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lunedì 26 settembre 2016

My cup of caffè

William S. Burroughs, Il gatto in noi, Adelphi (traduzione di Giuseppe Bernardi)

Per la rubrica dedicata alla letteratura anglofona, questo mese, sistemando un po' la mia libreria, è saltato fuori, con balzo felino, questo piccolo libro. 

Ho vissuto per ventiquattro anni con un gatto di nome Saltello (il quale, venute a mancare le doti atletiche cui alludeva il nome che, quando avevo quattro anni, ho scelto tra i personaggi di Richard Scarry, ha preso a chiamarsi, dopo diversi cambiamenti e varianti, definitivamente Cinzio), poi sono stata dieci anni senza gatto. Da un mese a questa parte ho un nuovo gatto che, in omaggio al Barone rampante di Italo Calvino, si chiama Cosimo. 

In tutto questo tempo passato con i gatti ho capito e sto capendo una cosa sola. Ovvero che non è assolutamente difficile accudirli, richiedono poche cose e poco costose: cibo e manutenzione della lettiera, un posto dove dormire. Niente che chiunque non possa fare. C'è una sola cosa che è davvero difficile fare per un gatto: dargli la felicità. O per lo meno, capire cosa esattamente li renda felici. Su questo punto aleggia il mistero. Hanno emozioni? Stanno bene? Ci sono studi al riguardo e senz'altro l'etologia, la veterinaria e la psicologia degli animali qualcosa lo ha compreso, tuttavia si continua a sapere poco. Puoi comprargli un giochino ergonomico all'avanguardia e lui preferirà una cimice che mangerà sotto i tuoi occhi attoniti ma al contempo sembrerà apprezzare i tuoi sforzi e ti osserverà dal suo mondo parallelo.  

Si sono scritte infinite cose sui gatti, trattati, manuali, articoli di giornale e romanzi.Vi consiglio senz'altro la bellissima poesia di T.S. Eliot, The Naming of Cats (Il nome dei gatti), sulla controversa questione dell'identità felina, oppure il meraviglioso romanzo giapponese Io sono un gatto di Soseki Natsume, solo per citare gli autori famosi e senza stare a ricordarvi quanta importanza hanno i gatti nei romanzi di Murakami Haruki, ad esempio.

Ma soprattutto vi consiglio questo, Il gatto in noi. 

Probabilmente la maggior parte dei lettori conosce questo autore americano per i suoi lavori più celebri, dei primi anni Sessanta, a ridosso dell'avvento della beat generation, di cui Burroughs faceva parte, tra cui Il pasto nudo o La macchina morbida. Forse, ma posso sbagliarmi, sono meno note le sue scritture successive, considerato che questo libro è uscito per la prima volta nel 1986 a tiratura limitata e successivamente nel 1992 a New York.
Questo libello si compone di diversi frammenti che di volta in volta raccontano del rapporto dell'autore con i gatti e più in generale con le creature animali e più generale ancora del legame tra uomo e animale. Molti di questi frammenti contengono episodi legati ai gatti con cui Burroughs ha vissuto, in particolare il grigioazzurro Ruski, ma ci sono episodi significativi legati a Calico Jane, Wimpy o Fletch. Fletch è un gattino nero con macchie bianche, come il mio e per chi fosse interessato alla faccenda vi dico che ci assomiglia parecchio e per coincidenza Burroughs lo incontra proprio nel mese e nell'anno in cui è nato il mio primo gatto, Cinzio.

Agosto 1984. James era in centro, all'angolo tra la Settima e la Massachusetts, quando ha sentito un gatto miagolare molto forte, come se soffrisse. E' andato a vedere e un gattino nero gli è saltato in braccio. (...) L'ho chiamato Fletch. E' tutto scintillio e splendore e fascino, ingordigia che si fa innocenza e bellezza. Fletch, il nero trovatello, è un animale squisito e raffinato, con una luccicante pelliccia nera, una lucida testa nera come di lontra, snello e sinuoso, con gli occhi verdi. (...) E' un maschio non castrato di circa sei mesi, ha chiazze bianche sul petto e sulla pancia.

Ma a queste pagine di cronaca di vita quotidiana seguono frammenti più letterari. 
Inverno nucleare... spaventosa tormenta di vento e neve. Un vecchio in una baracca, tirata su con le rovine della sua casa, si accuccia sotto trapunte strappate, coperte piene di buchi e tappeti sporchi, insieme ai suoi gatti. 

Ci sono storie molto emozionanti, altre minime. Gatti importanti, e gatti che compaiono una volta sola. Ci sono negozi di animali e piccoli consigli (ad esempio, il momento migliore per accarezzare un gatto è mentre mangia) e c'è una incisiva disamina delle differenze tra gatto e cane e una bella incursione nella cattiveria umana. 
In questo mondo virtuale dove i gattini sono diventati un cliché, leggere questo libro ci riporta alla realtà, alla storia semplice dell'addomesticamento di queste bestiole da parte degli uomini e dal ruolo di piccole divinità del focolare che svolgono da millenni. 

Infine, tornando alla felicità, Burroughs dice una cosa: Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli, e per noi c'è un posto soltanto. 

Ha dunque un'intuizione, che dalle sue pagine emerge profondamente. Nel gatto troviamo noi, parti di noi, guide per noi, indicazioni di noi stessi. Da qui è allora facile capire perché sia così difficile la questione della felicità: il giorno in cui sapremo essere amorevoli con noi stessi, forse lo saremo anche con loro. I gatti vivono meno tempo di noi, ed è come se fossero qui a dirci che la vita corre veloce e che è vano trascorrerla trattandosi male. Se potete leggete questo elogio del gatto, staccate la spina dai gattini del web e immergetevi in queste pagine.
La sola idea che qualcuno lo maltratti! E' stato maltrattato già tante volte attraverso i secoli, il mio moretto Fletch con la sua pelliccia splendente e gli occhi di ambra.

giovedì 30 giugno 2016

My cup of caffè!

J.M. Coetzee, La vita degli animali, Adelphi
Per la rubrica dedicata ai libri e agli autori anglofoni, ho scelto questo mese in realtà un non-inglese. 

Non è tanto per allinearmi all'incontrario alla tanto discussa #Brexit - l'idea della rubrica in verità è nata infatti perché la letteratura anglo-americana è un grande interesse che ho da tempo su cui mi sono anche laureata nel 2003, lo stesso anno in cui Coetzee ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura! - quanto per continuare a parlare ancora un po' di animali in senso lato. 

Coetzee non è inglese né americano (è nato infatti nel 1940 in Sudafrica) ma ha lavorato e scritto a lungo sia in Inghilterra che in USA, dunque rientra bene a pieno titolo nella mia "cup of caffè". 

In questo libro l'autore mette al centro una corposa e articolata conferenza accademica nell'ambito della Gates Lecture presso l'Appleton College nella cittadina di Waltham, che uno dei suoi personaggi più famosi e riusciti - l'anziana romanziera Elizabeth Costello - espone sul tema della relazione tra uomo e animale. 

"(...) che genere di anima abbiano gli animali, se siano in grado di ragionare o al contrario agiscano come meri automi, ossia macchine biologiche, se abbiano dei diritti nei nostri confronti o se noi abbiamo unicamente dei doveri nei loro".

Ne consegue una discettazione toccante che interseca anche alcune appassionanti sottotrame. Rapporti tesi tra generazioni, giudizi affrettati, affetti.

Elizabeth non ha alcun titolo, se non quello di scrittrice. 

"(...) una persona il cui unico titolo alla vostra attenzione è di aver scritto delle storie su gente inventata"

Eppure tira fuori dal suo cilindro argomentativo un percorso autorevole. 

Difficile per noi lettori districare un tema tanto delicato e sottile, che non può essere ridotto alla semplice diatriba vegetariani vs onnivori. Qui si scandaglia invece più in profondità e se ne esce pieni di domande e risposte tali da potersi formare un'opinione o per lo meno con un bagaglio di nozioni ed emozioni un po' più fornito. 

Opinione, a mio modesto parere, non tanto sugli animali (argomento pur urgente e appassionante) quanto anche e soprattutto sulla fragilità dell'animo umano.

Buona lettura!

lunedì 6 giugno 2016

Chicchi di caffè.

Glenway Wescott, Il falco pellegrino, Adelphi - Helen MacDonald, Io e Mabel, Einaudi
Per la mia rubrica di accostamenti letterari, oggi ho scelto due romanzi con un comune denominatore. 

Molto differenti tra di loro, ma accomunati da un elemento della storia che è un perno per entrambi i racconti: un falco. 

Ne Il falco pellegrino, si tratta di Lucy, un rapace stranamente mansueto, sempre appollaiato sul polso di Mrs Cullen.

"Alex si congratulò per come Lucy appariva tranquilla in mani mie; sarei stato un buon falconiere. Questo mi ricordò mio padre e il suo magico potere sugli animali".

In Io e Mabel, similmente, ed è questo un altro elemento che lega le due storie, uno dei protagonisti principali, seppure assente fin dalle prime scene, è un padre, il padre di Helen (la narrazione qui è in forma di memoir, quindi autobiografica) che muore e le lascia un'eredità particolare, capace di condurla all'incontro con il falco Mabel.

"'Mi ha lasciato un'eredità da osservatrice', pensai oziosamente. Forse, considerata la propensione di mio padre ad alzare la testa a ogni minimo rombo di motore e a seguire con il binocolo scie lontane, era inevitabile che il mio minuscolo sé tentasse di emularlo e imparasse che osservare oggetti volanti era il modo per guardare il mondo".

I falchi in queste due storie diventano simboli, nell'accezione più nobile ed efficace dell'uso che se ne può fare in letteratura. Nel primo caso, sarà Lucy a scatenare reazioni ed emozioni in un consesso umano iper controllato e insieme ozioso della borghesia degli anni Venti (un'ereditiera americana ospita nella sua magione nella campagna di Francia amici britannici), nel secondo Mabel sarà un vero monito e un vero veicolo di maturazione, cura, crecita per la protagonista che, dopo la morte improvvisa del padre si scopre precaria non solo nel lavoro ma anche negli affetti, priva di colpo di risorse con cui cavarsela, come ci scopriamo molti di noi.

E se infatti nel primo caso, Christopher Isherwood accosta Il falco pellegrino, uscito per la prima volta nel 1940 (e in Italia nel 2002), al Buon soldato di Ford Madox Ford, Io e Mabel, pubblicato per la prima volta nel 2014 e in Italia nel 2016, invece si può avvicinare ai maestri della contemporaneità: inevitabile, non fosse che per la presenza massicca del birdwatching come metafora, pensare a Franzen, anche per scavo psicologico e ossrervatorio lucido sulle nevrosi della nostra talvolta vuota contemporaneità.

Proprio un vuoto profondo sarà ciò che i falchi proveranno di fatto a colmare. Un vuoto di valori e un vuoto di sicurezze. Due facce della stessa medaglia esistenziale, che nelle frasi accurate, nella prosa eccellente di questi due autori tanto lontani e tanto vicini, si trasformano nelle tinte di due affreschi narrativi ammurevoli, fonte di accrescimento per noi lettori. 

Lo stile di scrittura, ne Il falco pellegrino, è di una perfezione rara, segno di una padronanza dei temi e della lingua notevoli e in Io e Mabel ci troviamo di fronte a un esperimento letterario interessantissimo, dove saggistica, narrazione e diario si confondono in uno di quei lavori "totali" che ogni buon scrittore vorrebbe saper comporre almeno una volta nella sua vita.

Spero allora che anche a voi piacerà trovare analogie e differenze in questi due inusuali capolavori quanto è piaciuto a me. 

Ne approfitto infine per segnalarvi, se vi incuriosiscono le storie con animali, il mio blog Acqua Naturale, che è un  piccolo laboratorio di scrittura in cui mi cimento a raccontare frammenti di vita reale o immaginaria in cui gli animali assumono un ruolo importante, poiché è ciò che ho intuito in questi ultimi anni, ovvero quanto siano significativi nella vita gli esseri umani gli animali e in generale la natura, che tanto mi spaventa quanto mi affascina. Buona lettura.

venerdì 16 ottobre 2015

Groucho e io.


 



A me questo libro ha commossa, che ci posso fare?
La mia carriera teatrale andava a passo di lombrico. Chico e Harpo prosperavano, ognuno nel suo lavoro. Io non battevo un chiodo.

Le storie di come le persone faticano per farcela a corrispondere a se stesse, nella maniera più autentica possibile, attraverso alti e bassi e scivoloni e tristezza, mi piacciono sempre parecchio.

Come sono diventato un comico non so bene. Forse non sono un comico. Non vale la pena di discuterne. Comunque, spacciandomi per tale mi guadagno da vivere benino da molti anni. Da ragazzo non ricordo di aver strabiliato nessuno con il mio spirito. Sono un tipo abbastanza cauto, e non ho né la voglia né i mezzi per analizzare cosa rende un uomo divertente agli occhi di un altro. Ho letto molti libri di cosiddetti esperti, che spiegano le basi dell'umorismo e cercano di descrivere cosa fa ridere e cosa no; ma dubito che qualsiasi comico sia in grado di dire onestamente perché lui è buffo e il suo vicino di casa non lo è. Credo che tutti i comici arrivino a essere tali per tentativi. Così era di certo nel varietà di una volta, e sono sicuro che è così anche oggi.

Questo è l'attacco del capitolo 8. Si intitola Un menestrello errante, io. Mi ha colpita perché mi ha ricordato una cosa buffa della mia vita (eh beh ovviamente!). Quando ero piccola in un temino mi pare di terza elementare che chiedeva quale personaggio del Medio Evo avremmo scelto di essere, se fosse stato possibile viaggiare nel tempo, avevo scritto: il menestrello! Per via dei vestiti colorati e del fatto che poteva raccontare storie a destra e a sinistra. Perché non avessi scelto di essere quella che le ascolta, le storie, che ne so, una regina, non l'ho mai capito, ma tant'è.

Come ho già raccontato in questo blog, mi appassiona la comicità: non sono diventata un menestrello, né mi vesto particolarmente colorato, ma di storie di comici ne sto leggendo e ascoltando tante.

Da questo libro, che ho prenotato perché non c'era più nelle librerie, ha letto dei brani Gioele Dix al festival Il senso del ridicolo, di cui questo è un #LaterPost, come avevo promesso, ovvero un racconto dilazionato di un evento avvenuto ormai qualche settimana fa. 

Groucho Marx è un'icona del secolo scorso (e di un pezzettino di quello ancora prima, essendo nato nel 1890) e questa è la sua autobiografia. Come potete vedere nel video, ci sono nel libro parecchie foto commentate e tanti aneddoti uno più interessante e curioso dell'altro. 

Groucho è il terzo dei cinque fratelli che componevano il gruppo comico dei Fratelli Marx, di cui la madre era agente. Hanno fatto divertire mezzo mondo con film come La guerra lampo dei fratelli Marx o Animal Crackers (da cui è tratta l'immagine di copertina in una sua versione teatrale). 

Qui, scopriamo il suo lato privato con alcune sorprese e altrettante conferme. 

Quasi tutti hanno nella vita una meta o un'ambizione che sperano di realizzare prima o poi... Diventare presidente degli Stati Uniti, allenatore della nazionale di baseball, usciere capo. La mia unica meta, oltre a non morire di fame, era possedere un'auto nuova fiammante: un volante non toccato da mani umane, sedili non ritoccati da macchie d'unto, gomme incontaminate, un contachilometri che segnasse 000000.

E insomma a giudicare da quello che è successo dopo, possiamo ipotizzare che qualche volta anche i sogni più fiammanti si avverano! 


domenica 15 dicembre 2013

Adelphiana, temperare le matite, lo zen e molte altre amenità.

Roberto Calasso ed Ernesto Ferrero al Circolo dei Lettori - Torino


Per festeggiare il cinquantenario dalla nascita, la casa editrice Adelphi ha ben pensato di pubblicare un fuori collana immenso: Adelphiana 1963-2013.

Non una semplice strenna commemorativa, bensì un tomo (a dire il vero affascinante) di quasi 800 pagine e quasi 200 illustrazioni e 300 riproduzioni di copertine.

Compresi testi inediti, interviste etc.

Sapevo che ascoltare Roberto Calasso parlare sarebbe stata un'esperienza. 

Al più mite ma altrettanto prolifico Ernesto Ferrero ero già abituata, l'ho ascoltato molte volte, anche per via della sua attività al Salone del Libro di Torino.

Quello di Calasso è un eloquio-monstre e nella vita prima o poi secondo me può essere un evento di quelli che ti fanno svoltare, se non la giornata, senz'altro il percorso altrimenti prevedibile dei tuoi stessi neuroni.

Al pari di una sostanza psicotropa, infatti, la favella di questo incredibile caso di scrittore-editore può alterare lo stato mentale e modificarlo. Dopo, ci si sente non solo più ricchi di informazioni, ma anche più saggi e solidi, sicuri di aver fatto qualcosa, non so, di veramente utile per l'umanità.

In un'ora e mezza (generosi relatori) i due hanno dunque - tra domande e risposte - sciorinato l'intera storia della casa editrice Adelphi, dell'editoria tutta e, a ben vedere, anche del nostro Paese, oltre che dell'Universo.

Da Nietzsche a Danilo Kis alle collane scientifiche alla deliziosa Cristina Campo a Peter Cameron, al coraggio di rischiare al gusto che è "la capacità di dire no" e ritorno: impossibile racccontarvi tutto, ripetere tutto, trascriverlo qui.

Anche perché io ero lì con un altro intento, ben diverso da quello della blogger, della cronaca, del raccontare.

Ero lì sull'onda del "temperare matite". 

In che senso?

Nel senso che la vita (di tutti) è fatta di così tante ansie e questioni e difficoltà che ogni tanto mi piace fare finta che non esistano i problemi, i doveri (compreso quello di cronaca...) e ritagliare un po' di tempo per il sublime. Per sognare. Per la bellezza. Per i desideri. Per temperare le matite. 

E per dedicare - nel mezzo degli affanni quotidiani - una serata solitaria alla presentazione-fiume di Adelphiana, senza preoccuparmi di niente, del mio destino o di quello degli altri.

Salvo poi raccogliere le idee e venire a scriverlo qui o su fb, o su tw o su wa o su chissà dove, ma con un po' più di calma del solito. Solo un po' più del normale, niente di trascendentale.

Ah. Una nota di colore. Questo devo proprio dirlo: l'età media di questa presentazione (come quella di moltissime altre in verità di molti bellissimi libri) era di 25, 40, 70, 95, circa 110 anni. A un certo punto la persona che era seduta di fianco a me mi ha fatto notare, senza nascondere un certo qual senso di allarme, che un signore in seconda fila poteva essere morto, caduto tra le braccia di Morfeo. Ma. Perché?

Ma dove sono i giovani torinesi di fronte a un evento del genere, di valore epocale, come la presentazione di Adelphiana? I giovani scrittori e letterati intendo, dico quelli del mestiere che agli altri può importare come no, e non ne va del loro lavoro? Visto che si dice che in Italia siano a tonnellate? Visto che scrivere è un mestiere vero e serio! 

Ora, non dico certo che per essere bravi scrittori giovani si debba per forza presenziare a questi eventi, anzi il presenzialismo in sé ha un'accezione negativa e ha ben poco a che fare con il vero talento, che è spurio e può nascondersi proprio nei luoghi meno adatti, meno laccati e meno "giusti". Però insomma in quel momento almeno la domanda nasceva spontanea.

Domanda che prontamente Ferrero ha rivolto a Calasso. Ovvero gli ha chiesto quale parte di questa raccolta di testi potesse adattarsi a un lettore che appena si affaccia alla vita.

La risposta è stata ovviamente tutti. 

Ma poi Calasso è andato oltre e ha fatto un gesto che mi è piaciuto, ha detto: "mi faccio guidare dal caso". E ha aperto una pagina qualsiasi. 

Ha trovato una fotografia di un uomo sulla quarantina in moto, con un ragazzino, il figlio, seduto dietro. 

Lui era Robert M. Pirsig e il libro è Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta.

Mi è saltato alla memoria: è vero, io l'avevo letto da giovanissima, un capolavoro e un'emozione forte. Uno dei più entusiasmanti libri di avventura e spirituali che abbia mai scoperto. 

Ma poi a un certo punto ho anche pensato. Non ci sono i giovani qui? E pazienza. Mica tutto va come deve andare. Adesso io non so bene cosa fare per questo problema dei giovani che non leggono (ci sono uffici statali credo preposti all'occorrenza...). Ma dico: pazienza. Ma non nel senso di rassegnazione. Bensì nel senso di prendersi una pausa per rifletterci.

Per temperare le matite, per organizzare un pensiero su questo e molti, molti, molti altri argomenti. 

Nel frattempo, buone letture, buone matite, e a presto con i prossimi libri.