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domenica 16 ottobre 2016

Il mondo di Internet.


Di Werner Herzog avevo seguito un corso di quelli serali per studenti universitari secchioni sui suoi film ma ho fatto in tempo a scordarmi tutto. Tuttavia, ho visto questo suo ultimo atteso documentario, Lo and Behold - Reveries of the connetted world e sono rimasta perplessa.

Si parte (e l'inizio è senz'altro affascinante) dalle origini della rete. "Lo and Behold" è il primo messaggio frammentato che sancisce il primo scambio tra computer veicolato dalla neonata Internet e significa "Guarda e Ammira". Come dice la voce narrante, una profezia bella, prima però del crash di quel computer da cui è partito tutto.

Molte voci da più versanti sostengono infatti che quella digitale sia una delle maggiori rivoluzioni che abbia coinvolto l'umanità. Personalmente, sospendo il giudizio. A me pare che questa sia una delle molte rivoluzioni interessanti della Storia dell'uomo, forse però non la più significativa. Ma questa è un'altra storia...

Tornando al film: il "taglio" è piuttosto enfatico e si punta in alto, nel senso che l'astronomia è uno dei temi più trattati. Si sentono i pareri e le spiegazioni di cosmologi e astronomi che prospettano scenari futuri talvolta distopici o per lo meno avveniristici (vita su Marte, brillamenti solari che distruggeranno l'umanità tranne forse gli scarafaggi, robot che ti verseranno il succo di frutta etc.) mentre il focus sui pregi e i difetti del World Wide Web non sempre è centrato. 

Si osservano ad esempio gli aspetti più negativi della rete: un antico caso tremendo di cyberbullismo, dipendenza da videogame, violazioni della sicurezza; ma gli aspetti positivi non spiccano tranne in un caso eclatante: un professore di una nota università americana racconta di avere molti più allievi online che dal vivo (per il fatto che la rete raggiunge persone fisicamente impossibilitate magari a raggiungere i luoghi dove accadono le cose importanti) e di aver rilevato, da un test, che il migliore dei suoi allievi che seguono le lezioni dal vivo si è posizionato meno che quattrocentesimo nella classifica dei migliori allievi di tutto il corso. I quattrocento e oltre più bravi provenivano, cioè, tutti da web. Questo dato, naturalmente, è sintomatico. Ma ad esempio manca tutto ciò che concerne la Primavera Araba in cui Internet ha giocato un ruolo importante (e in particolare twitter) e mancano i riferimenti alla didattica per i bambini, la possibilità di scaricare gli ebook e le grandi possibilità espressive per gli artisti etc. 

In generale, è come se ci fosse un mondo là fuori e uno "qua dentro" meno bello, più stupido o pericoloso, ancora oggi. Quel che ho capito io invece è che è tutto parte dello stesso mondo. Faccio mie le considerazioni ad esempio di una autorevole pensatrice che ha studiato a fondo la rete e ha scritto questo libro qui, ovvero Mafe De Baggis. Mafe infatti ha passato al luminol i comportamenti "della rete" per arrivare a una conclusione, detta in soldoni: la rete siamo noi, niente di più e niente di meno. (Su Wired un estratto del libro). 

Personalmente, mi aspettavo di più in definitiva da questo film. Di più in senso morale, ovvero mi aspettavo un invito serio e strutturato a prendere una posizione rispetto al web. Magari anche di uscire di lì e gettare lo smarphone nel Po al grido di "meglio la vita reale", ma non è accaduto. 

E invece sono rimasta al mio posto: neutrale. Certo, io come tanti devo molto al web nel senso che farsi conoscere e rispettare nel mondo delle sacre lettere è molto dura e la rete può essere un ottimo sbocco, una vetrina, un laboratorio dove farsi le ossa ma anche uno strumento come un altro per poter scrivere e talvolta lavorare. Mi piace pensare di essere come quegli allievi che vi dicevo prima dei quali magari, senza l'ausilio del web, il mondo non avrebbe saputo nemmeno l'esistenza. Posto che, per quanto mi riguarda, ho anche un percorso precedente e attuale di pubblicazioni fisiche cui tengo molto, oltre che relazioni "vere" e cose da fare reali. 

Per finire: mi è chiaro un concetto: che le dinamiche umane sono le stesse fuori e dentro la rete. Ci sono le mode, il disprezzo, la violenza, la follia, le ondate, i furti, le mortificazioni, le dilapidazioni, l'ignorare e l'ignoranza, le adulazioni, gli affetti, gli amori e le virtù che ci sono in qualsiasi relazione veicolata dall'uomo. Di questo film, dunque, a chi lo vedrà consiglio di prendere il buono, ovvero le informazioni tecniche sulla storia dell'Internet, di estrarre con le pinze le perle e lasciare andare il resto.

giovedì 9 agosto 2012

I Soliti Idioti, Covacich, cose belle che volevo aggiungere!





Ahhh che bello leggere un articolo di un grande scrittore come Mauro Covacich (che tra parentesi ho conosciuto un sacco di anni fa su un pullman a Milano, ben prima che scrivesse alcuni dei suoi capolavori! u.u.) e pensarla esattamente come lui a proposito dei Soliti Idioti. 

Ieri ero in spiaggia che leggevo infatti quell'articolo che vedete nella foto (c'era vento!! n.d.b. = nota del blogger hehe): è uscito proprio nel giorno del mio compleanno e ho pensato quindi che fosse un segno del destino che dovesse essere un giorno allegro e così in effetti è poi stato. Dunque la mia giornata è iniziata proprio così. In questo chioschetto del campeggino sardo dove mi trovo arriva infatti solo l'Unione Sarda abbinato al Corriere della Sera.

E insomma qualche giorno fa, essendo nel pieno di un trip sul duo comico (mi piacciono i comici, perché hanno una percezione della vita diversa, inconsueta, svagata, lunare (pensavo ad Andy Kaufman ad esempio) e la classica, dolce, struggente malinconia del comico etc. etc.) Biggio & Mandelli, avevo scritto questo piccolo post qui

Poi ieri leggendo l'articolo di Mauro Covacich ho pensato di aggiungere ancora qualche parola, forte dell'autorizzazione spirituale di uno scrittore che ammiro davvero molto. Perché c'erano in effetti ancora alcune cose che volevo dire ma mi ero fermata per non esagerare nell'entusiasmo.

Dunque dunque ecco le cose belle che volevo aggiungere sui Soliti Idioti (oltre a condividere tutte quelle scritte da Covacich ieri):

1) Sono in tre! Il terzo autore si chiama Martino Ferro ed è, tra le altre cose, un autore Einaudi notevole, senz'altro da leggere. Classe 1974, fiorentino, scrive bene, cercatelo qui!!

2) Il cinema. Nel film e negli sketch tv ci sono secondo me un sacco di citazioni cinematografiche. La mia preferita è quella in cui Gianluca si ritrova in una stanza d'albergo con la bellissima attrice vestita un po' come Sofia Loren in Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica. E Biggio lì è Mastroianni. 

3) La musica. Come ci sono anche tanti riferimenti musicali (le musiche tra l'altro le fanno loro, proprio cantano e si spendono come da tempo non si vedeva fare dagli attori, dai comici, da nessuno più in tv). E niente, sono delle vere rockstar, come diceva Andrea Pazienza di se stesso. 

4) Andrea Pazienza. Essendo in pieno trip, mi vado a leggere le interviste e guardo i video su you tube coinvolgendo morbosamente amici e parenti in questo delirio :). In tutto ciò, ho letto una risposta di Fabrizio Biggio in cui gli veniva chiesto con chi avrebbe desiderato parlare tra le persone scomparse. Lui ha detto Andrea Pazienza (Mandelli ha detto: Gesù Cristo n.d.b.). Andrea Pazienza! Ecco un altro vecchio trip che avevo avuto nell'adolescenza credo per darmi un tono ma non capendoci assolutamente niente. Oggi, prendendo spunto da questa risposta, ho riletto (o letto per la prima volta) alcune sue storie, i suoi straordinari fumetti. E finalmente ci ho capito qualcosa. Quindi grazie Biggio!! 

5) Genio! Tra l'altro Biggio è quel genio che aveva disegnato questo

6) Isbn. E questa cosa del Nongio (Mandelli)?! :)

7) Donne. Un pensiero, forse un po' scemo, forse inutile. Non sono assolutamente femminista, perché vorrei credere in una vera parità dei sessi, però non sarebbe bello un giorno vedere anche due ragazze, due attrici, due comiche e autrici così? Anziché le sole e ormai noiosissime battute anti-uomo, sulle gioie e i dolori della maternità (che è una cosa meravigliosa, non vorrei essere fraintesa) o su quanto è dura "essere donna oggi". Dico ciò perché questi due ragazzi esprimono qualcosa di veramente nuovo, un modo di far ridere, di raccontare, ma anche di essere che travalica le definizioni, spontaneo e professionale insieme. Invece le donne televisive o sono ancora bellissime dive o sono acidelle, o sono moralmente superiori a tutto, depositarie dei saperi e della bontà e della saggezza mondiale. Chissà se invece qualche donna prima o poi si concederà qualche intuizione innovativa, piena di dubbi ma anche di proposte? Gli uomini le capirebbero? E noi donne le capiremmo? Esiste una comicità femminile non appannaggio di bruttone, forzate della politica, belle ma antipatiche o presuntuose? Boh. Bè, ovviamente ora che ci penso ci sono la Guzzanti, la Cortellesi etc. Ma qualcuna che riuscirà ad andare ancora oltre? Speriamo!

8) La sorpresa. Nel frattempo, consiglio se potete di gustarvi la continua sorpresa dei Soliti Idioti che, come diceva proprio l'articolo di Covacich, tornano al cinema a dicembre. La sorpresa di qualcosa che spunta dal nulla e cambia le cose, pur affondando le radici profondissime in una fitta tradizione e nel duro lavoro che si vede. In una parola: ancora bravi!!

venerdì 20 luglio 2012

Buongiorno, idioti!



"In uno dei vagoni di terza classe fin dall'alba s'erano trovati l'uno di fronte all'altro, accanto allo stesso finestrino, due passeggeri, ambedue giovani, ambedue con poco bagaglio, vestiti senza ricercatezza, con delle fisionomie abbastanza degne di nota, ambedue desiderosi di attaccare discorso". [L'idiota - Dostoevskij]


Non so, la parola idiota io la amo. Uno dei libri che ho letto con più amore e stupore nell'adolescenza primissima è stato proprio L'idiota che forse, insieme a Moby Dick, è il mio "romanzo preferito" (insomma, è meglio sempre avere uno o due romanzi preferiti da portarsi dietro in quell'isola deserta che certe volte è la vita). Quindi già quando sento questa parola - idiota - ho sempre pensieri di empatia e di simpatia. Per me, vuol sempre dire altro, non è mai un'offesa.

E così oggi volevo parlare un po' dei Soliti Idioti, ovvero Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio. 

Questo non è un blog di cinema né di tv ma ci tengo davvero a questa cosa e quindi procedo senza indugio!

Per chi, come me, è cresciuto letteralmente con Elio e le Storie Tese, e non immaginava dunque che l'umanità avrebbe potuto produrre niente di simile o di meglio, ecco che è arrivata la smentita. Perché "guardate come diventano elastici i nostri pregiudizi più rigidi appena l'amore viene a piegarli".[Moby Dick, appunto].

Su questi due amabili idioti in effetti si sono scritti fiumi di inchiostro, elogi ma anche critiche, accuse di vuoto culturale e volgarità. Etc. etc.

Ecco, quel che penso io, ma senza assolutamente farne una questione politica che anzi qui secondo la mia modesta opinione non c'entra nulla, è comunque tutto il contrario: la volgarità dei Soliti Idioti è davvero sopravvalutata e il presunto vuoto colmato sempre o almeno nella gran parte delle gag sia della serie televisiva su MTV sia del film. 

Secondo me, sono dei narratori nati. Degli acuti osservatori. Nello stato d'animo migliore.

Perché la gente a volte è proprio strana. E questo è un fatto.

La cura, i tempi comici, l'arguzia, la ferocia a volte, la tenerezza altre sono solo alcune delle caratteristiche che si possono inoltre notare in questi loro numerosissimi sketch. Mentre manca del tutto qualsiasi moralismo, manca il freno a mano, manca lo snobismo. 

Sì poi c'è una dose di idiozia vera e non indifferente, e non premeditata credo.

L'effetto che fanno però è quello di un atto di coraggio. 
Non so se vi è mai capitato: vorresti fare o dire una cosa, hai paura, non sai se è il caso, ci pensi mille volte, e poi la fai. Ed era la cosa giusta o comunque aveva un senso. La sensazione è un po' quella. Hanno un senso. L'altra realtà più semplice da constatare è poi che i due alla fine si limitano tutto sommato a raccontare la vecchia Italia con occhi nuovi, e comunque già detta così per me non è niente male come idea.

E poi mettono allegria! E anche questa in fondo non è una cosa da poco.

domenica 5 giugno 2011

Wish Tree (of Life).


Il film. The Tree of Life, di Terrence Malick, Palma d'Oro a Cannes. Un film straziante, che costringe a tornare spietatamente indietro, all'infanzia, ai simboli, agli archetipi e all'infinito, a Dio, alla Creazione, alla Madre, al Padre, al Fratello, alle Bestie, alla Vita e alla Morte, al Paradiso.

C'è Kubrick (Malick-Kubrick, che precisa consonanza) dall'inizio alla fine, c'è uno stupendo Brad Pitt. Un film quasi muto, dove predomina un linguaggio biblico, spirituale, scolpito nel silenzio. Voci che si alternano ponendo gli interrogativi universali, filtrando squarci di luce nell'oscurità.

La Grazia, la Natura, l'Amore, il Crollo delle Certezze, la Violenza, l'Esperienza, il Dovere, la Famiglia, la Consolazione, il Perdono, la Crescita, la Frustrazione, la Tenerezza, le Maschere, le Bugie, l'Acqua, la Fine dell'Innocenza, un film Maiuscolo.

Quello che a me ha disturbato un po' è il Terrore: avrei infatti intitolato il film: Cose che Fanno Molta Paura. L'ho guardato con la mano pronta a coprirmi gli occhi. E avrei tralasciato volentieri proprio le parti più kubrickiane, più spaziose e le scene d'insieme, quasi da pubblicità, ho preferito le minuzie, i dettagli, ho sentito uno stridore perché un po' da quelle macro cose io mi voglio anche difendere oggi. Infatti l'ho trovato troppo. Anzi, Troppo.

Immenso, Totalizzante, Primitivo, Spaventoso, Allegorico.

Quello che quindi desidererei, per il mio wish tree settimanale, è perciò un concetto del mondo e della vita meno straziante, almeno per un po'.


giovedì 2 dicembre 2010

28 e non sentirli.

Il Torino Film Festival giunge alla sua ventottesima edizione ed è una cosa ormai serissima. Dal fu Cinema Giovani, in cui eravamo in quattro, pallidi, col cappotto grigiotopo da dove spuntava il libro della biblioteca dalla tasca, neanche diciottenni e io mi addormentavo sempre bellamente sulle poltrone ancora di legno del Cinema Massimo, allo sfavillio mondano di oggi, il passo è stato breve ma intenso!

I primi tempi ci passavo le mie giornate intere, ultimamente non più, ma almeno uno o due appuntamenti non me li perdo.
A me piace andare a caso, capitare quasi senza scegliere il film, farmi trasportare dalla magica atmosfera, e fare vip watching!

Con questo metodo, succede sempre qualcosa, ed ecco i miei highlights di questa edizione:

1) la fila. Nel girone dantesco della coda al freddo e al gelo fuori dal cinema con le transenne ci sono sempre: il "vecchietto ma furbo" che passa davanti. Ci riesce: con i suoi occhi liquidi dietro le lenti spesse, credi stia riflettendo su tematiche di saggezza, invece elabora strategie di invisibilità. Le "lamentazioni": donne che si lamentano del freddo. Uomini che si lamentano del gelo. Chi si rolla le sigarette per sconfiggere il freddo raggelante. Chi mangia un panino per scaldarsi e imprecare contro l'inverno. Questa volta addirittura si è configurata una potente orazione da speaker's corner* di una signora che ce l'aveva proprio con Gianni Amelio (direttore del Festival): "gli artisti devono fare gli artisti. Non sanno niente di logistica". Amen. (però poi ci passa davanti pure lei, alla faccia delle logistica sabauda).

* speaker's corner

2) il Giappone. Pur scegliendo quasi sempre i film con il dado e/o la monetina, capito puntualmente in una sala in cui si proietta materiale ad alto contenuto nipponico. Questa volta: il delicato e promettente Littlerock, di Mike Ott**, in cui i protagonisti sono due fratelli made in Japan, Atsuko e Rintaro, che si ritrovano immersi nella semideserta cittadina di Littlerock per un intoppo sulla loro strada verso Manzanar (un sito di interesse storico relativo ai campi di concentramento allestiti per i giapponesi nella seconda guerra mondiale, un capitolo del recente passato di cui in effetti si parla poco). La cosa interessante del film è il realismo: anche i nomi dei personaggi sono gli stessi degli attori. E poi la delicatezza dello sguardo che fa rima però con uno spietato ritratto della contemporaneità---> Da vedere. Affezionatevi poi a Cory, uno dei protagonisti, nativo dello sperduto paesino, che nella sua vita vera sta cercando con tutto se stesso una via d'uscita tramite l'arte. Il regista - durante il doveroso dibbbbattito di morettiana memoria - ci spiega che lui in prima persona sta cercando di aiutare Cory a svincolarsi dalla sua opprimente realtà, spero con tutto il cuore che ci riesca. Scattano gli applausi festivalieri.

** il simpatico regista!

3) l'accredito. Ce l'hai? Sì, no, forse.

4) Il suddetto vip watching: Steve della Casa, Mario Calabresi, Gianni Amelio in meno di cinque minuti.

5) gli stranieri: fan sempre piacere.

6) gli orari: i film programmati, non so, alle 19.15 o alle 17.45, ti danno un senso di paese delle meraviglie dove tutto può succedere.

7) il sottile confine tra la magia e il vuoto. Mah, questa volta per me va così.

8) il rituale. I punti di riferimento, le sicurezze, l'appartenenza e il sogno.




martedì 22 giugno 2010

Bright Star.

"Cercò per me dolci radici e miele
e rugiada di manna;
nel suo ignoto linguaggio ella mi disse:
'amo te solo'.

Bright Star, di Jane Campion.
Già qui, non so se ricordate, avevo accennato al libro di Elido Fazi su John Keats. E adesso questo film. A me non sembra vero. Sono andata anche a riprendere il mio vecchio libro di sue poesie. Non ci credo che stia succedendo tutto questo. Mi verrebbe da viaggiare nel tempo, tornare da Keats e dirgli ehi John su col morale che un giorno non solo finirai in una canzone degli Smiths (Cemetry Gates), ma addirittura in un libro di Fazi (!) e adesso anche in questo splendido film di Jane Campion, fulgida stella del cinema inglese.
Il film è davvero bellissimo, gli attori perfetti e la fotografia sognante, lucida, viva. E poi l'amore. La poesia. L'amore e la poesia, la poesia e l'amore. Occhio agli svenimenti (per chi è soggetto a sincopi, come me), alle lacrime calde, al languore, alla malinconia, alla bellezza che vi esploderà negli occhi, pur comodamente seduti in poltrona. Cinque stelline, da vedere.

domenica 23 maggio 2010

Tazzina-movies.

E per finire in genialità la settimana, ecco questo monologo di Woody Allen. Da Hannah e le sue sorelle. Chi più di lui ha saputo ritrarre crudamente la realtà e ridere della realtà e scongiurare la realtà e immergersi dentro la realtà senza mentire mai?

venerdì 23 aprile 2010

Garden State.

Film, canzone, attori. Questa scena è una piccola scintilla d'amore e buon venerdì :)

venerdì 16 aprile 2010

Come Indiana Jones.

Qualcuno ricorda Indiana Jones e l'ultima crociata? I film di Indiana Jones hanno contraddistinto tutta la mia infanzia, li avrò guardati e riguardati mille volte fino a impararli a memoria. E poi giocavo "a Indiana Jones": avevo un quadernino sgualcito, forse una rubrica telefonica, che era il mio quadernino-di-Indiana-Jones e giravo per la casa vivendo le sue avventure. Dicevo "Indy Indy" e scoprivo mondi inesplorati, magari sotto il letto o a spese del mio povero gatto Cinzio che subiva passivamente ogni mio tentativo di usarlo come pony.

In questa scena allora Indy si trova a fronteggiare qualcosa di molto complicato, che è rimasto nella mia memoria indelebilmente fino a oggi e penso che mai scomparirà. Perché tra le tante cose della vita, forse certe immagini suggestive, certi movimenti, certe sensazioni aderiscono dentro di noi in modo irreversibile. Come per me questa scena. Pochi minuti, ma tra i più emozionanti. Indiana Jones era un mito assoluto, e questo mito doveva saltare nel vuoto.

"Solo saltando con un balzo dalla testa del leone egli dimostrerà il suo valore".

Lui qui ha una missione vitale da compiere. Ma, uscendo fuori dal film. E pensando alla realtà. Spesso capita di sentirsi così. Se si vuole ottenere una cosa, soprattutto se si vuole fare una conquista per se stessi, umana, ad esempio crescere, diventare adulti, oppure migliorare, oppure guardare le cose per quelle che sono. Oppure lavorare, per ottenere cose importanti bisogna fare quel salto. Bisogna. Me ne sto rendendo conto ogni giorno, tra una sincope e una bella novità. Quel vuoto può significare "cambiare", riscoprire un desiderio, decidere di impegnarsi di più, capire cosa si vuole fare e provare a farlo. Oppure semplicemente balzare nella vita, con paura sì, ma con coraggio. Non sono semplici parole queste. Per me quel salto vuol dire tante cose. vere.
Non riesco a dirle. Ma ci sono. E ringrazio tantissimo la speciale Ilaria, perché questa immagine mi è ritornata alla mente proprio parlando con lei :)



lunedì 22 marzo 2010

The Hurt Locker!

Ecco il film di Kathryn Bigelow, vincitrice del Premio Oscar come miglior regista (prima donna della storia). The Hurt Locker. La storia di una missione in Iraq vissuta dall'interno di una squadra di artificieri. Will James, il caposquadra dell'unità, subentra al suo predecessore, morto in un'esplosione. E così iniziamo a seguire lui e i suoi soldati nelle continue spedizioni di identificazione, ricerca e disinnesco di bombe conficcate un po' ovunque nel ventre del territorio di guerra. Sempre in uniforme, sempre armati fino ai denti, sempre sotto gli occhi muti, attoniti e feroci, gli occhi alieni degli abitanti del posto. In un deserto arido fatto di miseria e siccità.

Guardando il film si striscia a fianco dei soldati, si sanguina, si mangia la polvere, si muore di paura, si stringono violentemente i denti, si grida, si rischia di saltare in aria ogni momento e ci si nutre anche di quell'adrenalina che all'improvviso inietta lo sguardo di Will. Che lo porta via da tutto, che è l'unica cosa che conta. Che è la sua droga. Perché "la guerra è una droga" che crea dipendenza, che non smette mai.

Oltre alla perfezione delle azioni in sé, impeccabili, ricercatissime e sospese, intrise di dolore e insieme forza dilaniante, quello che colpisce è il rapporto sottile tra Will e i suoi soldati. Con il sergente Sanborn, in particolare, Will intreccia un sodalizio estremo di amore e odio, di bianco e nero, di luce e ombra. Questi due uomini è come se rappresentassero davanti ai nostri occhi l'eterno contrasto tra Natura e Cultura. Tra istinto e pensiero. Anche se, come in tutte le cose della vita, i piani poi si confondono, si compenetrano e il giudizio si rinvia, anzi non si formula proprio: né nelle intenzioni della regista, né in noi spettatori.
Superbo lungometraggio, da vedere, da non perdere!

domenica 21 febbraio 2010

La bocca del lupo.

Quando sarete incerti su quale sia lo scopo della vostra vita, vi consiglio di andare a vedere: La bocca del lupo, il bellissimo film di Pietro Marcello, vincitore tra l'altro dell'ultimo Torino Film Festival. Il film, nel raccontare la storia vera di Enzo e Mary a Genova, ci vuol far vedere che lo scopo della vita di noi esseri umani - in ogni luogo e in ogni tempo - è l'amore. E che l'amore può nascere in qualsiasi circostanza. Anche in carcere. E che l'amore può durare una vita intera. E che certi sogni certe volte si avverano.
Un capolavoro!

venerdì 22 gennaio 2010

Gnam.

Ieri sera ho pensato: la vita può essere questo. Una cesta di cose belle. Come le ceste dei giocattoli dei bambini. La mia me la ricordo. Era di vimini: conteneva migliaia di strucchioli. Ci mettevo la testa dentro. Preferibilmente ci cadevo dentro a peso morto. In seguito ho iniziato a infilarci anche il povero buonanima di Cinzio, il mio allora gatto mai troppo commemorato. Lui si agitava moltissimo. Si tendeva, gli si sparavano gli occhi fuori dalle orbite. Poverino. E infine soffiava, guaiva, si attaccava alle pareti con tutte le unghie di fuori, diventava una belva. Ecco però aveva capito, lo realizzo col senno di poi, che infatti la felicità a volte può fare paura. Ma come: sei immerso in una cesta di giocattoli e ti spaventi? Sì. Capita. Ci sono cose belle, che non sappiamo definire, che ci spaventano al punto che finiamo per preferire quelle brutte, pur di non "lasciarci andare" e naufragare dolcemente in quell'ignoto mare. E invece io almeno per oggi torno bambina. La bambina di allora era più incosciente addirittura di un gatto. Era, in quei piccoli momenti di abbandono nella cesta, completamente felice. E anche oggi io lo sono. Chiedimi se sono felice: ti rispondo di sì.

E insomma abbiamo visto questo allegro filmetto:

http://www.mymovies.it/film/2009/juliejulia/

Divertente, leggero, saporito. Gnam. Allora mi gusto il mio incosciente venerdì felice. E spero con tutto il mio cuore che sia così anche per voi.

martedì 5 gennaio 2010

Welcome.


Un film che guarda in faccia la realtà e la racconta. Anzi la realtà a volte è pure peggio. Secondo me, un gran film da vedere. Consigliato a chi desidera aprire gli occhi.

mercoledì 30 settembre 2009

Charlie Chaplin.



A volte bisogna avere coraggio e dire i segreti. Svelare verità nascoste. Aprire il proprio cuore. Mettere da parte la suprestizione. A volte si tace per paura. A volte si tiene per sé un amore che invece oggi sento di voler spartire con gli altri. Il mio amore per Charlie Chaplin. Giacchetta stretta, pantaloni larghi. I suoi sospiri, i suoi sorrisi bianchi, i suoi capitomboli. Se si potesse spiegare chi si è veramente, io direi, per sintetizzare, che sono Charles Chaplin. Anzi Charlot. Vorrei essere come lui. Mi inchino di fronte al suo genio.

lunedì 31 agosto 2009

Film Rosso.

Questo film di Kieslowsky del 1994 mi piaceva tantissimo, l'ho visto la prima volta a quindici/sedici anni ed era il mio preferito. Lo guardavo e riguardavo e volevo assomigliare all'attrice e al suo personaggio: Valentine Dussaut. Questo film caldo, preciso, immerso nella vita e insieme magico, irreale mi incantava. Immaginate un bambino di fronte a un cartone animato: io restavo così, imbambolata davanti a quelle immagini, a quelle parole pronunciate bene, affilate che mi trafiggevano gli occhi e mi sconvolgevano senza mezze misure. Amavo tutto del film. I personaggi, le luci che filtravano il buio pesto, i rumori, ovviamente il rosso che pulsava da tutte le parti. E poi l'argomento, per quanto potevo capire allora: la potenza del caso, l'ineluttabilità del destino. La fatica di essere buoni e la struggente malinconia di diventare cattivi. E poi l'amore: come comanda, come domina lui nelle nostre esistenze. Ah, io volevo diventare proprio come Valentine. La bellezza, il dialogo con le persone più grandi, la tenerezza verso quel fratello che non ho mai avuto, la delicatezza, la decisione, il diritto di essere come si è, il pregio di essere una ragazza: ho iniziato a sognare. Volevo fare il mio ingresso nel mondo così, con quella faccia, con quei vestiti, con quelle risposte secche. E adesso che sono cresciuta ho rivisto il film, che riposava intonso nella mia memoria come in uno scrigno immacolato. Rivedendolo ho ritrovato le stesse identiche emozioni. Ma poi ho avuto una triste certezza: non sono diventata come Valentine. Apparentemente travolta dagli eventi, ho capito invece che la paura è stata la mia nemica, il mio ostacolo alla vita di ventenne che volevo. Solo la paura di essere come si vuole ci sbatte via dai nostri binari prediletti cappottandoci e facendoci rotolare verso strade inutili e chiuse come una T. La paura si è presentata come e quando ha voluto e ha lavorato dentro di me, complice dell'inerzia, del tempo e dell'usura. La paura di dire cosa si vuole, di scegliere le cose, e prima ancora di desiderarle. La censura, la vergogna di assecondare i propri gusti e altre amenità.

venerdì 10 luglio 2009

Profondo Rosso.




Geniale l'idea della proiezione del film di Dario Argento nella piazza (CLN a Torino) in cui sono state girate alcune scene fondamentali del capolavoro. Idea geniale degli organizzatori del Traffic Free Festival, per inaugurare la serie di eventi estivi gratuiti diventata ormai tradizionale per la città. Davvero geniale secondo me.

http://www.trafficfestival.com/

domenica 22 febbraio 2009

The Reader.

Un film che dimostra dove può portare la vergogna. Un film che tocca un tasto dolente. Questa foto ne coglie secondo me l'essenza. La faccia di Hanna (Kate Winslet veramente brava) e la faccia del ragazzo Michael (chiaro come l'innocenza) spiegano ciò che non si può dire a parole. Lei potrebbe essere a un passo dalla normalità, dalla dignità che contraddistingue le persone istruite e che determina spesso il libero arbitrio e il senso di responsabilità. E invece no, è analfabeta. Non sa scrivere, non sa leggere. Ma è bella, e solo quel poco di bellezza che le resta prima di finire le serve ad afferrare ciò che le manca da tutta la vita: la scrittura. Si chiama Hanna, che suona come Anna Frank e Hanna Arendt, ma è solo una qualunque hanna schmitz, per cui si è a un passo dal provare pena ma nei cui occhi spenti balenano troppo spesso lampi di rabbiosa ottusità. Lui ha 15 anni, non sa nulla della vita, del dolore, della colpa, dell'orgoglio. Ma sa leggere, sa scrivere, ha tanti libri, va a scuola. A quell'età e con quello spirito vuole scoprire il mondo che c'è fuori dalla sua casa borghese e noiosa. La miseria umana e la potenza dell'amore si incontrano in un punto di non ritorno e nel mistero assoluto delle parole.

mercoledì 26 novembre 2008

Aruitemo Aruitemo.


Hirokazu Kore-Eda è un regista giapponese davvero bravo, secondo me. Mi aveva già colpita tanti anni fa al Torino Film Festival con un film stupendo e delicato, del 1998, intitolato After Life (Wandafuru Raifu). Mi era talmente piaciuto che ne avevo fatto il punto di partenza della mia tesi di laurea. Ieri ho visto un altro suo film bellissimo, sempre al TFF. Stil Walking (Camminando Camminando - Aruitemo Aruitemo). Il film ritrae il momento in cui un figlio presenta la moglie ai genitori e alla sorella. La moglie è vedova e ha un bambino. Durante l'incontro che dura circa due giorni, tra pranzi e cene e passeggiate emerge il ricordo di un terzo fratello morto anni prima mentre salvava un bambino che stava annegando in mare - bambino che oggi è un goffo venticinquenne che fa il pubblicitario precario. La trama è semplice fino a scomparire. Il film prende per mano dolcemente e porta a contatto strettissimo con le abitudini, i pensieri, i cibi, i tormenti di tutti i personaggi. La mamma apprensiva e agitata, il papà che sognava per il figlio scomparso una carriera di medico identica alla propria e che disprezza il figlio sopravvissuto, la sorella svampita con un marito inconsistente ma simpatico, la moglie gentile che si sforza di farsi voler bene e tutti i bambini: vivaci e teneri sembrano cinguettare tra i ciliegi come uccellini di primavera. Hirokazu Kore-Eda ha uno sguardo pulito che rasenta la perfezione dei particolari che costruiscono i significati. Sono uscita dalla sala pensando al concetto di famiglia, di lotta tra la tradizione e le nuove forme che prenderà nel futuro. Alla vita sana di un paesino di mare, a crocchette di mais, sushi e rafano saltato, all'imprevedibilità del destino e al Giappone dove ho sognato di andare almeno una volta nella vita.


http://www.kore-eda.com/

lunedì 14 luglio 2008

Film Blu.

Tanti anni fa Film Blu di Kieslowski mi aveva sconvolto la vita. Con una chiave blu aveva aperto una porta nuova dentro di me e aveva stipato in quegli spazi vuoti un nuovo mondo, un nuovo modo di percepire il mondo, le persone e gli oggetti circostanti. Questa notte, dopo più di dieci anni, l'ho rivisto in tv perché non riuscivo a dormire (vedi post precedente) e ... solo grazie al film ho preso finalmente sonno. Non che sia noioso. E' che forse quella porta dentro di me si è chiusa per una corrente di vento troppo forte. Dovrei mettermi a cercare la chiave.