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venerdì 7 ottobre 2016

Dieci anni di Circolo e ai Portici - ricordi, auguri e appuntamenti






Ho una vera passione per i cerchi (e dunque i circoli): dal mito del cerchio perfetto di Giotto al simbolo del Tao dai gomitoli al numero otto, alla perfezione della tazzina del caffè che si fa contenitore di ristoro e di storie, tanto da aver creato il mio piccolo mondo con quella forma lì. Un mondo dal quale in questi anni ho osservato e vissuto tante esperienze belle, attraverso il quale mi sono fatta un'idea (super parziale) di come va la vita o più modestamente di come vanno i libri che mi piacciono.

Frequento il Circolo dei Lettori da prima ancora che nascesse, da quando a Palazzo Graneri della Roccia (uno dei siti storici più rappresentativi della città di Torino, costruito verso la fine del 1600 e sopravvissuto ai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale) si tenevano certi corsi di latino e greco antico ai quali partecipavo – insieme a due amici – ai tempi del liceo. Eravamo gli unici tre esseri umani sotto gli ottanta, le uniche teste non bianche che sbucavano tra il pubblico, ma erano stati pomeriggi molto divertenti (col senno di poi, una cosa un po' da secchioni, ma tant'è). Quando una decina di anni dopo quelle noiosissime ma bellissime lezioni aprì il Circolo così come (più o meno) lo conosciamo oggi fu per me un'emozione grande, mi sentii grata e riconoscente alla mia stessa città per aver creato uno spazio così, a misura di lettori e a misura di persone come me. In che senso? Persone assetate di esperienze culturali, di saperi e di parole. 

C'è da aggiungere che, da quei primi momenti in cui mi aggiravo tra le sale bellissime e rimesse a nuovo con il naso all'insù piena di speranze, mai avrei potuto immaginare che all'interno del Circolo ci avrei addirittura potuto fare delle cose, anche io. E ne ho fatte tante! Se ritorno indietro con la memoria, mi rendo conto infatti di aver presentato parecchi autori, aver partecipato a parecchi eventi e di aver raccontato anche di me, del mio blog e del mio romanzo. E lo stesso possono dire molti altri autori, più o meno giovani, più o meno torinesi. In una parola: ci ho vissuto dentro. Se potessi sedermi accanto a quella ragazzina secchiona, casinista e spaesata di allora e dirle: guarda che questo posto fa anche per te, ti accoglierà per via delle cose che più ami, cioè i libri e la letteratura, lo farei subito, la rassicurerei. Ecco, se posso dire una cosa ai ragazzini di oggi è proprio questa: il Circolo dei Lettori di Torino, letteralmente e simbolicamente, fa anche per voi, vi accoglie e si occupa anche per voi di ciò che più vi piace. In una parola, la vita può essere bella, circolare, rotonda. Grazie allora Circolo! E buon compleanno tondo, tondo.

Per chi poi volesse ascoltare qualche minuto anche del mio ntervento alla festa di sabato, ci vediamo in Via Bogino 9 alle 15!


  


 

Un fatto interessante è che, nello stesso anno in cui mi aggiravo tra le sale magnifiche del Circolo dei Lettori, facevo la stessa cosa tra gli ariosi chilometri di libri del centro cittadino per immergermi in Portici di Carta. Osservavo le cose esattamente come fanno i giovani di solito: con la speranza di farne prima o poi parte, di esserci dentro. 

Portici di Carta infatti è un evento che ha il pregio di catapultarti un un mondo ideale ma iper reale al tempo stesso: è tutto vero ed è tutto fantstico, è vita ma anche un sogno (di tanti librai e lettori) che si avvera. 

Destino vuole che un sogno si avvera anche per me: partecipo attivamente a questa manifestazione bella insieme a una delle librerie più belle e importanti della città, ovvero la Luna's Torta - la Libreria con Cucina dove si mangia benissimo, si beve caffè e si leggono libri e ci sono un sacco di eventi culturali di valore (cioè il Paradiso.
 
Alle 18 di domenica per una mezz'oretta ai fortunati passanti ai Portici racconterò di Aimee Bender, una scrittrice che merita tutto l'affetto possibile! Questo incontro si inserisce nell'evento Donne che raccontano altre donne. E devo dire che sono in ottima compagnia. Spero di incontrarvi per queste due feste e buone letture

mercoledì 5 ottobre 2016

Taccuino di caffè


Si prospetta un week end molto intenso dal punto di vista libresco e letterario per cui vi voglio dare alcuni appuntamenti speciali, e dire una cosa sulla puntata di oggi di Tazza Grande. Pronti? Via!

1) Il richiamo della foresta Questa mattina in radio ho raccontato, come succede da un mesetto a questa parte, di un libro e di un suo autore. Oggi è stata la volta di Jack London e de Il richiamo della foresta. Una storia che racconta di come un cane - Buck - messo alle strette dalle circostanze difficili (in alcuni casi vere atrocità) della vita perde il suo senso civile, addomesticato e la sua morale per seguire infine, volente e nolente, la propria natura selvatica. La quale comprende sì libertà, ma anche violenza e sopraffazione. Ebbene, amici. Dico la mia: questo libro, acclamato ai tempi in cui uscì (1903 in USA) per le sue valenze assai darwiniane, con il suo milione di copie vendute, potrebbe benissimo tornare a essere il manifesto di una generazione, la nostra, di un'epoca, la nostra, in cui, persa la stabilità, scombinati gli equilibri e i punti di riferimento sociali di base, siamo sì lupi solitari e liberi ma diventiamo anche cattivi. (A nostra parziale consolazione aggiungo che, dopo questo libro stupendo, in cui un cane, a causa della miseria umana, ritrova la propria natura selvaggia e diventa lupo, London ha scritto Zanna Bianca dove accade esattamente il contrario ovvero un lupo diventa cane per amore dell'uomo). Read more...

2) Buon compleanno Circolo dei Lettori Beh questa è una gran notizia per la città di Torino ma anche per tutti quelli che sono passati da queste parti: se lo avete visto anche solo una volta, non potete dimenticarlo, il Circolo dei Lettori. C'è da aggiungere che il Circolo compie dieci anni. Ricordo benissimo quando è nato: si respirava un'aria fresca di cambiamenti e novità. In dieci anni sono successe tante cose e il Circolo ha mantenuto le sue promesse: è proprio tempo di celebrare e raccogliere buoni frutti. Sabato 8 alle 15 ci sarò anche io per l'evento che si chiama Il profumo del caffè e se ne potranno bere e ascoltare di cose buone, tante che spero accorrerete numerosi a festeggiare insieme! Read more...

3)  Buon compleanno Portici di Carta Si dà il caso che anche questo straordinario evento torinese compia gli anni, anche per Portici di Carta ci sono dieci candeline da soffiare. Quell'anno è stato evidentemente molto importante per Torino e le conseguenze (in questo caso belle) danno segni positivi  ancora adesso. Senz'altro farò una passeggiata, perché è veramente imperdibile, e poi potete trovarmi dalle parti della luna nel senso della Luna's Torta... Presto i dettagli!  Read more...

lunedì 30 maggio 2016

My cup of caffè - Mi chiamo Lucy Barton - Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Faccio un piccolo spoiler: Mi chiamo Lucy Barton finisce con questa frase:

La vita mi lascia sempre senza fiato. 

Ed è l'ultimo frammento di una sequenza di "piccoli finali" che si estrinsecano in capitoletti sempre più corti, sempre più corti, sempre più corti ed essenziali fino a diventare quella frase. Assomigliano a tanti brevi respiri, quei capitoli, e la sensazione è proprio di fiato che si accorcia (chi è asmatico come me conosce molto bene la sensazione), qui però è tutto rovesciato: non manca l'aria perché si soffoca, manca perché ci è entrata ormai tutta nei polmoni, perché in questo romanzo c'è tutto ciò che è bene o doveroso sapere della vita, e dunque è un restare senza fiato per il dolore, la bellezza, la sensibilità, il talento. 

C'è veramente tutto, in questo ennnesimo capolavoro di Elizabeth Strout che, dopo I ragazzi Burgess che era un romanzo lungo, approda a una storia breve, mi ha ricordato non so perché Magda Szabò. 

Come l'Aleph di Borges è questa vita minima di una bambina che nasce povera e nel disagio estremo psichico e, seguendo un percorso credibile che non permette mai al lettore di disdire la fiducia nella scrittrice Strout (difficile per uno scrittore parlare di uno scrittore, dicono infatti sia la sfida più grande) diventa una scrittrice. 

Lo diventa in modo organico, pulito, tradizionale: partecipa a un workshop di scrittura, manda i suoi racconti a una rivista letteraria, scopre una passione e una capacità che le fruttano denaro. Succede in modo lineare, come poteva accadere negli anni Ottanta, dove questa storia è in gran parte ambientata.

Tutto comincia in un letto di ospedale, in medias res rispetto alla vita della protagonista - Lucy Barton - ovvero quando lei sta per diventare una scrittrice famosa, ma non lo è ancora, ha due bambine e un marito, ma non lo avrà più, almeno non lo stesso, e non vede sua madre da tanti anni, quando questa donna, di punto in bianco:

- Mamma? - dissi.
- Ciao, Lucy, - disse lei. La sua voce mi parve timida, ma inderogabile. Si chinò e mi strinse un piede attraverso il lenzuolo. - Ciao, Bestiolina, - disse.

Compare la mamma ad accudirla, come fosse tornata bambina. Ma non aspettatevi pietismo: non è commovente questa scena perché non c'è una fantomatica "riappacificazione", c'è invece tra le più perfette forme di autenticità descrittiva delle relazioni ed emozioni umane che possiate trovare in un romanzo. Come avrà fatto la Strout a capire e a trasferire sulla pagina l'animo umano e in special modo quell'animo umano lì, resterà un mistero, un miracolo anzi.

Spesso, molto spesso, le narrazioni che riguardano il rapporto madre e figlia hanno a che fare con gli ospedali, perché è proprio quando siamo più fragili e soli che abbiamo bisogno di una mamma o, alternativamente, di una figlia. 

C'è una frase di Philip Roth che dice pressappoco: "Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è rovinata". Beh, questo romanzo sembrerebbe invece rovesciare l'assunto e trasformarlo in: 

"Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è salva". 

Ci sarebbe da discutere se siano le caratteristiche peculiari di una famiglia a far nascere uno scrittore o, al contrario, se sia il "miracolo" innato della mente dello scrittore a rende una famiglia narrabile, narrativa. Il tempo e lo spazio sono sempre troppo pochi per sviscerare tutte le questioni, questa però è interessante. Nel caso di Lucy Barton, quella specifica famiglia pare toccata - per sommi capi e mi si perdoni la laconicità - dal male assoluto. Eppure Lucy trova una strada per uscire dal quel buio, magari soffrendo in ospedale, magari sbagliando, residuando un po' di questo male, distribuendolo senza volerlo, ma infine riesce a guarirne.
 
Ho seguito il livetweet del suo intervento al Circolo dei Lettori qui a Torino, per capire cosa dice, come, appunto, fa. E ho letto delle interviste, ma niente. A occhio e croce, non lo sa nemmeno lei. D'altra parte, è un mistero, nessuno sa svelarlo, dico il mistero della scrittura così giusta e accurata.

Tra le altre cose, ho letto che ha dichiarato ironicamente di essere l'unica donna americana ad amare Hemingway, e io avrei tanto voluto dirle che non è sola, che ci sono anche io! 

E avrei voluto dirle anche che la leggo da tanto tempo e che - ancor prima che diventassero di moda gli youtubers! Bontà loro - posso vantarmi di aver realizzato ben due video, con tanto di musichetta di sottofondo - sul suo splendido Resta con me. Secondo solo, per lucida conformazione dei personaggi in totale purezza, al più premiato Olive Kitteridge.

Tutte queste cose non potrò dirgliele mai, ho pensato. Ma leggendo Lucy Barton ho anche pensato che la vita prende vie misteriose, che non sono necessarie tante parole per la felicità. 

E in efffetti è soprendente notare come in questo romanzo ci sia tutto il mondo in poche frasi: dagli indiani d'America, alla strage dell'Aids, dalla violenza assoluta alla pietas, dalla miseria alla ricchezza esteriori e interiori all'11 settembre, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, ci siamo noi, in effetti, bambini, adolescenti, adulti, anziani. In una parola, Elizabeth Strout sa pronunciare il mondo. 

Questa è una storia piccola, ed è una storia epica. Una banale appendicite in un ospedale qualunque, in una famiglia qualunque, solo più misera della media, ma neanche troppo, diventa un'Odissea in cui l'eroina deve, vuole e può tornare a casa. Quale sia questa casa non si sa, ce ne sono alcune accennate, o meglio si sa con più precisione: è la scrittura. 
Conforta che non bisogna essere per forza scrittori famosi per tornare a casa, la vita lascia alla fin fine tutti senza fiato, in tutti i sensi, da sempre e per sempre.

 Traduzione perfetta di Susanna Basso. Perfetta copertina di Giordano Poloni.

venerdì 24 aprile 2015

Elena Ferrante.

Elena Ferrante






Quando si dice che le cose che davvero contano nella vita si creano nel silenzio e nel segreto, non si può non pensare alla letteratura, all'arte. 

Il momento in cui nasce un'idea, si forma una storia, è un mistero. Se poi questo mistero si dilata, si prolunga e diventa un modus operandi, ecco che abbiamo qualcosa come Elena Ferrante.

Non la conoscevo, o per lo meno mi faceva lo stesso effetto che fanno ai bambini le storie dei grandi: una cosa strana da cui tenersi alla larga. Ma invece poi è successo che gli amici del Circolo dei Lettori di Torino hanno organizzaro una maratona di lettura dei suoi libri, #lamiaFerrante, condotta dalla brava giornalista de La Stampa, Elena Masuelli, e hanno pensato, tra gli altri di coinvolgere anche me.

Tanto siamo sul mio blog e posso dirlo: ho sempre sognato anche io di vivere come Elena Ferrante: essere una brava scrittrice che sceglie di dedicare tutto il suo tempo ai romanzi, senza apparire in giro. Per via del fatto che, come disse anche di sé il compianto David Foster Wallace in un libro di cui parlerò presto, incontrare le persone è per me un'esperienza molto intensa e mi richiede poi dopo, spesse volte, anche quattro ore di sonno per riprendermi (cit.).

Me la immagino così: bella e contenta, vicina a poche persone amichevoli e amorevoli che la rispettano. Scrivere magari 8 ore al giorno, con pausa pranzo e corsetta al parco. La immagino anche innamorata di un uomo, magari con qualche figlio da incontrare (forse non più da accudire), vedere amici veri, non tutti i giorni, gentili e che le regalano serate e cene di parole ricche e distensive. Poi magari è Domenico Starnone, come dicono in tanti, e via. Ciononostante, il mio sogno rimane.

Ho sempre sognato di essere così, riservata e coraggiosa, e di avere talento. Ma ovviamente non ho mai pensato di potermelo permettere e che bisognasse essere davvero bravi e matti per farlo. 

In effetti, adesso che ho cominciato il suo primo libro, L'amore molesto, capisco da cosa mi tenevo alla larga, e scopro al tempo stesso il suo talento indiscutibile. 

Il talento sta facendo il giro del mondo, basti leggere questo articolo sulla The Paris Review. E la cosa che mi frenava dal leggerla (pur avendo visto il film di Faenza anni fa, tratto da I giorni dell'abbandono, forse direi anche proprio per aver visto quel film...) era un eccesso (o quel che mi pareva tale) di femminile intensità. 

Non sbagliavo sull'intensità. Eppure ora, finalmente diventata sua lettrice, ne colgo anche i confini della misura. Un'intensità femminile cesellata che non so perché mi ricorda la statua di Amore e Psiche di Canova.

Leggere ieri sera davanti a tante persone, e ascoltare gli altri lettori che si sono avvicendati prima e dopo di me, mi ha coinvolta molto: è stata una di quelle esperienze che fanno rimanere svegli, nel sonnecchioso e frettoloso marasma della vita. 

Nel faticoso, noioso chiacchiericcio dell'esistere, è proprio vero che è bello e sano quando, per un caso fortunato come è stato per me ieri, o per scelta, ci si ritaglia il proprio paradiso, per dirla con Calvino. 

Ieri era la Giornata mondiale del libro, corredata dagli eventi di #ioleggoperché. 

Tutti a chiedersi perché si legge. A me viene da rispondere in tremila modi, ma ne userò uno, qui, di femminile intensità per onorare la anonima universale Elena Ferrante. Leggo perché me lo dice il cuore. Mi spiego: quando leggo, il mio cuore si assesta in maniera sensibile. Lo sento muoversi, proprio come immagino accada alle mamme con il loro bambino nella pancia. Il mio cuore si tranquillizza, come se dicesse "grazie per avermi portato a casa". Quel cuore ha bisogno di libri e di parole da ascoltare che compongono mondi in cui sentirmi a casa. Ogni cuore del resto sa cosa vuole: chi gelati, chi gioielli, chi amici, chi musica, chi vino, chi aria, chi sole, chi neve. Chissà il vostro!

ph. di Francesco Deiana







domenica 15 dicembre 2013

Adelphiana, temperare le matite, lo zen e molte altre amenità.

Roberto Calasso ed Ernesto Ferrero al Circolo dei Lettori - Torino


Per festeggiare il cinquantenario dalla nascita, la casa editrice Adelphi ha ben pensato di pubblicare un fuori collana immenso: Adelphiana 1963-2013.

Non una semplice strenna commemorativa, bensì un tomo (a dire il vero affascinante) di quasi 800 pagine e quasi 200 illustrazioni e 300 riproduzioni di copertine.

Compresi testi inediti, interviste etc.

Sapevo che ascoltare Roberto Calasso parlare sarebbe stata un'esperienza. 

Al più mite ma altrettanto prolifico Ernesto Ferrero ero già abituata, l'ho ascoltato molte volte, anche per via della sua attività al Salone del Libro di Torino.

Quello di Calasso è un eloquio-monstre e nella vita prima o poi secondo me può essere un evento di quelli che ti fanno svoltare, se non la giornata, senz'altro il percorso altrimenti prevedibile dei tuoi stessi neuroni.

Al pari di una sostanza psicotropa, infatti, la favella di questo incredibile caso di scrittore-editore può alterare lo stato mentale e modificarlo. Dopo, ci si sente non solo più ricchi di informazioni, ma anche più saggi e solidi, sicuri di aver fatto qualcosa, non so, di veramente utile per l'umanità.

In un'ora e mezza (generosi relatori) i due hanno dunque - tra domande e risposte - sciorinato l'intera storia della casa editrice Adelphi, dell'editoria tutta e, a ben vedere, anche del nostro Paese, oltre che dell'Universo.

Da Nietzsche a Danilo Kis alle collane scientifiche alla deliziosa Cristina Campo a Peter Cameron, al coraggio di rischiare al gusto che è "la capacità di dire no" e ritorno: impossibile racccontarvi tutto, ripetere tutto, trascriverlo qui.

Anche perché io ero lì con un altro intento, ben diverso da quello della blogger, della cronaca, del raccontare.

Ero lì sull'onda del "temperare matite". 

In che senso?

Nel senso che la vita (di tutti) è fatta di così tante ansie e questioni e difficoltà che ogni tanto mi piace fare finta che non esistano i problemi, i doveri (compreso quello di cronaca...) e ritagliare un po' di tempo per il sublime. Per sognare. Per la bellezza. Per i desideri. Per temperare le matite. 

E per dedicare - nel mezzo degli affanni quotidiani - una serata solitaria alla presentazione-fiume di Adelphiana, senza preoccuparmi di niente, del mio destino o di quello degli altri.

Salvo poi raccogliere le idee e venire a scriverlo qui o su fb, o su tw o su wa o su chissà dove, ma con un po' più di calma del solito. Solo un po' più del normale, niente di trascendentale.

Ah. Una nota di colore. Questo devo proprio dirlo: l'età media di questa presentazione (come quella di moltissime altre in verità di molti bellissimi libri) era di 25, 40, 70, 95, circa 110 anni. A un certo punto la persona che era seduta di fianco a me mi ha fatto notare, senza nascondere un certo qual senso di allarme, che un signore in seconda fila poteva essere morto, caduto tra le braccia di Morfeo. Ma. Perché?

Ma dove sono i giovani torinesi di fronte a un evento del genere, di valore epocale, come la presentazione di Adelphiana? I giovani scrittori e letterati intendo, dico quelli del mestiere che agli altri può importare come no, e non ne va del loro lavoro? Visto che si dice che in Italia siano a tonnellate? Visto che scrivere è un mestiere vero e serio! 

Ora, non dico certo che per essere bravi scrittori giovani si debba per forza presenziare a questi eventi, anzi il presenzialismo in sé ha un'accezione negativa e ha ben poco a che fare con il vero talento, che è spurio e può nascondersi proprio nei luoghi meno adatti, meno laccati e meno "giusti". Però insomma in quel momento almeno la domanda nasceva spontanea.

Domanda che prontamente Ferrero ha rivolto a Calasso. Ovvero gli ha chiesto quale parte di questa raccolta di testi potesse adattarsi a un lettore che appena si affaccia alla vita.

La risposta è stata ovviamente tutti

Ma poi Calasso è andato oltre e ha fatto un gesto che mi è piaciuto, ha detto: "mi faccio guidare dal caso". E ha aperto una pagina qualsiasi. 

Ha trovato una fotografia di un uomo sulla quarantina in moto, con un ragazzino, il figlio, seduto dietro. 

Lui era Robert M. Pirsig e il libro è Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta.

Mi è saltato alla memoria: è vero, io l'avevo letto da giovanissima, un capolavoro e un'emozione forte. Uno dei più entusiasmanti libri di avventura e spirituali che abbia mai scoperto. 

Ma poi a un certo punto ho anche pensato. Non ci sono i giovani qui? E pazienza. Mica tutto va come deve andare. Adesso io non so bene cosa fare per questo problema dei giovani che non leggono (ci sono uffici statali credo preposti all'occorrenza...). Ma dico: pazienza. Ma non nel senso di rassegnazione. Bensì nel senso di prendersi una pausa per rifletterci.

Per temperare le matite, per organizzare un pensiero su questo e molti, molti, molti altri argomenti. 

Nel frattempo, buone letture, buone matite, e a presto con i prossimi libri.

venerdì 4 ottobre 2013

Parlando di Lolita.

Parlando di Lolita - Al Circolo dei lettori. 



Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.




Da martedì 1 a ieri sera al Circolo dei lettori di Torino si sono susseguite queste letture di Lolita di Nabokov.


C'erano moltissime e belle persone :)
Leggii. Stefano Benni si alzava e sedeva a seconda delle esigenze del testo.

Giulia Tagliavia è la giovane pianista che accompagnava la lettura. Qui non si vede, ma vi assicuro che è stata magnifica.


Una serata magica e inaspettata, come - dicono - sono solo le cose più belle della vita. Quelle che non aspetti. O che non sapevi di aspettare. 

Sia Benni che Nabokov per me sono importanti, magari anche per alcuni di voi.

Il primo, ho avuto la fortuna di intervistarlo circa un anno fa qui su Tazzina-di-caffè.

Era stata già quella un'esperienza mistica, e so che molti lettori lo avevano apprezzato. A conferma che gli scrittori (e le persone) che fanno cose belle molto spesso sono anche molto gentili e disponibili a dialogare. Regola aurea che mi si riconferma di continuo sotto agli occhi, anche a voi?

Nabokov anche è decisivo per la mia vita. Leggere Lolita è stato fondamentale, e ho fatto in modo di far confluire parte del mio amore per quel capolavoro anche nel mio romanzo. :) 

A partire dal nome di uno dei personaggi, Umberto, che fa eco al ben più noto Humbert Humbert.

Benni come voce, e volto e corpo parlante di Lolita: perfetto. Non trovo altre parole. 

Ringrazio il Circolo dei lettori per questa incredibile opportunità. C'era un sacco di gente ammaliata. 

Staccare dalla vita per entrare in questo genere di cose è un privilegio. Esperienza profonda, totalizzante e senza alcuna possibilità di ritorno. 

lunedì 23 settembre 2013

Siamo creature che devono adattarsi alla vita.


Jhumpa Lahiri, La moglie, Guanda

Ho ascoltato qualche sera fa questa scrittrice premio Pulitzer parlare con una voce sottile come una fogliolina d'oro al Circolo dei Lettori di Torino.

Ringrazio la casa editrice Guanda per avermi donato il libro e concesso di scambiare qualche parola con lei alla fine dell'incontro. Non ci siamo dette niente di particolare, ma ho osservato i suoi occhi.

Luminosi come monete nel buio, parlavano di uno stare al mondo altro.

Durante la presentazione, lei raccontava che questa storia ha sedimentato nella sua mente per sedici anni. Sedici anni. Mi pare un tempo infinito, per la gestazione di un romanzo. Nel frattempo ha lavorato, ha fatto altro, ha messo al mondo due bambini. Però. Sedici anni. Deve essere stata un'esperienza molto importante.

Mi chiedo sempre più spesso che senso abbiano le presentazioni di libri (oltre a tante altre cose, ma è giusto porsi domande di senso di tanto in tanto). Me lo chiedo come esordiente e me lo chiedo per ciò che concerne i grandi autori affermati del nostro tempo. 

Il senso è l'incontro. Guardare negli occhi, e sentire il suono di una voce. Oltre che, se siete donne o modaioli, guardare come sono vestite le persone per capire come va il mondo.

Ma nulla vale più di sentire la scrittrice raccontare di questi sedici anni di lavoro mentale sulla sua storia e poi affermare: 

"E adesso sono libera".

Scrivere, a qualsiasi livello, è una prigione. Essere abitati da storie e personaggi e immagini e luoghi e parole, è una prigione. Chiunque tu sia, in qualsiasi città sia nato, qualsiasi siano le tue condizioni economiche, sentimentali, lavorative, esistenziali: sei un prigioniero.

(Ecco perché, tra l'altro, nel sacro mondo delle Lettere se ne vedono di tutti i colori, la gente che scrive è sempre lì che soffre, si dibatte, si arrabbia, non si sa gestire, è sopraffatta e invasa, difficile conoscere scrittori sereni e spensierati, salvo quando invece la musica cambia e sono in un momento che sentono come felice, allora sono le migliori persone del mondo, si illuminano di immenso. Per restare nella metafora della galera: io ho visitato un carcere e ho visto davvero il peggio nei volti segnati, ma di contro è proprio lì che possono accadere atti sublimi di miracolo e redenzione).

Comunque se scrivi, bravo o meno che tu sia, non puoi fare altro che quello, incastri quello ovunque, te ne vergogni, ne sei fiero, sfidi le circostanze, soccombi, ma solo per rialzarti e raccontare cosa è successo relativamente alla storia che ha deciso di farsi raccontare da te.

Ecco a cosa servono le presentazioni: a osservare da vicino questi prigionieri, a sentire se e come sono riusciti a evadere seppure per brevissimo tempo. Perché, come ha detto Jhumpa quella sera, "la vita non è una cosa stabile, è in continua trasformazione. E noi siamo creature che devono adattarsi alla vita. Trovare un modo per ancorarsi. E c'è chi riesce a dare frutti, e chi invece si seppellisce nel fango".

Certe creature deponevano uova in grado di resistere alla stagione secca. Altre sopravvivevano seppellendosi nel fango, fingendosi morte, aspettando il ritorno della pioggia.

Così questa differenza di comportamenti sembra contraddistinguere tutto il libro, che è la storia parallela di due fratelli quasi gemelli: Subhash e Udayan; vicini di età ma diversissimi nelle scelte di vita, fino alle estreme conseguenze.

Siamo alla fine degli anni Sessanta quando avviene - nella realtà - una fatto di cronaca. Due ragazzi, fratelli, vengono fucilati in mezzo a una strada di fronte a un gruppo di persone attonite, a Calcutta in un sobborgo durante gli attentati e la repressione del movimento filomaoista che stavano funestando il Bengala in una sorta di Sessantotto indiano. Il fatto è accaduto di fronte al padre di Jhumpa che ne è stato testimone oculare. Nel romanzo, solo uno dei due fratelli subirà questa sorte, mentre l'altro prenderà una strada completamente diversa. Si divideranno, salvo poi ritrovarsi in un certo senso su un altro piano e per via della moglie di Udayan, Gauri, che dà il titolo al libro.

Una trama complessa e perfetta, che lascia poi tutto lo spazio a una introspezione di caratteri profondissima e a descrizioni naturalistiche molto incisive. La Natura in questo libro prende spazio fin dai primi momenti, e procede come un basso continuo per tutto il tempo.

E il Tempo è un altro protagonista di La moglie. Il tempo che, come sosteneva a ragione la scrittrice quella sera, passa ma non passa, quando si subisce una perdita o un trauma. Come se tutto si congelasse in quel momento, psicologicamente, anche se poi la Natura continua a segnalarci il suo avanzare, attraverso il susseguirsi delle stagioni. 

Se volete, oggi, alle 13, racconto di questo romanzo alla Trattoria delle Parole. E per i torinesi, se pranzate alla Vetreria, in Corso Regina Margherita 27, potete ascoltare e "vedere" la trasmissione in diretta e interagire amabilmente con noi! P.s. Si mangia benissimo e il locale è fantastico, vi sorprenderà, ci sono un sacco di piante e un'atmosfera gentile e rilassata. 

Jhumpa Lahiri al Circolo dei Lettori.

mercoledì 23 gennaio 2013

Taccuino di caffè (e alcune altre amenità!).


Gasp. Avevo preannunciato, nella serata delle puntate precedenti, al Circolo dei Lettori, su gentile richiesta, un post su Murakami, e la mia rilettura (sic. davvero) di 1Q84III.


La terza parte di un capolavoro che amo con tanto amore.

Ma. Non è ancora il momento! La foto sarebbe pronta. Anzi le foto, come vedete sotto.

(E metto anche quelle della bella serata di cui prima!).

Solo che non sono pronta io. Sto rileggendo 1Q84III e so che è un po' strano, mettersi a rileggere così un romanzo, con tutte le cose che ci sono da fare nella vita. Ma ci sono insieme tutte delle ragioni mie un po' spirituali, che nemmeno ho capito ancora bene, e che tenterò tuttavia di spiegare.

Il motivo di questo ritardo è però anche che ho iniziato a lavorare fuori casa. 

Per il Salone del Libro, come raccontavo un po' qui. Quindi, fino a maggio, sarò in giro per uffici. Insieme agli ALTRI esseri umani.

Dicono che per le persone come me (ipocondriache, melanconiche, ansiose etc.) lavorare fuori casa sia sano. In effetti, ammetto che un po' è vero.

Erano tanti, tanti, tanti anni che me ne stavo a casa per lo più da sola tutto il giorno. Alla sera, tornava il mio fidanzato, che ha iniziato a credere di convivere con un panda, più che con una donna vera, e poteva essere l'unica anima che incontravo dal vivo nella mia giornata, per diverse giornate di seguito. Stavo spesso in pigiama, leggevo sul divano, soffrivo un po', poi facevo il tè, era bello. 

E l'avevo, in parte, anche scelto io. 

Una scelta un po' obbligata, da complicatissimi casi della vita, e secondariamente perché faccio una fatica mostruosa a stare in mezzo alle persone per più di poche ore. Non so voi, ma per me è sempre stato un dramma. Molto difficile, molto.

Invece, pensavo, se stai sola a casa disponi completamente del tuo tempo. E, nel mio caso, anche delle tue manie, delle tue paure. Anzi, loro finiscono per disporre di te, se non fai qualcosa di massiccio per sconfiggerle. In effetti, adeguarmi un po' ai ritmi del resto del mondo, mi fa bene, credo. No, anzi, non è che mi faccia bene o male, ma forse era necessario per una come me. Troppo solitaria. 

Dunque, detto ciò, avevano ragione però quelli che mi chiedevano: "dove lo trovi il tempo di scrivere un blog?". Adesso che sto cercando di abituarmi a nuovi ritmi di vita, devo ammettere che il tempo, il Tempo, non c'è. 

Bisogna pensarlo. Meditarlo, amarlo, desiderarlo molto, sospirarlo, rispettarlo, aspettarlo,  inventarlo, cambiarlo, pazientare e costruirlo. Ecco, circa, pare che sia così. Per questo ho deciso di rinviare il post su Murakami. Perché mi devo organizzare mentalmente e riconsiderare gli ultimi cinque anni di antiche abitudini lavorative da eremita, di terrori, di gioie, di stranezze di ogni genere (non approfondisco ma insomma siamo umani capirete). 

Vero è che le difficoltà cambiano, il tempo passa, oggi ad esempio ho scoperto di essere molto più miope del previsto e i ragazzini dell'Euroclub mi hanno chiamata "Signora", era già successo, ma con più convinzione del solito. 

Alla fine forse è solo che si cresce, si sta dietro a tutto, e non si sta dietro più a niente.

Ma di certo non smetterò di leggere e scrivere qui o altrove, promesso, ovviamente. Anzi. Mi piacciono queste sfide. Perché ci sono delle cose, credo (credo!) di aver capito, che vanno misteriosamente conquistate. E che al tempo stesso accadono senza dover fare poi chissà che, perché sono le tue cose ed è giusto che tu te ne occupi, ed è destino che arrivino, che si facciano senza stare troppo a preoccuparsi. (Ad esempio, ma devo ancora riordinare le idee su questo, sto imparando delle novità sull'amore, poi ve le dico, ma la scoperta è che non c'è niente di strano da fare per meritarselo, è gratis etc. Cioè basta essere vivi, e qualcuno ti potrebbe amare senza che tu sia un genio oppure chissà chi, oppure una persona triste, non so, vi parrà scontato ma è una grande verità!).

Lo dicevo poi anche in quella bella serata del Circolo dei Lettori, che la cosa più sorprendente dell'avere questo blog è stata la consapevolezza che ci fosse qualcuno ad aspettarmi. Qualcuno che anche non mi conosceva, che mi aveva vista mezza volta nella vita di persona magari, o due volte massimo, ma che mi aspettava per le mie parole. Incredibile. Ma bello. In effetti anche io aspetto gli altri, ma non pensavo potesse realmente succedere il contrario. E ringrazio chi mi ha scritto in questi giorni a proposito di questo argomento. Ci sono persone brave e speciali là fuori. 

E farle contro il tempo queste cose ha un suo un senso, almeno così dicono i filosofi, i saggi e gli esperti. Credo sia vero. Carpe diem! Ed eccoci qui al taccuino del mercoledì. (Ma ribadisco: non temete che il post mega su 1Q84III arriverà in tutto il suo splendore nipponico).


Quindi. Cosa è successo su internet in questi pazzi giorni di nulla (dicono cioè che questi di fine gennaio siano i più faticosi e insulsi perché troppo lontani da qualsivoglia idea di festa, riposo o divertimento. Per me non è del tutto vero, oggi, ad esempio, è il compleanno di mia madre, che, per me, ha molto senso, visto che senza questo giorno oggi non sarei qui a picchiettare sui tasti, quindi c'è un senso in praticamente tutte le cose giusto?). Allora, cosa mai è successo? 


1) Il mondo ha bisogno di lettere d'amore. Avevo scovato questo meraviglioso progettino qui, qualche tempo fa. Poi ieri è finito sul Guardian, e adesso mi dò volentieri e legittimamente arie da talent scout! Dunque, loro scrivono lettere d'amore. Agli sconosciuti, o ai conosciuti, dipende. Ma fanno questo nella vita e sembrano contentissimi. Dovete scoprirlo da voi, però: che posso altro aggiungere io di fronte a una genialata del genere? 

2) Editori e librerie e tweet e bookblogger. Non è solo per ricambiare una gentilezza, ma anche e soprattutto perché l'argomento e il blog sono interessanti. C'è questa ragazza, italiana, che si occupa di editoria e di ebook e lo fa con competenza e professionalità. Prima non la conoscevo, grazie al magico mondo dei blog posso dire che sia diventata una giovane amica, quindi grazie cara Pantofola Digitale (e complimenti ancora per il fantastico nick name)! Guardate qua

3) Per favore, andiamo in Nepal. Certe volte mi capita di voler essere in posti lontani e spirituali. Poi magari non ci andrò mai, ma è come esserci stata, tanto è il sogno di questi spazi diversi. Scopro che quella cosa che i media (una volta lo si diceva di quell'affare desueto chiamato "televisione") consentono viaggiare lontano in parte è vera. Dunque, facendo un salto in Nepal, ho notato che è appena nata una rivista letteraria molto curiosa, eccola qui. (Via Literary Saloon, scovato via @Einaudieditore).



Musica per tutto questo: a cold and a broken Hallelujah.




Murakami da lavoratrice da casa.

Murakami-ufficio.

Con Elena Masuelli, la giornalista con il più bel bracciale del mondo. Al Circolo dei Lettori. 

Ciao!

mercoledì 16 gennaio 2013

A questa sera!





Allora questa sera alle 19 mi trovate davvero al Circolo dei lettori per Parola di blogger#1! Ci sarà un aperitivo al Barney's bar (10 euro) e converserò amabilmente con la giornalista Elena Masuelli che ringrazio. 

E questi sono i fatti!

(Ringrazio anche le radio con cui ho chiacchierato tra ieri e oggi: Prima Radio Piemonte, Radio Gold e naturalmente Radio Flash! E poi la giornalista dal nome più significativo per me che si possa immaginare, Noemi Penna, che ha scritto oggi queste righe bellissime sulla Stampa).

Dunque, e questi, dicevamo, sono i fatti.

Poi se dovessi dirvi come mi sento realmente non finiremmo mai più. 

Per riassumere. Ho paura e sono contenta, insieme, contemporaneamente. Non so se merito queste cose belle, né so come andrà questa sera. Però vi aspetto e abbraccio virtualmente chi legge queste parole. 

(Andrò a dire di scrittura ma adesso, di parole, non me ne resta neanche una. Un silenzioso grazie).

Con tanto affetto.


Ciao.