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sabato 31 dicembre 2016

Il libro dell'anno, per un anno tra amici

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli

Giunto l'ultimo giorno dell'anno, ecco il libro che ho scelto per rappresentare il 2016 e per un buono auspicio nell'anno nuovo. 


Innanzitutto, ho scoperto e imparato una cosa. Ovvero che anche gli ultimi giorni di un anno sono importantissimi e possono determinarne il colore, i sapori e il ricordo. Questo libro mi è capitato proprio verso la fine di questo anno per me speciale e davvero è diventato il simbolo di qualcosa su cui rifletto da un po' di tempo. 

Non posso negare di sentirmi felice, in questo momento. Non capita tutti i giorni, anzi, lo sapete tutti, non capita quasi mai. Eppure tutti, proprio tutti, possiamo dire di aver avuto un giorno felice nella vita, uno o due. Per me oggi è uno di quei pochi ed è bello poterlo condividere con voi.

Uno dei motivi per cui sono felice è perché dopo tanto pensarci in questo momento sento vicini alcuni amici come non mi era mai capitato nella vita. 

Personalmente, ho sempre avuto grossi problemi con l'amicizia. Se il mitico Tiziano Ferro ci ha insegnato che "l'amore è una cosa semplice", chi sa dire qualcosa di definitivo sull'amicizia?

Per molti anni ho creduto di essere una asociale. Se vi chiedete cosa passi per la testa a quel tipo di amici che vi tirano pacco, rispondono dopo ore, non chiamano quasi mai, arrivano in ritardo, potete chiedere a me. Potrei scriverci un trattato. Ma per fortuna, ci ha pensato questa meravigliosa donna. Questo è stato il periodo in cui, grazie a Susan Cain e alcuni altri, è andata di gran moda una parola: introversi. Ecco svelato il mistero della mia vita. Ero introversa e non lo sapevo. Qualche volta ho creduto, ed era vero, di essermi comportata da maleducata, questo sì. Ma non avevo mai dato un nome al mio carattere: introversa. Che non vuol dire timida e, soprattutto, non vuol dire asociale. 

Ho sempre saputo di amare molto le persone. Molte, forse troppe volte ho rifiutato di stringere legami per paura di provare sentimenti di amicizia troppo forti.

Questo è stato un anno bello per me, ho appena detto di sentirmi felice. Ma è stato anche un anno in cui ho visto andarsene alcuni amici di famiglia. Una in particolare che mi è stata vicina come un angelo custode in quei momenti in cui non sai dove sbattere la testa. E ho scoperto il valore degli amici. Quelle persone che se ti guardi indietro ci sono sempre state, non ti hanno mai giudicata, si sono anche molto arrabbiate se è il caso, e scelgono di essere sempre al tuo fianco. Per il solo fatto che, senza motivi specifici, sentono di volerti bene e tu senti lo stesso. Questo è incredibile, ed è una delle cose più straordinarie e notevoli di questa vita.

Questo piccolo libro racconta in verità molte storie di non-amicizia, anche. E l'amicizia si tratteggia per sottrazione, come spesso accade si definisce qualcosa attraverso ciò che quella cosa non è. 

L'ambientazione è perfetta per esplorare i comportamenti sociali: un kibbutz! Facile nelle nostre vite fatte di piccoli nuclei separati, ritrovarsi ogni tanto a brindare e poi ciao. Provateci voi a vivere in un kibbutz, per di più negli anni cinquanta in Israele, dove le regole sono qualcosa di molto ben definito, dove proprio per questo sembra che nessuno le rispetti per davvero. Dove la convivenza è una scelta forzata ma talvolta si trasforma in scelta autentica. Dove i sentimenti seguono l'istinto e la ragione non può nulla e dove la compassione alla fine aggiusta le cose.

Ma badate, Oz in questa storia di destini intrecciati, di racconti brevi fatti di personaggi che ritornano e si incontrano, non offre facili spiegazioni:

Tornata nella sua stanza, Osnat si è versata un bicchiere d'acqua con succo di limone e si è tolta i sandali. E' andata scalza alla finestra aperta e ha pensato che quasi tutti hanno bisogno di più calore e più affetto di quanto gli altri sono capaci di dare, e che questo scarto fra richiesta e offerta non ci srà mai nessun comitato del kibbutz che riuscirà a colmarlo. Il kibbutz, pensava, cambia forse un po' le regole sociali, ma la natura umana non è affatto semplice. Invidia, meschinità e cattiveria non c'è modo di estirparle con una votazione all'assemblea del kibbutz.

Ed è vero, Osnat pensa queste cose, queste parole. Eppure, e Amos Oz riesce a compiere un piccolo miracolo letterario, lei non agisce così. Vedrete nel racconto. Non segue, nei suoi gesti, questi pensieri. Lei si comporta diversamente. Dice, dice, ma poi fa. E l'amicizia alla fine mi sa che è questo. Fare. Magari poco. Senza nemmeno accorgersene. Diciamo che è un fatto di esserci. Ognuno nel proprio modo, estroverso o introverso che sia. 

Qundi questo è il mio augurio. Trovare i propri amici. A me è successo, a ben vedere, ne ho trovati pochissimi e credo sia quella la natura dell'amicizia, essere rara. Infatti, è una questione di ricerca di materiali preziosi. Ed è buffo perché non sai nemmeno spiegare perché una pietra preziosa lo sia più di altre: lo sai e te la tieni stretta.

Insomma, spero che il vostro nuovo anno sia tra amici, come questo libro. E che gli amici che non ci sono più restino con noi nel ricordo. Il cuore lo sa e, come ha scritto Grazia Deledda in una delle sue pagine, "il cuore non invecchia mai". Buon anno e buone letture a tutti!

venerdì 15 aprile 2016

Il libro del mese. Numero undici di Jonathan Coe.


Jonathan Coe, Numero undici, Feltrinelli
A Jonathan Coe sono legata da questo ricordo qui. Un incontro, in occasione dell'uscita, nel 2013, del suo Expo 58, organizzato da Feltrinelli, che ringrazio per avermi inviato anche questo romanzo. 

Come sempre, premettendo che siete sul mio blog, sarò un po' autoreferenziale: Jonathan Coe in quell'occasione, dopo le interviste di tutti i giornalisti e blogger, mi disse: Ah, vuoi fare la scrittrice? Beh, allora tra cinque anni sarai al posto mio, circondata da blogger e giornalisti, a rispondere alle domande sul tuo libro

Da quel momento sono passati tre anni, ne ho ancora due di tempo per far avverare la profezia di Coe, dite che ce la faccio? 

Ma tornando a noi. Possiamo passare allo scopo vero di questo post: ovvero, il libro del mese!

Numero undici vuol dire che è il suo undicesimo romanzo. Ma non solo: è un numero-guida che ritorna in tutte i blocchi narrativi, o lunghi racconti, di cui si compone la storia. Sono racconti singoli, che però hanno in comune i personaggi principali - Rachel e Alison - e uno stile di scrittura che i lettori di Coe più accaniti dicono essere un grande "ritorno" dopo alcuni romanzi, compreso Expo 58, in cui l'autore aveva sperimentato stili diversi, meno corposi forse. Senz'altro c'è il ritorno della famiglia Winshaw, protagonista della gran parte dei libri di Coe.

Rachel non era mai stata a un banco alimentare. Aveva letto degli articoli che ne parlavano, in rete o sui giornali. Ma non ci era mai entrata. Il banco era stato istituito in quello che, negli altri giorni della settimana, doveva essere un caffè, situato in una strada stretta che si distaccava dalla via principale. A ognuno dei tavolini di metallo era seduto un gruppo familiare, i cui membri non avevano davanti a sé alcuna consumazione, ma stringevano in mano dei voucher in attesa che i loro pacchi fossero pronti. Nessuno portava su di sé i segni esteriori della povertà. 

E, mi viene da dire, è su quei "segni esteriori" che Coe si mette a lavorare in una delle linee narrative più interessanti del romanzo.
Questa è una storia che va a stanare le principali problematiche della nostra contemporaneità. Da un uso dissennato di social network come Twitter alla "nuova" povertà cittadina, a forti dosi di politica con tutte le sue ingannevoli illusioni - viste da un punto di osservazione specificamente inglese: la Gran Bretagna come lo specchio dei cambiamenti di oggi. In particolare, si concentra su un drammatico fatto di cronaca: il suicidio di David Kelly, l'uomo che aveva scoperto alcune grossolane bugie di Tony Blair a proposito della guerra in Iraq. 

A me è parso un libro di "lavoro", un romanzo sul lavoro, sui diversi lavori del giornalismo, sulle istituzioni, sulla polizia, sul cinema e sul carcere e sulle loro astruse dinamiche. Qualcuno potrebbe definirlo un'opera-mondo. Chi lo legge da sempre potrebbe definirla un'opera-Coe. Mentre per me, che sono sua lettrice da poco, è stata un'esperienza di lettura molto divertente e insieme impegnativa, nel senso migliore della parola.
 

sabato 26 marzo 2016

Un libro per la Pasqua.

Erri De Luca, La faccia delle nuvole, Feltrinelli



Questo è il libro di Pasqua che vorrei consigliarvi, è uno degli ultimi libri che ho letto e ascoltato leggere ad alta voce. Questo libro infatti racconta un incessante dialogo tra Miriàm e Josèf a partire dalla nascita fino alla morte e risurrezione del loro figlio Ièshu.

Immagino tutti avrete riconosciuto questa storia d'amore. 

Miriàm: Non sia mai! Che dici Iosèf? Satàn l'accusatore, lui non somiglia a nessuno e si trasforma in chiunque per portare scompiglio.

Iosèf: Dicevo per dire, mi spiace Miriàm, non voglio più sentire che somiglia a qualcuno. Basta con questa favola, nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento.

Tutto il libro si compone di questi dialoghi, alcuni più serrati, altri più pragmatici, altri ancora intrisi di profondo e delicato amore tra due ragazzi giovani cui accade qualcosa di straordinario, essere genitori di Gesù. E si compone con la voce del poeta che le riscrive.

De Luca con La faccia delle nuvole* ha compiuto qui un lavoro di concentrazione: è andato fino alle radici e al territorio reale dal quale sono nate le fondamenta del cristianesimo. Lo fa con una ispirazione letteraria e un'abilità narrativa raffinata e generosa. Segue il percorso di queste tre vite tormentate e insieme toccate dalla divinità e le accompagna fino alla fine.

I viandanti ascoltano l'uomo che si è aggiunto a loro e che non riconoscono. Cosa glielo impedisce? Il diverso aspetto. Quando a qualcuno viene il pensiero randagio di una propria resurrezione, immagina di ritornare identico a riabbracciare i rimasti in vita. Si figura di rientrare nel mondo tale e quale a prima, reintegrato in se stesso. Gesù riappare in altro corpo e in altra voce da non poterlo riconoscere, abbracciare al volo. I due in Emmaus si accorgeranno di lui solo nel dettaglio di un gesto, l'atto di spezzare il pane e farne parti. Doveva essere speciale quel suo modo di trattare il cibo. Del resto fu il solo a dire che quel pane era carne sua, da dare in pasto ai suoi. Ma fino a quel punto di rivelazione Gesù resta sconosciuto ai due viandanti. Eppure ha fatto con loro la cosa consueta e preferita: andare a piedi e spiegare la scrittura sacra.

Questo piccolo libro fa bene all'anima: a me ha riconnessa con una storia sentita raccontare milioni di volte ma che non perde la sua forza. 

Siete sul mio blog, vi tocca sentire le mie vicende: ho studiato in una scuola religiosa (gesuiti) e ho una formazione che ai tempi era molto robusta. Ho perso un po' l'attitudine a questi studi all'Università (ho dato un esame di Storia dell'ebraismo, bellissimo, al quale sono arrivata con i capelli bagnati perché si era rotto il phon, ed era pieno inverno, insomma un'avventura che ricordo ancora, ma andò bene). Ho letto ultimamente alcuni Scrittori di scrittura, pubblicati dalla casa editrice Effatà. 

Vivere in Italia significa per molti essere immersi nelle storie dei Vangeli, molte sono illuminanti e mi piace leggerle sia mediate dagli scrittori di oggi, sia dalle fonti originali. Al di là della fede di ciascuno, è un'esperienza che consiglio di fare. 
Il mio augurio in concomitanza della Pasqua è di assaporare la bellezza del risorgere, una cosa che in un certo qual modo possiamo fare tutti quanti. 

Auguri!

*Ringrazio l'editore per l'invio in lettura.






venerdì 18 marzo 2016

Café au lait

Elena Ferrante, L'amica geniale, edizioni e/o

 
Café au lait: letture alternative, libri da paesi lontani, editoria indipendente, bibliodiversità, digitale e in generale tutto quello che ti fa dire olè!
 
Questa rubrica mi pareva necessaria e mi mette allegria, spero piacerà anche a chi legge :)
 
Per inaugurarla mi riferisco a un episodio accaduto un annetto fa. Ho ricevuto un invito dal Circolo dei Lettori di Torino a partecipare a una serata intitolata #lamiaFerrante.
 
In questi giorni mi torna in mente perché della Ferrante, eterno argomento editoriale, si è parlato più del solito in rete in riferimento a un articolo uscito su La lettura del Corriere della Sera nel quale Marco Santagata suppone di aver scoperto forse la vera identità della misteriosa scrittrice, che corrisponderebbe al nome della professoressa Marcella Marmo, la quale però ha subito smentito. Alla rivendicazione di identità seguita su Facebook da parte, sembrerebbe, della figlia della professoressa naturalmente nessuno ha creduto.
 
Personalmente, faccio un'ammissione: se non avessi ricevuto quell'invito, forse non avrei nemmeno letto la Ferrante. Ero rimasta traumatizzata dal film basato su I giorni dell'abbandono, girato a Torino. Lo avevo trovato angosciante, oggi si definirebbe un film #maiunagioia.
 
Invece per curiosità ho cominciato a leggere la Ferrante.
 
Le modalità della lettura de L'amica geniale sono state per me molto piacevoli, in un'atmosfera casalinga che ha senz'altro influito positivamente.
 
In effetti, si può ben capire perché la quadrilogia abbia coinvolto così tanti lettori: il romanzo acchiappa, come un feuilleton d'altri tempi. La storia delle due amiche Lila ed Elena tocca corde profondissime, viscerali e al contempo lo scavo psicologico è raffinato. C'è violenza però a ogni pagina, violenza morale e fisica. Violenza senza appello, dove il candore e l'innocenza delle due ragazze già subito sembra corrompersi, eppure colpisce al cuore come ci provino disperatamente, a restare umane.
 
Scatta un'identificazione inevitabile nella voglia di riscatto, nella voglia di far trionfare i valori, il sapere, la bellezza sulla miseria, sull'aggressività del rione napoletano in cui è ambientato il primo capitolo della quadrilogia stessa, che è l'unico che ho letto per il momento.
 
Ho deciso di inaugurare questa rubrica con questo romanzo per chiudere un cerchio che mi ha coinvolta da vicino, a partire da quella sera di un anno fa in cui ho letto e ascoltato leggere i brani di un'autrice dalla scrittura cristallina e perfetta nel dolore come nel fulgore.
 
"Separai senza sforzo le mie parole da me" dice a un certo punto la voce narrante, che è la protagonista Elena Greco, forse alter ego della Ferrante che a sua volta è alter ego di non si sa chi, e chissà se mai si saprà.
 
Beh a me sembra il fulcro di tutta la faccenda. Una sorta di eterna separazione da sé, che la trama - tramite l'ago affilato del linguaggio - ricuce pagina dopo pagina con la pazienza e la lentezza che solo l'amore (in questo caso per la narrazione) sa donare agli esseri umani.
 
 
Questa sono io alla serata #lamiaFerrante

martedì 8 marzo 2016

Un libro e un caffè per la festa della donna!

Simona Sparaco, Equazione di un amore, Giunti
Oggi è la festa della donna e io non so che pensare: è giusto festeggiare? Giusta la mimosa? Bisogna festeggiare tutto l'anno? Siamo indietro, al Medioevo? Siamo avanti e fortunate? Non lo so, non lo so.

Però so che ci sono in giro molte scrittrici e sono brave e sono diverse dagli scrittori contemporanei uomini - direi né meglio né peggio - e quando leggo i libri di alcune romanziere, mi riconosco. Mi scatta una scintilla, provo gratitudine, ammirazione e diverse emozioni.

Oggi allora voglio omaggiare tutte le scrittrici non andando a recuperare le maestre ed eroine del passato - come sarebbe forse più facile - ma raccontando di un'autrice contemporanea non ancora quarantenne e di un suo romanzo appena uscito in libreria. 

Equazione di un amore è un romanzo appunto contemporaneo, sembra proprio la quintessenza del presente. Ne ho percepito proprio tutte le caratteristiche di oggi. Ad esempio, a differenza del passato, le paure, le aspettative, gli spostamenti, le prospettive espresse sono esattamente collocate negli elementi dell'attualità, vi trovano posto in maniera letterale: gli aerei, la tecnologia avanzata, l'Oriente e la sua cultura rielaborata e compresa e avvicinata come mai prima di ora, le conoscenze e competenze psicologiche che permettono, a mio modesto parere, di strutturare romanzi migliori. Più complessi e consapevoli.

Avevo già letto un altro romanzo di Simona Sparaco, Nessuno sa di noi, qualche anno fa, e già apprezzato infatti la sua capacità di cortruire trame e personaggi in modo, passatemi il termine, organico. O, per meglio dire, più che realista. Prende la vita, nei suoi aspetti più profondi e con un impegno non indifferente la narra e fa uno sforzo in più, prova a capirla. Compiendo semplicemente un ottimo lavoro. 

Equazione di un amore è prima di tutto una "semplice" storia d'amore. Di quelle universali. Mi smentisco subito, perché in realtà le storie sono due. C'è il classico triangolo, l'intramontabile lei, lui e l'altro, ma qui se ne esplorano le caratteristiche in maniera disincantata. Lea, la protagonista, incontra Giacomo sui banchi di scuola e lui la aiuta a colmare le sue lacune in matematica. Giacomo, un torinese trasferito a Roma, è un ragazzo algido ma al contempo pieno di emozioni confuse e nascoste a lui per primo. Inevitabilmente, sembrerebbe, un tipo "affascinante", per lo meno agli occhi ingenui di Lea. L'autrice in questa prima storia mette in campo infatti il cliché dell'amore adolescenziale tormentato: c'è uno schema ben definito, in cui lui è il "maestro" superiore ma segretamente bisognoso, lei l'allieva ingenua ma alla fine con le spalle più larghe (o almeno all'apparenza). E in ultimo c'è Vittorio. Un uomo veramente solido, forse fin troppo sicuro di come dovrebbero andare le cose, ma tutto sommato, per me, il personaggio più interessante della storia. C'è una vita che scorre, le aspirazioni da scrittrice di Lea, un trasferimento a Singapore, molti pensieri non detti, la ricerca di un figlio che non arriva. E un epilogo imprevisto cui segue un finale delicato e che, per me, è la parte più bella del romanzo. Con il delizioso personaggio della signora Lin Yu, una vera sorpresa all'interno di una vicenda che poteva fermarsi prima e invece culmina in qualcosa di più.

Un romanzo che in alcuni punti si fa quasi corale, data la presenza di alcuni personaggi minori ma  cruciali per la comprensione dei comportamenti dei protagonisti. In sostanza, questa scrittrice ha costruito quello che fa la vera letteratura: un mondo dove immergersi, nuotare e afferrare tesori. 

Per tornare alla festa della donna, l'effetto che a me ha fatto questo romanzo è quello che si prova uscendo a prendere il caffè con un'amica storica e vera: ci si mette lì e si prende del tempo per parlare e dirsi, riraccontarsi per l'ennesima volta, provare a interpretare eventualmente come funziona l'amore, come funziona la vita. Nessuno sa se tra funzioni ed equazioni, tra fisica quantistica (tema-cardine del romanzo e sottotesto) e teorie scientifiche, i conti poi tornino. Qui mi fermo perché nel romanzo alla fine accade qualcosa che fa insieme tornare tutto e sparigliarlo al tempo stesso. 

Un'ultima cosa: ad arricchire la narrazione c'è un vero protagonista, di cui non ho svelato nulla. Ma dico solo che si tratta di un cuore, proprio nel senso del muscolo. Che parla e che sa. In fondo è con il cuore, e con il corpo, che si risolvono i problemi di matematica. 

Tra l'altro, si noti l'umiltà del titolo: non l'equazione dell'amore in generale, ma di un amore, uno solo.

A me il corpo dice sempre qualcosa sui libri che sto leggendo. Sento sempre, a un certo punto, un click di benessere, se il libro mi piace, molto riconoscibile, che mi fa pensare che nonostante tutto i romanzi dettino il senso e il ritmo alla mia vita. Tanto mi basta! E spero proviate qualcosa di simile anche voi. Buona lettura e festa della donna, qualsiasi significato abbia per voi!

Ringrazio Giunti per il dono.

venerdì 12 febbraio 2016

Tazzina di sakè. Mia amata Yuriko - intervista ad Antonietta Pastore

Antonietta Pastore, Mia amata Yuriko, Einaudi
Mia amata Yuriko è un romanzo delicato e profondo come sanno esserlo solo le emozioni e le opere d'arte più autentiche della vita. Confluiscono, in questa storia vera - e verosimile solo nelle parti in cui la memoria dell'autrice ha dovuto essere completata da piccoli inserti di immaginazione - diversi elementi, tutti accurati e importanti. Il lettore, alla fine della lettura, resta legato alla bellezza elegante delle ambientazioni ma soprattutto ai personaggi e scopre anche se stesso come in uno specchio: si possono ritrovare temi decisivi come il contrasto tra il destino (qui rappresentato, fondamentalmente, dalla guerra e dalla bomba atomica che ha colpito Hiroshima il 6 agosto del 1945) e la scelta individuale. La difficile concordanza tra l'amore per un'altra persona e il rispetto per sé. La capacità di sopportare il dolore, la vergogna e la determinazione. Fino all'illuminazione finale che fa entrare la luce in tutta la storia e, senza paura di svelare troppo, si può dire che abbia a che fare con la piccola, ma ineguagliabile gioia della consapevolezza di avere fatto la cosa giusta. In tutto questo, nelle parole che compongono questo romanzo breve e perfettamente composto, c'è il tocco della scrittrice e traduttrice Antonietta Pastore che descrive di come abbia raccolto la vicenda di Yuriko. Si capisce bene quali passaggi, quante attese e quanta delicatezza d'animo abbia richiesto la tessitura di una trama impeccabile proprio perché reale. Si sente una voce sì delicata, ma anche fortissima. Strutturata da una dote naturale e insieme, si può intuire, dal pluriennale lavoro di traduttrice dal giapponese e dalla assiduità dell'autrice con questa cultura – sappiamo infatti che ha abitato in Giappone per sedici anni sia per amore sia per lavoro.

Personalmente, dal momento che Murakami Haruki è uno degli autori che più hanno influenzato la mia esperienza di lettrice e la mia vita, non posso non notare una analogia di sentire tra l'autrice e traduttrice dei suoi lavori e Murakami stesso, come immagino degli altri autori da lei tradotti. A un certo punto, nel corso della lettura, ricordo proprio di aver pensato: il mistero di Yuriko assomiglia al mistero chiuso in certi personaggi del mio autore giapponese preferito! Ma nel romanzo di Antonietta Pastore ci ho letto un pezzetto di qualcosa in più: Yuriko è reale, è una donna come tante, come me. Una donna da cui imparare come si decidono le grandi cose della propria esistenza, e anche quelle minime. Infine, ho capito leggendo che è possibile che un no o un sì detti al momento opportuno ripaghino di un'unica, ma vitale cosa: la dignità che ci rende umani.

C'è da aggiungere che di per sé la lettura di questo libro è un privilegio, come lo è la meticolosità intellettuale ed emotiva che fa sì che arrivino, confezionate con purezza estetica, racconti belli e utili come questo. Ci aggiungo però un mio personale privilegio, che voglio condividere con i lettori affezionati di questo blog: la possibilità di rivolgere a un'autrice che leggo e seguo da tempo nel suo lavoro, alcune domande.

Mia amata Yuriko è un romanzo che tocca diversi temi, ma quello che, al termine della lettura, pare più evidente è il valore della scelta. Un nodo che si scioglie solo alla fine di tutto il racconto, quasi a svelare un mistero, che è quello della personalità e della vita stessa di Yuriko, una donna che appare subito forte ma anche, inizialmente e al tempo stesso un po' “strana”. Può raccontarci come lei, Antonietta Pastore, abbia invece scelto di trasmettere ai lettori questa storia? Dal capitolo finale del libro, sappiamo infatti che tutto è nato dopo i tragici eventi di Fukushima del 2011. 

Le scelte, a volte, si impongono, diventano una necessità. Per fortuna non tutte sono drammatiche come quella che deve fare la protagonista del libro, Yuriko, davanti a un dilemma da cui dipende la sua dignità di donna e di persona. Nel mio caso, la decisione di raccontare la sua storia è nata sì da un’urgenza reale, però il mio ruolo è solo quello della testimone. Negli anni in cui vivevo in Giappone, la mia esistenza per un breve momento ha incrociato quella di Yuriko, e quest’incontro ha lasciato in me una traccia, come un punto in sospeso in fondo alla mia coscienza. A lungo ho pensato che la sua vicenda meritasse di essere narrata, ma al tempo stesso mi dicevo che non era il caso di riesumare eventi molto lontani, molto tristi, sui quali era forse preferibile lasciar calare il silenzio.
Nel marzo del 2011 però, quando ho visto che la tragedia di Fukushima provocava danni − che non giudico collaterali −, analoghi a quelli che già si erano constatati dopo Hiroshima e Nagasaki, ho sentito che era venuto il momento di parlare di Yuriko. Perché a distanza di decenni altre persone, altre donne, erano vittime di ingiustizie simili a quella subita da lei. Avendola conosciuta, mi sentivo in qualche modo autorizzata, anzi, quasi tenuta, a raccontare la sua storia, come se fossi stata scelta a testimone, appunto, di una realtà sconcertante, mai divulgata. 

Per la stessa natura delle esplosioni di Hiroshima, quello della bomba atomica che ha colpito gli abitanti di quelle zone del Giappone pare essere un tema a lunga percorrenza. La storia di Yuriko ci parla di tempi lentissimi, di attese apparentemente senza fine e di indeterminatezza. Si può immaginare che il suo lavoro abbia richiesto molto rispetto e capacità di far sedimentare il materiale narrativo di cui disponeva per dargli ancora più valore: è così? E quanto è determinante l'attesa, nella vita come nella scrittura? 

Come ho appena detto, ero a conoscenza della storia di Yuriko da molti anni, la prima parte mi è stata rivelata nell’82. Era una vicenda di un valore e di una gravità tali che, anche dopo aver iniziato a scrivere sul Giappone, dubitavo di avere il diritto di raccontarla. Prima del marzo 2011, è stato soprattutto questo dubbio a trattenermi dall’imbastire anche solo un progetto di narrazione. Rischiavo di inoltrarmi in un terreno che aveva una sua sacralità, di oltrepassare una soglia che nemmeno il ruolo di testimone mi autorizzava a profanare. Non ero abbastanza motivata per infrangere un tabù: toccare l’argomento Hiroshima.
A parte questa considerazione, sono contenta di aver lasciato che il silenzio calasse per tanto tempo sulla storia di Yuriko, di averla relegata in un angolo della mia memoria − senza però dimenticarla. Perché col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze ho acquisito, come la maggior parte delle persone della mia età, “la cognizione del dolore”, senza la quale non è possibile raccontare la sofferenza altrui. La consapevolezza della drammaticità intrinseca alla vita mi ha aiutata a illuminare una storia “sedimentata” in una zona oscura della mia mente, dove rischiava di sprofondare al di là della soglia dell’inconscio. Non dico che debba essere così per chiunque, ci sono persone − e scrittori − che questa consapevolezza, bene o male che sia, la raggiungono relativamente presto.

Nel romanzo appare anche la contraddizione tra il silenzio e la parola. Come se l'uno non potesse fare a meno dell'altra, proprio come i due innamorati protagonisti della storia. I noti silenzi che contraddistinguono il carattere dei giapponesi, qui si mostrano come antesignani però di una parola finale che si fa necessaria. Il silenzio sembra proprio il territorio in cui la parola, come un seme, impara a germogliare. Nel caso del romanzo, attraverso una lunga lettera che rivela il senso stesso dei fatti accaduti. Si può dire che anche la letteratura abbia questo ruolo? Come uno svelarsi di contenuti che maturano solo nel silenzio?

Sì, certo. Basta pensare a Jorge Semprún, che per lungo tempo non ha voluto raccontare, anzi ha cercato di dimenticare, il periodo trascorso a Buchenwald. Per lui era la condizione per poter continuare a vivere, come spiega nel libro La scrittura o la vita. Sentimenti analoghi credo che abbiano indotto molte vittime di Hiroshima e Nagasaki a non parlare della propria esperienza, se non in tempi recenti. Ma naturalmente non si può generalizzare: ci sono autori − quelli appartenenti alla cosiddetta “letteratura della bomba atomica”, il cui massimo rappresentante è Hara Tamiki − che già pochi mesi dopo l’agosto del ’45 hanno scelto di scrivere delle esplosioni nucleari e delle conseguenze che hanno avuto sulla loro vita.
Nel caso di Yuriko, tuttavia, il silenzio mantenuto fino all’ultimo era forse strumentale al suo bisogno di proteggere l’amore che ha continuato a nutrire per il marito. E non è stata lei a romperlo alla fine.

Domanda inevitabile: quanto il suo lavoro di traduttrice ha influenzato il suo stile di scrittura? Consiglierebbe a un aspirante scrittore di imparare anche a tradurre da un'altra lingua?

Dopo l’uscita di Mia amata Yuriko, più volte mi sono sentita dire che la mia scrittura è “molto giapponese”. Non capisco bene cosa significhi, dato che ho tradotto autori molto diversi fra loro − Natsume Soseki e Murakami Haruki sono stilisticamente agli antipodi. Forse quest’osservazione si riferisce alle atmosfere che troviamo nei romanzi dei narratori classici moderni − quali Soseki, appunto, o Tanizaki −, atmosfere che il mio romanzo, considerata l’epoca in cui si svolge gran parte della vicenda, probabilmente evoca. Posso dire però che non sono esente dall’influenza di Murakami, perché uno dei temi a lui più cari − il senso di perdita e il rimpianto per quello che non si potrà mai più ritrovare − è sempre stato nelle mie corde, e forse per questo motivo la storia di Yuriko mi ha così profondamente commossa quando ne sono venuta a conoscenza.
Riguardo al consiglio di provare a tradurre qualcosa prima di mettersi a scrivere, no, non lo ritengo molto utile. Tradurre, da qualsiasi lingua, non è una cosa facile, è già un mestiere in sé e rischia di assorbire tutte le energie. Inoltre, è ovvio che la traduzione è un’ottima scuola di scrittura, ma sono due cose diverse, avere talento per la prima non implica necessariamente che si riesca a fare bene la seconda. Ci sono scrittori eccellenti che non hanno mai tradotto una riga in vita loro, così come ci sono traduttori bravissimi che non sanno dar vita a una storia, a dei personaggi, veri o immaginati che siano. E poi ci sono gli scrittori di professione che traducono − come Murakami Haruki − e i traduttori di professione che scrivono, come me. Un’attività non esclude l’altra, possono alternarsi a ritmi che variano da persona a persona. 

Quello di Yuriko pare un destino che la connota soprattutto in quanto donna. Quasi come se i diritti umani, quando si tratta di persone di sesso femminile, assumano una valenza più sfumata. Attraverso una storia d'amore, il romanzo ci spiega anche questo: come le donne, a Hiroshima ma anche altrove nel mondo, abbiano subìto un carico di dolore morale diverso rispetto a quello degli uomini e in questo risiede anche la forza del personaggio. Pensa che racconterà ancora di donne, come ha già fatto in precedenza nei suoi lavori?

È vero che in tutte le crisi sono le donne a pagare il prezzo più alto, sia nello spirito che nel corpo, ma questa discriminazione non avviene impunemente per nessuno, anche se non sempre se ne percepisce subito la portata. L’infelicità di una donna, soprattutto quando è causata da un sopruso, da un’ingiustizia, si irradia sull’ambiente che la circonda e ne riduce le potenzialità, lo spegne. Così alla fine qualche danno ne deriva a tutti, anche se spesso la gente − in primo luogo gli uomini, ma non soltanto loro − non se ne rende conto e continua a infliggere alle donne lo stesso trattamento iniquo. È quello che succede a Yuriko, vittima soprattutto delle convenzioni sociali.
Quanto a raccontare ancora di donne, vorrei farlo. Non riesco a immaginare di narrare una storia il cui protagonista sia un uomo, forse perché ho tendenza a scrivere in prima persona.
 

mercoledì 3 febbraio 2016

Chicchi di caffè: i percorsi tematici di Tazzina!




In questo periodo mi stanno molto a cuore gli animali. E dire che non ci ho a che fare da molto tempo: nove anni fa mi lasciò il compianto Cinzio (nome vero: Saltello. Nome scelto da lui stesso: mai saputo. Cit. T.S. Eliot e la sua poesia sui nomi dei gatti), un gatto meticcio con cui vivevo dal 1984, quando avevo 4 anni, e da allora nessuno lo ha più sostituito nella mia vita e nel mio cuore. Per una strana ragione però ultimamente mi ritrovo spesso in diversi parchi della mia città ad avere a che fare in modo diretto con le bestiole, specie i cani ma anche scoiattoli, piccioni e gabbiani e gatti randagi.

Come raccontavo nel penultimo post, scrivo anche racconti con protagonisti gli animali da ormai più di un anno, spero che vi incuriosiscano: il blog si chiama, in consonanza con la "tazzina di caffè": Acqua Naturale e l'ho aperto in un momento in cui avevo letteralemente sete di vita e di cambiamenti. Ci tengo tanto a quel blog!

(Una piccola parentesi per chi mi scrive in privato ultimamente su Facebook: non ho mai spesso di scrivere su questo blog, semplicemente due anni fa sono andata un po' in crisi perché le attività, che ho sempre svolto per passione e gratuitamente, tranne le volte in cui ho dichiarato piccole collaborazioni lavorative, legate al blog e alla promozione dei romanzi che mi proponevano in gran quantità ogni giorno editori e autori non mi permetteva di dedicarmi al lavoro (con la partita iva) e alla mia vita quotidiana, così avevo deciso di "chiudere" tazzina per come la gestivo prima e tornare a ritmi più tranquilli di scrittura. C'è da dire che negli ultimi due anni non ho mai smesso di scrivere sia per questo blog sia per altri sia per conto mio, anzi non ho mai scritto così tanto come negli ultimi due anni e spero di darvi presto notizie!).

Insomma insomma dicevamo che gli animali sono importanti. E i libri, che per me sono il punto di contatto con quasi tutto ciò che mi interessa e che mi aiuta nella vita, mi rimandano proprio lì: nel regno animale. Non posso enumerare tutte le storie con protagonisti animali attualmente in commercio: starei qui dodici anni a fare l'elenco e la mia vita si trasformerebbe in uno spettacolo di stand-up comedy ambulante: immaginate una signorina di Torino, attaccata a un pc, che scvive per dodici anni un interminabile elenco di libri con protagonisti animali! Surreale.

Ma ultimamente mi sono concentrata su tre, che sono i miei consigli di lettura per questa nuova rubrica: Chicci di caffè - i percorsi tematici di Tazzina! 


Considerate il genio puro che si esercita a raccontare la Natura perché ritiene che questo sia il suo compito su questa terra. Assaporate i titoli di questi racconti: Romanzi dettati dai grilli, Naso contro naso, una storia d'amore al buio, Il gabbiano di Chivasso (senza dubbio il mio preferito!) e altri. E avrete questa raccolta che Einaudi ha appena ripubblicato e che mi sono comprata ieri con somma gioia. 


Ho votato questo libro quando sono stata giurata al Premio Sinbad, il primo Premio Internazionale per gli Editori Indipendenti. L'autore è uno scrittore entomologo che vive con la famiglia su un'isola incontaminata a quindici kilometri a largo di Stoccolma e studia le mosche. Questo libro è il frutto dei suoi viaggi ed esperienze ma è anche una storia che assomiglia a un flusso di coscienza fino a una conclusione esistenziale importante e che a me è piaciuta molto. Quale? Scopritela leggendo! Ho ricevuto questo libro in uno scatolone pieno dei libri partecipanti al premio e che tutt'ora troneggia nel centro della mia mansardina, occupandone in definitiva ogni centimetro quadrato rimasto libero.  
 
3) Le api di Meelis Friedenthal.

Ho ricevuto questo libro dalla casa editrice Iperborea, che ringrazio di cuore. Questo è davvero un gioiello letterario, un'opera che vi porta a fine Seicento in compagnia di un mago dal lungo mantello in compagnia di un baule e un pappagallo. Cosa c'entrano le api e gli alveari? Scopritelo leggendo! 


Ecco qui. Spero che questi percorsi tematici vi incuriosiscano, conto di prepararne altri.

mercoledì 27 gennaio 2016

Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (E altri animali)

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale, Nottetempo

Ho letto questo libro in pdf: dono ricevuto da un editor di una casa editrice che non è quella del libro in questione, ciò a dimostrare che in editoria può esistere anche solida amicizia tra scrittori, editor e blogger. 

Dopo questa nota di positività, arrivo al dunque. L'autore è un esordiante italiano, Gabriele Di Fronzo, la casa editrice è Nottetempo

Il protagonista di questa storia si chiama Francesco Colloneve e di mestiere fa l'imbalsamatore, o tassidermista. Da subito appare la sua voce:

Mi chiamo Francesco Colloneve e di mestiere sono un tassidermista, le ragioni per cui imbalsamo animali sono le ragioni che le persone che a me si rivolgono hanno per domandarmi di farlo, sono dieci anni che lavoro tenendo dietro ai motivi dei miei clienti, ma è altrettanto certo che a parer mio faccia piú compagnia un cane morto e poi impagliato invece di un criceto che pure sia tuttora vivo e vegeto.
  
Una voce gelida ma alla quale stranamente ci si affeziona. E comincia la costante e chirurgica descrizione del suo lavoro. 

Il mio lavoro, facile capirlo, ha a che fare con la parte viva dei morti.

Fino a che tutto il libro si concentra sul personaggio del padre morente. Attorno a cui Francesco, nella difficoltà di accettare l'ineluttabile, costruisce una forma disperata, logica, perfetta e devastante di attaccamento. Incapace di accettarne la fine, come ogni figlio, tenta l'impossibile, un eterno inizio. E l'impossibile ha a che fare proprio con il suo mestiere.

Questa è stata definita una storia gotica, a ragione. Una storia-non-storia: altrettanto vero. A me ha fatto pensare inevitabilmente all'Anno de pensiero magico di Joan Didion e L'animale morente di Philip Roth. Struggente narrazione attorno alla morte, Il grande animale mi ha riportata più vicino che mai a ciò che di peculiare ha la grande letteratura: la vicinanza alla follia, e insieme la capacità di guarirne attraverso il racconto. 

Aggiungo che gli animali per me sono particolarmente importanti, specie negli ultimi tempi. Ho appena letto questo post ad esempio su Io e Mabel, un libro che leggerò presto, in cui Mabel, la protagonista, è una astore. 

Aggiungo due segnalazioni di progetti cui tengo molto, uno è una rubrica radiofonica che portiamo avanti su Radio Banda Larga nel programma Pillole Concezionali, proprio dedicata agli animali, che si può ascoltare tutti i giovedì sera qui. 

L'altro è un blog in cui scrivo brevi racconti tutti con protagonisti animali, che si chiama Acqua Naturale. 

Gli animali sono davvero dei misteri viventi e ci restituiscono, se sappiamo rispettarli, molte informazioni ed emozioni inattese. 

Buona lettura a tutti. 



martedì 5 gennaio 2016

Il dono: un romanzo per il 2016 e riflessioni.

Vladimir Nabokov, Il dono, Adelphi

Prima che cominciassero le feste, ho fatto un gioco. Sono entrata in una libreria di Torino e ho cercato il mio dono di Natale. Cercavo un libro che "mi chiamasse" dagli scaffali. Sembra una cosa un po' assurda, ma a volte succede. E infatti è accaduto con Il dono di Nabokov.

Chi di voi ha letto Lolita, o altri suoi capolavori, saprà che l'autore è uno dei più importanti della letteratura russa e mondiale di tutti i tempi. Questo è il suo ultimo romanzo, scritto tra il 1935 e il 1937 in russo, uscito a puntate su una rivista, e vedrà la luce in forma integrale nel 1952.

Ho faticato a entrare nell'atmosfera del romanzo, ma tra ieri e oggi ho fatto ingresso nella storia in maniera più decisa. Il dono regala a chi la cerca la felice e luminosa scrittura nabokoviana che ci si aspetta.

Piovigginava ancora, ma già, con l'impercettibile subitaneità di un angelo, era comparso l'arcobaleno.

E al contempo rappresenta una sfida, impossibile da vincere, alla ricerca di infinite citazioni di citazioni di citazioni di citazioni degli autori russi che il protagonista, un poeta e scrittore alle prese con la carriera, la vita e i sentimenti, propugna o ascolta. 

A illuminare la mia lettura è stata in definitiva la postfazione di Serena Vitale, che è anche la traduttrice. E ciò mi ha dato modo di compiere alcune riflessioni su temi di attualità. 

In questi giorni sono fiorite molte classifiche di gradimento relative alle ultime uscite in Italia in fatto di letteratura. E ne è conseguita una accesa polemica sulla scarsa presenza, per non dire assenza, di nomi femminili. 

Affrontare Il dono per me è stato proprio un percorrere a pieno questo problema. Metto qui un po' in ordine i miei pensieri. Non vorrei essere fraintesa, amo da sempre Nabokov, ma questo suo ultimo lascito letterario è di una difficoltà disarmante e senza il soccorso di Serena Vitale alla fine del traguardo, non ce l'avrei fatta. Perché?

La Storia è costellata di autori maschi di talento (ma ahimé talvolta gravemente narcisisti) che si dedicano (che possono dedicarsi) a prose indecifrabili grazie al provvido intervento di lettrici-ancelle (spesso mogli e dattilografe) dedite all'eterno dipanare queste pregiate matasse. 

Lo stesso Nabokov naturalmente ha tratto giovamento dalle imprescindibili cure della eterea Vera, se leggete questa biografia ne avrete un quadro completo. Di contro, la Storia ha relegato per molto tempo la maggior parte delle autrici donne al ruolo di pazze, povere, isolate, isteriche, suicide. Perché?

Beh, posto che le mie sono gioco-forza delle generalizzazioni, non sono certo in grado di rispondere o di spiegare questo fenomeno antico. Basti però leggere Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf per capire che fine avrebbe fatto una ipotetica sorella di Shakespeare dotata dello stesso talento. Spoilero: una pessima fine!

Ho letto in questi giorni anche tante "difese" delle autrici donne. Excursus di letture al femminile, sciorinamenti di titoli. Trovo la cosa benemerita, ma naturalmente il problema è a monte. 

Oggi, rispetto al passato, bieche classifiche a parte, le scrittrici donne hanno per fortuna una loro normalissima rispettabilità e vincono premi Nobel come i maschi, si pensi ad Alice Munro o alla mitica Elizabeth Strout (per citare le straniere). 

Qui in Italia i nomi sono anche tantissimi. Ultimamente, ad esempio, parlando di me poiché siete capitati sul mio blog!, ho fatto la correttrice di bozze di questa raccolta di racconti di sole donne uscita per Utet, curata da Violetta Bellocchio, per dirne una. E qualche tempo fa sono stata madrina di un premio letterario per tesi di laurea su Lingua Madre che da anni si occupa di scritture di donne da tutto il mondo con progetti bellissimi e ha un posto sempre d'onore al Salone del Libro (o Fiera? Ho perso il conto dei nomi della kermesse del Lingotto). Senza contare tanti e tanti altri casi che si potrebbero citare e non c'è il tempo e lo spazio.

Perché allora queste polemiche? Probabilmente è una questione di ruoli. Se si riuscisse al slegare la simbiosi tra uomo (apparentemente) superiore e fanciulla devota (parlo in termini di scrittura, cosa si fa in casa è un altro discorso) e in eterna adulazione e si cominciasse ad andare insieme, di pari passo, sarebbe un ottimo inizio. 

(una noticina sul concetto di blogger: qui in Italia manca poco che in anni addietro sia stato sbeffeggiato o mal compreso e dire "blogger" pareva sinonimo di "velina" mentre all'estero operano blogger anche maschi, di qualità e valore. Ad esempio questo).

La contemporaneità per fortuna è piena di autori uomini che stimano le colleghe autrici e blogger, che le leggono con interesse, come è normale che sia senza che l'uno primeggi sull'altro (si badi che anche il potere distruttivo e malevolo delle donne in letteratura come nella vita può essere deleterio). 

Guardate però ad esempio cosa hanno costruito negli USA Dave Eggers e Vendela Vida, qui, due scrittori "alla pari" che sono anche marito e moglie e genitori e hanno fondato scuole e riviste e sì, sono anche ancora giovani e carini. E questi sono i casi più eclatanti. 

Insomma, si può cambiare questo mondo letterario, sta già cambiando. Forse basterebbe dare meno peso a ste classifiche oppure ringraziarle perché sono in fondo il pretesto per rispolverare o fare luce su un male in via di guarigione.

Per concludere, questo libro è quindi il mio dono per il 2016, grazie a tutti per la costanza con cui passate da queste parti. Buon anno!
 




mercoledì 16 settembre 2015

Di presentazioni, amori e sbagli ben fatti.

Pedro Chagas Freitas, Prometto di sbagliare, Garzanti

Questa estate (è ancora estate per qualche giorno ma insomma ci siamo capiti!) ho partecipato a un blog tour e ho regalato, a chi passava da queste parti, un pezzetto di questo romanzo, qui.

Finalmente poi ho letto integralmente il libro, e ho partecipato, la settimana scorsa, il 10 settembre, a una bella prresentazione alla libreria Lirus di Milano insieme ad altri blogger, giornalisti e lettori vari: ne ho messo un micro video su Instagram, dove sono approdata da poco, a proposito se volete passatemi a trovare qui!

 Dunque dunque. Com'è andata? Bene! Queste sono le cose che mi piace fare e che mi fanno sentire viva, ognuno ha le sue e alla fine ho capito che queste esperienze, quando possibile, mi piace di tanto in tanto concedermele, dico partecipare a eventi letterari. Presentazioni ricche di contenuti e dialogo ma anche all'insegna della levità, e al contempo molto professionali. Grazie dunque Garzanti per l'invito. 

Questo libro è un libro di frammenti: molte storie fotografate da parole incisive ed evocative, composte, mi è parso di capire fin da subito, come una costruzione Lego.  

Ed è questo, parto dalla fine, l'aspetto che mi ha colpita di più. C'è infatti una metafora dell'amore - tema centrale del libro - che è la mia preferita in assoluto. Ed è stata anche oggetto di una delle mie domande all'autore (portoghese, insegnante di scrittura creativa). A pagina 34 compare una bambina che consegna a un bambino un mattoncino di Lego: "tieni, è per te" e, scrive l'autore: "ha fatto la più pura dichiarazione che un essere umano riesca a concepire".

Ci sono infinite accezioni dell'amore in Prometto di sbagliare, tutte molto profonde, tavolta addirittura enfatiche, ma la più bella resta per me quella lì: l'amore come costruire. Diciamo anche la più realistica, e perseguibile. 

La presentazione è stata ricchissima di altri spunti. Naturalmemente, non potevano mancare le domande sui riferimenti letterari, e tra Camus e Saramago, è spuntato Faulkner. Ed è allora che mi si è accesa in testa una ulteriore lampadina. 

Premessa: questo romanzo è un best-seller internazionale. Duecentomila copie vendute e decine di ristampe. E si nota che c'è molto sudore dietro. Tanto che una delle mie domande è stata di spiegarci un po' la definizione che nel libro c'è dell'artista, ovvero un "professionista del sudare". E Chagas si è dilungato un po' dul discorso del sacrificio, della devozione e del duro lavoro di scrittura, che è un autentico sforzo, fatto di routine che "dovrebbe diventare poema". Insomma dicevo: ho una convinzione, ovvero che dietro certi successi così clamorosi ci sia spesso (ahimé non sempre) del buono, del valore inestimabile e universale. Quando Chagas ha citato Faulkner, ad esempio, ho compreso di colpo e meglio la struttura corale - a più voci - e sperimentale del libro e l'ampiezza di vedute dell'autore. 

Questo è quindi un libro costellato di frasi memorabili (vedonsi i miei post-it nella foto...), da sottolineare etc, ma a un secondo sguardo è anche un omaggio a una tradizione letteraria importante e a un tecnica narrativa articolata. 

In una parola: un lavoro ben fatto. Inoltre, uno dei temi forti del progetto narrativo ruota intorno all'errore, allo sbaglio per amore. Tanto è vero che, come avevo accennato sui "social", a questa presentazione era associato un esperimento proprio di #socialwriting. Ovvero i partecipanti potevano consegnare all'autore un foglietto con su scritto il proprio "più grande sbaglio in amore" e lui ne avrebbe tratto una storia. (Per aggiornamenti, potete seguire la pagina Facebook del libro qui).

Avevo diligentemente portato anche io il mio foglietto, ma all'ultimo non sono riuscita a consegnarlo :) Ho notato però una quantità notevole di partecipanti e foglietti. Ho trovato rincuorante osservare quanti sbagli tutti fanno e quanto resta incredibilmente bella, certe volte, la vita.


martedì 8 settembre 2015

Cosa ho letto, leggerò, voglio leggere da qui a Natale!

 Cari miei, come va? A leggere sui social e non solo, si è capito che settembre is the new Capodanno e per questo ho deciso di adeguarmi al sentire comune e pensare a un post che avesse il sapore, oltre che di caffeina come al solito, anche un po' di nuovo inizio. 

Spero che possa essere utile per chi legge a prendere spunto per quanche consiglio libresco, ed è sicuramente utile a me per mettere ordine tra le mie carte, comodini e abitudini malsane alla procrastinazione.

Ovvero: ho deciso di mettermi in pari con i tanti arretrati che ho da leggere. E voglio viverla come una bella avventura, non (solo) come un dovere.

Ho aggiunto il "solo" tra parentesi perché sto maturando l'idea che leggere buoni libri sia anche un dovere verso se stessi, se si cerca una vita più ricca e autentica, ne converrete. E così è che vi auguro buon Capodanno settembrino, speriamo rinfrescato da una buona aria di novità e cose belle per tutti.


Consiglio number 1. Qualcosa di vero, di Barbara Fiorio. Il titolo è dei migliori e l'autrice interessante. Tutti vogliamo qualcosa di vero. Quello che mi attrae di questo romanzo pubblicato di recente (io l'ho ricevuto a maggio, e ringrazio l'editore per il dono) da Feltrinelli è la trama nuda e cruda. La storia di Giulia, una pubblicitaria scombinata e di Rebecca, una bimba che ha voglia di sentirsi raccontare delle storie, suppongo vere. Lo leggerò presto, anche perché ci sarebbe l'intenzione di parlarne in radio, a Pillole Concezionali, ma questa è un'altra storia di cui vi aggiornerò a breve per la nuova stagione del programma. 

Barbara Fiorio, Qualcosa di vero, Feltrinelli
 
Consiglio number 2. La vocazione di perdersi - Piccolo saggio su come le vie trovno i viandanti. Ediciclo editore, di Franco Michieli. Questo è un libro che sto valutando come giurata del Premio Sinbad, ebbene sì. Ringrazio quindi il Premio per l'invio dei libri, e per la fiducia. L'autore è un geografo ed esploratore, e già questo mi incuriosisce. Chi di noi vuole essere un esploratore? Se non delle vette più alte delle montagne, di sicuro del nostro mondo - per ciascuno diverso - e delle nostre vite. Quindi ben venga. "La bellezza misteriosa dell'orizzonte bianco di neve, ondulato e disabitato, gelido e luminoso, disteso intorno a noi in ogni direzione, non dipende dalla sua estetica e nemmeno dalla sua potenza, ma dall'infinità di storie che là dentro potrebbero avvenire e coinvolgerci". Gli aspetti creativi e spirituali dei viaggi sono ciò che sembra emergere da questo libricino magico, andrò sicuramente avanti nel viaggio.

Franco Michieli, La vocazione del perdersi, edicicloeditore

Consiglio number 3. Shame on me: questo mattone (in senso buono neh!) di Rizzoli, Il cardellino, a detta di tutti un capolavoro indiscusso, me lo sono comprato io tempo fa e non l'ho mai finito. Adesso mi sento in colpa e quante cose si fanno per senso di colpa? Tante, troppe. Una volta tanto, però, sarà una cosa buona. E così finalmente scoprirò come va a finire questo "travolgente romanzo sinfonico che vi farà riscoprire tutto il piacere della lettura" - e se lo dice Michiko Kakutani sul New York Times (e sulla quarta du copertina) chi sono io per contraddirla? P.s. ho letto comunque i primi capitoli, e meritano.

Donna Tartt, Il cardellino, Rizzoli

 Consiglio number 4. I ragazzi burgess. Ho molto amato i romanzi precedenti di Elizabeth Strout, in paricolare Olive Kitteridge. Lei è davvero un genio della frase, della trama e dell'ambientazione consolidata, nei suoi scenari sperduti e solitari del Maine. Se ho letto bene in rete, è in arrivo il suo prossimo atteso romanzo. Ne scrive così pochi, e con tale maestria, da meritare tutta la nostra attenzione. Ho ricevuto anni fa il libro da Fazi, che ringrazio. Questo ritardo nella lettura è un classico caso, doloso e doloroso, di procrastinazione malvagia: quel farsi del male da soli che non porta da nessuna parte. Insomma, basta, finisco anche queto capolavoro, all'inseguimento di questa famiglia (sempre del Maine negli Stati Uniti) disgregata e composta di personaggi tanto diversi tra loro quanto affini nella fragilità umana. 

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi

Consiglio number 5. Nel mondo a venire. Anche questo romanzo, di Ben Lerner, edito da Sellerio mi è stato inviato per il Premio Sinbad, ed è in lettura. Questo è uno di quei libri che avrei sicuramente acquistato. A partire dalla copertina stupenda che è un'illustrazione di Konstantin Kalishko, a colpirmi è stato nel complesso il progetto edioriale ambizioso e raffinato. La storia è di quelle sui trentenni di oggi, in chiave distopica sullo sfondo di una New York in balia di sconvolgimenti climatici vari e pericolosi. Crisi e maturazione, passaggio dall'età tardo-tardo-tardo adolescenziale a quella adulta (ma avverrà mai?), il cuore che comincia a perdere i colpi, anche da un punto di vista fisico... mi dice qualcosa? Vi dice qualcosa? Hem, sì, leggiamolo fino in fondo va. 

Ben Lerner, Nel mondo a venire, Sellerio
Consiglio number 6. Famiglia, di Natalia Ginzburg. Questo libricino fatto da due capitoli - Famiglia e Borghesia - gironzola a casa mia da un po'. L'ho già letto ma non ricordo più, e comprato per avere tutti i libri della Ginzburg, e credo che l'opera ora sia ormai quasi completa. Questo libro racconta "qualcosa di vero", nell'intenzione della sua autrice di calarsi nella società del proprio tempo e narrarne le sfaccettature con spietata ironia e lucidità. Siamo nel 1977 e i ritratti riguardano la fine di un secolo, e un millennio, che fa ancora capolino nell'indolenza e nella confusione nelle cose quotidiane. Non sempre, per fortuna, e meno male però che qualcuno si è messo lì a narrare ciò che vede. La famiglia è un tema caro all'autrice la quale è molto cara a me e spero a molti di voi. 


Natalia Ginzburg, Famiglia, Einaudi
Ciao!

martedì 4 agosto 2015

Consigli libreschi per l'agosto duemilaquindici.

Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri, marcos y marcos

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Einaudi

Le proposte di lettura per questa caldissima estate 2015 sono davvero tante: basta sfogliare giornali e riviste, navigare un po' su siti e blog o fare un giro in libreria per capire che davvero c'è l'imbarazzo della scelta. E quindi tocca scegliere. Già è complicato scegliere nella vita, ma quando si tratta di libri il tutto diventa ancora più arduo, no?

 Per questo lo ritengo un ottimo allenamento per orientarsi nell'esistenza. Scegliere i libri, pochi e buoni. Questo almeno è il mio criterio e funziona bene. 

Poi a me piace fin da quando ero piccola fare dei percorsi di senso, analogie, bislacche mappe concettuali, riferimenti, costellazioni libresche. Diciamo che è il mio sport preferito. Ed è anche un duro lavoro, ne converrete. Qualche volta, però, le associazioni di idee e storie e concetti saltano fuori per caso, sbocconcellando libri qua e là come fossero pezzetti di cocco sulla spiaggia. Qualche volta, specie in estate quando restano attivi ben pochi neuroni, mi piace allora lasciarmi ispirare dal caso, dal momento. Salvo poi scoprire che il sentiero che tracciano certe storie porta lontano, o indietro nel tempo o nel profondo della vita più di quanto mai potessi aspettarmi.

Quindi ecco la scelta, un po' casuale all'inizio, ma significativa alla fine, che ho fatto per le mie letture estive. Che sono in definitiva anche i miei consigli per voi che leggete questo blog con affetto. 

(A proposito: GRAZIE, perché grazie a voi succedono da queste parti sempre cose belle di cui renderò conto a breve, nell'autunno...).

Dunque: I miei piccoli dispiaceri. E chi non ne ha, a pensarci bene. Questa storia risponde alla domanda: cosa succede quando una persona non ce la fa più e smette di provare gusto per la vita?

La risposta sarebbe interessante già solo se si trattasse di una persona qualunque, come tutti noi. Ma se si tratta di una persona particolarissima come Elf, pianista di fama internazionale, bellissima e ricchissima e adoratissima da tutti compreso il meraviglioso marito Nic?

Bè succede che c'è qualcuno che tenta di tutto per non farglielo fare, intendo per impedirle di suicidarsi. E questo qualcuno nello specifico è la dolce, disarmante, squinternata e svitata Yolandi, detta Yoyo. Che è anche la voce narrante, per di più, scopriamo, in parte autobiografica dell'autrice.

Yolandi (...) tua sorella è una persona rara. Non ho mai conosciuto nessuno come lei. Devi tenerla in vita. Devi fare tutto quello che puoi. Tutto.

Di lei avevo già letto un libro, vi rimando qui per il post. Miriam Toews è una scrittrice canadese molto amata e rispettata in tutto il mondo, vincitrice di premi e acclamata, come si suol dire, da pubblico e critica. Scopritela in questo film che voglio assolutamente prima o poi vedere... 

Con lei io ho personalmente un rapporto controverso. Ovvero mi piace, mi affascina ad esempio l'ambientazione nella setta mennonita di Winnipeg, con tutto ciò che comporta, da un punto di vista narrativo, osservare come le emozioni e le azioni si ritagliano posto all'interno delle strette restrizioni che inevitabilmente si creano in un ambiente chiuso e moralista.

Mi lascia perplessa, però, a volte, invece lo stile di scrittura, molto colorito ed enfatico. Che in alcuni contesti amo molto, mentre in altri mi appesantisce. Mi lascia in balia delle montagne russe emotive, il che non sempre è un piacere. 

Ciò detto, cosa racconta il libro? Racconta un problema etico importante: l'eutanasia. E racconta un problema psicologico grave e sottovalutato: la depressione. Ed esplora le dinamiche di una famiglia sopra le righe, che però parla a tuttti noi. Infine, descrive molto bene il legame che c'è tra due sorelle. Qualcosa che io non capirò mai, essendo figlia unica, ma che mi incuriosisce molto.

Ora: cosa si fa quando si deve salvare una vita? Si prega. Si recita, si ride. Si comprano cose. Si legge. Si googola continuamente. Si abbraccia, si cercano abbracci. Si corre su e giù. Si piange, non si piange più, basta. Si dimagrisce, si mangia a orari assurdi. Si sorride. Si diventa migliori. Si telefona di più, si risponde. Si scrive. Si promette, si spera, si prega, si prega molto. Si sta in silenzio. Si cammina da soli, e poi con qualcuno. Si dorme male, poco, come sassi, di colpo. Si ascolta musica, si spegne la cavolo di musica, si progetta, si diventa molto intelligenti. Si litiga con chi potrebbe aiutarti, si crede in qualsiasi cosa. Si ricorda tutto. Si racconta, si parla ore e ore. Si sta zitti all'improvviso. Ci si trascura. Si è pronti a tutto, tutto. E ci si dispera. E alla fine, ci si arrende. Ci si arrende alla grazia della vita per quella che è e non per quella che vorresti tu che fosse.

Ma cosa c'entra il buon Hemingway in tutto questo? 

Poco o niente salvo che uno dei suoi quarantanove racconti, Le nevi del Kilimangiaro, tratta un po' di questo, ovvero di come si comporta una persona che tenta di tutto per tenere in vita una persona che ama. Tocca quell'emozione lì. Che bisogna un po' trovarcisi per capirla, forse. Ma che in letteratura vince, perché è la storia straordinaria delle incredibili energie che sanno tirare fuori le creature, umane e animali nella lotta alla sopravvivenza. Trovare un tema più affascinante è difficile. Per questo questa estate la voglio passare così: ricordandomi, molto semplicemente, quanto è preziosa la vita, la semplice realtà, e quanto sono utili, e belle le storie da raccontarci intorno.