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domenica 23 aprile 2017

Tempo di Libri a Milano (imho).

Qualche pensiero su Tempo di Libri, in forma di pro e contro. 



In rete ho trovato questa citazione sul cambiamento, attribuita a Marcel Proust: "Gli uomini non cambiano dall'oggi al domani, e cercano in ogni nuovo regime la continuazione dell'antico". Chissà se è vera, giacché, ormai è noto, tra post verità e fake news, la credibilità delle parole online è uno dei punti interrogativi e dei crucci massimi della contemporaneità internettiana.



Fatta questa premessa, ci tengo a scrivere qualche parola anche io visto che avevo seguito con interesse le vicende del Salone del Libro, tra scandali finanziari e trasformazioni, critiche e virtù. 


Al Salone di Torino ci sono stata tutti gli anni (trenta!) e ci ho anche lavorato dentro in diverse occasioni, ci ho presentato il mio primo romanzo, ho parlato in pubblico del mio blog, ho fotografato tantissimi stand con la mia tazzina azzurra per farmi conoscere, ho condotto eventi e trasmissioni radiofoniche, ho partecipato a tavole rotonde, convegni, incontri vari, interviste eventuali: ci sono, in una parola, cresciuta. 

E ho scritto talmente tante cose - su questo blog - che non saprei nemmeno cosa linkarvi. 

Vi consiglio, se volete recuperare qualche cosa, cercare il tag "salone del libro" o #SalTo (hashtag di cui sono stata, tra l'altro, anche creatrice tempo orsono insieme ad altri amici su twitter). 

Un'ultima curiosità strappalacrime, pensate che addirittura il mio primo articolo, sul giornalino della scuola al liceo, parlava proprio del Salone. Insomma, è un tema che mi è caro e mi coinvolge da sempre. Immagino come molti di voi lì all'ascolto. 

E dunque, mi è sembrato opportuno fare un (#)salto a #TdL17 e ora rendervene conto.

Una prima considerazione è che non credo sia saggio supporre di avere risposte facili in tasca oppure porsi d'ufficio in una posizione di rivalità, ripicca o campanilismo sabaudo (nel mio caso, come torinese). 

Questi sentimenti, di cui pochi possono dirsi liberi, non fanno bene, anzi ottundono e si fatica poi a stare al mondo sereni. Per questo mi sono impegnata a osservare Tempo di Libri con occhi nuovi, prendendo per mano la "me" bimba che entrava per la prima volta al Salone torinese e accompagnarla in una nuova esperienza da scoprire. 

E queste sono le piccole cose che ho notato durante la scampagnata milanese. Scampagnata durata molto poco perché lo scopo della gita era poi di assistere a un poetry slam nella sede di Radio Popolare, ma questa è un'altra storia. 

Dunque, imho che in milanese  inglese è l'acronimo di in my humble opinion:

Pro. 

L'accredito per blogger. Una conquista pura e semplice che sono contenta si sia fatta. In cinque minuti, da casa, mi sono accreditata e in ancor meno tempo, ho ricevuto una risposta positiva. Sono entrata gratuitamente in fiera e ho potuto visitarla sentendomi riconosciuto ipso facto un ruolo, senza tanti pregiudizi fuori tempo massimo. 


Il wi fi. Funzionante e libero. Per diverse ragioni, non ultima una fisiologica mutazione che è giusto secondo me fare di se stessi, frequento sempre meno i social in modo propulsivo, compulsivo forse e attivissimo come qualche anno fa. Però sento che questa possibilità di un wi fi comodo e veloce in una fiera editoriale sia bella e utile.

Gli incontri pubblici e privati. Ho incontrato amici, lettori dei miei scritti (evento cui non mi abituo mai e mi emoziona) e persone autorevoli del settore editoriale tra cui la cara Giulia Ichino con cui è stato bello conversare per un po'. Quanto invece agli incontri organizzati dalla fiera, beh mi parevano tutti interessantissimi. Non sono riuscita a fermarmi che per qualche minuto in uno solo, ma ho fiducia nel prossimo anno.

Il cambiamento, di cui sopra. Cambiare, dopo tanti anni, è una bella idea. Creare una fiera che non c'era, anche. Il fatto che sia nata una nuova fiera è giusto. Al punto che mi sento di equiparare questo lieto evento alla nascita di un nuovo bambino: merita sempre la fatica. 

Contro. 

Troppe analogie con Torino. Mi riallaccio all'ultimo punto dei pro, perché ci troviamo su un confine frammentato. Per chi è abituato, come me, a solcare i corridoi del Lingotto, il disorientamento si è fatto sentire. Mutuare un'idea può essere bello, evolutivo. Ma applicarla, identica, con minime variazioni percettibili appena, può denotare una mancanza di fantasia.

Troppo poche persone. Il che, a me come Noemi Cuffia, non importa nulla. Anzi, sto imparando quanto intensamente sia falso l'assioma tanto pubblico = qualità. Sto imparando che in letteratura, e in editoria, come in altre cose della vita, non esistono assiomi così rigidi e che la quantità di qualsiasi cosa può fare rima con eccesso. Tuttavia, è pur vero che uno dei risultati che si pone l'organizzazione di un evento pubblico è quello, appunto, del numeroso pubblico. E ahimè c'era proprio da notare una scarsa affluenza, almeno quando sono andata io, al colpo d'occhio. 

Prossimità con le feste e, con buona pace di Monsieur Lapalisse, con il #SalTo. La sensazione è che questa fiera sia troppo vicina a Pasqua, 25 aprile e 1° maggio e soprattutto con l'imminente "competitor" di maggio se così si può dire, torinese. Il che è deleterio per le energie fisiche e finanziarie per tutti i lettori di buona volontà.

Naturalmente, tengo fuori dalle mie considerazioni tutte le questioni politiche, economiche, relazionali strategiche e commerciali relative a questa faccenda e che coinvolgono i grandi gruppi editoriali, l'editoria indipendente, i librai e tutti gli onesti operatori. Un po' mi sono espressa in passato ma a oggi, lo ammetto, non ho proprio nulla da aggiungere. Solo forse che una fiera di queste proporzioni, così come tutte le imprese umane, salvo rare eccezioni, ha bisogno di evidente rodaggio e che un'opinione più strutturata spero di poterla esprimere tra qualche anno. 

Oggi invece spero farete buone letture!





Con la mia cara amica Sara Bauducco. 

Con Sabrina Lorenzoni, che mi ha ricordato perché mi piace e ha senso scrivere qui :)

Con tre fantastici poeti: Alessandro Burbank, Marko Miladinovic e Francesco Deiana. Chiamatemi D'Artagnan! 


E questi poeti sono Davide Passoni (mc del poetry slam) con i finalisti Filippo Balestra e Francesco Deiana (che ha vinto gloriosamente lo slam). Al Leggiamo Cooperativo Poetry Slam, evento Fuori Tempo di Libri nella sede di Radio Popolare. 

lunedì 5 dicembre 2016

Scoprire Carlos Ruiz Zafón.


L'uscita dell'ultima parte della tetralogia del cimitero dei libri dimenticati - Il labirinto degli spiriti - creata da Carlos Ruiz Zafón - il conseguente suo arrivo in Italia per raccontare e promuovere il libro - è stata anche l'occasione per un incontro tra l'autore e alcuni blogger e giornalisti.

Ringrazio la casa editrice Mondadori per l'invito che ha reso possibile il mio piccolo viaggio dalla nebbiosa terra sabauda fino alla nebbiosa terra milanese dove si è svolto l'evento.  

Come certi treni della vita, l'opera di questo autore mi era passata di fianco negli anni senza che vi salissi sopra o, più opportunamente nel caso dei libri, ci cascassi dentro. Così quella di ieri è stata prorpio un'occasione inaspettata di conoscenza e di scoperta.

Ho cominciato un mesetto fa prendendo in biblioteca Il gioco dell'angelo (che non è il primo, ma l'unico che avevano nella biblioteca disponibile) e mi sta piacendo molto. Ho cominciato anche la lettura del "labirinto" ma non ho ancora finito. 

Quello che mi ha colpita dai primi assaggi di queste opere è una scrittura corposa e insieme minuziosa (come è spesso rilevabile nelle lunghe narrazioni) e autentica, diretta, non artefatta. Scopro che i personaggi di questi romanzi sono spesso scrittori e che Zafón sembra proprio aver creato uno di quei mondi grandi, grandemente popolati, dove ho notato che le persone amano viaggiare, esplorare, abitare e crescervi. 

Ho ascoltato le domande degli altri partecipanti con interesse e ho formulato la mia che era per forza di cose semplice e poco addentro alla storia. Più una curiosità, in punta di piedi. 

Rilevo a latere che dalle situazioni più all'apparenza neutre, dove ci si pone in una condizione di rispettosi spettatori e in totale ascolto, sono poi quelle da cui si apprende di più. Tanto è vero che alla semplice domanda: "ha intenzione di scrivere altri libri per bambini?" ha fatto seguito qualcosa di più di una semplice risposta di circostanza, è stata piuttosto una piccola lezione sulla scrittura e sull'essere scrittori. Ed eccola qui, rielaborata un pochino:

"Quando scrivevo libri per ragazzi sentivo che c'era qualcosa che non andava, non ero completamente sincero, sentivo di essere fake. Notavo che la condizione di molti scrittori e dunque anche la mia era quella di essere come appesi a una corda che si sta pian piano erodendo e il rischio era, per tutti, di cascare nel dirupo e scomparire. Il timore di tutti gli scrittori (e il mio) era: essere dimenticato e dunque non poter più fare l'unica cosa che sai fare, ovvero appunto lo scrittore. 

In quel momento ho capito qual era il problema. Prima, scrivevo pensando a cosa sarebbe potuto essere notevole per gli altri. Cosa fa vendere, cosa piace. Ma non funzionava affatto. In seguito ho deciso di scrivere solo quello che volevo io, che piaceva a me, così è nata la quadrilogia. Sostanzialmente si scrivono storie per vivere meglio, per vivere di più".

A me le indicazioni sull'autenticità colpiscono sempre molto e valgono per tutti. Questa risposta mi ha regalato molti spunti di riflessione e me la sono portata a casa custodendola gelosamente. Anche le altre risposte sono state degne di nota. Si spaziava dall'ambientazione a Barcellona, alle influenze letterarie, da temi politici a quelli storici. 

Mi ha colpita una risposta sulla comicità di un suo personaggio, in riferimento al quale ci ha ricordato che "il comico è l'unico che può dire la verità, perché nessuno lo prende sul serio. Se dici la verità - e non sei un comico - ti uccidono". 

Ho trovato infine molto toccante la risposta sul personaggio Mauricio Valls - il cattivo per eccellenza. Zafón ci ha tenuto a sottolineare quanto questo tipo di personaggi, nel mondo, siano numerosi. "Personaggi potenti che rubano le vite degli altri o ci passano sopra lasciando dietro di sé strisce di miseria, che calpestano senza porsi alcun tipo di problema pur di prevaricare e la cosa più sorprendente è che ricevono molti consensi, sono applauditi da parecchie persone". 

Dico un'ultima cosa sulle saghe (sulle serie, su tutto ciò che è a puntate): in questo momento della mia vita di lettrice le considero un lusso. Un lusso psicologico che è difficile concedersi, quasi un premio. Mi piace l'idea di poter scegliere quella saga lì, proprio quella e non altre, e accodare al suo autore così tanta fiducia da dedicargli tanto tempo, tanta affezione, tanta attenzione. Per me, è molto, davvero molto difficile farlo ora. Sento la fretta di leggere tutto, diversificare, e cadere di conseguenza nella frettolosità e nella confusione. Un buon proposito per l'anno nuovo, che sembra lontano ma è lì dietro che ci aspetta, potrebbe essere avventurarmi in una di queste lunghe, lente, appassionanti avventure di gente che ne passa di tutti i colori, cresce, afferra una qualche forma di senso, di valore in questa vita o anche solo in quella fatta di parole e immaginazione. Potrei cominciare con Zafón, come hanno fatto negli anni milioni di persone che ne leggono ogni riga con grande passione. 


sabato 28 novembre 2015

Leggere al buio.


Un reading al buio: è possibile?

Giovedì scorso molto presto la mattina ho preso un treno perché ho ricevuto un invito dalla Fondazione LIA e ci tenevo a onorarlo. La Fondazione LIA si occupa di libri accessibili, ovvero di creare file dei romanzi che tutti noi possiamo trovare in libreria e adattarli alle esigenze delle persone ipovedenti o non vedenti. Le persone non vedenti sono lettori fortissimi. Ma hanno troppo pochi libri a disposizione. Stampare la carta braille ha costi enormi e immaginate che un solo volume di Harry Potter, per fare un esempio, in braille occupa lo spazio di venti tomi. Il che vuol dire che per leggere tre/quattro romanzi un non vedente dovrebbe riempire un garage di carta...

Ecco che gli strumenti digitali in questo caso diventano non un vezzo, ma una rivoluzione. 

Uno dei punti del manifesto della LIA recita: "tutti hanno il diritto di scegliere cosa leggere tra tutto quello che il mercato propone". E ancora: "tutti hanno il diritto di leggere bene, godendo della qualità dei contenuti". E anche: "tutti hanno il diritto di leggere per sapere, per crescere, per evolvere".

Ecco, più che di rivoluzione si può parlare allora di evoluzione. 

Ed è un senso evolutivo pieno di speranza quello che ho percepito quando giovedì, seduta tra i ragazzi di un Istituto tecnico di Milano, ho ascoltato Antonino Cotroneo, insegnante ipovedente e facilitatore LIA spiegare ai ragazzi come utilizza lui alcune tecnologie per questo genere di disabilità. Ci ha spiegato le funzioni di accessibilità dei nostri smartphone, ad esempio. E ha dato una dimostrazione pratica di come lui fosse perfettamente in grado di leggere alla stessa maniera dello scrittore presente in sala, Paolo Colagrande. Si sono letti brani del suo Senti le rane, un romanzo che volevo leggere da un po' di tempo, perché mi interessano le rane (ma questa è un'altra storia) per cui ringrazio di cuore l'editrice Nottetempo per il gradito dono. 

La semioscurità.

La luce; non sempre le gradazioni della luminosità sono accessibili a tutti, e invece è un diritto poter leggere all'intensità che si desidera.

Un segnalibro in braille!

Paolo Colagrande, Senti le rane, Nottetempo

I ragazzi della scuola che come me erano ospiti del percorso didattico di reading al buio al Laboratorio Formentini si occupano di tessile. 

Studiano e lavorano con i vestiti e quindi in sala la metafora è nata spontanea: i libri sono come i vestiti, così come lo sono i diritti. Sono validi per tutti ma si devono adattare alle diverse esigenze. I ragazzi sono dei casinisti, si perdevano in mille chiacchiere, ma quando il discorso si è fatto serio è sceso il silenzio. 



Ascoltavano ed entravano nel buio della storia con una concentrazione che mi ha colpita, mi ha intererita e dato fiducia e senso. Tanto senso.

E alla fine mi è venuta in mente una canzone. Una canzone semplice e d'amore. Se sostituite per un momento al "te" del titolo un amore a vostra scelta, poniamo quello per la lettura e ascoltate e guardate il video sentirete le sensazioni che ho provato io a quell'incontro. Certo, in tema di vestiti, solo una giacca d'oro e dei calzini a pois consentono di dire certe cose, come fa Jovanotti (che, ebbene sì vedrò in concerto ma anche questa è un'altra storia...) in musica senza sembrare matti.

Ringrazio ancora LIA per la possibilità di tornare ragazzina per una mattinata e per lo stupore e la speranza e l'apprendimento che possono fornire le tecnologie. Invito chi può e vuole a sostenere LIA e a diffonderne i contenuti affinché il diritto alla lettura non sia solo un'utopia ma una realtà per i ragazzi delle scuole, gli adulti, i frequentatori di biblioteche e di librerie. E gli innamorati del leggere.

martedì 22 settembre 2015

Laboratorio Formentini per l'editoria, in silenzio si lavora bene.

Laboratorio Formentini per l'editoria
In un angolo discreto di Milano, in una bella giornata di sole, la prima di questo autunno, nasce un nuovo spazio dedicato tutto all'editoria.

Ho sempre pensato che negli angoli si nascondano le cose più belle e i punti di vista più inediti, ma a chi importano queste mie elucubrazioni sulla geometria? Passiamo a qualcosa di interessante per davvero: il Laboratorio Formentini per l'editoria. 

Un tempo appartenenti alla canonica di una chiesa sconsacrata, i locali, dall'aspetto che qualcuno alla conferenza stampa ha definito "borgesiano" (è vero...) e labirintico di via Formentini 10 a Milano, da oggi ospitano un nuovo polo di valorizzazione del lavoro editoriale in tutte le sue forme e per tutti i suoi soggetti. Dalle case editrici, agli autori, ai traduttori, alle scuole. 



 Luisa Finocchi ha moderato la conferenza stampa dalla quale è emerso che la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori gestirà gli spazi messi a disposizione dal Comune di Milano, con il sostegno economico della Fondazione Cariplo. L'intervento di Giuseppe Guzzetti, il presidente della Fondazione Cariplo, mi ha colpita tra gli altri per la sua disarmante incisività: ha paragonato la cultura al nutrimento, in un parallelismo immediato con il cibo, ha ricordato infine che nel mondo un milione e ottocentomila bambini continuano a morire di fame. Alla base del suo discorso c'è un obiettivo, spero perseguibile, ovvero che la cultura possa generare sviluppo economico e personale. 

Un pensiero a latere: trovo utile per le persone giovani mettersi ogni tanto in ascolto delle persone di esperienza. Abbiamo bisogno di consigli e di prese di posizione ferme e stabili. A me pare che il Laboratorio Formentini voglia essere proprio questo: uno stabile punto fermo dove rifugiarsi, crescere, trovare valore.
 

Questo video ha introdotto i lavori della mattinata, descrivendo per immagini le fasi di lavorazione che hanno reso il Laboratorio lo spazio nuovo e agibile che è diventato. Il merito va ad Alterstudio Partners. 
 


 Una delle parti più interessanti a mio avviso è stata questa piccola mostra di scritti - biglietti, lettere, auguri - inviati a Roberto Cerati, strorico presidente dell'Einaudi, mancato da qualche anno, che sosteneva che leggere sia un'attività solitaria ma che il libro mobiliti energie, stimoli curiosità e crei relazioni. Questi biglietti ne sono la prova.

Tra gli altri, i biglietti di Giulio Einaudi.

Bruno Munari.

Italo Calvino.


Anche la mostra per pannelli Milan, a place to red, che accompagna i visitatori del Laboratorio Formentini sui tre piani, sorprende per la sua immersione in un mondo culturale che vede in Milano il fulcro tra passato, presente e futuro. Un futuro che secondo me è sobrio e silenzioso. E internazionale. Si pensi solo che questa mostra ha già circuitato in parecchi Paesi del mondo, dalla Cina alla Francia, dal Cine alla Polonia.



Sono una torinese anomala, di quelle che amano Milano. Era mèta delle mie gite fin da ragazzina, e ho pensato spesso di trasferirmici a vivere. Poi non l'ho fatto perché ho trovato un "angolino" (vero e proprio, una piccola mansarda) nella mia città, e qui sono rimasta. Però a Milano ci vado spesso, e sempre per ragioni legate ai libri, per far fronte alla mia sete di sapere e di buone sensazioni. A Milano ci sono circa 600 - s e i c e n t o - marchi editoriali: la speranza viva e fortissima è che questo porti sempre più lavoro serio e retribuito perché come diceva una scrittrice che ne sapeva parecchio di tante cose (Virginia Woolf): Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene se non si ha, mangiato bene. Restando quindi nella metafora del nutrimento, avere un posto dove trovare cibo è un toccasana, e lo sarà per le generazioni future. Il Laboratorio Formentini lavorerà infatti molto con le scuole e con gli attori dell'editoria talvolta più sacrificati, come i traduttori. 

Sono molti i progetti in programma, per consultari vi rimando al sito del Laboratorio, qui. Cito solo una delle realtà che più mi incuriosiscono, anche perché rientra nei programmi della Libera Università di Anghiari (da un'idea di Duccio Demetrio, che ho letto molti anni fa studiando il tema dll'autobiografia e che consiglio), ed è l'Accademia del Silenzio.

 In conclusione, in tempi di crisi, è bello trovare accoglienza silenziosa in nuovi spazi. 

mercoledì 16 settembre 2015

Di presentazioni, amori e sbagli ben fatti.

Pedro Chagas Freitas, Prometto di sbagliare, Garzanti

Questa estate (è ancora estate per qualche giorno ma insomma ci siamo capiti!) ho partecipato a un blog tour e ho regalato, a chi passava da queste parti, un pezzetto di questo romanzo, qui.

Finalmente poi ho letto integralmente il libro, e ho partecipato, la settimana scorsa, il 10 settembre, a una bella prresentazione alla libreria Lirus di Milano insieme ad altri blogger, giornalisti e lettori vari: ne ho messo un micro video su Instagram, dove sono approdata da poco, a proposito se volete passatemi a trovare qui!

 Dunque dunque. Com'è andata? Bene! Queste sono le cose che mi piace fare e che mi fanno sentire viva, ognuno ha le sue e alla fine ho capito che queste esperienze, quando possibile, mi piace di tanto in tanto concedermele, dico partecipare a eventi letterari. Presentazioni ricche di contenuti e dialogo ma anche all'insegna della levità, e al contempo molto professionali. Grazie dunque Garzanti per l'invito. 

Questo libro è un libro di frammenti: molte storie fotografate da parole incisive ed evocative, composte, mi è parso di capire fin da subito, come una costruzione Lego.  

Ed è questo, parto dalla fine, l'aspetto che mi ha colpita di più. C'è infatti una metafora dell'amore - tema centrale del libro - che è la mia preferita in assoluto. Ed è stata anche oggetto di una delle mie domande all'autore (portoghese, insegnante di scrittura creativa). A pagina 34 compare una bambina che consegna a un bambino un mattoncino di Lego: "tieni, è per te" e, scrive l'autore: "ha fatto la più pura dichiarazione che un essere umano riesca a concepire".

Ci sono infinite accezioni dell'amore in Prometto di sbagliare, tutte molto profonde, tavolta addirittura enfatiche, ma la più bella resta per me quella lì: l'amore come costruire. Diciamo anche la più realistica, e perseguibile. 

La presentazione è stata ricchissima di altri spunti. Naturalmemente, non potevano mancare le domande sui riferimenti letterari, e tra Camus e Saramago, è spuntato Faulkner. Ed è allora che mi si è accesa in testa una ulteriore lampadina. 

Premessa: questo romanzo è un best-seller internazionale. Duecentomila copie vendute e decine di ristampe. E si nota che c'è molto sudore dietro. Tanto che una delle mie domande è stata di spiegarci un po' la definizione che nel libro c'è dell'artista, ovvero un "professionista del sudare". E Chagas si è dilungato un po' dul discorso del sacrificio, della devozione e del duro lavoro di scrittura, che è un autentico sforzo, fatto di routine che "dovrebbe diventare poema". Insomma dicevo: ho una convinzione, ovvero che dietro certi successi così clamorosi ci sia spesso (ahimé non sempre) del buono, del valore inestimabile e universale. Quando Chagas ha citato Faulkner, ad esempio, ho compreso di colpo e meglio la struttura corale - a più voci - e sperimentale del libro e l'ampiezza di vedute dell'autore. 

Questo è quindi un libro costellato di frasi memorabili (vedonsi i miei post-it nella foto...), da sottolineare etc, ma a un secondo sguardo è anche un omaggio a una tradizione letteraria importante e a un tecnica narrativa articolata. 

In una parola: un lavoro ben fatto. Inoltre, uno dei temi forti del progetto narrativo ruota intorno all'errore, allo sbaglio per amore. Tanto è vero che, come avevo accennato sui "social", a questa presentazione era associato un esperimento proprio di #socialwriting. Ovvero i partecipanti potevano consegnare all'autore un foglietto con su scritto il proprio "più grande sbaglio in amore" e lui ne avrebbe tratto una storia. (Per aggiornamenti, potete seguire la pagina Facebook del libro qui).

Avevo diligentemente portato anche io il mio foglietto, ma all'ultimo non sono riuscita a consegnarlo :) Ho notato però una quantità notevole di partecipanti e foglietti. Ho trovato rincuorante osservare quanti sbagli tutti fanno e quanto resta incredibilmente bella, certe volte, la vita.


martedì 26 maggio 2015

Le ali della vita - il mio incontro con Vanessa Diffenbaugh.

Vanessa Diffenbaugh, Le ali della vita, Garzanti

Un caffè milanese molto grazioso.

Tanti fiori e atmosfera shabby chic.

Ecco Vanessa Diffenbaugh con: editore, giornalisti, blogger e interprete.

Click (Vanessa Diffenbaugh con una tazzina di caffè).

Sovvertendo le regole della linea del tempo, ora sto leggendo questo libro.



Forse molte persone conosceranno questo titolo: Il linguaggio segreto dei fiori. Un libro pubblicato in Italia nel 2011, un romanzo molto famoso. E che ha fatto il giro del mondo. Uscito per Garzanti con diverse copertine: nel riquadro della polaroid si possono trovare differenti fiori con la relativa breve descrizione. 

Conoscevo "di fama" quel libro, ma lo sto leggendo solo ora, con un ritardo di ben quattro anni. Casi della vita. E caso vuole che nel mio primo romanzo, che risale al 2013 (Il metodo della bomba atomica) i fiori giocassero un ruolo decisivo, dal momento che Celeste, la protagonista, è una flower-blogger! 

Difficile spiegare l'emozione di queste piccole coincidenze, che non si limitano ai fiori ma riguardano anche altri elementi della storia di quel romanzo: l'adozione e l'affido, con tutte le complessità, sono tematiche che mi stanno davvero tanto a cuore.

Ogni tanto scrivo su questo blog di essere una persona fortunata (che spera di dividere la propria fortuna anche con chi legge...) e quindi vi dico che mi è capitato di incontrare Vanessa Diffenbaugh qualche giorno fa a Milano, in una cornice deliziosa e un'atmosfera semplice e raccolta. Aggiungo che è stato davvero piacevole ascoltarla e rivolgerle alcune domande. 


L'occasione dell'incontro tra l'autrice e giornalisti e blogger è stata l'uscita del suo secondo romanzo: Le ali della vita. Una storia molto ben costruita, accurata e profonda, cui Vanessa Diffenbaugh ha lavorato con particolare dedizione. Lascio ai lettori il piacere di scoprire trama e temi del libro, ma ci tengo almeno a svelarvi le domande che le ho rivolto io durante la piccola conferenza.

Come prima cosa, ho chiesto a Vanessa se potesse dire qualche parola su Camellia Network*. Una rete di sostegno strutturata per i ragazzi in affido e il loro futuro, fondata dall'autrice insieme a un'amica, cui la scrittrice ha destinato gran parte dei notevoli proventi del suo best seller. 

Un'altra questione che mi interessa (sfido chiunque passi da queste parti a non incuriosirsene, dato che su questo si basa molta letteratura) e su cui ho interrogato Vanessa è il rapporto tra scienza e narrativa, molto esplorato in Le ali della vita. Nel tempo a disposizione, la risposta è stata piuttosto esaustiva, ma la riassumo all'osso: suo fratello è uno scienziato, studia i cambiamenti climatici a Stanford, e i loro cervelli, a un certo punto, ci raccontava, hanno cominciato a lavorare allo stesso modo. Ovvero, arte e scienza, quando si esprimono al massimo delle potenzialità creative, giungono a conclusioni analoghe sull'uomo e la natura. 

(Si è poi scoperto che l'amore può curare le sinapsi cerebrali ma questa è un'altra storia!).

Infine, le ho chiesto come sia nata l'idea di citare San Francesco, a un certo punto della storia. I suoi nonni sono molto cattolici, e la citazione era funzionale alla trama, ma le cose da dire non si sarebbero certo fermate lì, perché la ricchezza degli argomenti da trattare era vasta.

Questo per me è stato un incontro costruttivo. Quella di Vanessa Diffenbaugh, sia dentro che fuori le pagine dei suoi romanzi, è una gran bella storia americana, ma è giusto sognare che il suo modello si possa trasferire anche qui da noi. Intendo il modello di una scrittrice (di una persona) che si dedica tanto ai propri libri quanto alla propria famiglia (Vanessa ha due bimbi naturali e uno in affido) e alle categorie bisognose di cure, mettendo a disposizione denaro, saperi e energie per migliorare la propria vita e quella altrui. Mi ha colpito la grazia, l'umanità e la freschezza di una scrittrice tanto giovane e seria. Sono curiosa di leggere il suo terzo romanzo, e il quarto, e il quinto e tutti quelli che seguiranno.


* Vanessa Diffenbaugh ci ha raccontato in anteprima che proprio in questi giorni una associazione no profit acquisirà Camellia Network: in bocca al lupo!


venerdì 13 marzo 2015

Chi manda le onde.

Fabio Genovesi, Chi manda le onde, Mondadori

Venticinque stesure, di cui due a mano. Quattro anni di lavorazione. Una vita schiva (senza troppo bablinare - mi perdonerete il piemontesismo...? - sui social network). Tutto questo, più il talento, ha creato Chi manda le onde di Fabio Genovesi.




Come lo so? Perché ho partecipato a un incontro martedì scorso a Open Milano e ringrazio Anna Da Re per il gradito invito e Giulia Ichino, editor del romanzo, che ha introdotto e moderato la piccola conferenza per blogger e giornalisti web raccolti in circolo magico attorno all'autore. 

Mentre il mondo si interroga su chi diamine sia Elena Ferrante, dunque, mi sembra interessante ricordare che questo romanzo, tra l'altro, è candidato al Premio Strega 2015.

La storia è una storia corale (Luna, Serena, Zot, Luca, Sandro sono solo alcuni dei molti personaggi) e l'autore ci ha spiegato il perché. Perché non ha interesse in ciò che accade a uno solo, narcisisticamente. Il suo interesse risiede piuttosto nell'incontro, nella relazione tra più personaggi. 

Genovesi diceva anche che lui rimane colpito dalla semplicità (che è sempre riconquistata) delle persone che conosce, come anche degli aggettivi. Inutile complicarsi la vita, certe volte una cosa è bella, e basta. 

Ed è stato bello sentire queste e molte altre parole pronunciate dal vivo da un autore che ha dato alle stampe una storia grande. Una storia che risente delle numerose riscritture cui è evidente che ha consacrato l'anima. Lo scavo psicologico è infatti profondo e sottile, impossibile non cascare dentro la fitta trama e gli snodi che ne dettano i passaggi principali. Decidere chi è il protagonista è impossibile, e l'autore questa la considera una vittoria. Ma a occhio e croce io ne ho identificati due. Una è Luna, una ragazzina albina parecchio intelligente, a me ha ricordato lei, ma anche alcuni personaggi salingeriani.

L'altro protagonista è il disarmante Sandro. Un quarantenne calato a pieno nel nostro tempo, un tempo che non ama molto la maturità e l'indipendenza economica e mentale dei "giovani" e ci lascia tutti ad arrancare per spiegare al mondo che lavoro facciamo e come non ci procuriamo da vivere. Eppure Sandro vi sorprenderà per la sua tenacia, e per la sua capacità di rialzarsi dopo le difficoltà, qualche volta davvero estreme. Quindi fa ben sperare che ci sia una speranza per tutti.

Lo stile di scrittura di questo romanzo è moltplice e risuona delle voci di ciascun personaggio. L'autore ci ha anche raccontato come lui non abbia schemi predefiniti né di linguaggio né di struttura ma come si lasci per così dire trasportare dall'onda della storia, per agganciarsi al titolo, che ha molto a che fare con il mare di una Versilia inedita e inaspettata. Basti dire che tra i suoi maestri di scrittura, capaci di gettare in lui semi di narrazione e di racconto, sono proprio gli anziani di Forte dei Marmi.

Lo scrittore è stato generoso nello spiegare "cosa non si sa", che è una delle sue definizioni della scrittura. Dimostrando un impegno notevole, e raro di questi tempi, nel restare "umano", concetrato sul lavoro artigianale e umile della narrativa.





mercoledì 19 novembre 2014

David Grossman.

David Grossman, Applausi a scena vuota, Mondadori

Ho incontrato David Grossman. Oltre a me, c'erano Critica Letteraria, Sul Romanzo e Finzioni.

David Grossman con la brava interprete.

Il romanzo. E le bozze, a destra.

David Grossman, a Milano per presentare il suo ultimo libro, Applausi a scena vuota, è arrivato a passo svelto in una sala incontri dell'Hotel Cavour, qualche giorno fa per rispondere alle domande dei blogger letterari italiani.

Per quanto abbia scelto, come blogger, di spostarmi il meno possibile e di selezionare di più, per ragioni di tempo, i post da scrivere, l'occasione di incontrare un autore così importante e di valore mi pareva seriamente imperdibile. E così è stato. 

Applausi a scena vuota è un romanzo strutturato come un monologo di stand up comedy. Il tema della comicità mi interessa moltissimo, in particolare in questi ultimi anni. Sto studiando i comici e ci sto proprio lavorando da un po' perché ho questa idea che l'ironia possa salvare gli animi dalle cose orribili del mondo. 

Ricevere la conferma di questa teoria da uno scrittore come David Grossman è stato piuttosto bello. 

Ci ha raccontato ad esempio che lui da ragazzino faceva l'attore radiofonico. A vederlo, timido e riservato, pareva strano, ma così è la vita. E ci ha spiegato che sentiva il forte desiderio, da sempre, di raccontare la solitudine di un bambino che può sentire anche all'interno della famiglia, del mondo degli adulti per i quali soltanto, a quell'età, paiono capitare le cose che contano, "the real thing". 

Sono nato nove anni dopo la Shoah. Questo, come pochi altri cenni, è stato l'unico riferimento alla sua vita. Nessuno alla sua storia recente. E in una simile scelta ci ho letto un segno di dignità, una lezione di vita.

Da sempre lui voleva raccontare la storia di un bambino che va a un funerale. To tell in a new way an intimate story. E inserirla in una situazione anomala. Coltivava questa idea da venticinque anni.

Venticinque anni di incubazione per una storia che personalmente come lettrice ho amato molto. Quella di questo comico strano, che si chiama Dova'le e che chiama al telefono un suo vecchio amico di infanzia, ora giudice in pensione e lo invita al suo spettacolo affinché...

Non sappiamo fino all'ultimo perché lo voglia lì. Sappiamo però che - inframmezzata da atti di comicità pura e disperatissima - gli racconta, racconta a tutto il pubblico la sua storia vera. 

Attraverso un comico, si legge una storia "veramente intima", ci spiegava. E spiegava del dolore che nasce da speranze idealistiche. Ecco un altro cenno alla Storia e alla realtà: le speranze idealistiche di Israele. E poi ha continuato a raccontarci, rispondendo alle domande, del valore dell'arte. Un valore che riguarda la speranza. There is something hopeful in art in general. Qualcosa di costruttivo nel riscrivere la realtà, ad esempio. Ci diceva che i libri "hanno letto" sempre qualcosa in lui, oltre a essere letti. Così succede con il suo. Attraverso questa strana storia ad alta voce, si legge qualcosa di interiore. Insomma: tutti dovremmo avere un testimone amorevole nella vita.

Qualcuno che ci capisca davvero, come sanno fare i libri qualche volta. Tutta questa storia è una storia di seconde possibilità, infine. Ne ha una il comico, come il suo amico giudice. Come il lettore. Anche nella Cabala, ci dice, c'è un concetto ben preciso che riguarda le seconde possibilità

Il silenzio raccolto accompagnava ogni sua frase. E siamo passati a parlare del riso. 

Dell'umorismo, della comicità e del cinismo. Il cinismo è lo strumento dei disperati. Mentre l'ironia e l'umorismo ci possono salvare. Il cinismo ferma la speranza. In effetti, ci raccontava, da quando ha scritto questo libro moltissime persone hanno cominciato a spedirgli "jokes", battute o che dir si voglia per quasta parola un po' intraducibile. Si sono messi d'impegno per scrivergli qualcosa di divertente. L'ironia ha riacceso la speranza. Ed è nato qui un altro piccolo cenno alla situazione in Israele, perché la speranza sta morendo, dopo un'estate durissima. 

Ma certe cose resistono, come le storie e la letteratura. Si è sempre chiesto perché questa, in particolare, di questo comico sgangherato, insistesse così tanto e per così tanto tempo per essere raccontata. Gli ho chiesto come è nata l'idea del comico, che fosse un comico a raccontarla. 

Ha risposto: suddenly. All'improvviso. 

E alla fine ci ha svelato di quale personaggio letterario è innamorato (con il consenso di sua moglie, che "corre insieme a lui" nella vita da tantissimi anni), e ci ha spiegato il senso del raccontare: creare un mondo che sia vero, che funzioni come il corpo umano. 

Che funzioni. Costruire qualcosa che funzioni. 

Mi sono resa conto di quanto sia raro nella vita incontrare persone di così grande coraggio, valore, contegno e sobrietà. Lo dico per chi non c'era: esistono. David Grossman ne è un esempio irraggiungibile, eppure, in un certo qual modo, percorribile, volendo, da tutti.

sabato 1 marzo 2014

Ci rivediamo lassù. A Milano, con Pierre Lemaitre.

 Ieri all'incontro con Pierre Lemaitre ho pensato: sono seduta di fianco a un. Non lo so. Un artigiano! Come si definisce lui. Un travailleur! E ha appena vinto il prestigioso Premio Goncourt. Ah. Sì, sono seduta proprio di fianco a un'artigianale scheggia di Storia. Storia della Letteratura. E storia della mia vita. In quel preciso istante di questa immagine qua su, poi, si stava parlando del volto di uno dei protagonisti di Ci rivediamo lassù, un volto che per le ragioni che potete scoprire leggendo il romanzo, si compone di maschere. Maschere, maschere, maschere. Pensavo. E devo dire che è stato un momento decisivo e importante per me, per le cose cui sto pensando ora. Ma questa, come si dice nelle fiabe, è un'altra storia... (Photo di Anna Da Re).

Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù, Mondadori.

Volevo dire che tutte le volte che vado a questi incontri per blogger cerco dei significati. Cerco epifanie. Cerco ricchezza. Voglio imparare. E questa volta ci sono andata un po' strisciando sui gomiti, con l'influenza, la tosse etc. E mille pensieri per la testa, inutili preoccupazioni, rumori mentali di sottofondo, e un crescente fastidio e risentimento per i treni e i loro ritardi cronici (specie al ritorno, ma perché?). Però, cari miei, ne è valsa la pena. Ed eccolo lì, che dice: "Il lavoro del romanziere si basa sull'ILLUSIONE".  Mentre tutto svaniva e restavano quelle parole musicali, di magica saggezza. "Si basa sul fabbricare emozioni". Ok, ok. "Emozioni come: AMOUR, COLER, TENDRESSE". Provateci voi, ad ascoltarle in francese, quelle parole. Dal tizio che ha scritto il romanzo fluviale che vi ha tenuto svegli tutta la notte. Un romanzo che naturalmente parla di voi. Poi mi dite, va... Intendo dire: garantisco che esistono attimi di pura bellezza, e speranza. Per tutti quanti. E comunque poco dopo s'è passati a discutere della superiorità della letteratura sulla vita, di Borges, della distanza incolmabile tra la scrittore e il lettore, che lui ha tentato di invece colmare con una voce narrante intrusiva, dell'arte come rappresentazione della realtà, dell'identità e l'immagine di sé, dei personaggi femminili del romanzo, e della terra. Sulla terra ho fatto la mia domanda: la prima scena del libro si svolge sotto terra. C'è un soldato sepolto-vivo, e tutte le sue sensazioni. C'è la testa mozzata di un cavallo, e un altro soldato che cerca di salvarlo. La terra ritorna poi molte volte successivamente nella storia, fino al punto di sentirsene pervasi. Gli ho chiesto se questo fosse intenzionale, se volesse magari rappresentarne il potere rigenerativo. Ebbene. Tenetevi forti: NO, non era intenzionale. E io, colei che scrive in questo momento, sono stata la PRIMA seconda persona a farglielo notare. Lascio immaginare il mio ego come ha reagito alla notizia! Contate che la prima vera persona a fargli notare che la terra e i suoi colori entrano nella testa del lettore con insistenza è stato l'artista che sta lavorando alla trasposizione in fumetto del romanzo. Per dire, eh. E poi con non chalance si è giunti a discorrere della costruzione dei personaggi, che devono essere composti di forti contrasti, per far scaturire emozioni.

"Non credo nell'ispirazione, ma nella traspirazione" ha detto a un certo punto. Lasciando che gran parte dell'incontro poi ruotasse attorno a questo concetto. L'ironia lasciava intendere il valore del lavoro, che vince sulla mera posa da scrittore che è proprio il contrario di come si presenta infatti Lemaitre. Una persona sobria, di un'umiltà e lucidità impressionanti. Basti pensare che solo il primo capitolo ha richiesto ventuno versioni. Ventuno revisioni! Al punto che, la domanda è nata spontanea, Gloria Ghioni di Critica Letteraria gli ha domandato che ne avesse fatto dei suoi autografi. Che ridere: ci ha raccontato di aver aperto un blog con moltissimi materiali inediti, ma che questo blog ha ricevuto pochissime visite (forse una?) e il tempo di permamenza non superava i 4 secondi. W i blog!

Comunque, a proposito di blog, c'erano anche gli amici di: Libreriamo, Finzioni e Sul Romanzo. E a proposito dei blogger, Lemaitre si è mostrato illuminato. Ci ha ringraziati e ha sottolineato anche lui l'autorevolezza e l'influenza (nel mio caso proprio letteralmente ;) che ci viene riconosciuta. Questo, bisogna dirlo, lo capiscono molto gli stranieri, possibilmete vincitori di premi letterari importanti. Come mai? Mi si conferma comunque quel vecchio adagio per cui più uno è bravo, più è gentile e consapevole. Al di là dei premi o non premi. Ah, e comunque è particolare che un autore di noir abbia vinto il Goncourt, almeno così si dice in giro. Ma i conti mi son tornati quando gli ho chiesto perché avesse scelto proprio la Prima Guerra Mondiale per ambientarci questa storia. "Perché ho sempre scritto romanzi che parlavano di crimini, e una guerra che ha fatto quaranta milioni di vittime faceva proprio al caso mio".

"Quando non si capisce qualcosa, lo si capisce attraverso le emozioni". Sono sincera. Come in alcuni altri momenti, non sempre mi rendo conto di cosa sta succedendo. Di preciso, intendo. Capita anche a voi ogni tanto di mettere il pilota automatico? Di non sentire un granché? Di arrovellarvi sul nulla. Di dar troppo spazio ai pensieri vani? Di gelarvi il cuore? A me spesso, forse come umano istinto di sopravvivenza, non so mica. Ma ci sono particolari, peculiari istanti in cui di colpo mi pare invece di sentire tutto, come se il mondo si colorasse, si scaldasse. Capisco allora il mondo attraverso le emozioni? Cosa succede? Con buona approssimazione, credo che abbia a che fare con la bellezza delle persone gentili, il lavoro artigianale e sì, senz'altro con l'amore per la letteratura.

Uhm, io non lo so se è legale pubblicare questa foto: in caso contrario preparate le arance da portarmi in prigione, mi prendo questa responsabilità. Comunque questi sono gli appunti di Monsieur Lemaitre!

martedì 18 febbraio 2014

Le cose che sai di me.

Clara Sánchez, Le cose che sai di me, Garzanti
Dura la vita da blogger! Ma è pur vero e stravero che "stretta e angusta è la porta che porta alla vita". E in fatti certe volte capitano cose così. Un brunch con focaccine e brindisi e: scoprire (per me) e conoscere di persona e fare domande e conversare con una scrittrice spagnola di persona può essere molto piacevole. Insieme a blogger-amiche. Nel mio caso, poi vi dico, è stato anche un bel po' illuminante.



Lei è Clara Sánchez. L'autrice del best seller (che non avevo letto però) Il profumo delle foglie di limone. Con questo suo ultimo, ha vinto tre premi, tra cui il Planeta. Che le ha letteralmente cambiato la vita. Non semplicemente da un punto di vista economico (come ci ha assicurato: non si trasferirà alle Bahamas a breve...) ma anche sotto un aspetto esistenziale. Il Planeta è "il" premio spagnolo per antonomasia, raccontava, quello della consacrazione e della fama capillare e assoluta. Dico questo perché se ne è parlato molto, ieri, del tema del "successo". Tema delicato, controverso che Clara (uau sentite che confidenza che mi prendo) ha toccato con notevole intelligenza, e umiltà. Ovvero ci ha fatto notare che può essere deleterio. Ed è contenta di averlo raggiunto (se così si può dire, perché ci metteva a parte anche dell'esistenza di certe cliniche in USA dove invece la gente va proprio a disintossicarsi da questo fantomatico mostro chiamato "successo") in un'età relativamente avanzata. Prima, considerava, la cosa l'avrebbe travolta, e paralizzata. Ogni cosa è arrivata al momento giusto. Lo dico: sono rimasta completamente affascinata da lei. L'abbiamo incontrata nei locali della casa editrice Garzanti.


Intanto, ci ha salutati (anzi, salutate, eravamo tutte donne!) chiamandoci "los blogueros": che ridere, abituata prevalentemente ad autori anglofoni, è stato strano e bello ascoltare un suono diverso. Il romanzo poi racconta di Patricia, una modella bellissima e fortunata in ogni aspetto della sua vita che durante un viaggio in aereo riceve dalla signora Viviana - la quale ci accorgeremo essere il fulcro della vicenda, il Sancho Panza anzi, dove Don Chisciotte sarà proprio Patricia - un misterioso annuncio. Ovvero, Viviana la guarda e le dice che qualcuno vuole la sua morte. Di stare ben attenta. Dopo il turbolento viaggio verso Madrid, Patricia all'apparenza scorderà queste bizzarre parole. E tornerà alla sua splendida vita quotidiana fatta di viaggi e sfilate e shooting. Salvo poi doversene ricordare durante il primo di una lunga ed estenuante serie di incidenti e strane situazioni, qualche volta anche drammatiche. Patricia dovrà capire con l'aiuto di Viviana da dove viene allora il male. Quella forza oscura che determina questi incidenti incomprensibili: chi vuole la sua disgrazia. Chi la odia segretamente al punto da rovinarle la vita? Chi esercita l'insondabile quanto deleterio potere occulto della mente, dell'invidia ai suoi danni? Patricia dovrà passare in rassegna tutti, tutte le persone che le stanno accanto e comincerà a dubitare, a sospettare e a cedere alla paranoia. Solo Viviana sembra poterla aiutare in questa ricerca "del nemico", con l'ausilio di elementi magici proprio al limite del delirio. Ciondoli, amuleti, rituali non serviranno però a molto, perché il punto è un altro. 
 


Da lettrice, ho capito che il punto è, per Patricia, ritrovarsi a vedere il mondo per quel che è. 

Viviana le fornisce semplicemente, in una modalità che oscilla tra la spiritualità e la magia bianca vera e propria, le "risorse per modificare qualcosa nella sua esistenza. Le armi per modificare la realtà". Come ci ha spiegato la stessa autrice, rispondendo alle nostre domande. 

Abbandonare i panni della sua specifica perfezione giovanile di persona iper felice, e sentirsi per la prima volta spaventata, in pericolo. 

Come capita a tutti, presto o tardi. E forse è un bene. Dico, il crollo delle illusioni.

A me è capitato alla sua stessa età. 26. Per questo il libro mi ha colpita molto. E la mia domanda riguardava proprio questo argomento. 26. Sentivo che aveva un senso. 

A un certo punto Patricia, durante una sfilata, si blocca. Si pianta proprio sulla passerella. Non si muove di un centimetro. All'inizio sembra un colpo di teatro, e scatta anche un piccolo applauso. 

Ma ben presto si capisce che è un problema. In seguito al quale, decide di andare dal dottore a parlarne. Lui le prescrive le analisi, ma niente, è fisicamente sana. E allora cosa è successo? Lui le spiega: 26 anni è un'età particolare, lei soffre perché è nel pieno della sua realizzazione personale, ma la vita la fuori è difficile e questo processo non è indolore.

E quindi ho chiesto se avesse scelto volontariamente proprio quell'età, anzi quel numero. E se per lei questo si può considerare come un romanzo di formazione, anche. Oltre che un giallo psicologico.

Sì, ha spiegato. Le cose che sai di me è una novela di accrescimento. E, ci ho preso, il numero 26 aveva senso. Scrivendo, la scrittrice ha risentito i suoi personali 26 come se tornassero di colpo al presente, ha rivissuto le emozioni di quegli anni, quei dolori, quelle speranze.

Lo sapevo che aveva un senso particolare per me questa gita a Milano. Da qualche tempo mi chiedevo il perché di tante cose. Ma ieri, non so, mi pareva il caso di prendere il treno e partire per Milano, per incontrare lei. Mi è parsa una di quelle persone con quello che mi piace chiamare lo shining. Non nel senso del film! Comunque intendo dire persone che, a qualsiasi titolo, hanno qualcosa di misterioso, e profondo, e qualcosa che in un certo senso mi fa capire il valore inestimabile dell'incontrare, della bellezza, dell'ascoltare e del guardare.

Ne conveniva Clara Sánchez, quando ci diceva di essere contenta in modo particolare di essere lì con noi. Di incontrarci guardandoci negli occhi. Si è complimentata per l'influenza e il lavoro che svolgono i blogger sulla rete, ne era colpita. Diceva di tenere in considerazione il nostro giudizio, e ho trovato consistente la sua generosità: si è dilungata così tanto che ho perso il treno!

Le ho fatto la domanda sui 26 anni perché per un caso strano della vita mi sono ritrovata in una situazione del tutto analoga a quella della protagonista. Non a sfilare su una passerella, quanto alla parte della risposta del dottore. Mi è capitata una cosa, proprio verso quell'età, che ha sancito un prima e un dopo nella mia esistenza. E un dottore mi aveva proprio spiegato che a 26 anni è come essere nel mezzo di un fiume. E non vedi più da dove eri partita, ma nemmeno l'approdo. 

Ma non solo: da quel momento lì in poi (tra l'altro ho scoperto anche che la cosa che è successa a me è successa simile proprio anche alla scrittrice) è cominciato un processo lunghissimo di disvelamento. Lento, lento, che dura ancora adesso.

Ho cominciato a percepire il mondo con occhi diversi, a cercare, vedere, e in parte trovare una forma di verità. Ed è così che succede a Patricia. Clara diceva che scopre di essere sola, e non lo sapeva. Scopre di avere paura, quando pensava invece che tutto fosse meraviglioso e facile. Scruta tutto con circospezione, sfiora la paranoia, ci casca dentro, ma per uscirne più forte, nuova, adulta.

Lo sapevo che dovevo andare a guardare negli occhi questa scrittrice. A osservarla. In effetti, aveva la luccincanza! Ovvero, quella scintilla che mi fa pensare che la vita, nella sua complessità, nella sua fatica, svela i propri segreti attraverso gli sguardi, le parole, la forza, la serietà e il desiderio. Il desiderio anche di capire come le cose funzionano. In una continua esaltante, faticosa esperienza che non smette mai credo, temo, spero. 

Comunque questo è anche un libro sull'amore. Figuriamoci se poteva mancare. Ma osservato da un altro punto di vista: ovvero: Patricia è una Anna Karenina che adora letteralmente il marito, che è un personaggio mostruosamente orribile (fatto del quale l'autrice è fiera, perché suscita reazioni forti nei lettori), ma, a differenza della nota eroina di Tolstoj, si salva. Non muore per amore, ma sceglie di vivere. Di considerare l'amore come fonte di vita, e non di dolore. Bellissima notizia. 

Questi e altri temi sono tutti emersi nelle domande delle altre blogger. Nella fattispecie, tra gli altri: Sul Romanzo, Gli amanti dei libri, Critica Letteraria. 

Bene. Quindi è scattato il brindisi. Che sembrava di stare a una festa. In effetti lo era. Lo è stata. Per me, privatissima, perché questi sono i classici momenti in cui capisco delle cose in modo luminoso, in cui mi accorgo del senso di leggere, di scrivere, e di far lavorare dentro, e fuori, le cose in modo costruttivo. Ma poi anche per gli altri, c'era una bella atmosfera, che aiuta, nel mezzo di tutto, delle preoccupazioni, esistono le sorprese.