

La precarietà della nostra vita a un certo punto si svela e ci abbaglia, come quelle illuminazioni notturne che poi dimentichi al mattino. Quando mi sento così fragile, ultimamente esco di casa.
Non me ne vogliano i torinesi proprietari di questi meravigliosi cancelli.



Ad esempio l'amaca su quel balconcino: apparterrà forse a una bambina, che nei pomeriggi caldi ci si siede sopra con un libretto di lettura, un pacchetto di crackers e del succo di frutta alla pera. In quell'altra casa si sta bene, gira la fortuna e le stelle sono clementi. Crescono l'uva nera e il melograno, i figli sono numerosi e forti, anche l'aria è più profumata. Poi c'è il cortile dove l'infanzia e la terza età si uniscono in una potenza feroce fatta di zainetti colorati e tinte appena ritoccate dal parrucchiere. Nell'altra casa c'è un tavolino con quattro sedie di legno. Mi colpisce sempre come gli alberi possano crescere dentro un'abitazione. Così i proprietari possono dire: il mio albero. Forse questo è il più grande privilegio, possedere un pezzo di natura. E quel cane lassù che dormiva tranquillo? Quando sente il flash della mia macchinetta si sveglia e mi punta. E spunta invece da un'altra villetta una specie di gabbia gigante, una voliera cui non voglio dare un nome, voglio che rimanga un mistero. E poi la custodia di quel condominio bellissimo, rosso e mattone. Ci lavorerà qualcuno di molto serio e puntiglioso, tutti hanno fiducia in lui e gli lasciano le chiavi.
