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mercoledì 27 novembre 2013

I love Milano. E ancora un po' di Bookcity.

Se dovessero farmi una radiografia al torace tutte le volte che vado a Milano, il mio cuore restituitebbe questa immagine qui. Può esser successo qualsiasi cosa prima, ma poi quando sono da quelle parti - e mi basta anche già la stazione per essere felice a volte - mi sento così. Cioè abbastanza bene. Cioè come in questo dipinto di Giotto.

Ancora un po' di BOOKCITY. Alla Mondadori Duomo io ho dei posti segreti dove mi vado a rintanare appena possibile. Sapere che da quelle parti capitava Mario Desiati, che è uno scrittore che conosco e leggo da molti anni, mi ha fatto piacere, e sono andata ad ascoltarmene un pezzettino.
Prima ho incontrato Mario per un velocissimo saluto. Eccolo in una posa vip con una intervistatrice. Bellissime le domande e le risposte ma non posso riferirle, sono di proprietà di lei che al momento non so chi è. Vabè, mi sto perdendo in un bicchiere d'acqua. Il romanzo si chiama Il libro dell'amore proibito. Per una come me che è in cerca di risposte alla domanda "che cos'è l'amore", totalmente invano visto che nessuno risponde, ma in buona fede poiché nessuno ci capisce niente di niente, questa comunqe potrebbe essere una buona lettura. Speriamo.

Dopodiché, mi sono addormentata su una poltroncina. Vorrei compiacermi di soffrire, oltre che di discalculia, anche di narcolessia, ma mi hanno fatto notare che si tratta di banale stanchezza e distrazione. Ed è giusto rimanere infatti con i piedi per terra, e giuro che io ci provo tanto, non sapete quanto. Però è anche vero che è colpa della vita se poi riparto con le fantasticherie. La vita mi offre i miracoli su un piatto d'argento, non posso quindi rifiutare così una concezione del mondo in cui le magie esistono. Al mio risveglio, infatti, ecco chi mi vedo di fronte: Aldo Rock!!! Se siete tra i pochi che non sanno chi è Aldo Rock, eccovi una yahoo answer in proposito, qui.
In effetti Aldo Rock non era poi il frutto della mia fantasia. Per quanto sarebbe stato possibilissimo. Ma si trovava lì in veste di presentatore di questo libro: Corro perché mia mamma mi picchia. Ad averci anche dei motivi meno strani, sarebbe comunque bello appassionarsi alla corsa. Per me è così. Io non so perché corro. Forse per capire cos'è l'amore. Bah, ci penserò. Leggerò comunque il libro appena possibile. A proposito di corse, non riesco a stare ferma un momento a raccogliere le idee, sono sempre in giro, conto di ricominciare a leggere e a raccontarvi delle mie letture, non vedo l'ora e spero in qualche maniera - come è avvenuto il miracolo di Aldo Rock - che accada anche questo. Che accadano cose belle, SANTO CIELO!



giovedì 30 agosto 2012

Run run run run run run run away.




C'è una promessa di autunno lì tra le foglie. 

C'è l'aria fresca e un grande cielo blu pieno di nuvole bianche dai nitidi contorni, distinte, euforiche assomigliano agli abitanti di una città azzurra che si mettono d'accordo per la festa o per un importantissimo raduno. C'è la vita che ricomincia, c'è lo stordimento, l'insicurezza che questo comporta ogni anno che passa. C'è la speranza, la paura, le cose nuove, le cose antiche.

E dunque. Decisamente, è proprio giunta l'ora di fare una bella corsetta.

Da un po' non aggiornavo il fantomatico tag "correre" ma in effetti confesso alcuni tentativi di allenamento estivo, sotto l'egida di Lucifero e compagnia bella: dico solo che sono tornata a casa paonazza, piegata in due, gonfia come un piccione ebbro, allucinata come un lontanissimo viaggio psichedelico nell'oltremondo, in tutto simile alla solitaria Curiosity che su Marte cerca qualcosa che nemmeno lei sa cos'è. Insomma, meglio di no. Il momento giusto è questo.

E questo adorabile post sul portale Run Lovers mi ha dato il la per riparlarne, riprendere il file nella mia mente e spero un pochino anche nella vostra, in una parola: per prendermi di nuovo bene con la corsa.

Perché correre, me ne accorgo sempre di più, con il passare del tempo (vedi tag per capire lo stato d'animo precario che mi indusse a cominciare circa 2 anni fa...) diventa un piacere, una cosa bella. 

Sto leggendo Open di Agassi con un certo ritardo rispetto all'ondata di passaparola, e, come penso molti lettori, anche io un po' mi identifico, naturalmente con le dovute proporzioni, rispetto a una lunghissima appartenenza (non trovo un'altra parola) a una precisa attività fisica (e mentale) che nel mio caso è stata un'arte marziale praticata da bambina fino ai 23 anni, senza gare né vittorie né sconfitte: ho già raccontato qualche cosa ma poi finito il libro penso che vi dirò qualcosa di più.

Quindi la corsa è sopraggiunta nella mia vita quando però ero già lontana ormai da qualsiasi idea di sport e avevo dismesso il mio kimono da tempo. 

Questa dolcissima, faticosa e vitale pratica di correre mi ha restituito quindi un po' della vecchia disciplina e quella percezione di essere all'incirca viva che in genere la gente che lavora da casa perde completamente per strada. E invece io boh forse come il buon Pollicino avevo lasciato dietro di me qualche briciola per poi ritrovare la via verso casa, cioè verso il movimento. L'immobilità mi stava un po' distruggendo e facendo perdere l'identità.

E insomma per farla breve è bello ricominciare un po' a correre dopo una lunga pausa estiva. Ma come dice l'articolo: senza sforzi micidiali, solo con sollievo e divertimento. Fa bene all'umore, fa bene al pensiero oltre che al corpo. Proprio è un modo per raccogliere le idee, rendersi conto che queste (le idee) quando sembravano abbandonarci magari erano soltanto lì dietro l'angolo, svoltata la curva del parchetto cittadino, ad aspettarci, fedelmente.

domenica 13 novembre 2011

Stratorino! 7,5 km di corsa.


Ecco lassù nella foto i miei cimeli podistici :)

Era una mattina di novembre, questa di oggi, particolarmente fredda. Il meteo diceva sole ma le ansie più ataviche che martellano dalle profondità del mio animo inquieto insinuavano l'esatto contrario: e se piovesse?

Come spesso accade, verso le otto: non ci trovavamo in nessuna di queste due possibilità: non pioveva, né c'era il sole. Il grigio-Torino vegliava invece su tutte le migliaia di sabaudi (no: c'era gente da tutto il mondo, perché si correva anche una maratona vera: 42 chilometri di lieta torinesità) accorsi per le tre gare di questa domenica quanto mai sportiva: la Junior Marathon: hehe i bambini che corrono, fa tenerezza. La suddetta maratona (non so se ce la farò mai, ma ora però punto alla mezza e lo annuncio: tenterò i 21 chilometri a dicembre per la Royal Half Marathon per Telethon!! ok, vabè: casomai mi porto un libro da leggere!). E infine, ci siamo: la nostra gloriosa Stratorino: 7,5 chilometri con partenza da Piazza San Carlo (il salotto buono di Torino) e arrivo sempre lì in un previsto simpatico clima festaiolo.

Alla partenza ero agitata: guardavo l'orologio digitale sopra il palazzo a sinistra di Via Roma che segnava +9° non so, a me sembravano di meno: avevo brividi e fitte intercostali psicosomatiche, starnuti, visioni catastrofiche della vita, delirio di rovina. Per un attimo ho pensato: non la faccio.

Perché, sapevo bene, mai sottovalutare le sfide piccole: è vero che avevo già corso la Tuttadritta (qui!) ed erano 10 km ed ero, per così dire, solo all'inizio della mia brillante carriera di runner. Ed è vero che poi ho corso questa. Bella faticosa. E questa: forse la mia preferita. Quindi oggi era, cavoli, la mia quarta gara! Eppure, non so perché, ero molto più tesa del normale. Credevo sinceramente che avrei interrotto a metà, per mettermi a camminare, perdendo la sfida (con me stessa, chiaramente!). Ed è proprio quello che fa più paura, in genere. Perché gli altri: bè, le variabili sono sempre le stesse e molteplici:

ci sono quelli bravi, che tirano come vento da est e lasciano indietro solo mucchietti di foglie gialle a vorticare.

E ci sono anche quelli che li vedi così e sei sicura, per quanto sono male in arnese, che questa volta li supererai di netto - le mie rivali numero uno: le anziane. Con i capelli bianco latte e le chiappone: le peggiori ossia le più svelte di tutte: giuro che ancora non ho capito come fanno; o quelli col passeggino che scanna senza pietà - e invece appunto ti superano dopo il primo chilometro: e il mondo va veloce e tu stai indietro.

Così, alla soglia del terzo, ho, come sempre, stramaledetto il mondo, la vita, il Comune di Torino, Piero Fassino, gli agnolotti del plin, i rubatà e naturalmente il mio fidanzato che - nel mio immaginario alla David Lynch di quell'istante - era forse già arrivato e si fumava un sigaro in vestaglia di seta dentro un lascivo bagno turco, alla faccia mia.

E come sempre invece al quarto-quinto qualcosa è cambiato. La vita e il sangue che ti scorrono dentro sono potenti come il fiume che punta alla sua ineluttabile destinazione: le guance diventano rosse, il sudore sulla fronte che ti dice che stai facendo qualcosa di reale e tangibile, le gambe che spingono sul serio: e quella ostinata voce - la tua - che ti comunica (grida) che ce la farai, che ce la stai già facendo. (Sì, poi ti giri e sei in coppia e perfetta armonia con il solito tredicenne sottopeso e paonazzo, forse tisico, ma va bene, va bene lo stesso).

I tamburi che di tappa in tappa incitavano i corridori sono stati la cosa più emozionante. C'è una corrispondenza cuore-tamburo che non sapevo. Che fortifica. C'è un tipo di musica che simpatizza con la resistenza, con la ferocia.

Il primo, in Corso Cairoli, lungo il Po: una batteria suonata da un bambino bravissimo: ho alzato gli occhi da terra e c'era la grande distesa d'acqua, sovrastata dall'elegante architettura bianca di argini e ponti, le piante brumose, protettive come caverne, la folla in continuo movimento puntinata di molti colori dentro cui la mia maglietta nera scompariva, si tingeva di verde, di blu, di rosa, di rosso fuoco, di giallo squillante, di nulla che scompare nel tutto: come un urlo che diceva: fai tutto, ma non smettere di correre. Pensa quello che vuoi, ma non camminare. La fatica, la fatica: pensavo, come tutte le altre volte, che era quello il mio problema. La fatica, esiste, bussa alla tua porta, non puoi non aprirle. Solitamente provo a fregarla, offrendole un caffè zuccherato per addolcirla. Ma a volte invece comanda lei: si stufa delle mie moine e mi sfida con violenza. E quando ti capita, tu le devi gridare contro.

Comunque, ansimando asmaticamente, sono arrivata a tagliare il traguardo (e, credeteci o no: anche con un netto miglioramento rispetto al tempo della prima gara, uhm un 6% circa ecco) non ho camminato, ma alla fine mi sembrava di svenire: tutti i sabaudi etc. accalcati e piantati lì come una massa critica, un muro umano informe e fastidioso, lame di gelo che tagliavano sotto il collo.

Però la medaglia mi ha ritemprata: a me piacciono queste cose: i gadget :) E finalmente, tra coppie, gruppi, classi di runner professionisti, famiglie, cani, palloncini, iPod, ecco anche il banchetto della frutta e della colazione. Marmellata, fette biscottate e mele gialle. Sì, è proprio lì che arriva il bello: avevo finito, la mia guerra per oggi era finita e l'avevo di nuovo vinta.

p.s.

Come preannunciato in qualche post fa per l'uscita del suo #1Q84, ho pensato correndo a Murakami Haruki, al più tenace, sincero maratoneta scrittore che io conosca.

C'è qualcosa indubbiamente che va oltre lo spaziotempo.


martedì 14 giugno 2011

It's raining, Yes.

Quindi ieri, ben contenta per il mio lavoro di scrutatrice, con la fortuna in tasca di aver trovato un #seggio (uno degli hashtag del referendum, per chi era su twitter, a proposito: grazie) simpatico, dispensatore di calma, chill out e soprattutto dolcini e limoncello a fiumi, stanca ma felice, stanchissima ma felicissima, anzi troppo felice, anzi sovreccitata, anzi un po' esaltata dall'euforia generale e dal limoncello artigianale, ho pensato di fare una corsetta. Perché non dimentico di essere una podista; scarsa sì, ma maratoneta nell'anima.

Allora partiamo. E dopo circa venti minuti scoppia il temporale.

Così io ero lì sotto. Con la pioggia di sì delle centinaia di schede ancora negli occhi, tra le mani, sotto la pioggia vera, simbolicamente di acqua, che scrosciava su tutti. I casi erano due: scappare o continuare. Rifugiarsi o sfidare il diluvio e il destino.

Quindi la corsa è andata avanti tranquilla, senza bisogno di pensarci. Eravamo una decina, tutti a correre sparsi come funghi semovibili, lo stesso, ignorando completamente le pozzanghere. In pochi secondi, ovviamente, eravamo fradici. E stavamo bene.

Sono felice. Ho pensato. L'acqua del temporale che fa tanta paura, dopo un po' smette di fare paura ed è normale sentirla sulla pelle. Poi vabè, quando le gocce si sono trasformate in grandine assassina ce ne siamo andati, come è comprensibile. Però che dolce forzatura restare un po' in balia delle intemperie.

Comunque: che momento. Una pioggia di sì, pensavo: in generale, sì al signore che ha perso recentemente la moglie che ci raccontava al seggio di aver sognato di andare a funghi, sì all'antipatica del quartiere che non saluta, non sorride, ha i boccoli perfetti e delle oscene paperine troppo larghe rosso peperone, sì al bambino-palla il cui padre dice: "lui vota per il latte pubblico", sì alla madamina ottantenne esperta di vini, sì alla signora in sedia a rotelle, sì a chi non riesce a trovare l'ingresso della cabina, sì ai brutti da far spavento, sì ai ritardatari e ai precisini, sì ai bellissimi che fissano negli occhi, sì ai cognomi che si intonano coi nomi, si agli errori dell'anagrafe, sì ai normali che sono parecchi, sì alle maggioranze e alle minoranze, sì alle ossa rotte, sì alle guarigioni.




sabato 4 giugno 2011

Supergara - un anno di corsa.

Chiamatemi Zátopek.

Ieri sera ero qui :)

Alla Supergara. Una corsa serale nel parco della Pellerina, a Torino, con cena a base di prodotti tipici (e pane e Nutella finale) nella cascina La Marchesa, sede della Turin Marathon.

Circa 6 kilometri: ho fatto una fatica blu, peggio che le mie due precedenti gare da 10 km - perché lì era proprio al sesto/settimo che mi riprendevo e trovavo il mio ritmo, e ritrovavo la calma e mi godevo il paesaggio, così finire al 6° è stato come finire al culmine dello sforzo - ma anche del mio meglio. Il mio tempo è stato **** aaargh non proprio strabiliante, ma assicuro i più di non essere arrivata ultima, nemmeno penultima, né proprio tra gli ultimissimi.

Un anno di corsa. Ho iniziato a giugno 2010 facendo dieci minuti e morendo e non credendoci ed etc etc.

E oggi sono qui che penso:


E son qui che penso: ieri sera ho corso spingendo con le mie gambe da dilettante, con le mie braccia in via di definizione, con i miei piedi incerti, con i miei capelli disordinati, con la mia asma e un prevedibile mini-attacco di panico, per il fatto di competere con gli altri.

Ieri sera cenavo sotto una pioggia da diluvio. Il cibo sembrava più nutriente del normale. Tutto era fragile, ma limpido di pioggia, sereno. Le persone che corrono sembrano tranquille, mi ispirano fiducia. Alla fine bevevo birra, c'era musica, avevo i capelli se possibile più spettinati ancora, le guance rosse, i jeans stropicciati, il pettorale numero 50.

Avevo corso sullo sterrato, saltando dentro le pozzanghere, sotto un cielo grigio, con la pioggerella, vicino, accanto al fiume scrosciante, gonfio, ventoso. Ho fatto stretching di fronte a due tartarughe d'acqua dolce, un nido di rami basso, sulla sponda di un laghetto, abitato da un uccello nero che sembrava un pollo e il suo cucciolo pigolante e una papera bianca impegnata a grattarsi una scapola alata.

La conclusione è che sto cercando di scoprire che cavolo posso fare io nella mia vita.

Cosa riesco e cosa voglio. Per un sacco di tempo ho aspettato che qualcuno mi facesse fare le cose. Che qualcuno mi dicesse com'ero. Ad esempio a scuola negli sport ero una schiappa. Ho aspettato che qualcuno mi dicesse sei brava o sei scarsa, scrivi bene o scrivi male, potrai scrivere come una professionista, oppure: non potrai affatto. Guarirai dalle tue ipocondrie: non guarirai mai.

Ma ieri mentre spingevo sulla ghiaia e mi riempivo i polpacci di fango, mentre poi ritiravo il pacco-gara con dentro la marmellata, il gatorade, l'acqua, le calzette tecniche, il porta mp3 da braccio, ho sentito che ci sono infinite variabili. Che non arriverà mai qualcuno a sbrigare le faccende al posto mio, e infine che quel qualcuno ero io.

Ripenso a Murakami Haruki e al suo piccolo libro L'arte di correre. Ce l'ho qui vicino a me. Le sue foto in Grecia o le foto dell'arrivo dell'ultramaratona. L'ultramaratona. Cose dell'altro mondo. Ultra.

Comunque il piccolo libro bianco è qui vicino a me. Capisco per sottrazione e per addizione qualcosa di nuovo, ne avverto l'importanza, il valore, il senso. Poi da qui a correre una vera maratona o riuscire a pubblicare il mio romanzo la strada è ancora lunga o forse non c'è, o forse non ce la farò.

Il tempo, le variabili, il respiro, l'imprevisto, il panico hanno detto sempre l'ultima parola, mi hanno sempre preceduta al traguardo, vincendo sulle mie forze poche o mal indirizzate.

Solo oggi ho capito che però sono anche una persona libera. To be whatever. E sono partita. Tutto adesso sta nell'impresa di arrivare dall'altra parte. Ma dopotutto, anche quello non mi importa più. Mi importa solo correre. Mi importa solo scrivere e vivere ed è quel che farò, ve lo dico, e spero che anche voi facciate anche un po' quel che vi pare, lo spero sinceramente.

domenica 17 aprile 2011

Tutta Dritta --------> un anno di corsa.

E fu così che ho corso la famosa maratona. Non è proprio una maratona a dire il vero. Si chiama Tutta Dritta, 10 km da Torino alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, un percorso in effetti tutto dritto e qui trovate le dovute informazioni.

Ero agitata perché ho iniziato a correre a giugno dell'anno scorso: sono passati quasi dodici mesi. E a quel tempo, dopo meno di dieci minuti di corsa lentissima stramazzavo semplicemente al suolo rantolando in piena crisi asmatica.

Però poi mi sono ostinata. E quindi oggi. Oddio, non che mi sia piazzata tra i primi tre. Neanche tra i primi tremila, ora che ci penso.

Però ho corso tutto il tempo senza fermarmi mai e con pochissima asma. Ho scannato proprio, pensando in quegli interminabili momenti, quando cioè Via Roma, Via Sacchi, Corso Turati, Corso Unione Sovietica, il parcheggio Caio Mario, la Fiat, prati e palazzoni pieni ancora di bandiere mi sfilavano di fianco, a qualcosa di bello, a qualcosa che vorrei che succedesse.

Un'ora e otto minuti. Se contate poi che non più tardi di venerdì ho avuto un bell'attacco di panico sulla poltrona del dentista, di quelli con tachicardia che ti fa traballare mentre cammini, è un risultato.

Sono partita piano, in mezzo a gente presa benissimo, preparatissima, fisicatissima. Tutto bello, tutto emozionante, ma il punto era: arriverò io all'arrivo? Cioè dall'altra parte? Dove ci sarebbe stato tanto rassicurante gatorade e la soddisfazione totale dei cinque sensi? Oppure soccomberò, soprattutto al probabile attacco panico, all'agorafobia, al delirio di rovina? Mentre alcune vecchiette e gente che correva spingendo il passeggino del figlio mi superavano in scioltezza, ho iniziato a vacillare. Ma l'umiliazione l'avevo messa in conto. E avevo anche avvisato il mio fidanzato che mai e poi mai gli sarei stata dietro.

Tuttavia la risposta, nonostante i peggiori pronostici è stata sì. Sono arrivata. Ho tagliato il traguardo sulle amorevoli note di una banda che suonava una specie di pizzica e salutava animosamente dicendo viva le donne.

Un'ora e otto minuti. La palazzina di Stupinigi bellissima, bianca, luminosa e curva come un tenero abbraccio. La frutta e il tè, il prato dove fare stretching, un pranzo vero offerto dall'organizzazione, un gruppo che suonava bella musica e Proud Mary sparata che ci ha tirato fuori anche le forze per cantarla.


Veramente una cosa bella. In cui la grande novità è che sono ancora qui e che mi sto bevendo pure un caffè mentre vi auguro buona serata.

Love love.

:)

giovedì 3 febbraio 2011

Corro.

Ieri sera eravamo lì nella semioscurità del parco, insieme ad altri corridori sparsi, gente che passandoci vicino lasciava una scia di profumo, gente col cappellino di lana e l'iPod, sembrava comunque la setta dei poeti estinti.

Il fiume, il Po, che è vivo, nero. L'acqua che si muoveva poco e sentire il bisogno di stare lì, a respirare il suo alito invernale, a guardare qualcosa che fa paura ma che è più forte di te.

Io non penso a niente. Penso a correre. Guardo dritto, le luci piccole come candele o punte di spilli luminosi per dare una forma nuova e teatrale alla sera, al vestito della sera, al vento di febbraio. Due oche bianche guardano fuori dal loro recinto, tonde, chiare scontornate nel buio, il becco giallo, arancione. Gli alberi in silenzio che dicono: tra un po' tocca a noi, diventiamo verdi. Ma non ancora, non ancora. E hai paura che non succeda più, poi invece succede.

E io non penso a niente. Non voglio pensare. In quel momento non mi interessa altro che le mie ginocchia. E i miei guanti rossi.

lunedì 8 novembre 2010

New Balance.

New Balance, è una marca di scarpe*, ma oggi per me
è
anche un'idea di vita, una necessità, un desiderio e un auspicio. Più o meno si può tradurre con "nuovo equilibrio", ed è quello di cui ho bisogno e che sento a ondate arrivare nella mia esistenza - ma certo proprio come navigando sulle onde qualche volta ancora mi sembra di cadere.

Comunque la premessa è che le mie vecchie scarpe da ginnastica risalgono al lontano boh non me lo ricordo neanche più. Un paio di Nike belle ma che ormai avevano perso anche parte della suola. E siccome questa estate la novità è che mi sono messa a correre, più che una jogger sembravo una pattinatrice sul ghiaccio, per quanto le suole erano ormai lisce e lise. E così, dopo mesi di corse su corse, inizio a reggere e a stramazzare al suolo sempre meno. E quindi ecco il premio: mi sono comprata un paio di scarpe nuovissime (e in super offerta da Decathlon).

Si può voler bene a una scarpa? Non so, comunque sembra di volare. Profumano di nuovo e plastica. Di plastica nuova. E sono talmente comode.

Così ieri sera al Valentino, al buio dei lampioni, sotto una leggerissima pioggia londinese, la corsa sembrava più una nuotata in un'aria così fresca, buona, decisa e diversa. Le foglie gialle cadevano rincorrendosi fino al cemento umido, il fiume nero scorreva lento, illuminato dalle luci accese dei ristoranti e dei locali, le panchine solitarie, gli altri che correvano, i cani nel loro habitat naturale.
Sembrava un mondo inesplorato, da conoscere. E un nuovo nuovissimo balance da conquistare.





*non è una pubblicità occulta!!

giovedì 16 settembre 2010

Correre al buio.

Eh scusate, ma la corsa... mi sto trasformando in Forrest Gump (sempre meglio che Forrest, il mago televisivo, ok, è la fine, sono a pezzi e non lo nascondo ;).

Correre al buio, ieri sera. In quella frazione di secondo tra la fine della giornata e l'accensione simultanea dei lampioni del parco. Lo stadio curvo e bianco, sembrava di Lego. Il cielo viola come un velo trasparente, la stoffa sottile di un vestito da sera solo per me.

Correre sull'erba verde smeraldo, fresca, fitta. Sentirsi pulsare e luccicare nel nero della notte che scende prima, che ci ha fregati, che è implacabile come le stagioni.

Quello che conta per me, oltre a muovere le gambe, le braccia, i piedi, diventare rossa, sudare e respirare, è l'appuntamento fisso. Mi rimbombava una frase. Una stupidaggine come "la doppia vita di", la mia doppia vita di questi giorni. Di mattina affannata, preoccupata sempre di più e perdo energia e vitalità come un castello di sabbia si sgretola sul bagnasciuga. Stringo i denti, meglio: li digrigno fino ad avere male alla mandibola e alla mascella, fino a scheggiarli. Mi viene il mal di testa. Penso al futuro, mi accorgo che trema come l'acqua di uno stagno al getto di una pietra.

A poco a poco negli anni ho iniziato a vedere annebbiato: un figlio, un matrimonio, un lavoro: un'idea che più passa il tempo più si allontana anziché avvicinarsi, e mi sento per la prima volta invecchiare anziché crescere. Vorrei tutte quelle cose ma era tutto così sbagliato in me, che ho dovuto ritardarle, procrastinarle e forse ogni tanto penso: rinunciarci. Non vorrei dirlo, ma bisogna tenerne conto. Potrebbe, dietro l'angolo, anche rivelarsi così peggio di quanto credevo. E allora "rinuncia" sarebbe la parola. Una vita non brutta, certo, ma diversa. Eppure ancora non la voglio pronunciare. Ancora un po' di tempo, per favore, un po' di piccolissimo tempo.

E invece poi la sera. Quando è il momento di andare a correre. Io sono più di una persona, sono come una leonessa vera, un animale che corre sull'erba con tutta la velocità, con tutta la ferocia che ha nelle zampe. Esisto, come esistono gli altri animali, come le mamme col passeggino, come i cani, come tutti, qui ho gli stessi diritti di chiunque, di un'altalena, di una castagna, di un atleta che si allena per una gara importante.

Mi siedo per terra e affondo le mani tra i fili d'erba che profumano come niente altro al mondo. Sulla schiena sento che il mio sudore e la rugiada si incontrano, si mischiano, alla fine si assomigliano così tanto. E ogni volta, con la faccia sotto la fontanella sono più forte, ho i muscoli gonfi, e le macchine che scorrono poco fuori dal recinto con i fari illuminati, penso: non ancora. Non rinuncio ancora. Sono ancora viva, sono più viva che mai.

mercoledì 25 agosto 2010

Cappellino.

Bambino che giochi a calcio con tuo padre e i tuoi amici nel prato davanti allo Stadio Olimpico di Torino col cappello granata del Toro messo al contrario. Mentre transito ormai granata anch'io nel volto per la corsa. Mi guardi per paura di sbagliare mira e tirarmi contro la palla. Avrai sei anni. Sei serio, hai gli occhi blu come questo inizio di tramonto.

Ti prepari per non sai nemmeno tu ancora cosa. Come me. Che mi preparo ancora adesso per non so ancora cosa. Sembri forte, ma hai anche paura. La paura torinese. La paura di un pulcino. Che qui da queste parti non ci lascia mai. Siamo eterni gialli pulcini col becco affilato e gli occhi di spavento, noi qui di Torino. E anche il papà filippino della tua amichetta, adesso è uguale a noi.

"Attenta Diana. Attenta, è pericoloso, piano, adagio, pianino, occhio". Mi risuonano nelle orecchie le stesse parole della mia infanzia. Attenta Vemina, come mi chiamava mio nonno. Che ti fai male.

E comunque non è che noi qui non le abbiamo le emozioni forti. Ne abbiamo in grandi quantità, è chiaro ed è forse questo che ci fa molto male. Pensavo a Cesare Pavese, che dopo l'Università non ero più riuscita a leggere, e adesso mi ricapita non so perché tra le mani. Saranno le montagne che ci circondano, ci fanno sentire protetti, ma anche controllati. Come ti giri, da ogni parte c'è un picco innevato che ti ricorda quanto siamo infinitesimali, quanto ci siano cose alte e irraggiungibili appena dietro casa.

E comunque, bambino col cappello del Toro, stringiamo tu e io un'alleanza silenziosa. Se crescendo ti sentirai triste - e succederà, a giudicare dal tuo copricapo... - passa a trovarmi, ce ne andiamo al Caffè Elena in Piazza Vittorio. E siccome sarò già molto vecchia, ti parlerò della città, di come l'ho potuta conoscere io, della prudenza, della solitudine, della paura, della tenerezza di certi sguardi, della vita, delle piazze-salotto, della forza quieta che ci scorre sempre nelle vene.

giovedì 29 luglio 2010

Correre correre correre.

Ad esempio, correndo si scopre che:

- ci sono persone che dormono sotto gli alberi, e lì hanno la casa.

- a mezzogiorno non corre nessuno.

- i piccioni a mezzogiorno mettono le chiappe sotto l'acqua delle fontanelle e fissano il vuoto.

- i bambini nelle culle si mangiano i piedi di continuo.

- cadono le foglie già a fine luglio.

- la felicità può anche coglierti alla sprovvista e passare dal cuore al resto e viceversa e lasciarti lì come un sasso liscio privo di pensieri sotto il sole giaguaro.

- l'amore tra fiori e calabroni è imbarazzante.

- hey le gambe fanno parte di te.

- tu sei una cosa sola ma anche altre mille.

- senti che arriverà l'autunno inevitabilmente.

- anche la persona più pallida della terra può diventare paonazza in pochi minuti.

- il sangue scorre nelle vene, rosso e caldo.

- hai fame. la fame di quando avevi dieci anni. sei ancora tu, vent'anni dopo.

martedì 27 luglio 2010

Run baby run.

Correre nel parco è bello perché dopo l'iniziale fatica - in cui in genere stento a capire dove finiscono le mie gambe e dove inizia il cemento armato - mi sembra di entrare in un'altra vita. Come affacciarsi a piccoli balzi in un altro mondo, abbagliati dalla luce calda, gialla e diffusa ovunque. Il sole picchia diretto sulla faccia ed è come una voce che ti dice: non ti fermare, non ti fermare. E di questa incitazione c'è bisogno in grandi quantità durante una corsa, specialmente per chi, usando un pietoso eufemismo, "non è allenato", come me. La prima volta, dopo sedici minuti, sono stramazzata al suolo gemendo e implorando di riportarmi a casa, non prima di aver pregato in ginocchio di poter usare subito il mio Ventolin. L'ultima volta, ieri, ho invece respirato bene dall'inizio alla fine e dopo la corsa ci siamo anche fermati in un laghetto a guardare le papere e le tartarughe (!).

Questo per me è il fascino del cambiamento. A me piacerebbe molto cambiare, migliorare. Ci provo sempre, ma è sempre stato così comodo e rassicurante restare nel proprio cono d'ombra, nei propri antichi difetti, nelle proprie solide difficoltà. Ed è così difficile al contrario farcela. Molto più di quel che si pensa. Ad esempio darsi un tempo nella corsa e rispettarlo. A me viene l'ansia a un certo punto. Mi si gela il cuoio capelluto, le braccia si tramutano in soffici marshmallow avvitati di cui perdo completamente il controllo nervoso, mi fa male la milza. Ma poi adesso resisto. Lo trovo uno sforzo disumano, in quei momenti mi viene quasi da piangere, da sedermi finalmente su una panchina accanto alle nonnette incartapecorite, ma invece poi ultimamente continuo. Perché ho capito che correre ti conferma che è possibile superarsi, sfidare i propri limiti e vincere. E quando finisce la corsa e metti tutta la testa sotto la fontanella e ti tiri su e vedi che il parco è ancora lì, con i cani che giocano e le foglie che si muovono al vento, ed è stato testimone silenzioso delle tue prodezze, del tuo piccolo cambiamento, è una sensazione indescrivibile.

Guardi tutto con occhi diversi. Ti senti forte.
Prima di decidermi a correre ero così scarsa da non riuscire quasi neanche più a fare le scale in salita. Come chiamarlo? Decadimento fisico? Disfatta? Premorte? Ritiro sociale? A neanche trent'anni forse sì. Ma poi mi sono ricordata che ero viva pure io, e che avevo due gambe, e che con loro dovevo e volevo e speravo di percorrere ancora un lungo pezzo di strada. E così mi sono messa a correre. E per mia fortuna sono anche in buona compagnia.

E comunque adesso la prendo sul serio questa cosa della corsa. Anche perché è strano: prima di cominciare sono sempre puntualmente di pessimo umore, anzi no, sono sempre spaventata da qualcosa. Triste, ma di più: preoccupata. Demoralizzata, in preda a visioni catastrofiche sul futuro. Dopo la corsa invece la musica cambia. E non credo si tratti di un miracolo, bensì del frutto di nuove energie che sono costretta a utilizzare. E queste energie sono mentali prima ancora che fisiche. Correre e arrivare fino alla fine è come la dimostrazione pratica del concetto stesso di futuro. Cioè che nonostante le asprezze e lo sconvolgimento della corsa in sé, si può andare avanti, si può tracciare un percorso con i propri piedi, con i propri pensieri. Si può riuscire in un intento, raggiungere un obiettivo, perseguire un proposito e tutte quelle cose che rendono la vita un po' più interessante.