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lunedì 30 maggio 2016

My cup of caffè - Mi chiamo Lucy Barton - Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Faccio un piccolo spoiler: Mi chiamo Lucy Barton finisce con questa frase:

La vita mi lascia sempre senza fiato. 

Ed è l'ultimo frammento di una sequenza di "piccoli finali" che si estrinsecano in capitoletti sempre più corti, sempre più corti, sempre più corti ed essenziali fino a diventare quella frase. Assomigliano a tanti brevi respiri, quei capitoli, e la sensazione è proprio di fiato che si accorcia (chi è asmatico come me conosce molto bene la sensazione), qui però è tutto rovesciato: non manca l'aria perché si soffoca, manca perché ci è entrata ormai tutta nei polmoni, perché in questo romanzo c'è tutto ciò che è bene o doveroso sapere della vita, e dunque è un restare senza fiato per il dolore, la bellezza, la sensibilità, il talento. 

C'è veramente tutto, in questo ennnesimo capolavoro di Elizabeth Strout che, dopo I ragazzi Burgess che era un romanzo lungo, approda a una storia breve, mi ha ricordato non so perché Magda Szabò. 

Come l'Aleph di Borges è questa vita minima di una bambina che nasce povera e nel disagio estremo psichico e, seguendo un percorso credibile che non permette mai al lettore di disdire la fiducia nella scrittrice Strout (difficile per uno scrittore parlare di uno scrittore, dicono infatti sia la sfida più grande) diventa una scrittrice. 

Lo diventa in modo organico, pulito, tradizionale: partecipa a un workshop di scrittura, manda i suoi racconti a una rivista letteraria, scopre una passione e una capacità che le fruttano denaro. Succede in modo lineare, come poteva accadere negli anni Ottanta, dove questa storia è in gran parte ambientata.

Tutto comincia in un letto di ospedale, in medias res rispetto alla vita della protagonista - Lucy Barton - ovvero quando lei sta per diventare una scrittrice famosa, ma non lo è ancora, ha due bambine e un marito, ma non lo avrà più, almeno non lo stesso, e non vede sua madre da tanti anni, quando questa donna, di punto in bianco:

- Mamma? - dissi.
- Ciao, Lucy, - disse lei. La sua voce mi parve timida, ma inderogabile. Si chinò e mi strinse un piede attraverso il lenzuolo. - Ciao, Bestiolina, - disse.

Compare la mamma ad accudirla, come fosse tornata bambina. Ma non aspettatevi pietismo: non è commovente questa scena perché non c'è una fantomatica "riappacificazione", c'è invece tra le più perfette forme di autenticità descrittiva delle relazioni ed emozioni umane che possiate trovare in un romanzo. Come avrà fatto la Strout a capire e a trasferire sulla pagina l'animo umano e in special modo quell'animo umano lì, resterà un mistero, un miracolo anzi.

Spesso, molto spesso, le narrazioni che riguardano il rapporto madre e figlia hanno a che fare con gli ospedali, perché è proprio quando siamo più fragili e soli che abbiamo bisogno di una mamma o, alternativamente, di una figlia. 

C'è una frase di Philip Roth che dice pressappoco: "Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è rovinata". Beh, questo romanzo sembrerebbe invece rovesciare l'assunto e trasformarlo in: 

"Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è salva". 

Ci sarebbe da discutere se siano le caratteristiche peculiari di una famiglia a far nascere uno scrittore o, al contrario, se sia il "miracolo" innato della mente dello scrittore a rende una famiglia narrabile, narrativa. Il tempo e lo spazio sono sempre troppo pochi per sviscerare tutte le questioni, questa però è interessante. Nel caso di Lucy Barton, quella specifica famiglia pare toccata - per sommi capi e mi si perdoni la laconicità - dal male assoluto. Eppure Lucy trova una strada per uscire dal quel buio, magari soffrendo in ospedale, magari sbagliando, residuando un po' di questo male, distribuendolo senza volerlo, ma infine riesce a guarirne.
 
Ho seguito il livetweet del suo intervento al Circolo dei Lettori qui a Torino, per capire cosa dice, come, appunto, fa. E ho letto delle interviste, ma niente. A occhio e croce, non lo sa nemmeno lei. D'altra parte, è un mistero, nessuno sa svelarlo, dico il mistero della scrittura così giusta e accurata.

Tra le altre cose, ho letto che ha dichiarato ironicamente di essere l'unica donna americana ad amare Hemingway, e io avrei tanto voluto dirle che non è sola, che ci sono anche io! 

E avrei voluto dirle anche che la leggo da tanto tempo e che - ancor prima che diventassero di moda gli youtubers! Bontà loro - posso vantarmi di aver realizzato ben due video, con tanto di musichetta di sottofondo - sul suo splendido Resta con me. Secondo solo, per lucida conformazione dei personaggi in totale purezza, al più premiato Olive Kitteridge.

Tutte queste cose non potrò dirgliele mai, ho pensato. Ma leggendo Lucy Barton ho anche pensato che la vita prende vie misteriose, che non sono necessarie tante parole per la felicità. 

E in efffetti è soprendente notare come in questo romanzo ci sia tutto il mondo in poche frasi: dagli indiani d'America, alla strage dell'Aids, dalla violenza assoluta alla pietas, dalla miseria alla ricchezza esteriori e interiori all'11 settembre, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, ci siamo noi, in effetti, bambini, adolescenti, adulti, anziani. In una parola, Elizabeth Strout sa pronunciare il mondo. 

Questa è una storia piccola, ed è una storia epica. Una banale appendicite in un ospedale qualunque, in una famiglia qualunque, solo più misera della media, ma neanche troppo, diventa un'Odissea in cui l'eroina deve, vuole e può tornare a casa. Quale sia questa casa non si sa, ce ne sono alcune accennate, o meglio si sa con più precisione: è la scrittura. 
Conforta che non bisogna essere per forza scrittori famosi per tornare a casa, la vita lascia alla fin fine tutti senza fiato, in tutti i sensi, da sempre e per sempre.

 Traduzione perfetta di Susanna Basso. Perfetta copertina di Giordano Poloni.

martedì 4 agosto 2015

Consigli libreschi per l'agosto duemilaquindici.

Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri, marcos y marcos

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Einaudi

Le proposte di lettura per questa caldissima estate 2015 sono davvero tante: basta sfogliare giornali e riviste, navigare un po' su siti e blog o fare un giro in libreria per capire che davvero c'è l'imbarazzo della scelta. E quindi tocca scegliere. Già è complicato scegliere nella vita, ma quando si tratta di libri il tutto diventa ancora più arduo, no?

 Per questo lo ritengo un ottimo allenamento per orientarsi nell'esistenza. Scegliere i libri, pochi e buoni. Questo almeno è il mio criterio e funziona bene. 

Poi a me piace fin da quando ero piccola fare dei percorsi di senso, analogie, bislacche mappe concettuali, riferimenti, costellazioni libresche. Diciamo che è il mio sport preferito. Ed è anche un duro lavoro, ne converrete. Qualche volta, però, le associazioni di idee e storie e concetti saltano fuori per caso, sbocconcellando libri qua e là come fossero pezzetti di cocco sulla spiaggia. Qualche volta, specie in estate quando restano attivi ben pochi neuroni, mi piace allora lasciarmi ispirare dal caso, dal momento. Salvo poi scoprire che il sentiero che tracciano certe storie porta lontano, o indietro nel tempo o nel profondo della vita più di quanto mai potessi aspettarmi.

Quindi ecco la scelta, un po' casuale all'inizio, ma significativa alla fine, che ho fatto per le mie letture estive. Che sono in definitiva anche i miei consigli per voi che leggete questo blog con affetto. 

(A proposito: GRAZIE, perché grazie a voi succedono da queste parti sempre cose belle di cui renderò conto a breve, nell'autunno...).

Dunque: I miei piccoli dispiaceri. E chi non ne ha, a pensarci bene. Questa storia risponde alla domanda: cosa succede quando una persona non ce la fa più e smette di provare gusto per la vita?

La risposta sarebbe interessante già solo se si trattasse di una persona qualunque, come tutti noi. Ma se si tratta di una persona particolarissima come Elf, pianista di fama internazionale, bellissima e ricchissima e adoratissima da tutti compreso il meraviglioso marito Nic?

Bè succede che c'è qualcuno che tenta di tutto per non farglielo fare, intendo per impedirle di suicidarsi. E questo qualcuno nello specifico è la dolce, disarmante, squinternata e svitata Yolandi, detta Yoyo. Che è anche la voce narrante, per di più, scopriamo, in parte autobiografica dell'autrice.

Yolandi (...) tua sorella è una persona rara. Non ho mai conosciuto nessuno come lei. Devi tenerla in vita. Devi fare tutto quello che puoi. Tutto.

Di lei avevo già letto un libro, vi rimando qui per il post. Miriam Toews è una scrittrice canadese molto amata e rispettata in tutto il mondo, vincitrice di premi e acclamata, come si suol dire, da pubblico e critica. Scopritela in questo film che voglio assolutamente prima o poi vedere... 

Con lei io ho personalmente un rapporto controverso. Ovvero mi piace, mi affascina ad esempio l'ambientazione nella setta mennonita di Winnipeg, con tutto ciò che comporta, da un punto di vista narrativo, osservare come le emozioni e le azioni si ritagliano posto all'interno delle strette restrizioni che inevitabilmente si creano in un ambiente chiuso e moralista.

Mi lascia perplessa, però, a volte, invece lo stile di scrittura, molto colorito ed enfatico. Che in alcuni contesti amo molto, mentre in altri mi appesantisce. Mi lascia in balia delle montagne russe emotive, il che non sempre è un piacere. 

Ciò detto, cosa racconta il libro? Racconta un problema etico importante: l'eutanasia. E racconta un problema psicologico grave e sottovalutato: la depressione. Ed esplora le dinamiche di una famiglia sopra le righe, che però parla a tuttti noi. Infine, descrive molto bene il legame che c'è tra due sorelle. Qualcosa che io non capirò mai, essendo figlia unica, ma che mi incuriosisce molto.

Ora: cosa si fa quando si deve salvare una vita? Si prega. Si recita, si ride. Si comprano cose. Si legge. Si googola continuamente. Si abbraccia, si cercano abbracci. Si corre su e giù. Si piange, non si piange più, basta. Si dimagrisce, si mangia a orari assurdi. Si sorride. Si diventa migliori. Si telefona di più, si risponde. Si scrive. Si promette, si spera, si prega, si prega molto. Si sta in silenzio. Si cammina da soli, e poi con qualcuno. Si dorme male, poco, come sassi, di colpo. Si ascolta musica, si spegne la cavolo di musica, si progetta, si diventa molto intelligenti. Si litiga con chi potrebbe aiutarti, si crede in qualsiasi cosa. Si ricorda tutto. Si racconta, si parla ore e ore. Si sta zitti all'improvviso. Ci si trascura. Si è pronti a tutto, tutto. E ci si dispera. E alla fine, ci si arrende. Ci si arrende alla grazia della vita per quella che è e non per quella che vorresti tu che fosse.

Ma cosa c'entra il buon Hemingway in tutto questo? 

Poco o niente salvo che uno dei suoi quarantanove racconti, Le nevi del Kilimangiaro, tratta un po' di questo, ovvero di come si comporta una persona che tenta di tutto per tenere in vita una persona che ama. Tocca quell'emozione lì. Che bisogna un po' trovarcisi per capirla, forse. Ma che in letteratura vince, perché è la storia straordinaria delle incredibili energie che sanno tirare fuori le creature, umane e animali nella lotta alla sopravvivenza. Trovare un tema più affascinante è difficile. Per questo questa estate la voglio passare così: ricordandomi, molto semplicemente, quanto è preziosa la vita, la semplice realtà, e quanto sono utili, e belle le storie da raccontarci intorno.