su questo blog successivamente dei libri di quello specifico editore o collaterali e affini, ho sempre trovato pietoso questo atteggiamento di morbosa curiosità. Il grave naturalmente non è pensare o domandarsi qualcosa su una persona, il grave è agire ponendo domande tendenziose o addirittura, come nei casi di autrici davvero famose come la Ferrante è accaduto, indagare su di lei con ogni mezzo lecito o illecito. 

Per carità, non sono così ingenua, so che questo accade a chi in qualche modo si espone con il proprio o con altri nomi e rende visibile ciò che fa. Ed è anche un vezzo lamentarsi o sognare che non sia così, però mi domando semplicemente cosa viene in tasca dopo aver indagato così malamente. Mi domando, sempre nel piccolo del mio piccolo, come stanno adesso le persone che si sono fatte domande e poi scritto o insinuato su di me (umile blogger ed esordiente) e a maggior ragione come sta adesso chi si è dato così tanto da fare per "svelare" qualcosa che la scrittrice ricca e famosa voleva tenere segreto. Con tutti gli argomenti più urgenti che ci sarebbero da trattare su un giornale del genere (ricordo infatti che chi scrive sui giornali sì che svolge un lavoro vero, e si suppone pagato e improntato a un'etica). 

Si parla infatti qui di diritti importanti quali l'identità, la segretezza, la privacy e l'oblio. Questi sconosciuti. Questa è un'epoca di contraddizioni vistose, in ogni caso. Ed è per questo che - per la mia rubrica di comparazioni letterarie - chicchi di caffè - oggi ho deciso di mettere a confronto più che due libri, due accadimenti. 

Forse ai più il fatto è sfuggito, ma vi comunico che nello stesso giorno in cui pubblica un'inchiesta stucchevole e inutile su Elena Ferrante, ecco che però Il sole 24 ore fa uscire, contemporaneamente, come allegato, un libricino meraviglioso. Tre racconti per ragazzi di Carlo Collodi, l'immortale inventore di Pinocchio. Questi racconti sono bellissimi. Raccontano di scimmie che si sentono diverse e sono in cerca di se stesse, di ragazzini che vogliono crescere troppo in fretta e di feste di Natale. Racconti in cui si estrinseca tutto il gusto di Collodi per i dettagli, per gli insegnamenti che ci regala la vita a volte a costo di soffrire e per l'allegria pura dei suoi lettori. Tanta stima per chi si impegna a rallegrare gli animi, è proprio quello di cui secondo me abbiamo bisogno. 

Nel comparare le cose, in definitiva, ci si accorge che spesso sono in contraddizione tra loro eppure vanno a comporre il mosaico del mondo, bello o brutto che sia, è ciò che ci tocca di registrare oggi in questo squinternato scenario che ci si para di fronte, nel quale siamo tutti immersi. 



martedì 6 settembre 2016

Chicchi di caffè

Italo Calvino, Il barone rampante, Mondadori - Roald Dahl, Boy, Salani

Le vacanze sono un lontano ricordo ma - e credo possiate condividere questo sentire con me - c'è voglia di spensieratezza e leggerezza (naturalmente di tipo calviniano).

Ed ecco perché, per la mia rubrica sugli accostamenti letterari e le comparazioni libresche, ho scelto due romanzi (o per meglio dire un romanzo e un'autobiografia) assai leggiadri.

Il barone rampante di Italo Calvino è uno delle più autentiche e straordinarie avventure per ragazzi (e non solo, come si usa dire in questi casi) mai scritte da mano umana. Si basa su un'idea semplice e archetipica: la ribellione di un ragazzino di dodici anni di nome Cosimo Piovasco di Rondò che, dopo una litigata con il padre, decide di vivere per il resto della sua vita sugli alberi, riuscendoci. Cosimo, con la sua scelta, mette una definitiva distanza tra sé e gli altri, o forse solo tra l'infanzia e l'età adulta, costruendosi e al contempo esplorando un mondo a propria misura. Il barone rampante fa parte della trilogia "i nostri antenati" insieme al Visconte dimezzato e al Cavaliere inesistente, tre storie fantastiche, storiche e allegoriche che costituiscono una delle massime espressioni dell'arte di Calvino e della letteratura in generale.

Ma tornando a Cosimo:

Che Cosimo fosse matto, a Ombrosa, s'era detto sempre, fin da quando a dodici anni era salito sugli alberi, rifiutandosi di scendere. Ma in seguito, come succede, questa sua follia era stata accettata da tutti, e non parlo solo della fissazione di vivere lassù, ma delle varie stranezze del suo carattere, e nessuno lo considerava altrimenti che un originale.

La storia di questo ragazzino è la storia di tutti quelli che si sentono, o sono in effetti talvolta nemmeno senza averlo proprio scelto, originali, diversi. Spesse volte sono artisti, ma non necessariamente. Si tratta di persone che qualche volta fanno a pugni con se stesse per domare quella parte lì, ma alla fine vince lei, la "sana follia" che detta le regole delle loro vite. 

E di una di queste vite si parla dunque anche in Boy, l'autobiografia di Roald Dahl.

Il 13 settembre ricorre il centenario della sua nascita, e anche io qui allora voglio celebrare questo autore così importante per la letteratura mondiale per ragazzi, e non solo (come si usa dire in tali circostanze).

Anche qui c'è lui, un vivace e giocoso ragazzino che si ritrova in una famiglia numerosa e ricca di idee, drammi volti in opportunità e amore. Questa mia edizione Salani è bellissima, con illustrazioni di Quentin Blake e tante foto. La narrazione percorre tutta la sua infanzia tra fratellini e le magiche immagini che avrebbero poi composto i suoi racconti più celebri, in futuro. Veramente un bel libro da gustare. Ed ecco cosa dice il buon Roald, una volta diventato adulto:

Dopo due ore passate a scrivere, il romanziere si sente completamente svuotato. Durante quelle due ore si è trovato mille miglia lontano, in un altro luogo, in compagnia di gente totalmente diversa, e lo sforzo che deve fare per tornare indietro a nuoto, nel presente, è assai grande. E' quasi un trauma. Lo scrittore esce dal suo studio mezzo inebetito. [...] Bisogna essere pazzi per fare gli scrittori.  La loro sola compensazione è l'assoluta libertà. Il loro unico padrone è la loro anima ed è per questo che hanno fatto quella scelta, ne sono certo.

In una parola: che siate scrittori o meno. Che siate romanzieri o meno. Che siate ragazzini dispettosi di dodici anni o meno, auguro a voi e a me stessa quell'unico tipo di follia che rende liberi.

giovedì 7 luglio 2016

Chicchi di caffè!

Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi - Edna O'Brien, Ragazze di campagna, Elliot

Sono contenta di poter dire del talento puro di queste due scrittrici lontane nello spazio (meno nel tempo) eppure vicine nel sentire, nel raccontare la vita dei loro personaggi. 

Edna O' Brien e Goliarda Sapienza sono i miei chicchi di caffè del mese e nella mia mente di lettrice ho deciso di giustapporle e compararle come fossero colleghe di un sentire assai comune.

Questi due romanzi mi sono letteralmente capitati sotto mano durante il trasloco e li ho letti quasi contemporaneamente, rimanendone colpita.

Uno - Ragazze di campagna - mi è stato consigliato da una amica editor e scrittrice a sua volta, molto in gamba, Laura Salvai (a proposito, seguite i suoi viaggi qui!), l'altro l'ho comprato (insieme alla Scopa del sistema di David Foster Wallace, che mi mancava, per poter così avere l'ambito telo mare dell'Einaudi con la citazione di Moby Dick! Insomma, le ragioni di ogni acquisto di ogni singolo libro seguono i percorsi più diversi).

Dell'Arte della gioia comunque avevo sempre sentito parlare e sempre bene, così ho deciso di leggerlo anche io.

Dunque, analogie: in entrambi i libri seguiamo la storia di ragazze che si trovano a vivere in un collegio di suore, provenendo dalla campagna povera; quella siciliana nel caso di Sapienza, quella irlandese nel caso di O' Brien. Seguiranno poi tragitti differenti, più o meno confusi, più o meno dolorosi e più o meno felici.

Seguiamo le protagoniste - Modesta nel primo libro, Caithleen e Baba nel secondo - dall'infanzia all'età adulta attraverso la propria sensibilità che trafigge un secolo, il Novecento (Modesta nasce proprio l'1/1/1900), talmente denso di cambiamenti da destabilizzare tutti - personaggi e lettori. 

Le tre ragazze nei due romanzi si ritrovano alle prese con le proprie esigenze di libertà in contrasto con le rigide regola di una società in evoluzione vertiginosa e poco gentile con la vulnerabilità.

Modesta è un personaggio di una robustezza che raramente ho incontrato prima. Seguiamo la sua vita interiore ed esteriore come al microscopio, seguiamo le sue convulse e variegate esperienze sessuali e seguiamo la sua folle, galvanizzante lotta per la vita e per la felicità, che lei chiama gioia. L'abbassarsi delle temperature emotive che segnano il passare del tempo tra una visione del mondo ancora ottocentesca e il pieno Novecento lascia il passo però a un'enfatica cavalcata della Storia e della guerra che travolge i percorsi di vita di tutti i molti personaggi che costellano il romanzo. Le abilissime tecniche narrative di un'autrice dalla vita controverse vi conducono in un'avventura che senz'altro trasforma, entusiasma talvolta, assorbe completamente. Dunque consiglio di leggerlo se avete del tempo davanti solo per metabolizzarlo.

Caithleen e Baba invece mi hanno ricordato un po' le protagoniste della saga della Ferrante, due amiche pervase da amore e odio reciproco che crescono insieme e si scontrano e si sopportano e si aiutano, affamate di vita come Modesta e molto diverse tra di loro, avendo in comune solo l'ingenuità spietata della giovinezza. Capillare e meticolosa è la scrittura di Edna O' Brien, che merita esplorare anche nei racconti usciti da poco in libreria.
 
Come se ne esce da questi due libri? 

Con gli attrezzi dell'intelligenza un po' più affilati, come per aver intrapreso una revisione dentro se stessi. Migliorati e più vivi osservatori delle esperienze e dell'animo. Consigliati entrambi. E buona lettura! 


lunedì 6 giugno 2016

Chicchi di caffè.

Glenway Wescott, Il falco pellegrino, Adelphi - Helen MacDonald, Io e Mabel, Einaudi
Per la mia rubrica di accostamenti letterari, oggi ho scelto due romanzi con un comune denominatore. 

Molto differenti tra di loro, ma accomunati da un elemento della storia che è un perno per entrambi i racconti: un falco. 

Ne Il falco pellegrino, si tratta di Lucy, un rapace stranamente mansueto, sempre appollaiato sul polso di Mrs Cullen.

"Alex si congratulò per come Lucy appariva tranquilla in mani mie; sarei stato un buon falconiere. Questo mi ricordò mio padre e il suo magico potere sugli animali".

In Io e Mabel, similmente, ed è questo un altro elemento che lega le due storie, uno dei protagonisti principali, seppure assente fin dalle prime scene, è un padre, il padre di Helen (la narrazione qui è in forma di memoir, quindi autobiografica) che muore e le lascia un'eredità particolare, capace di condurla all'incontro con il falco Mabel.

"'Mi ha lasciato un'eredità da osservatrice', pensai oziosamente. Forse, considerata la propensione di mio padre ad alzare la testa a ogni minimo rombo di motore e a seguire con il binocolo scie lontane, era inevitabile che il mio minuscolo sé tentasse di emularlo e imparasse che osservare oggetti volanti era il modo per guardare il mondo".

I falchi in queste due storie diventano simboli, nell'accezione più nobile ed efficace dell'uso che se ne può fare in letteratura. Nel primo caso, sarà Lucy a scatenare reazioni ed emozioni in un consesso umano iper controllato e insieme ozioso della borghesia degli anni Venti (un'ereditiera americana ospita nella sua magione nella campagna di Francia amici britannici), nel secondo Mabel sarà un vero monito e un vero veicolo di maturazione, cura, crecita per la protagonista che, dopo la morte improvvisa del padre si scopre precaria non solo nel lavoro ma anche negli affetti, priva di colpo di risorse con cui cavarsela, come ci scopriamo molti di noi.

E se infatti nel primo caso, Christopher Isherwood accosta Il falco pellegrino, uscito per la prima volta nel 1940 (e in Italia nel 2002), al Buon soldato di Ford Madox Ford, Io e Mabel, pubblicato per la prima volta nel 2014 e in Italia nel 2016, invece si può avvicinare ai maestri della contemporaneità: inevitabile, non fosse che per la presenza massicca del birdwatching come metafora, pensare a Franzen, anche per scavo psicologico e ossrervatorio lucido sulle nevrosi della nostra talvolta vuota contemporaneità.

Proprio un vuoto profondo sarà ciò che i falchi proveranno di fatto a colmare. Un vuoto di valori e un vuoto di sicurezze. Due facce della stessa medaglia esistenziale, che nelle frasi accurate, nella prosa eccellente di questi due autori tanto lontani e tanto vicini, si trasformano nelle tinte di due affreschi narrativi ammurevoli, fonte di accrescimento per noi lettori. 

Lo stile di scrittura, ne Il falco pellegrino, è di una perfezione rara, segno di una padronanza dei temi e della lingua notevoli e in Io e Mabel ci troviamo di fronte a un esperimento letterario interessantissimo, dove saggistica, narrazione e diario si confondono in uno di quei lavori "totali" che ogni buon scrittore vorrebbe saper comporre almeno una volta nella sua vita.

Spero allora che anche a voi piacerà trovare analogie e differenze in questi due inusuali capolavori quanto è piaciuto a me. 

Ne approfitto infine per segnalarvi, se vi incuriosiscono le storie con animali, il mio blog Acqua Naturale, che è un  piccolo laboratorio di scrittura in cui mi cimento a raccontare frammenti di vita reale o immaginaria in cui gli animali assumono un ruolo importante, poiché è ciò che ho intuito in questi ultimi anni, ovvero quanto siano significativi nella vita gli esseri umani gli animali e in generale la natura, che tanto mi spaventa quanto mi affascina. Buona lettura.

lunedì 2 maggio 2016

Chicchi di caffè.

Tommaso Pincio, Panorama, NNE - Gary Shteyngart, Storia d'amore vera e supertriste, Guanda

Come da qualche mese a questa parte, ecco che torna anche la mia rubrica mensile sui percorsi tematici. Questa volta ho notato una certa affinità tra due romanzi usciti in Italia a distanza di cinque anni, molto diversi in realtà per vari aspetti, eppure vicini per un sentire secondo me comune. 

Ho avuto modo di leggere e premiare Panorama per il Premio Sinbad (che ha vinto), mentre ho acquistato Storia d'amore vera e supertriste nel 2010, quando è uscito.

Innanzitutto, cominciano entrambi con un mai:

 1° GIUGNO Roma - New York

Carissimo diario, oggi ho preso una decisione fondamentale: io non morirò mai. Morirà la gente intorno a me. Verranno annullati. Della loro personalità non resterà niente. Si spegneranno le luci. A segnare il loro passaggio, la loro vita, ci saranno lapidi di marmo lustro con epitaffi fasulli ("la sua stella brillò luminosa", "non ti dimenticheremo mai", "amava il jazz"), e poi anche le lapidi verranno spazzate via da un'inondazione oppure fatte a pezzi da qualche tacchino avveniristico geneticamente modificato.

 Così ha inizio la Storia d'amore vera e supertriste. Mentre Panorama

Mai, la parola chiave è mai. Il resto può discutersi, ma quanto al punto nodale, al nocciolo, un fatto è pacifico: in quei quattro anni Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Mai, neppure una volta. L'ha vista in foto, questo sì, in molte foto. 

In entrambi c'è Roma, che non ha bisogno di altro. Roma è Roma e quando decide di entrare in un romanzo lo fa a gamba tesa. 

Di buono i due romanzi hanno anche un concetto similare relativo alle copertine. La scelta è un manufatto artistico di qualità. Un'opera dello stesso Pincio, per Panorama e un bel disegno di Guido Scarabottolo per il romanzo di Shteyngart. 

Entrambe le storie, poi, sono storie d'amore. Amori improbabili. Ottavio Tondi e la virtuale e misteriosa Ligeia Tissot non si incontrano nella realtà e i loro unici contatti hanno a che vedere con un distopico social network (che può richiamare anche il Cerchio di Dave Eggers) che si chiama proprio Panorama e consente un accesso pericoloso alle vite di tutti. 

Quanto a Lenny Abramov, protagonista indimenticabile della storia supertriste, invece, le comunicazioni con l'amata e sfuggente giovane Eunice Park si svolgono, come per tutti in questa società assurda e futuribile, attraverso avveniristici "apparat", device e dispositivi simili ai nostri smarphone, perennemente accesi e accessibili a tutti e per tutto. 

La lotta alla fine è sempre tra l'autenticità delle esperienze sane e reali e la morbosità di certe aree virtuali ma soprattutto malsane o per lo meno opache. In ultima analisi, la contrapposizione è tra gli assoluti del bene e del male, del giusto e dello sbagliato, passando attraverso le mille sfaccettature di un presente e di un immediato futuro da costruire e da osservare senza giudizi, ma con bussole ben orientate.

E se Panorama è un'opera squisitamente novecentesca nello stile linguisitico e nella definizione di un personaggio classicamente "inetto", la cui identità sociale si compone attorno a un gesto intimo (il leggere sul divano) che si trasforma in dominio pubblico sbirciabile, spiabile da chiunque; la Storia d'amore vera e supertriste è un capolavoro americano, sovrabbondante nel linguaggio multiforme, tra i più riusciti degli anni Dieci. Una curiosità su quest'ultimo: nel 2017 potrebbe diventare una serie TV con Ben Stiller, per i particolari qui.

lunedì 4 aprile 2016

Chicchi di caffè - Persia edition.

Chiara Mezzalama, Il giardino persiano, edizioni e/o - Marjane Satrapi, Persepolis

Qualche giorno fa ho rivisto un film (preso in biblioteca) del 2007, che già mi aveva molto toccata all'epoca - Persepolis - e in contemporanea ho finalmente cominciato a leggere un romanzo che avevo da un po' sul comodino.

Queste due opere dell'ingegno mi hanno subito ispirata un nuovo percorso tematico per la rubrica di "tazzina" dedicata alle analogie artistiche, le comparazioni e i fili rossi che uniscono le menti umane anche a grandi distanze di tempo e di spazio. 

Questi due lavori, ben riusciti, hanno molte caratteristiche comuni. Intanto, sono autobiografici. 

Chiara Mezzalama* è un'autrice romana che vive a Parigi. Suo padre è un diplomatico e, per seguire l'attività del genitore, Chiara ha trascorso la sua infanzia all'estero. Il romanzo affonda le radici proprio in questa esperienza intensa di vita e in particolare nel periodo in cui il papà di Chiara, dall'estate del 1981, viene nominato ambasciatore dell'Italia a Teheran. Così, alla piccola tocca sbarcare in un mondo sconosciuto e misterioso:

Non era la prima volta che ci trovavamo in un luogo così affollato. Eravamo stati in altri aeroporti mediorientali, ma lì, in quello di Teheran Mehrabad, c'era qualcosa di diverso. Gli uomini avevano il volto scuro per la barba, molti erano vestiti da soldato e portavano il fucile a tracolla come fosse una borsetta. Le donne erano in nero, velate nei chador dalla testa ai piedi. Alcune stringevano il velo tra i denti per avere le mani libere e tenere valigie e bambini. Per mia fortuna a nove anni si è ancora considerate bambine, ma molte mie coetanee portavano già il foulard in testa. E perciò tutti, tutti, ci guardavano. Fu questo a spaventarmi, più dei kalasnikov, degli stivali di cuoio, dei veli neri, del rumore e del clima di tensione che si respirava da quando eravamo sbarcati.

Anche la piccola Marjane, in Persepolis, ha nove anni quando comincia il film, poco prima della Rivoluzione iraniana. La piccola crescerà in un Iran destinato a trasformarsi fino all'epilogo tragico della guerra con l'Iraq e la decisione dei genitori di farla espatriare a Vienna per garantirle un destino (solo all'apparenza) migliore. 

Anche Chiara vivrà le contraddizioni dello stesso periodo storico, ma da un punto di vista diverso e peculiare, quello del giardino dell'ambasciata, dove erano vissuti i principi persiani, con il suo portato di magia e mistero. 

In entrambe le protagoniste si nota uno sguardo privilegiato. Anche Marjiane ha un suo giardino protetto, che è il rapporto con una famiglia, in particolare la nonna, ma anche i genitori e lo zio, che la proteggono e la amano. Ma la guerra è la guerra per tutti, e si fa sentire con violenza nelle immagini del film come tra le pagine del romanzo. Ed è questo giardino, reale o metaforico, che dà la forza alle protagoniste per diventare se stesse, essere artiste.

La Persia, oggi Iran, pulsa in queste due opere parallele come un mondo complesso, lontano da noi eppure onnipresente, anche oggi, sulle pagine di tutti i giornali. Ed è utile - e addirittura bello - impararne la storia, la cultura, le difficoltà attraverso questi capolavori della contemporaneità.

 

*Ringrazio l'editore per l'invio in lettura del romanzo. 

lunedì 7 marzo 2016

Chicchi di caffè - i percorsi tematici di Tazzina!

James Salter, Una perfetta felicità, Guanda - Richard Yates, Revolutionary Road, minimum fax

Eccoci qua. Detto fatto, comincia una nuova settimana e arriva un rubrica che mi piace tanto.

I percorsi tematici! Apprezzo la comparazione in letteratura, trovo che ne costituisca il senso ultimo, ritengo interessanti le analogie e mi incuriosisce trovare un filo rosso che attraversa le letture. Di fatto esso c'è sempre, qualche volta è più complesso vederlo, altre volte salta all'occhio. 

Sono arrivata a una conclusione lapalissiana: che tutto sommato sia proprio questo il gusto del lavoro culturale, ovvero vedere una strada, una cartina geografica di strade, correnti, catene e laghi. Quale sia la destinazione, ancora non lo so. Lo scopriremo solo leggendo.

Qui le analogie sono facili. Due autori nord americani, nati a un anno di differenza sul finire degli anni Venti. 

Sulla copertina dell'edizione Guanda di Una perfetta felicità è riportato un commento di Richard Ford: "Un grande libro, uno dei quattro o cinque migliori romanzi contemporanei che ho letto". Ebbene, si direbbe che tra gli altri tre o quattro che gli son tanto piaciuti ci sia proprio Revolutionary Road perché in questa edizione che ho di minimum fax l'introduzione è proprio a cura di Ford (bellissima tra l'altro, ricordo che quando la lessi per la prima volta mi colpì molto soprattutto per le prime parole in cui Ford esprime la sua sana invidia per chi ancora non avesse letto il romanzo). 

Orbene. Le affinità non sono terminate. Perché è la tematica dei due romanzi a essere praticamente la stessa (dopo dico in cosa differiscono!).

Il tema è un grande classico in letteratura: l'ipocrisia e la falsità che si cela dietro l'apparente perfezione del modello famigliare borghese. Nella fattispecie, della fine degli anni Cinquanta. All'incirca, con le dovute sfumature succede questo. Le due famigliole protagoniste dei due romanzi appaiono perfette. Benestanti, benedette dalla nascita di due splendidi bambini, piene di rituali e di relazioni sociali, benedette dal lavoro che abbonda e dal tempo libero. Eppure. Eppure succede che in entrambi i casi dietro tutto questo ci siano profondi dolori e ferite, tradimenti e insoddisfazioni radicate e devastanti fino alle più estreme conseguenze.

Ora: a me colpisce non tanto il tema della famiglia borghese (pur importante), perché sospendo il giudizio, e perché mi sono fatta l'idea che non sia il modello in sé a non funzionare ma i problemi dei singoli, sia nei romanzi sia nella vita; a me interessa in questo caso specifico il tema della "apparente perfezione" in qualsiasi ambito dell'umano. Mi interessa perché mi pare imperante, slatentizzato e potenziato dai social network: basta aprire Facebook e gli altri social per incappare in vite perfette. E mi accorgo che le nuove generazioni ne sono vittima ancor più di noi adulti, in molti casi, non tutti per fortuna. Vite perfette anche nelle loro imperfezioni. Insomma un labirinto dal quale solo un moderno Dedalo con le ali della leggerezza e del buon senso ben saldate sulla schiena forse oggi potrebbe salvarsi.

Scorci di case troppo magnifiche, fortune su fortune. E a me vengono in mente due cose: una è che non sempre è vero quel che appare, o per lo meno non tutto, come dimostrano i romanzi in questione, due è anche normale che le persone vogliano dare un'immagine di sé il più possibile positiva. Ed è giusto nella misura in cui però anche gli aspetti negativi della vita sian contemplati. Alla domanda di senso sulla discrepanza tra ciò che sembra e ciò che realmente è, io ovviamente non ho una risposta: mi limito a portare alla luce la questione grazie alla lettura di questi due romanzi!

In cosa invece differiscono? Nello stile di scrittura. Yates è un cecchino del linguaggio, realista e aderente alle descrizioni, un genio del dialogo, lento e misurato, si considera tra i padri di Carver e dello stesso Ford. Salter invece utilizza una lingua più enfatica, poetica e molto più emotiva, ricca di immagini meravigliose, non so perché a me ha ricordato i film di Sorrentino, gli ultimi. E a proposito di cinema, aggiungo che nel 2008 da Revolutionary Road è stato tratto anche un film con il buon Di Caprio e Kate Winslet! 

In definitiva questi due romanzi sono, come si suol dire, un pugno allo stomaco di realismo e insieme grande bellezza. Non so come li avrebbero scritti oggi, ovvero se i due autori fossero nati dopo la guerra. Questa è una curiosità un po' inutile, mi rendo conto, ed è forse meglio gustarseli a ben vedere così per quello che sono, senza troppe indagini sociologiche. Sono opere d'arte prima di tutto. Al di là dei temi trattati, è bellissimo entrarvi come in un mondo di costruzioni di parole notevoli, di trame impeccabili.

Buona lettura! 


Ringrazio Guanda per il dono. Revolutionary Road invece è un mio acquisto di qualche anno fa.