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giovedì 26 marzo 2015

La Sposa giovane di Alessandro Baricco.


C'è da dire che nel corso della stessa giornata in cui imparavo che è bene conservare un po' i ricordi e le parole dentro di sé (vedi ultimo post), anche un'altra istituzione culturale cittadina ha aperto le sue porte a blogger e giornalisti, a partire da un'idea della casa editrice Feltrinelli (che ringrazio per il gentile invito), allo scopo di incontrare Alessandro Baricco in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo.

La Sposa giovane.

Ma prima ancora che da una piccola conferenza stampa, il tardo pomeriggio è stato preceduto da un mini tour guidato nei locali della scuola, con una guida di eccezione, ovvero lo stesso Baricco, che solo per noi ha fatto da Cicerone.


Devo averlo raccontato da qualche parte in questo blog, ma mi tocca proprio ricordare a chi ne fosse interessato che all'età di 14 anni mi successe di assistere a quella che nella mia testa è la prima, ma chissà magari era una delle tante, conferenze di presentazione della nascita della Scuola Holden in un malinconica giornata uggiosa in piazza CLN a Torino. Tra le tante cose che sono andate perse nella memoria, ricordo però questo concetto espresso allora da Baricco sull'insegnamento e sul tennis. 

Disse qualcosa tipo che per essere un tennista glorioso (uso questa parola perché è stata utilizzata durante la conferenza, citando Rebecca West, un'autrice che ci è parso molto amata dall'autore) bisogna imparare tutte le regole ma poi saper tirare anche al contrario o comunque alla fine fare un po' quel che si vuole e che Dio ce la mandi buona. Ma chi sa se ricordo bene? In ogni caso mi impressionò molto. 

Potete capire che fare questa esperienza così privilegiata vent'anni esatti dopo, entrando come si dice nei meandri della sede nuova della scuola, è stato a dir poso curioso per me. E sono convinta che ogni partecipante all'incontro aveva i suoi buoni motivi per notare l'eccezionalità dell'evento, e la sua semplicità al contempo.


Che dire? Visitare una scuola semi-vuota, in generale, ha il suo perché. Dire suggestivo va bene? Sarà poco, troppo? Non so, ma è quel che ho provato. C'era un bel silenzio concentrato. Ho desiderato fortemente che la mia vita potesse essere come quella di uno studente. Scrivere, imparare, stare bene, essere a mio agio in un posto bello. Insomma ho assaporato qualcosa che mi manca ma che ho visto possibile e che quindi esiste e ho sentito un senso di gratitudine alla vita che qualche volta allestisce costruzioni del genere.


In questa sala ad esempio si costruivano le bombe una volta. Invece adesso ci passano centinaia di artisti e persone creative, conferenze, feste, cerimonie e mi pare una buonissima cosa, no? Un esempio di miglioramento della specie.


Questo, cari amici, è il cortile. Là in fondo ci sono alcune aule, tra cui quelle per il cinema e per il teatro. Da qui escono professionisti di diversi ambiti, come saprete, non solo scrittori puri. Qui sotto invece c'è una mappa. Si tratta del percorso, anzi dei percorsi, che gli studenti compiono o possono compiere alla Holden. In alcuni punti è molto divertente, in altri interessante.

Alessandro Baricco, La Sposa giovane, Feltrinelli
 E infine, il libro. Perché non ne ho ancora parlato? Perché l'autore, e l'editore insieme, hanno scelto di non parlarne troppo. Quindi si è creato un gioco per cui le domande che facevamo riguardavano altro, e non il merito del romanzo. In effetti, è stato simpatico. Ad esempio, io ho fatto una clamorosa domanda sbagliata sul teatro che non aveva tantissimo senso ma quando si è nel gioco bisogna giocare. Eravamo un po' tutti al limite del nonsense ma è stata una situazione originale, di questi tempi bui di noia, un raggio di luce. 

Alla fine sono tornata a casa e il romanzo l'ho letto. Pur non essendo una critica letteraria, come sapete credo, ci ho visto tante cose in questa storia. Mi ha ricordato un po' Quel che resta del giorno, di Ishiguro. Un po' le maschere della commedia dell'arte. E un po' di Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo.

Questo libro sta scalando le classifiche, sta scatenando piccole polemiche e invidie, sta facendo il suo percorso e il suo fortunato tragitto. Forte degli insegnamenti del buon Jeff VanderMeer, mi tengo dentro altre considerazioni (e il finale, che mi manca di leggere) a futura memoria. 



martedì 12 novembre 2013

Taccuino di caffè!

Questo taccuino itinerante era partito al venerdì sulla gloriosa rivista Setteperuno ed era sbarcato qui, al venerdì sempre, poi al mercoledì, poi alla fine si era un po' adeguato alla mia vita spericolata. 

(Sono sempre di corsa, sto traslocando e aspetto con fiducia un ritorno di energie e cose belle e tempo).

E ogni tanto ritorna, è un po' liquido, come si usa dire al giorno d'oggi.

Ogni tanto mi piace rispolverarla, questa rubrica, per segnalare fatti salienti nel mondo dell'editoria, secondo il mio punto di vista. 

Ad esempio adesso sono contenta di segnalare tre fatti interessanti che riguardano amici e territorio sabaudo, ma anche tutto il resto del globo terracqueo. Dunque dunque.

1) Baby esploratori. Lei si chiama Marta Vitale Brovarone, la conosco da poco (ma ha dedicato una bellissima lettura del Metodo della bomba atomica alla Biblioteca Arduino di Moncalieri, per la rassegna da lei ideata Giardin Giardineggiando: motivo di mia eterna gratitudine...). E devo dire che non ho ancora finito di meravigliarmi per le sue molteplici attività belle e risorse. Ed è anche mamma di due splendide bimbe! (Ah, ma come fate oh voi mamme a fare tutto questo e di più, tanta stima veramente!!). Agronoma e architetto di giardini, ha scritto un libro bellissimo per bimbi  dai tre anni in su che si chiama Avventure e scoperte in giardino (avrò modo di parlarne ancora su questo blog). Siccome so che ci sono alcune mamme che mi leggono qui, vi segnalo anche questo corso per baby esploratori, che Marta tiene alla Libreria per ragazzi Fogola Junior per far scoprire ai piccoli le sorprese dell'autunno. Il prossimo appuntamento è questo giovedì alle 17. Moooolto carino!

2) Let's Draw. Questo l'avevo già segnalato, ma quando mi affeziono veramente (e ci metto secoli) a qualcosa o a qualcuno alla fine divento monomandataria :D Lei la conoscete se frequentate questo blog, e in generale è una raffinata illustratrice, la mitica Ilaria Urbinati. A Lombroso16, prestigioso polo culturale torinese in San Salvario, tiene corsi ormai proverbiali di disegno, ma anche di vita a ben pensarci, per tutte le età. Sono sempre frequentatissimi, sicché vi tocca affrettarvi per le iscrizioni. Hei ho let's go!

3) #wehaveadream. Come forse saprete, se siete appassionati di sacre lettere, la Scuola Holden l'8 di ottobre è diventata più grande. Nuova sede, nuovi corsi, nuova vita. Tra le infinite cose meravigliose, che non sto qui a elencare!, c'è un progetto di social writing che mi ha colpita. In genere, pur essendo blogger e creatura piuttosto virtuale, sono scettica su questi temi. Ma quando si tratta di sogni, mi fido completamente, perché è la materia di cui siamo fatti tutti noi. Quindi ecco: dura dieci settimane, è ancora in corso, e consiste nella riscrittura collettiva del celeberrimo discorso di Martin Luther King. Semplice, adamantino. Per info: qui


Musica per tutto questo? 

I get high with a little help from my friends!!





sabato 15 dicembre 2012

Scuola Holden, Baricco, il gusto, Kate Moss, quel che ho capito io.


Lezione di Alessandro Baricco, sul gusto e Kate Moss. Ovvero la bellezza e la bellezza. E la bellezza.

A quanto pare il prossimo anno da quelle parti succede qualcosa.

Uno sguardo veloce.

Prima della lezione.

Scuola Holden.

La gente la gente la gente la gente (cit.).

Alessandro Baricco in absentia. Fotografare le cose belle, ormai è chiaro, mi riesce sempre meno. Può essere infatti molto doloroso.
Il vecchio Holden ne converrebbe. 


Poco fa ero lì nel letto a guardare il soffitto, ma non potevo dormire. Mai fare le cose d'impulso, o peggio ancora di notte, oppure farle in modo netto e definitivo. Per la vita. 

Questo post penso che sarà netto e definitivo!

Torno dunque dalla lezione di Alessandro Baricco sul gusto e Kate Moss, alla Scuola Holden, che ringrazio per la gentile accoglienza. 

Arrivavo già un po' allegruccia da un aperitivo, e questo può dare un po' il polso dello stato d'animo. 

L'estasi divina, a confronto, è una barzelletta. Per capirci bene e in fretta.

Non ho mai fatto segreto del mio amore per Alessandro Baricco. Un amore che scopro, man mano che passano i minuti della mia vita, sempre più struggente. 

Se devo infatti dire gli attimi più interessanti della mia storia, non posso non ricordare di me stessa, nei più disparati stadi evolutivi, appollaiata scomodamente sulle più diverse seggiole del Piemonte, ad ascoltare costui che racconta qualsivoglia cosa.

Per anni ho pensato che dicesse sempre robe diverse, alimentando così violentemente questo mio amore infinito. Stasera ho capito che invece Alessandro Baricco va raccontando sempre una stessa cosa, unica e sola e in modo inconfondibile, seppur variegato, alimentando comunque l'amore, ma con estrema, fatale, acuminata esattezza e precisione incredibile.

Quello che racconta è, prediligendo lo sport (oggi era il salto in alto e l'invenzione del fosbury - fatto che mi ha sempre affascinata), ma sovente anche tramite esempi musicali (questa sera l'impietosa querelle Tebaldi-Callas: indovinate chi vince?) o libreschi (qui siamo nel campo dell'infinito leopardiano) o, sempre come questa sera, sulla moda (Kate Moss e prima e dopo il mistero) di quell'impeccabile, magico, quintessenziale momento in cui tutto, di colpo, cambia.

Che poi è il senso delle cose. Della loro evoluzione. Il senso inspiegabile delle cose.

Quel momento in cui un lampo di realtà conturbante ma chiarissima, mai indolore ma anche mai senza piacere, trafigge i cuori, o anche un cuore solo, e il mondo scatta via di un gradino, e il passo cambia, e con lui, dunque, si diceva, il gusto. Il sentire. Come cambia il gusto. Prima c'era altro, poi è arrivato, ad esempio, non so, il sushi, ho pensato io. Una cosa simile. Circa. Se ho ben capito. Per me in effetti è stato così. Prima c'era l'infanzia. Poi è arrivato Baricco. Che non è qualcosa di comprensibile, è proprio la vita che entra. Questo per dire che niente come una lezione di Baricco ascoltata dal vivo e da adulta mi aveva riportata alle sensazioni di quel tempo.

Devastante macchina del tempo. Odiosa macchina. Ma anche deliziosa. Sperimentare quelle cose adesso. Mioddio. Che ho fatto di bello per meritarmi tutto questo? Oppure: che avrò fatto mai di male per meritarmi questa dolce tortura? Mai. Mai lo saprò. Regali della vita. Vendette della vita. Mah. Comunque in conclusione il mondo si sposta con questi scatti. Cambiamo, finiamo. E non sappiamo bene il perché. Però è così bello, e normale.

Ciò, per sommi capi, quel che ho compreso, un po' brilla, in estasi, più giovane del dovuto e a un metro di distanza da. Da ciò che accade dopo. 

E questa era la parte bella; tornare alla Holden, dopo tanti anni e per di più dopo aver commesso l'unico reato della mia vita. Ovvero il furto di un libro. Libro che ho restituito proprio poche ore fa, al suo legittimo proprietario, con anche un bigliettino di Natale dentro. Sì. Giuro. Con su scritto qualcosa di molto stupido e convenzionale. Sul Natale. Credo. Sentendomi una bambina. Argh.

E questa è infatti la parte brutta. Cioè la parte dolente, che ho imparato oggi. Quando mi sono sentita una formidabile idiota a un metro da una splendida serata. Tra l'altro, era da un po' che mi ronzava tra i pensieri questa sensazione, forse come un presentimento. E ora ne ho avuto la conferma. 

A me le cose troppo belle fanno paura. Mi uccidono. Sto proprio male.

Scusate se lo dico qui, ma è quello che dirò anche ai miei figli se un giorno li avrò (o forse non li avrò perché è una cosa troppo bella?). Comunque insegnerò loro a incontrare poco gli scrittori. Anzi a non incontrarli. Se mi assomiglieranno, so già che ne soffriranno. Non che siano cattivi gli scrittori. In particolare Baricco, che è sempre così lieve in queste circostanze; una persona gentile. Ma sono io che patisco. Dirò loro di non incontrare mai a meno di due metri di distanza supremamente Baricco.

Esempio pratico. A un certo punto si è creato un crocicchio. Io stavo lì intorno. Pazzesco, se ci penso adesso. Volevo un po' partecipare, che ne so, andare a bere una birretta anche io. Tragicamente. 

Capite? Mi spiego meglio: desideravo parlare. Ma per dire che? Troppe cose. Parlare, dire quello che nemmeno in mille vite nessuno potrebbe mai. Che se ci penso adesso muoio dall'imbarazzo e dalla vergogna. Ma è mai possibile? Stavo lì come i vecchietti che guardano i cantieri. Una cosa forse ingenua, ma triste. Ovviamente non ci sono potuta andare a bere questa benedetta birretta. E il risultato è quell'imperscrutabile desiderio di morire, ovvero svanire dall'Universo. 

In una parola: provare a interagire con chi si ama così tanto, cari miei, è la fine. Un tragico errore. Mai farlo. Non fatelo. Lasciate stare. Non è umano. Fa malissimo. Scrivo con malinconia. E una certezza. Non me ne volete, ma non incontrerò più gli scrittori. Non quelli che amo così. Non Baricco.

(Calma, non penso alle presentazioni di libri, che, hey, da gennaio si ricomincia anche alla Coop qui di Torino, e qualche cosa al Circolo dei Lettori etc. e altre librerie varie tra l'altro, ne incontrerò in giro, credo, un bel po' dunque, in veste di presentatrice, circa, non vi preoccupate, ce la faccio). 

Ma non lo farò mai più in questo modo così folle. Così matto. Così innamorato. Da stalker! Santo cielo. Da morire. Ho temuto di lasciarci la pelle. Mi sono sentita ridicola. Scambiare due parole. No. No. Aiuto. Mai più! Non c'è motivo. Da piangere.

In effetti, non mi regge il cuore. 

Non so. Mi sa che in questi casi preferisco il silenzio; è più adatto, e clemente.

In questo momento infatti non vorrei essere qui, ma sul picco innevato di una montagna. Dove sempre mi sento bene. Assomigliare al nevischio. Ai raggi del sole bianco. Starmene lì, da sola, con i libri. Niente persone. No emozioni. No panico. Solo il cielo azzurro. And no surprises please!





giovedì 6 dicembre 2012

Domenica - Più libri più liberi!


Oggi a pranzo ero in una piadineria. Sempre la solita, dove vado quando sono di corsa, sono di fretta, sono triste o sono contenta. Insomma, molto spesso. Ah, e quando non ho voglia di cucinare il pranzo. Facendo il conto, sono lì quasi tutti i giorni verso l'una.

Una piadineria qualunque, in un quartiere qualunque di Torino. Anzi, quelle lingue di terra delle città che bisogna spiegare bene a tutti gli altri cittadini dov'è che non le conosce mai nessuno. Facciamo subito la prova: Cenisia... torinesi? Niente: visto!?

Dunque. Ero lì. Stesso posto. Sempre la stessa piadina tra l'altro. Che la signora non me lo chiede neanche più cosa voglio. Lo sa e basta. Da bere? Niente, grazie. E torno a casa con il sacchettino.

Così, uno spaccato di vita sabauda di quelle normali, ovvero malinconiche. Ma non era per spezzarvi il cuore.

Dico questo perché, a un certo punto, non so come mai, ho alzato la testa, puntando gli occhi sul soffitto. Quei gesti che si fanno ogni tanto per ingannare il tempo. E, dopo anni che mi pareva di conoscere quel luogo in ogni minimo dettaglio (un disegno della piadineria fatto da una bambina, uno specchio a forma di sole, la macchinetta per le bibite etc.), ho visto, per la prima volta, una piccola mongolfiera.

Una mongolfiera di ceramica, molto carina, ben costruita, ornamentale, che si ricavava il suo piccolo ma decoroso spazio tra i lampadari pieni di luce; lampadari che, invece, mi sembrava di riconoscere a memoria. 

Allora questo mi ha fatto definitivamente tornare alla mente una cosa che mi girava tra i pensieri da tanti giorni. A proposito di alzare gli occhi al cielo.

Domenica sarò a Più libri più liberi e parteciperò a questa tavola rotonda. Dal titolo: 

Nuove evidenze. I blogger muovono le vendite?

Nuove evidenze. Santo cielo. La mongolfiera! Eccola lì, una nuova evidenza.

E infine la cosa cui ho pensato, a proposito di guardare il cielo e scoprirci cose belle, o diverse. 

Preparate la colonna sonora della mia rubrica preferita: discepoli a sua insaputa. Sì, citerò, se riesco, un'altra volta Baricco. Da un po' di tempo mi capita di parlare qualche volta in pubblico: ebbene, mi sono resa conto che tutte le volte ho citato almeno una cosa che ha detto o scritto Baricco da qualche parte nella vita.

Addirittura il caso più eclatante (perché fu una instant-citazione di una cosa che aveva appena finito di pronunciare) è stato al Salone del libro a maggio: provenendo dal suo discorso all'Auditorium, sono corsa a presentare La lettura digitale e il web e ho concluso il mio piccolo intervento con: 

"e dunque, come ha appena detto Baricco, chi se lo immaginava che un giorno avremmo scritto nel telefono?"

E insomma da lì non è più finita questa cosa. In un clamoroso climax culminato qui, a Librinnovando. 

Perché lo faccio? Cioè perché ogni volta che parlo di queste cose mi viene in mente Baricco? Di preciso non mi è chiaro, oppure sì, ma credo che il motivo sia di una semplicità disarmante. Perché mi piace. Gli credo. Soprattutto mi diverto a coglierne aspetti il più possibile trasversali, smerigliati. 

E, last but not least, perché è stato proprio Baricco il primo ad aver detto (o tra i primi, ma il primo ad averlo detto con cristallina tenerezza) qualcosa di vero e poetico e sensato sulla rete. Che oggi, mi accorgo, direi dopo la piadineria e pochi altri posti, è il luogo dove passo la gran parte del mio tempo. Dove vivo, letteralmente. 

Quindi Baricco è il primo ad aver detto qualcosa di bello (dai, lo dico, di incantevole) sul mio spazio vitale, e mentale. 

E la cosa che ha detto si intitola Nella rete con Hale-Bopp. E la trovate a pagina 152 del libro Barnum2. 


Hale-Bopp la stella cometa, ricordate? 

L'ho ritrovata perché in quella pagina avevo messo un segnalibro. Un piccolo calendario del 1998. Avevo 18 anni. 

Ricordavo della stella cometa. Cioè che lui era partito ed era andato in collina a guardare questa cometa (che avevo guardato anche io ma non me la ricordo più adesso). E un'altra cosa che non ricordavo più era che poi finiva per parlare della rete.

Prima lui guarda la stella vera, infreddolito, un po' scomodo ma presumibilmente emozionato, immagino, accanto a una famiglia dentro una specie di suv. Dopodiché la riguarda in un'altra circostanza, mi pare il giorno dopo, con gli "occhi bassi sul monitor".  

"Schiaccio un po' di pulsanti, clicco qua e là, entro nella famosa rete, approdo in un luogo artificiale che si chiama www.halebopp.com/moviehb2.htm (mostruoso): e lei è lì. Mezz'ora per scaricare 347 non so cosa, e due secondi di lei, in movimento, come una navicella di Guerre stellari. Le faccio ripetere decine di volte quel suo rapidissimo passo di danza. E lei balla per me. Ciao Hale-Bopp. Sono sempre io, il fesso della collina. Tutto bene, lassù?".

Ora. Calma. Dopo dice altre cose sulla rete, perché il fenomeno Hale-Bopp si era diffuso capillarmente proprio su Internet, come una sorta di virus buono. Fa un paragone proprio tra le stelle comete - materiali "di scarto" della formazione del sistema solare, e quello che oggi con devastante e semplicistica approssimazione si usa definire "popolo della rete" e ci legge una sorta di appassionata "solidarietà tra anarchici" e poi dice:

Adesso, dalla pancia della rete, la passione è salita in superficie e come un virus contagia di lontani rigurgiti ribelli anche la gente normale.

- (non vi sembra twitter?) e questa è proprio una cosa che mi piacerebbe citare domenica nel mio intervento sulle nuove evidenze; i blogger, le vendite, i libri.

Però. Calma. E gesso. Poi c'è proprio l'incanto del primo uomo sulla luna, in quelle poche righe. C'è una tenerezza, ma anche una lungimiranza che mi commuove.

Ora ricordo perché non ricordavo. A diciotto anni, non avevo internet. Vivevo senza tutto questo. Una parte di me non esisteva, doveva ancora nascere. 

Mi piace pensare che mentre navighiamo allora siamo sempre un po' figli delle stelle. Simili a mongolfiere di ceramica che esplorano il cielo. 

Per gli amici romani e non, ci vediamo domenica allora, alle 11.30 nella Sala Smeraldo nel Palazzo dei Congressi (Piazza Kennedy, 1). Per tutti gli altri, racconterò com'è andata qui sul blog. 

Ciao!

martedì 20 novembre 2012

Emmaus.








Ecco, dicevamo, a proposito delle differenze tra avere un blog e scrivere su un giornale vero. 

Ce n'è una che mi consente di tornare adesso, volentieri, senza scadenze, senza remore, a parlare con una discretissima fierezza di Baricco, mentre sono certa che un eventuale direttore di giornale alla settecentesima volta in cui parli di Baricco o sei Baricco, o sei licenziata. 

Sempre che esista ancora il concetto di "lavoro", là fuori. E dunque, il suo opposto; giacché il significato di molte cose è esploso ultimamente, come in Zabriskie Point, e siamo qui a vedere i cocci per terra. 

O comunque, se non è proprio così semplice come la faccio io, (e so bene che potrebbe non esserlo, anzi) non ditemelo, non lo voglio sapere, voglio illudermi che va bene, che venite qui per me, perché mi volete bene, perché siete curiosi di ascoltare i miei pensieri, perché volete sapere ciò che penso dei libri e perché avete dieci minuti liberi ma soprattutto perché tutto ciò ha un senso, la mia vita ha un senso, questo blog ha tantissimo senso. Se mi sbaglio, per favore, dai, non fatemelo capire. 

Almeno non questa sera.

Si diceva: Emmaus. Chi mi vuol bene e viene qui a leggere per sapere come me la passo, malgrado le incombenze della vita, sa quanto io ami Baricco. Ma non è proprio amore, è più voglia di qualcosa di buono. Scherzo. Volevo dire che è qualcosa che travalica tutto. 

E i motivi sono tanti. Il più semplice, quello che ho già accennato annoiando qui un bel po' di volte, e senz'altro comprensibile ai più, è che se tu sei una studentessa del classico (dai gesuiti, tengo a precisarlo, perché c'entra con Emmaus) una che sta iniziando a crescere con i libri, che i libri nel mentre stanno iniziando a crescere dentro di lei, e a vivere una sua infinitesimale e tormentatissima vita interiore, esci da scuola con il tuo zainetto Invicta e le Clarks sempre slacciate, prendi il tram numero 18, vai all'Auditorium del Lingotto a Torino, ti siedi sulla seggiola e vedi cose simili a questa, e questa, e questa, e infine questa, o altre che vi consiglio di scoprire o riscoprire perché sono piene di strano e immutato fascino, sfido a non cadere, letteralmente, in una sorta di incantesimo perenne, per la vita. Nemmeno in un romanzo di Murakami si suscita una simile malia. Inutile ostinarsi a resistere stolidamente a tutto questo, giudicando per il bieco gusto di farlo.

Ma in generale sfido chiunque, specie i detrattori di Baricco (non avete idea delle mail che mi arrivano dopo averlo adulato citato a Librinnovando, non aggressive, direi, ma buffe: suscita sempre reazioni fortissime anche nelle piccole cose, come può essere la mia esperienza, e tutto ciò è incredibile, fa riflettere sulla natura umana!); sfido chiunque allora a rifare quelle cose in quel modo, a restituire i libri al mondo, l'opera, la musica, i classici ai giovani, agli occhi e alle orecchie di tanta gente con quella ispirazione, con quello splendore, che poi a riguardarlo nemmeno era splendore, c'era molta umanità che non avevo capito allora, perché, appunto, vedevo solo lo splendore. Sì, erano anni diversi, lenti, era tutto diverso, è stato giusto crescere, cambiare. Ma ora che ci penso in una cosa Baricco non è mai cambiato, almeno a giudicare dai video delle sue ultime apparizioni: quelle improbabili magliette bianche oversize a girocollo: ma perché, perché? Pazienza: a parte ciò, tutto ora è cambiato.

E pur tuttavia basta un click, e quelle cose si riaccendono, come le luci di Natale.

E non sono solo sensazioni, sono saperi antichi tramandati in uno stato di grazia mai visto né prima né dopo, bisogna riconoscerlo. E in tema di luce, una cosa che non avrei mai immaginato sono proprio le nuove diottrie di cui è stata in grado di dotarmi la vita dopo tutto questo tempo. Tante cose sono cambiate, tutto cambia etc., ma Baricco in fondo è ancora lì che scrive dei libri e parla molto, specie negli ultimissimi tempi, e io onestamente sono ancora qui che, con pazienza, cambio lenti, provo ad averne cura, ne ho cura, e vedo improvvisamente cose diverse. Poiché tutti sanno che dove c'è luce c'è anche ombra, ed eccoci qua. 

A Emmaus. Una parentesi che c'entra poco, ma mi piace, è che nella Cena in Emmaus di Caravaggio c'è il dettaglio pittorico più interessante che conosco, guardate qui. E il nome prende forma proprio da quel fatto biblico lì.

Ma torniamo a noi. Emmaus. L'ho letto qualche sera fa, l'avevo tenuto per ultimo, sapendo che sarebbe stato destabilizzante. Era uscito in un periodo complicato per me, difficile. Da tempo avevo smesso di leggere libri e stavo ricominciando, non potevo ripartire con Baricco. 

Infatti si è rivelata una lente diversa per osservare tutti gli altri, proprio tutti, tranne forse i saggi, ma magari anche quelli, di sicuro Oceano Mare. Chi si è stolidamente convinto che il mondo di Baricco sia un mondo sognante, ingentilito non credo abbia letto con calma, o abbia compreso tutto (non che io abbia compreso tutto, tutto eh) e comunque non ha letto Emmaus

Altra cosa che non si potrebbe fare su un giornale vero, ma nemmeno su un blog che aspira ad assomigliarvi o ne è un satellite, è parlare a oltranza dei fatti propri. 

Dunque ciò che a una prima istanza mi ha colpita di questo libro, dopo il titolo, è invece proprio l'analogia spaventosa, spaventosa, con la mia vita, con i fatti miei. Vita mesta, ma forse per questo piena di indefinibili, conturbanti emozioni, nella stessa città, mai nominata, che è Torino, credo cinque o sei anni prima che nascessi. Lo stesso habitat solo all'apparenza granitico, quella classe sociale lì, le stesse tende verdi, gli stessi silenzi, le stesse luci e le stesse ombre. (Per capire ancora meglio ciò che farnetico, c'è questa intervista qui). 

E poi, i preti. Quel sentire, quella vena di violenza silente a volte, di quell'essere che è profondamente, inesorabilmente cattolico e inesorabilmente torinese e che è inconfondibile e a volte spietato. Il volontariato, per me era al Cottolengo, un universo parallelo al nostro, popolato da creature di fantasia, da fantasmi assoluti, con le vecchiette bloccate in quegli stessi letti, a fare le stesse cose. Non riesco a dimenticarle più nemmeno io, è impossibile. A me capitava, a differenza del protagonista (senza nome) del romanzo, di sentirmi sì "piena", sì forte e migliore, ma anche disperata. Piangevo molto, non riuscivo poi a tornare bene nelle mie minuzie da adolescente, mi massacravo di pietà, di sensi di colpa. C'è da dire che queste vecchiette versavano in condizioni davvero inumane. Ma a parte questo, stessa musica. 

I ricchi, anche. Quel modo di osservarli brillare sia da vicino che da lontano, nella mia scuola ad esempio c'erano un sacco di persone come quelle del libro, e io ne ero stregata e respinta al tempo stesso, ma facevano più o meno quelle cose lì, che mi parevano sempre un miraggio. E le amicizie che si sgretolano, che si trasformano in triangoli (anche se ciò che accade a un certo punto nel libro in verità poi io non ero capace nemmeno di immaginarlo), le feste in cui ti senti idiota, le feste eccitanti in cui non sai se c'entri o non c'entri. La preghiera. Il bisogno di una qualche bontà superiore, una spiritualità mistica, una sicurezza; il coraggio. La tristezza nera, che non ha un nome, non ha mai il suo nome. L'amore che non è mai amore, non ha mai nome, mai. 

Poi ho pensato. Che sia Torino che fa questo effetto? Città magica. Città che può far paura, città bellissima, tremenda. Che sia la nebbia a custodire così tanti misteri? Non lo so, ma ho capito, si capisce, perché poi questo scrittore, per lo meno nei libri, abbia rincorso sempre ben altre atmosfere, come dargli torto? Anzi, meno male.

"Così, tagliati fuori dal tragico, riceviamo in eredità la bigiotteria del dramma - insieme all'oro zecchino della fantasia".

L'oro zecchino! La fantasia. Certo, senza Emmaus però mancava un tassello. Si è detto che c'è un prima e un dopo, però io non ne sono così sicura. Tanto non sono una critica, posso dire di tutto un po'. Per me invece non è detto affatto che Baricco continuerà su questa strada qui. Magari torna ai luoghi lontani, alle contee. Magari invece resta qui, a casa. O smette di scrivere o scrive invece più spesso, "come avere un blog". Chi può dirlo. 

Poi, che altro aggiungere? Si potrebbe forse dire dello "stile" di Baricco. Che non è un pleonasmo! Lo stile sporco, emotivo, che si alterna come un imprevisto a tratti di rigore adamantino? No. Meglio lasciar perdere.

Questo in fondo è solo un blog. Per quanto mi riguarda, solo una sorta di cesta dei giochi, in cui riporre gli oggetti più belli, cui tengo di più, che vorrei poi ritrovare domani uguali. Niente di più. Anche se, ripensando alla mia cesta dei giochi di vimini vera di quando ero bambina, non riesco però a immaginare niente di più amato e inestimabile. Basta, mi si è spezzato il cuore scrivendo. Buonanotte.




mercoledì 14 novembre 2012

Librinnovando - Ora che questa avventura.






Sta diventando una storia vera.

E quindi venerdì 16 novembre sarò a Librinnovando e il mio intervento, nella sessione Social in editoria: utenti, preservation e utilizzo commerciale, moderata da Sara Bauducco, si chiamerà: 

Social media e bookblog: tra passione, professione ed etica. 

Anche l'anno scorso ho partecipato a questo bel convegno. E qui ci sono le prove. Era stata un'esperienza incredibile. Una forte emozione, per me. Ne ho accennato anche in questo post nel bel blog di Arturo Robertazzi, Scrittore Computazionale. 

Avevo raccontato, in particolare, il mio ruolo nella stesura di un piccolo libro sulla lettura digitale e il web, ma soprattutto era stato interessante ascoltare cosa gli altri avevano da dire, imparando un sacco.

Ripensavo oggi. Tra le altre cose, poi, avevo citato in alcune circostanze in quel periodo anche Alessandro Baricco, e avevo citato Bruno Munari! Ma davvero. Proprio con quella dolce incoscienza dei folli veri, quelli conclamati. Una volta tornata a casa, ricordo, mi sono detta: certo che ho rischiato grosso. Ho parlato in quel modo, davanti a tutta quella gente. 

Passa un anno, e cosa penso di fare? Cosa penso bene di fare? 

Indovinato: citerò un'altra volta Baricco e, forse, anche Munari. Così, senza aver imparato la importante lezione della prudenza. E dire che ho un anno di più. Ma, c'è una novità: lo confesso, assicuro che questa volta mi tremano le ginocchia.

Comunque ci tengo a ribadirlo: citerò fin dall'inizio, di sicuro, perché ormai ho consegnato le slide, Alessandro Baricco. Per un milione di buoni motivi. In questo blog non ho mai fatto segreto di aver letto tutti i suoi libri (sì, anche le mucche del Wisconsin, in un'edizione antelucana, non capendoci niente!) tranne uno, che però ho letto questa notte e che sapevo di dovermi tenere per ultimo, perché è uscito in un momento un po' strano e non era il caso di infierire con una lettura così bella e decisiva; ma vi racconterò con calma, un bel giorno, davanti a una tazzina di caffè doppio, mi sa.

Insomma, ho deciso, questa volta senza alcuna spensieratezza, e con profonda paura di sbagliare, direi terrore, di citarlo esplicitamente, pervicacemente proprio. 

(Comunque adesso ho un po' paura, ora che questa avventura. Argh.).

La seconda ragione è che ho voluto andare alle fonti delle cose (sia riguardo al macro tema: "il preoccupante avvento dei bookblogger nel mondo editoriale" che, per ovvie ragioni, mi sta un tantino a cuore; poiché ritengo che nei Barbari - come anche in altri autorevoli testi di altri autorevoli autori, beninteso - sia stato detto molto e bene sulla contemporaneità, ma certo si può sempre aggiungere un pezzetto. Sia proprio alle fonti della mia vita, le fonti delle mie sensazioni e dei miei primi piccoli saperi o non-saperi di adolescente, le prime parole che si staccavano come frutti acerbi dall'albero della famiglia, della scuola, il primo mondo che mi si è schiuso davanti agli occhi appena dopo l'infanzia è quello dei suoi libri, e chi lo ha letto a 13/14 anni e/o chi c'era eventualmente a quella minuta presentazione della Holden in piazza Cln a Torino sa di cosa parlo; ma lo sanno anche gli altri che per varie ragioni lo hanno intercettato nella vita, credo. Insieme al mondo di Kieslowski per il cinema e l'Idiota e Moby Dick e i Malavoglia per i classici, certo, quindi quella è la mia fonte. E come tornano le fonti, quando ne hai più bisogno, è una scoperta nuova e sorprendente, per me, oggi.

Perché lo scrivo?: non lo so, ma siete sul mio blog, mi sembra giusto presentarmi meglio sempre un pochino a ogni post. Quindi ormai sapete, se siete arrivati fino a qui a leggere, che i miei  neuroni si sono formati dunque lì, e lì vado a cercare, come in questo caso del convegno, se devo pensare a qualcosa di importante. Con una notevole ottusità anche: "ah, devo parlare di caccia e pesca? Bene: che ha detto Baricco in proposito?!". Non proprio così, ma quasi. 

La terza ragione è che su questa annosa questione del rapporto bookblogger-aziende si sono scritti in rete fiumi di inchiostro, fiumi proprio, e ho preferito evitare di infliggervi le solite cose. Importantissime, serissime, ma che conoscete già a memoria, se siete un po' pratici della rete. Ad esempio, non citerò il consueto, prestigioso, elenco di blog letterari famosi, che hanno fatto la Storia del bookblogging. Non sta a me farlo, ma soprattutto li conoscete già, li leggete già tutti i giorni, sapete già tutto. E rischierei di farvi perdere tempo prezioso. Mi piaceva invece citare qualcuno che con la rete avesse un rapporto di conoscenza scientifica per così dire, ma anche di misterioso distacco; ovvero è molto difficile trovare citazioni di Baricco a proposito dei bookblogger nello specifico, per questo ho scelto lui, almeno ho avuto agio di interpretare e rielaborare alcuni piccoli concetti riadattandoli alla categoria in questione. Uddio, credo in verità che ci ritenga dei pazzi furiosi, ma in fondo non è forse un po' anche vero?

La quarta ragione per cui le mie slide vi appariranno un po' strane, asettiche magari, è che ho voluto, come si diceva prima, andare un po' al cuore della questione, ma con sintesi e semplicità, sperando di non sconfinare, come è facile, invece nella banalità. Perché penso che in fatto di blog, bookblog & co. ci sia stata nel recente passato una sorta di ubriacatura. Un'ebbrezza. E dopo ogni bella bevuta, ci vuole un caffè forte, basico, senza zucchero, per tornare svelti coi piedi per terra.

Il tutto mi è apparso per meglio spiegare come un'immensa bolla di sapone, molto graziosa. Così, con questo lavoro per il convegno, ho pensato di prendere un ago e andarla a bucare, per vedere cosa restasse di significativo. Quali molecole? Oppure il nulla (ma non credo a questa ipotesi). Sempre tenendo conto della mia esperienza. Perché questa, credo, è la vera ragione per cui sono stata chiamata a intervenire a un convegno così strutturato e competente sull'editoria: ho un po' di esperienza sul campo di questo argomento. Mi sporco le mani tutti i giorni e so che questo è il criterio di "reclutamento" degli organizzatori: gente con le mani in pasta nella rete e che capisce un po' di editoria, amando i libri.

Non saprei teorizzare nulla, però, non sono una redazione (anche se ogni tanto ricevo mail buffe: "gentile staff di tazzina di caffè" WOW), ho i miei motivi per essere qui in questo mondo insensato a parlare di libri, sono anche io laureata con votoni etc. etc. con master, borse di studio e amenità varie, ma in definitiva, per varie ragioni (di cui un po' vi dirò magari venerdì) non appartengo proprio a nulla, nessun ordine e grado di alcunché, non ho nemmeno un lavoro fisso!

Sono solo una signorina che un bel giorno ha deciso di togliere un po' di polvere da tutti quei libri che aveva piano piano accumulato in casa, da Baricco in avanti, e di farli rivivere, prima nella mente poi nella rete, di prendersene cura perché stavano soffrendo di inedia e solitudine, sperando che qualcuno se ne accorgesse, prima o poi. 

Tutto qui. Poi, si è aperto un universo. Ma la base è solo quella. Un po' di amore. Un po' di voglia di vivere esplosa di colpo e senza preavviso. Una normale passione per le parole. Che è anche il primo punto dell'intervento. Una passione che non voleva spegnersi mai. Credo sia, per altro, un tipo di percorso simile a molti altri blogger, quindi anche su questo so che qualcuno là fuori mi ascolta e mi capisce.

E infine, come prosegue già  la canzone di Battisti?

Spero tanto tu sia sincera

Ecco: un'altra cosa che farò venerdì, spero, sarà di essere sincera. Sarà di riportare a una visione il più possibile lucida, lineare, al grado zero e molto serena di questa altrimenti confusa, fantasmagorica istanza del (book)blog, fotografandola con rispetto, e per quel che è. Senza enfasi e senza giudizi verso niente e nessuno. Vediamo solo un po' insieme cosa si fa oggi in concreto e vediamo, se c'è, che futuro mai avrà tutto ciò. Ma su questo anticipo che non ho risposte, solo domande: chissà che sarà di noi. Lo scopriremo solo vivendo!

Allora spero di vedervi in tanti venerdì. 

Chi non potrà essere presente, ma ha tempo di guardarci e ascoltarci, saremo in streaming sul sito Rai Letteratura

Grazie!





lunedì 23 luglio 2012

Il carciofo della dialettica.


Le armi della critica - Alberto Asor Rosa - Piccola Biblioteca Einaudi.



Il carciofo della dialettica è il titolo di uno dei brevi saggi contenuti in questa importante raccolta "degli anni ruggenti" (1960 - 1970) di Alberto Asor Rosa. Posso dire che si tratta del mio scritto preferito perché riguarda Calvino e in particolare La giornata d'uno scrutatore di cui vi ho raccontato più volte in occasione delle mie simpatiche avventure come scrutatrice (vedi tag!).

E insomma questo libro occhieggiava da un po' sul mio scaffale. Per quanto in effetti ci tenga sempre a ricordare (a me stessa specialmente) di non essere affatto una critica letteraria, ammetto di aver comunque letto qualcosa al riguardo, durante gli anni dell'Università. 

Mi sono occupata, in quegli anni (primi duemila, mica tanto ruggenti, ma che sono quelli dei miei 20) di letteratura angloamericana, in verità. Però mi piaceva un po' interessarmi anche di altre questioni, sempre legate alla letteratura, cercando di capirci qualcosa. 

Quando ho discusso la tesi, la mia prof. definì il mio lavoro su Martin Amis e la scrittura autobiografica "oltraggiosamente coraggioso". Non ho mai capito (neppure oggi) se dovessi più rallegrarmi per quel "coraggioso" o temere piuttosto per l'"oltraggioso". In conclusione, qualche temerario decise comunque di conferire a quel lavoro addirittura una lode, risparmiandomi però, ahimè, il bacio in fronte!

La mia carriera di critica, tuttavia, è terminata lì. Anzi, non è mai cominciata. La ragione vera, su cui ho riflettuto bene, è una sola: non mi sono mai sentita capace di svolgere quel mestiere. Con questo non voglio denigrare me stessa, semplicemente mi sentivo più adatta per altre cose, o banalmente inadatta al lavoro accademico, per tutta una serie di ragioni che vi risparmio per non annoiarvi. Non ultima, però, la mia inettitudine a seguire, nel raccontare di un libro, un criterio, per così dire, diagnostico. Seguivo il mio semplice gusto e niente altro. Questo dovrebbe escludermi definitivamente dall'olimpo dei critici di professione una volta per tutte. Che per fortuna sono vivi e vegeti e lavorano con onestà e al meglio delle loro forze. 

Ma per arrivare al libro. Ciò che mi colpì allora, da studentessa, e che mi colpisce ancora oggi risfogliando quelle fitte pagine sottolineate a matita (n.d.r. però in foto vedete un'edizione del 2011), fu ed è la chiarezza. Mi è sempre parso che spesso si confondesse, invece, in molte scritture critiche, la complessità con la fumosità. 

Mi pareva, d'altro canto, che dietro certe scritture contorte al limite del dispettoso si celasse una profondissima esigenza di ottenere attenzioni personali, anziché il generoso compito di spiegare ai lettori (e agli allievi) un concetto, un'idea, una posizione critica, un'intuizione politica. 

In Asor Rosa, come studentessa ventenne, non ho mai ravveduto questa necessità (ma non l'ho letto tutto, beninteso). Mi pareva sempre che esponesse le proprie elucubrazioni (discutibili o meno questa non è la sede per decretarlo) in maniera, sì complessa, ma mai perversamente macchinosa.

Bè poi tutta l'analisi, che c'è in questo libro, sulla società borghese, la classe operaia, la battaglia culturale e la rivoluzione è materia difficile di per sé, inutile illudersi di affrontare questi saggi con la stessa disposizione d'animo con cui si consuma una prosa limpida, un romanzo "scorrevole".

Proprio ieri, però, leggevo una bellissima puntata della rubrica domenicale di Baricco su Repubblica. La sua Una certa idea di mondodi cui vi raccontavo già qualche tempo fa, in cui lo scrittore torinese si diverte a paragonare certi autori che sfoggiano tutto il proprio bagaglio culturale in ogni scritto a quelle donne che indossano le spalline del reggiseno trasparenti (con tutto il rispetto per chi lo fa per scelta estetica, oltraggiosamente coraggiosa). E comunque sì, sono d'accordo naturalmente, e come sempre, con lui. Merci, monsieur.

"Di fronte al mare dell'oggettività. Di fronte al labirinto dei significati e delle cose, ciò che conta, insomma, è tenere ben alto, anche se tenue e disperato, anche se traballante, il lumicino della razionalità: ossia della Storia: ossia (ma è lo stesso) dell'Uomo. Partecipazione non vuol dire complicità né tanto meno identificazione: anche se partecipare è necessario, a rischio magari di perdersi e sparire". 

Dice a un certo punto il critico, proprio nel carciofo della dialettica. Mi pare interessante questo paragrafetto. Partecipazione era una parola molto spesa in quegli anni ruggenti. Come non ricordare Gaber? Ad esempio. Libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone.

Anche se può far nascere nei nostri cuori nati negli anni Ottanta una goccia di tenerezza, di malinconia, questo concetto però secondo me è importante ancora oggi, e si può recuperare, restaurare, concimare, chissà coltivare come una piantina che sembrava secca e invece.

Ora lo dico: credo che l'attenzione che oggi gli editori prestano ai lettori (anonimi, non anonimi, dotati di qualsivoglia nomignolo, che dicono la loro su qualsivoglia sito internet), senza far troppa ideologia che non ne sono all'altezza, sia comunque un valore. Certo: è per vendere i libri. Perché i libri li leggono i lettori. Certo. Perché i libri sono prodotti. Certo. Questo è un fatto vero e inconfutabile. Però nell'"inferno dei viventi", del capitalismo (sic.) o chissà di cos'altro, si può ben anche "cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio". 

Che coincidenza, la canzone di Gaber e le Città invisibili di Calvino, se non sbaglio, sono tutte e due del 1972. 

E se quarantanni esatti dopo siamo ancora qui a parlarne cosa vorrà dire? Naturalmente, io non lo so. Come non so, è chiaro, cosa non sia inferno nel sacro mondo delle lettere e con che criterio chiedere o dare spazio a chi o a che cosa. Però riconosco lo sforzo di chi ci prova, di chi prova un pochino tutti i giorni. 

Dunque per concludere, non sono una critica, però da non-critica, da blogger (sic.), oggi rischio e vi consiglio di sfogliare qualche pagina di questo interessante libro. Poi mi direte. E buon inizio settimana!






domenica 3 giugno 2012

Una certa idea di mondo.




Alert: questo è un instant post a proposito dell'articolo di oggi di Baricco su Repubblica, che fa parte della rubrica Una certa idea di mondo - I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni. Ciò per dire che magari chi non l'ha letto non capisce a cosa mi riferisco, ma provo a spiegare.

Qui insomma si solleva una questione importantissima, secondo me, riguardo alla contemporaneità. Questioni su cui tutti a diversi livelli ci si interroga in toni più o meno altisonanti e contorti, che poi arriva Baricco e con la sua proverbiale semplicità individua invece con chiarezza e precisione, sempre secondo me, il punto.

In questa puntata racconta di una certa scrittrice tedesca del 1967 che si chiama Inka Parei (che in piemontese significa "così" hehe). Lei ha scritto in particolare un libro che si chiama La ragazza che fa a pugni con l'ombra, che a quanto pare è molto bello; ed è un titolo che con la questione sollevata in seguito, tra l'altro, instaura un certo legame interessante.

Il concetto è che questa bravissima, meravigliosa scrittrice ha smesso di scrivere, anzi ha smesso di pubblicare libri. Baricco racconta di averla cercata in rete, perché colpito dal suo talento, e di averla trovata "apparentemente felice, su un furgoncino in viaggio per la Nuova Zelanda, scrivendo poi le sue note di viaggio in un suo blog. Tutto bene, per carità, ma certo è un po' come se fra qualche anno mi ritrovassi la Pellegrini che fa l'animatrice in un Acquafan". 

(Qui ci starebbe una faccina...)

Apparentemente. Ecco, se non sentissi la responsabilità verso chi legge, ora mi fermerei, ammirata, dicendo solo: è un genio, ha scritto cose che lavorano nella mia mente e che non capisco bene neanche io ma sono vere, grande Baricco. E stop.

Però vorrei aggiungere, come chiarimento, se ci riesco, che questo discorso che poi Baricco prosegue più o meno così: 

"La corrente del fiume trascina altrove, e molti ne deducono con tranquillità la verità indiscutibile che è meglio essere vivi che bravi".

Che questo discorso è un po' il fulcro di molti altri discorsi che si fanno da qualche tempo fuori e dentro la rete. Avendo un blog "personale", non posso che riferirmi autoreferenzialmente a me stessa, e riflettere su ciò. Personalmente, dunque, mi sento nel mondo dei vivi. Viva, come il passerotto che ora pigola sull'albero che vedo dalla finestra, viva come il temporale che sta per arrivare oggi, come il gatto del vicino di casa, come il vicino di casa che fa una passeggiata di domenica mattina, come sua moglie che fa le lasagne etc. 

Parte di un mondo dove ad esempio l'avere un blog assomiglia a fare l'elettrocardiogramma tutti i giorni: ok, sono viva! E lo racconto qui. Il fatto che si possa essere anche bravi, è una cosa che mi era sfuggita...

Scherzo eh, è come quella battuta di quel film in cui all'attrice "fanno male i capelli". Ovvero: un'assurdità. 

Dico questo perché ho creduto, come molti, lo so per certo, che il discorso di "diventare anche bravi" fosse una strada chiusa, preclusa a un certa generazione, a una certa fetta della società, cui sentivo di appartenere (ad esempio, i precari, che in quanto tali devono sgomitare in acque alte per sopravvivere, come chi non sa mai nuotare, e via dicendo). 

Invece questo articolo mi ha fatto venire in mente un'altra cosa. Che questo "struggle" tra l'essere vivi e l'essere bravi può essere (o diventare) ora anche una scelta. Una scelta di vita, o di bravura. Non so se si capisce. Ma tutto quello che credevo di avere un po' "subito" in questi anni, magari, in certi modi, l'ho anche scelto. Beninteso: non certo le cose grosse, come il precariato. Ma certe reazioni, certe conclusioni affrettate. E come me, forse, la butto lì, anche molti altri.

Quindi insomma questo articolo oltre a essere una fotografia di ciò che sta accadendo, può assomigliare anche a un invito. Uno spunto: perché non provare a essere bravi, oltre che vivi? Fermarsi un attimo e scegliere di vivere come se si fosse anche bravi. O le due cose si escludono per forza a vicenda? 

domenica 27 maggio 2012

The Pickwick Papers.





"That punctual servant of all work, the sun, had just risen, and begun to strike a light on the morning of the thirtheenth of May, one thousand eight hundred and twenty-seven, when Mr Samuel Pickwick burst like another sun from his slumbers, threw open his chamber window, and looked out upon the world beneath".

Ho riaperto oggi questo libro comprato nel 1996 in questo museo, che si chiama Bleak House, dove Dickens trascorse le vacanze per un certo periodo tra il 1837 e il 1859.

Avevo provato a leggerlo tutto in inglese. E ci sono riuscita, in quell'anno, un po' ma con esiti incerti. Poi non ho mai più comprato il libro in italiano. E del Circolo Pickwick quindi in me è rimasta quella versione frammentata, quelle sensazioni frastagliate, quelle idee da sedicenne.

Ironia rassicurante, reticenze, preterizioni, personaggi fantastici, fulminanti insegnamenti di vita, ambientazioni picaresche, l'emozione semplice del viaggio. E il profumo. 

[Questa esperienza è stata la riprova (tra l'altro), per me, che carta e digitale vanno e andranno sempre insieme: il profumo di questo libro, rimasto chiuso per quindici anni, si è sprigionato, liberato come un'onda marina. E come un'onda marina era ancora lì, identico, ad aspettarmi].

Ho riascoltato il vento del Nord dell'Inghilterra, l'ingenuità dell'adolescenza, la gita della scuola, il non capire niente, le grandi speranze, la grande, eterna, umana paura. Tutto rimasto lì: catturato. Le pagine solo un po' ingiallite, color ocra ai bordi, come affumicate dal tempo. Però il profumo è davvero lo stesso. Quello delle letture estive lente, affamate, scomode, in cui però dimenticavi persino il tuo stesso corpo aggrovigliato su sedie sdraio, giacigli di plastica, rifugi di fortuna; eppure non so, splendidamente, lontanamente tranquille, sicure e così felici, così piene di luce, di sole arancio, così piene di quell'appetito dolce del tramonto, il senso di vacanza di certi anni in cui non sai nulla e sai tutto, prevedi tutto. 

E insomma, poiché da certi post precedenti (e dal tag omonimo) forse avrete capito che per me sono giorni di Baricco-mania, vi regalo questo link

Pickwick è la trasmissione televisiva che a me ha dato un po' il la (come a molti credo) per leggere i libri. Diciamo che le sono molto debitrice. Questo video poi è incantevole. 

"1994, una città, un posto". Enjoy.




tazzina trapezoidale.


mercoledì 23 maggio 2012

Una storia verosimile che.


Adesso sono qui!
Autografo.


Cose belle.

Alcuni libri di Baricco.

Baricco vero.

"Una storia verosimile che, tuttavia, (non) potrebbe (mai) accadere nella realtà".

Che è la nota che appare dopo l'epigrafe di Tre volte all'alba, l'ultimo libro di Alessandro Baricco che, dopo questo momento quaper me ha assunto anche un valore particolare. 

E insomma invece certe cose, giuro, accadono nella realtà e infatti le parentesi al non e al mai le ho aggiunte io e sto facendo uno sforzo sovrumano su me stessa per non aggiungere anche alcune faccine perché al Salone del Libro Baricco stesso si è espresso con grande chiarezza al riguardo (all'incirca rappresentano la morte della scrittura o qualcosa del genere, quindi occhio!). Argh. Glielo devo. Niente faccine per tutto questo post. Sarà durissima ma per un mito vivente del genere mi pare il minimo.

Superate le faccine e le facezie, ecco, quello che voglio raccontare in questo preciso istante ha dell'incredibile. Ma molti aspetti riguardano proprio me-me e quindi non li dico, ad esempio ho una vera foto con Alessandro Baricco - la qual cosa fa parte di ciò che non potrebbe mai accadere nella vita e invece accade - ma la tengo per me, la mostrerò senz'altro ai miei nipotini. Poi non finisce qui perché ci ho parlato, gli ho stretto la mano, cose di questo tipo che a dirle sembra tutto sotto controllo ma poi a esserci mica tanto, ne converrete tutti penso. 

Essendo Baricco una Superstar mondiale: mi ha però molto colpita la sua gentilezza e una sua serenità  garbata e normale che non immaginavo. 

Comunque devo a twitter questo pomeriggio che si configura come uno dei più felici della mia vita, perché è lì che ho letto la notizia con l'hashtag #Baricco dall'account @feltrinellied. Quindi viva twitter. L'appuntamento era per festeggiare i dieci anni della Fnac (mi ricordo ancora quando erano apparsi per Torino certi strani sacchetti con il logo francese e poi si era capito che avrebbero aperto questo megastore in Via Roma). 

E vabè, cosa posso dire: è stato molto divertente.

La consistenza di questo incontro è di quelle che mi portano a invitare chi passa per di qua e legge: se potete, credete anche voi qualche volta all'incredibile. Senza entrare nei dettagli, e senza esagerare, ciascuno di voi saprà in cosa sperare, ma se può e vuole accettare un consiglio da blogger (?), conservi un piccolo insperato sogno da coltivare. 

c\_/ (non è una faccina!!)






martedì 17 aprile 2012

With Love and Squalor.




Mi sono sempre chiesta se sia una cosa solo mia o se succeda un po' a tutti. Comunque a me capita spesso, e con pervicacia, di perdere di vista le cose importanti. Ricordi, sensazioni, tutto. Per favorire la costante ricerca di qualcosa di nuovo, diverso da come sono, pensando che non vada mai bene come sono. Si è capito?

E poi arrivano persone, immagini, parole, libri, cieli, sguardi, può essere qualsiasi cosa, che, di colpo, con le loro peculiari qualità (e non parlo di talenti soltanto ma anche di modi di essere e guardare) che mi ricordano quelle cose dimenticate e che per me contavano. Senza saperlo, magari. Né volerlo, né ipotizzarlo. 

Questa strana cosa assomiglia a un arcobaleno dopo un temporale. Niente di più semplice, ma, ammettetelo, niente di più bello. Dunque mi è capitato ieri di leggere questo post su uno dei miei blog preferiti (ne ho parlato spesso hehe - ma questa volta, a differenza di altre - vedi tag "kind of magic" - non ci siamo messe affatto d'accordo). In cui compare l'illustrazione a un racconto così importante per me che, appunto, come volevasi dimostrare, me l'ero completamente e meravigliosamente scordato.

For Esmé - with Love and Squalor. 
Per Esmé - con amore e squallore.


Ne avevo sentito parlare chissà in quale occasione da Baricco e così, nell'anno glorioso 1995, quello dei miei 15 anni, e nel primo viaggio all'estero della mia vita, senza genitori, senza amici, con gli zii, impaurita da tutto tranne che dai libri, ho comprato questo piccolo volume di racconti.

Nine stories di J.D.Salinger  - Little, brown books.

 Il primo libro in una lingua che non era la mia. Salinger, l'America. Che per me sarebbe stata tanto significativa da studiarla e cercarla sui libri per tutti gli anni a venire. Il primo racconto letto in un mondo che non era il mio, letto con la gioia e con la disperazione di quell'età, letto con innocenza. Con amore e con squallore: non riesco a trovare due parole più giuste per quella sensazione. Questo libro ora è ingiallito, assomiglia alla materializzazione di un frammento di memoria, le pagine iniziano a scricchiolare un po', deve aver preso della pioggia. Ma tanta. 

It was raining even harder. 

Era di un bianco latte quando l'ho comprato. Profumava di cocco. E di Florida. E di grandi, grandissime speranze. E di promesse d'amore e squallore più grandi ancora. Mi ci aggrappavo come a una tavoletta in piscina, non sapendo nuotare nelle famose cose importanti senza appigli. E infine poi, come molte di quelle cose appunto, l'avevo messo lassù o laggiù in un angolo lontano. Via, basta, bisogna cambiare tutto. Ricambiare, cambiare ancora fino a che. Fino a cosa? Boh, non l'ho ancora capito, ma sono curiosa.

Comunque questo racconto è ambientato in aprile. L'aprile del 1944. E ci sono quei due personaggi piccoli  inglesi che vedete nel post che vi ho indicato ;) E c'è la voce narrante che è un uomo, americano. La storia racconta l'incontro di queste tre persone in una sala da tè. Tra l'altro, gran parte della storia prende vita proprio di fronte a tazze e tazzine. c\_/

C'è Esmé, una ragazzina, che dice all'uomo seduto solo al tavolo: "Usually, I'm not terribly gregarious," (...) "I purely came over because I thought you looked extremely lonely. You have an extremely sensitive face". I said she was right, that I had been feeling lonely, and that I was very glad she'd come over. "I'm training myself to be more compassionate. My aunt says I'm a terribly cold person".

(Esmé crede di essere una persona fredda).

I said I hadn't been employed at all, that I'd only been out of college a year but that I like to think of myself as a professional short-story writer. She nodded politely. "Published?" she asked. It was a familiar but always touchy question, and one of that I didn't answer just one, two, three. I started to explain how most editors in America were a bunch _.

Quindi il tizio è uno scrittore di racconti brevi. Che si scola litri di tè. Ne sono rimasta colpita. Come età, allora, ero ben più vicina a Esmé, tre anni più grande. Oggi sono più vicina allo scrittore di racconti brevi in cerca di editore. 

Ma cambiando i fattori, il risultato, per me, non cambia.

Se potete, leggetelo, in italiano è qui. 

c\_/