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domenica 22 ottobre 2017

Su #quellavoltache #metoo: considerazioni sulla via di ritorno dall'Australia.



In Australia, stando a quanto ci dicevano gli amici, i parenti, molti siti web, i travel blog e persino qualche guida turistica, sarebbe potuto succedere di tutto. Ragni enormi e letali, tanto potenti da perforare pure le suole delle scarpe da trekking, serpenti pronti a fagocitarti come un topolino, meduse microscopiche ma in grado, con un solo tocco, di lasciarti due ore di vita, in taluni casi anche meno. Coccodrilli che sarebbero potuti spuntare da ogni angolo e sbranarci. E addirittura ci hanno messi in guardia dall'impulsiva, ingestibile aggressività dei canguri nonché dal pessimo carattere (e lo scarso amore per l'igiene) dei - solo in apparenza - tenerissimi koala. 

Nulla di tutto questo però è accaduto. Non abbiamo incontrato nessuna di queste belve ma solo adorabili pesciolini tipo Nemo, splendidi pennuti simpatici, aggraziate giraffe, pappagalli intelligenti, cavalli e cammelli che correvano liberi sulla terra rossa del deserto.

E su quella terra rossa (dove, più che altrove, per davvero vivono gli animali velenosi) ci abbiamo anche dormito, all'aria aperta, senza nemmeno una tenda a ripararci. Un incredibile cielo stellato ci faceva da soffitto e la sensazione di meraviglia e incredulità di essere lì, che stesse succedendo nella realtà e non in un sogno, ha reso pian piano vicino allo zero la paura di perire per il morso di qualsivoglia essere crudele. 

Siamo stati di certo fortunati ma c'è da dire che, naturalmente, il nostro viaggio non è stato perfetto e come in ogni viaggio ci sono stati degli imprevisti. Influenze, mal di denti, bancomat impazziti, orari da incastrare, gente strana. In ogni caso, ora che è finito, posso affermare con certezza che la tragedia che ci paventavano tutti, causata dalla micidiale fauna australiana, infine, non si è verificata. 

Una cosa però è successa ed è stata infinitamente più spaventosa di mille morsi di serpente. A funestare il viaggio, quando mi connettevo a internet, la sera, è stata la lettura sul web delle storie racchiuse sotto gli hashtag #quellavoltache e #metoo. 

A partire dal caso di Asia Argento (per chi se lo fosse perso, basta una breve ricerca su google relativa al caso Weistein), moltissime donne hanno cominciato a raccontare delle violenze subite dagli uomini e la cosa ha preso proporzioni enormi. Ben presto si è chiarita l'entità del problema: riguarda davvero tutti. Leggere da lì, immersa negli scenari incantevoli australiani, in luna di miele per di più, mi ha scatenato sensazioni ambivalenti. Da un lato il sollievo, la gratitudine di essere in quei luoghi con l'uomo buono, sano di mente e rispettoso con cui mi sono appena sposata, dall'altro lato il disgusto e la pena per chi in quello stesso momento stava subendo cose orribili. 

Neanche a dirlo, infatti, anche io, come tutte le altre donne, ho subito molestie e abusi in ogni fase della mia vita. A differenza di molte altre, però, non ho usato gli hashtag per raccontare i particolari di questi episodi perché proprio non ci riesco in pubblico. Ed è questo l'unico dubbio che ho su un'iniziativa che altrimenti mi pare necessaria, giusta e benemerita. 

I social network, secondo il mio punto di vista, sono tutt'altro che uno spazio sicuro e protetto. Possono essere efficaci per farsi conoscere, fare carriera etc. Ma se si è emotivamente fragili, sono territori minati. 

Mi chiedo, alla luce di ciò, se abbia senso usarli per una causa così importante e delicata. Non certo parlare del fatto che moltissime persone - e non solo donne, ma anche uomini, bambine e bambini - subiscono abusi da uomini (e da donne, è giusto sottolinearlo) nel corso della loro esistenza: questo anzi è sacrosanto dirlo, affermarlo, prendersene cura. Ma, di contro, l'indugio nella narrazione dei particolari su internet mi lascia nel limbo dell'incertezza: è giusto? Ha una vera utilità? Più in generale il racconto dettagliato del dolore, di quel dolore, così, senza supporti psicologici, senza tutele, senza struttura, ci fa del bene come collettività e come singoli? Fa bene alle vittime? Risveglia i carnefici, li rende consapevoli? Previene futuri abusi? Di sicuro fa sentir bene chi è già forte, chi è a posto nella vita, con le spalle coperte, ma tutti gli altri (che sono la maggioranza)? C'è dell'altro oltre all'esigenza dello sfogo? Ne segue una vera guarigione o cade nel vuoto e amplifica infine solo l'eco del silenzio? Si tratta di scelte consapevoli o di inconsapevole compiacimento, disperata speranza di ricevere un amore che, sui social, nove volte su dieci è inautentico, enfatico, effimero? Ci vorrebbe forse uno psicoterapeuta a rispondere, io non ho risposte in merito, solo domande.

La percezione, comunque, dal canto mio è quella di alzarsi in piedi, poniamo in una piazza piena di persone sia conosciute che sconosciute e non sempre, non necessariamente benevole, e dire i dettagli del proprio male più profondo. Si riceveranno senz'altro abbracci, ammirazione per il coraggio, manifesto odio per i carnefici, ma anche altro. Anche reazioni inaspettate, indifferenza, accuse, forse un nuovo, più subdolo, carico di molestie (come è successo proprio ad Asia Argento che sembra non ne stia venendo fuori se non con l'intenzione, addirittura, di espatriare). Posto che maggiore è la gravità, maggiore anche è la difficoltà ad esporre l'accaduto, in generale quando si tratta di qualsiasi tipo di dolore, mi domando davvero se non possa diventare alla lunga un progetto spurio e controproducente. Non vorrei essere fraintesa: trovo ignorante e abominevole accusare le donne che stanno parlando adesso degli abusi subiti da quell'orco di Weistein di aver taciuto perché è ben noto il meccanismo "invischiante" che si crea in questi casi e hanno sempre ragione i più vulnerabili, sempre. Le mie perplessità riguardano la valanga di dettagli. Tra lo sfogo liberatorio e l'espropriazione di parti di sé delicate, doloranti, qual è il confine? Al termine di quelle letture io ad esempio mi sentivo destabilizzata, impotente e magari è successo anche ad altre persone che, leggendo in silenzio, non sanno come gestire questo conflitto interiore. 

E così tornando al discorso degli animali pericolosi dell'Australia, ripenso a due cose. Una è che in viaggio leggevo Vedi alla voce: amore di David Grossman, e in quelle pagine il piccolo Momik, provando a immaginare cosa fosse la "Belva Nazista", se la figura come un animale feroce, simile a un dinosauro. La seconda cosa è che qualche giorno prima di partire per l'Australia, in casa mia, tra le mura immacolate di un appartamento qualsiasi di una qualsiasi città civilizzata europea, ho trovato il ragno più grande della mia vita. Un essere gigante, rispetto ai ragnetti d'appartamento cui siamo abituati. Abbiamo fatto una certa fatica a rimuoverlo e ci è rimasto molto impresso.

A volerci vedere un senso, in tutto questo, mi viene da dedurre che a volte spostiamo l'attenzione sull'esterno: diamo agli animali feroci o a chissà che altro di cattivissimo fuori da noi il ruolo del nemico perché non ci pare possibile che il vero pericolo provenga da dentro, stia proprio lì, nelle nostre case, nei nostri ambienti di lavoro, nei nostri bar, supermercati, strade, mercati, palazzi. Tutti posti in cui una donna (e un uomo) dovrebbero sentirsi bene, al sicuro e invece no, invece, stando a tutti questi racconti, sappiamo ora che sono quelli i veri deserti pieni di belve da cui stare alla larga. Con la differenza che l'animale attacca se attaccato, questi umani invece agiscono in sé e per sé, come mossi da una forza innata.

Insomma, non c'è alcun bisogno di andare nel centro dell'Australia per incontrare le bestie feroci. La bestia è nel nostro cuore, per citare il romanzo di Cristina Comencini che parla proprio di queste tematiche. 

Un primo passo allora potrebbe essere, adesso, farsene qualcosa di tutte queste testimonianze. Partire da qui per guarire le ferite delle vittime e, a monte, dei carnefici, io credo che sia possibile. 

giovedì 20 ottobre 2016

Taccuino di caffè


Sono un po' giù per una cosa molto internettiana ma anche molto, troppo umana e dunque mi sento di condividere con voi questa riflessione. Slegherei dunque oggi il mio taccuino dalle solite "tre notizie" che mi hanno colpita e mi lascio andare a pensieri in libertà.

Il caso è quello di Bebe Vio, campionessa paralimpica che è stata recentemente bersaglio di critiche feroci o anche solo stolte sul web per aver fatto dei selfie e per aver accettato di partecipare - con un bel vestito addosso donatole da un marchio di moda - a una cena con Obama e Renzi.

[Ci ho pensato un po' se linkarlo, ma eccovi l'orrendo storico di alcune delle cose che sono state dette su di lei pubblicamente in rete, qui.]

Dunque: in questo periodo sto riflettendo sull'enorme e forse già desueto equivoco che c'è sul "popolo della rete". Personalmente, mi sono spesso sentita svalutare per la mia attività in rete (con parole, dichiarazioni ma anche mezze frasi, occhiate etc. insomma tutto l'armanentario di cui siamo capaci per affossare gli altri), per essere una "blogger" che spesso è sinonimo di "ragazzina". Ho pensato più volte che si usi questo termine alla stregua di "velina" e si suppone che una "blogger" senta un senso di giocosa e frivola appartenenza a questo suo essere appunto una scanzonata "ragazzina". Ma se avete un'intelligenza media, come la mia, capite benissimo che la questione è un tantino più complessa.

Ho ricevuto anche io piccoli linciaggi nel passato per il fatto di ricevere libri dalle case editrici, per essermi entusiasmata in alcuni momenti etc. E ne ho sofferto. Quel che ho vissuto io è però poca cosa rispetto alle ingiurie vere scritte su questa ragazza, mi chiedo ad esempio lei come sta (se ha letto ciò che si scrive sulle sue scelte, sulla sua persona) ed ecco perché la faccenda mi tocca particolarmente. 

Posto che la moda del selfie possa tradire qualche problemino narcisistico insito in molti di noi (esseri umani) e posto che Bebe abbia peccato di ingenuità nel mostrarsi ultra-felice per le cose belle che le stanno capitando, dovendo per forza di cose imparare che chi si espone si rende disponibile alle critiche; il linciaggio tuttavia ha a che fare con qualcosa di molto più patologico. Temo che il problema sia la violenza, in una delle sue tante declinazioni e infine la totale assenza di tenerezza, rispetto e amore per il prossimo. 

Dai, allora, facciamo le due domande vere su questa storia: come si può rosicare per le cose che stanno succedendo a Bebe? Come si può sparare a zero su un'innocente? 

Beh si può, si fa, si è sempre fatto ben prima di internet, ditemi, oh giovani, che non lo si rifarà ancora! E ancora: come salvarsi? Il rimedio di Calvino (ricavarsi uno spicchio di vita in ciò che inferno non è) ha ancora un senso?
 

martedì 4 ottobre 2016

Una pietra sopra - sul romanzo popolare


Prima di metterci una pietra sopra, torno un momento, sperando di non tediarvi troppo, sulla questione Elena Ferrante. Ci torno perché mi appassiona la faccenda dell'identità (ma non nel senso che mi interessi sapere  chi è lei, nel senso che è un tema che come a molti mi sta a cuore in generale ovvero la contrapposizione tra vita e scrittura e la difficile identificazione di chi siamo, specie in relazione a ciò che scriviamo), soprattutto mi appassiona comunque allo scopo di dirimerla, e perché anche io, come molti, sono stata colpita in definitiva da lei come autrice e pure dalla potenza del mistero che ha creato e dalle conseguenze delle scelte di riservatezza in un'epoca di sovraesposizione dell'io, e tuttavia, lo so, la questione è ancora più complessa di così (basti pensare al fatto che la Ferrante stessa ne La Frantumaglia fornisce dati aubiografici a quanto pare "falsi" o per lo meno disattesi dalla criminosa - a mio parere - indagine in stile "follow the money" portata avanti da un giornalista de Il sole 24 ore e pubblicata domenica; se vi siete persi dei pezzi, ci sono informazioni qui o qui e qui il comunicato ufficiale della casa editrice edizioni e/o, che pubblica la Ferrante).

Ci torno soprattutto perché, come spesso accade, credo che Italo Calvino abbia detto (o meglio scritto) qualcosa di importante e interessante sul tema del romanzo popolare, in contrapposizione al romanzo di successo. Qualcosa che mi pare quanto mai pertinente con i fatti del momento. Lo fa parlando di Elsa Morante che con la Ferrante qualche consonanza, per lo meno nel nome, ce l'ha. Il saggio a cui mi riferisco è raccolto nell'antologia di articoli Una pietra sopra (la mia è un'edizione mondadoriana del 2006) e si intitola Un progetto di pubblico, uscito nel 1974 su L'Espresso

Dopo un'introduzione sull'Orlando Furioso, in cui Ariosto, spiega Calvino, fa un'operazione senza precedenti, ovvero si appella a un "pubblico" di lettori nel quale il libro si riflette come in uno specchio; e, fa notare sempre Calvino, non si tratta di un pubblico qualunque ma di un pubblico scelto dall'Ariosto come modello di società che si può ben riconoscere nelle sue parole e nelle sue trame, continua scrivendo:

Così nell'intenzione che ogni scrittore mette nel suo progetto d'opera, è implicito un progetto di pubblico?

Dove vuole arrivare Calvino? Vuole dire che ogni autore, anche il più controcorrente, ha in mente un pubblico e ogni successo letterario ha un suo pubblico preciso. Perché parlo di successo? Perché Calvino fa una distinzione interessante:

[...] ogni opera è progettata in funzione di un particolare tipo di successo; il progetto di successo dello scrittore popolare, cioè colui che, per una particolare situazione storico-sociale, si trova a compiere operazioni di grande portata poetico-conoscitiva in un genere di produzione letteraria che ha di per sé un pubblico vasto e indifferenziato, come il romanzo popolare durante alcuni decenni della metà del secolo scorso. Per Balzac e Dickens, il progetto di una nuova società di lettori coincide con l'emergere di una nuova struttura sociale; in Dostoevskij e Tolstoj diventa sempre più progetto pedagogico messianico. Ma direi che è necessario distinguere il romanzo popolare  (quale si è sviluppato nel Settecento e Ottocento fino alle sue specializzazioni odierne) dal romanzo di successo, nell'accezione che ha assuntpo oggi il best-seller, il libro di moda di una stagione o di un'annata. Mentre il romanzo popolare è basato sul funzionamento oggettivo della macchina narrativa, e ha anche nei suoi esempi più illustri un carattere quasi di produzione anonima che lo apparenta alle mitologie (e come tale è campo di studio prediletto delle nuove analisi narratologiche), il best-seller come lo si intende oggi sia in America che in Europa è tutto il contrario: anziché sull'oggettività e impersonalità si basa sulla pretenziosa e vaga soggettività dell'autore che trabocca nella pretenziosa e vaga soggettività dei lettori, in una melassa di "umanità". Esso si basa su un errore di metodo che confina con la ruffianeria morale: credere che entità non ben definite come l'umanità, la vita, le passioni, i sentimenti possano passare direttamente nella carta scritta. Il romanzo di successo così concepito può interessare soprattutto il sociologo per il suo rilevamento in negativo di cattiva coscienza sociale. Questa distinzione tra romanzo popolare e romanzo di successo va fatta perché è un romanzo popolare che Elsa Morante (dato che è di lei che si continua a discutere) ha voluto scrivere, un romanzo che abbia come primi lettori proprio i non lettori, quelli che non leggono nemmeno i romanzi di successo, gli esclusi dalla lettura. La possibilità di scrivere un romanzo popolare di questo tipo è un'ipotesi di grande stimolo intellettuale e tecnico a cui molti o forse tutti gli scrittori hanno pensato almeno per un momento e l'hanno scartata perché subito vengono alla mente dieci o venti buone ragioni storico-sociologiche o esistenziali per non farne niente.

[...] La vera riuscita sarebbe quella di chi sapesse affrontare l'insieme di procedimenti e di effetti di tecnica letteraria della commozione, e cercare di capire cosa sono, cosa significano, come funzionano, perché comunicano qualcosa che molti lettori credono di riconoscere. A una chiara coscienza tecnica di questi procedimenti letterari forse potrebbe corrispondere un nuovo uso del pathos come pedagogia morale non mistificante. Il nodo di una futura possibile letteratura popolare è lì: ma siamo molto lontani dal saperlo risolvere.

Che ci sia riuscita Elena Ferrante?


domenica 15 dicembre 2013

Adelphiana, temperare le matite, lo zen e molte altre amenità.

Roberto Calasso ed Ernesto Ferrero al Circolo dei Lettori - Torino


Per festeggiare il cinquantenario dalla nascita, la casa editrice Adelphi ha ben pensato di pubblicare un fuori collana immenso: Adelphiana 1963-2013.

Non una semplice strenna commemorativa, bensì un tomo (a dire il vero affascinante) di quasi 800 pagine e quasi 200 illustrazioni e 300 riproduzioni di copertine.

Compresi testi inediti, interviste etc.

Sapevo che ascoltare Roberto Calasso parlare sarebbe stata un'esperienza. 

Al più mite ma altrettanto prolifico Ernesto Ferrero ero già abituata, l'ho ascoltato molte volte, anche per via della sua attività al Salone del Libro di Torino.

Quello di Calasso è un eloquio-monstre e nella vita prima o poi secondo me può essere un evento di quelli che ti fanno svoltare, se non la giornata, senz'altro il percorso altrimenti prevedibile dei tuoi stessi neuroni.

Al pari di una sostanza psicotropa, infatti, la favella di questo incredibile caso di scrittore-editore può alterare lo stato mentale e modificarlo. Dopo, ci si sente non solo più ricchi di informazioni, ma anche più saggi e solidi, sicuri di aver fatto qualcosa, non so, di veramente utile per l'umanità.

In un'ora e mezza (generosi relatori) i due hanno dunque - tra domande e risposte - sciorinato l'intera storia della casa editrice Adelphi, dell'editoria tutta e, a ben vedere, anche del nostro Paese, oltre che dell'Universo.

Da Nietzsche a Danilo Kis alle collane scientifiche alla deliziosa Cristina Campo a Peter Cameron, al coraggio di rischiare al gusto che è "la capacità di dire no" e ritorno: impossibile racccontarvi tutto, ripetere tutto, trascriverlo qui.

Anche perché io ero lì con un altro intento, ben diverso da quello della blogger, della cronaca, del raccontare.

Ero lì sull'onda del "temperare matite". 

In che senso?

Nel senso che la vita (di tutti) è fatta di così tante ansie e questioni e difficoltà che ogni tanto mi piace fare finta che non esistano i problemi, i doveri (compreso quello di cronaca...) e ritagliare un po' di tempo per il sublime. Per sognare. Per la bellezza. Per i desideri. Per temperare le matite. 

E per dedicare - nel mezzo degli affanni quotidiani - una serata solitaria alla presentazione-fiume di Adelphiana, senza preoccuparmi di niente, del mio destino o di quello degli altri.

Salvo poi raccogliere le idee e venire a scriverlo qui o su fb, o su tw o su wa o su chissà dove, ma con un po' più di calma del solito. Solo un po' più del normale, niente di trascendentale.

Ah. Una nota di colore. Questo devo proprio dirlo: l'età media di questa presentazione (come quella di moltissime altre in verità di molti bellissimi libri) era di 25, 40, 70, 95, circa 110 anni. A un certo punto la persona che era seduta di fianco a me mi ha fatto notare, senza nascondere un certo qual senso di allarme, che un signore in seconda fila poteva essere morto, caduto tra le braccia di Morfeo. Ma. Perché?

Ma dove sono i giovani torinesi di fronte a un evento del genere, di valore epocale, come la presentazione di Adelphiana? I giovani scrittori e letterati intendo, dico quelli del mestiere che agli altri può importare come no, e non ne va del loro lavoro? Visto che si dice che in Italia siano a tonnellate? Visto che scrivere è un mestiere vero e serio! 

Ora, non dico certo che per essere bravi scrittori giovani si debba per forza presenziare a questi eventi, anzi il presenzialismo in sé ha un'accezione negativa e ha ben poco a che fare con il vero talento, che è spurio e può nascondersi proprio nei luoghi meno adatti, meno laccati e meno "giusti". Però insomma in quel momento almeno la domanda nasceva spontanea.

Domanda che prontamente Ferrero ha rivolto a Calasso. Ovvero gli ha chiesto quale parte di questa raccolta di testi potesse adattarsi a un lettore che appena si affaccia alla vita.

La risposta è stata ovviamente tutti

Ma poi Calasso è andato oltre e ha fatto un gesto che mi è piaciuto, ha detto: "mi faccio guidare dal caso". E ha aperto una pagina qualsiasi. 

Ha trovato una fotografia di un uomo sulla quarantina in moto, con un ragazzino, il figlio, seduto dietro. 

Lui era Robert M. Pirsig e il libro è Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta.

Mi è saltato alla memoria: è vero, io l'avevo letto da giovanissima, un capolavoro e un'emozione forte. Uno dei più entusiasmanti libri di avventura e spirituali che abbia mai scoperto. 

Ma poi a un certo punto ho anche pensato. Non ci sono i giovani qui? E pazienza. Mica tutto va come deve andare. Adesso io non so bene cosa fare per questo problema dei giovani che non leggono (ci sono uffici statali credo preposti all'occorrenza...). Ma dico: pazienza. Ma non nel senso di rassegnazione. Bensì nel senso di prendersi una pausa per rifletterci.

Per temperare le matite, per organizzare un pensiero su questo e molti, molti, molti altri argomenti. 

Nel frattempo, buone letture, buone matite, e a presto con i prossimi libri.

sabato 2 marzo 2013

Il posto dei miracoli.


Grace McCleen, Il posto dei miracoli, Einaudi.*



Pensavo che ci avrei messo molto più tempo a sgelarmi il cuore. 

(Vedi post precedente). 

E invece è bastato un miracolo. Un piccolo miracolo. Contenuto, come spesso accade, in un libro. 

Qualcosa che inizia così:

"In principio c'era una stanza vuota, un po' di spazio, un po' di luce, un po' di tempo".

E in queste parole ho trovato subito la mia vita.

Tra l'altro, credo sia un modo piuttosto interessante di leggere i romanzi, quello di ritrovare se stessi tra le parole degli altri. Come si fa anche un po' nella realtà. Ritrovare se stessi nelle esperienze degli altri, nei loro occhi. 

(Ecco, gli occhi, per esempio, è qualcosa che avevo scordato, ma di questo vi dico tra poco).

Dunque c'è lei, la piccola Judith McPherson, che ha dieci anni e vive con un papà malinconico e matto, a bagno nella rigida disciplina mentale di una comunità religiosa piena di idee strane, come tutte le sette, e di precetti impossibili, rigidissimi, misteriosi, spietati.

Dunque Judith, per affrontare questo, ma soprattutto per affrontare la vita tout court, inventa. 

Crea delle sue strategie. Prende i piccoli oggetti che trova in giro, tovagliette, cartapesta, vetro, cotone, scatoline, spazzole e tutto quanto appartiene alla vita quotidiana voi possiate immaginare, e costruisce mondi, spazi da abitare, veri e propri. A quanto pare, i bambini fanno questo. 

Proprio come noi adulti, giusto? 

Quello che però Judith ha di speciale è che da questa capacità di creare mondi inventati, ne ha affinata un'altra, ovvero quella di compiere miracoli e di far avverare le cose pensate. 

E in questo proprio mi sono rivista completamente. Chi non ha mai fatto un miracolo, dopo tutto, nella sua vita? Scherzo, ma fino a un certo punto.

Leggendo questa storia, dai risvolti anche drammatici perché da grandi responsabilità, come si sa, derivano anche grandi dolori qualche volta, mi pareva di stare in un film di Gondry. 

Un film così simile alla mia vita da farmi anche un po' paura.

C'è chi nasce con tutte le fortune. E buon per loro. E meno male, se no saremmo in un mondo orribile. W la fortuna e i privilegi, inutile negarlo, è bello quando tutto fila liscio, quando non si deve stare male per ottenere le cose, quando per nascita la vita ti regala tutto e tu non devi fare altro che viverla e stare bene. Però, però...

C'è anche chi, come Judith, nasce in un'altra maniera. E non ha fatto niente di sbagliato, semplicemente è nata lì, e non là. In una famiglia complicata, in una vita da capire, da decodificare, in cui tutto è difficile, tutto è una battaglia, una lotta, una sfida. E dunque le cose le tocca costruirsele. Costruire in senso stretto. 

Ma alla fine, non è bello anche costruirsi qualche cosa ogni tanto?

Comunque, la sua solitudine, più di ogni altra cosa, è quello che mi ha colpita di più. Perché spesso è nella solitudine che nascono cose nuove. Però bisogna crederci, ci vuole molta fiducia affinché tutto vada per il meglio.

"Io la conosco la fede. Il mondo nella mia camera è fatto per fede. Per fede ho cucito le nuvole. Per fede ho ritagliato la luna e le stelle. Con fede ho incollato tutto assieme e gli ho dato vita. Questo perché la fede è come l'immaginazione. Vede qualcosa dove non c'è niente, fa un balzo, e a un tratto stai volando".

Allora. Come forse vi ho già raccontato, senza volervi descrivere nei dettagli tutta la mia vita dall'inizio, ho trascorso gli ultimi anni della mia esistenza in una solitudine che scopro davvero profonda, quasi abissale. Banalmente, "ho lavorato da casa", ma alla fine si trattava di molto di più. Alcune contingenze mi avevano portata a passare la gran parte del mio tempo da sola chiusa in una stanza. Un salotto eh, non una galera. Ma pur sempre un luogo chiuso, e protetto.

Giorni che sono diventate settimane, che sono diventati mesi e poi anni. E alla fine, avevo dimenticato come è fatto nei particolari il mondo fuori. Le incursioni che facevo, perché le facevo - e per tante cose, correre ad esempio, fare la spesa anche, non è che proprio non uscivo mai - assomigliavano ai viaggi degli uccelli che fanno per procurarsi i legnetti e i piccoli materiali per il nido. Alla fine, in tutto questo tempo, passando otto ore al giorno sola con i miei pensieri, con le mie paure, ipocondrie, sentimenti, non-sentimenti, desideri e sogni e speranze mi sono costruita un mio nido, un mio mondo, che funzionava con strani meccanismi che hanno finito per farmi qualche volta anche molto soffrire, ma per farmi sentire anche molto al sicuro. 

Come Judith, avevo creato il mio Universo. Un po' l'ho messo qui sul blog, un po' nelle pagine di un libro, un po' nel mio cuore, un po' sparpagliato nella casa, un po' nelle conquiste, nelle guarigioni, nelle trasformazioni. 

Non avevo però considerato che il mondo vero continuava a muoversi, a costruirsi, a pulsare là fuori, fuori dalla mia casa, e a cambiare, a cercarmi anche, a chiamarmi continuamente. E poi infatti all'improvviso, adesso, come vi raccontavo qualche mese fa, ho ricominciato a uscire tutti i giorni. 

Ed ecco lì il mondo ancora intatto. Aggressivo, dolce.

Non è semplice. Molto complicato. Strano. E bellissimo. Gli sguardi delle persone. I profumi, i rumori, le idee, le voci degli altri. I sorrisi, i conflitti, i tavoli, le sedie, i bar, le luci che cambiano, i semafori, gli orari, il fascino irresistibile e il dolore degli altri.

Mi sembra in questi giorni di vedere tutto quello proprio come se fosse la prima volta. E vi dico che è magico, e terribile.

E quindi penso a Judith, che è arrivata nella mia vita proprio in questo periodo. Avrà un senso. Judith che ripete le sue frasi magiche per tenersi in equilibrio, che compie i suoi miracoli per rendere la terra quel posto che lei crede debba essere. Senza mezze misure, un posto più bello. 

Non è semplice. Molto, molto complicato.

Questo libro, infine, mi ha sgelato il cuore perché a un cero punto dice:

"Ed ecco come ho scoperto che tutto è possibile, in ogni momento e in ogni luogo e per ogni sorta di persone. Se pensate di no è perché non riuscite a vedere quanto ci siete vicini, quanto avete bisogno solo di una piccola cosa perché tutto venga a voi".


Ed è vero. Era vero. 

Bastava solo un piccola cosa. Può essere un libro. Un pensiero. O anche molto meno perché avvenga un miracolo. A me è successo, il mio miracolo è che, bene o male, senza sapere cosa accadrà domani, mi sono scaraventata nel mondo. 

E mi manca da morire la solitudine. Non sapete quanto.

Però trovo fantastico stare in questo mondo vero e non soltanto in quello della mia immaginazione, dove però torno appena posso, e dove, soprattutto, da oggi, troverò anche sempre la piccola Judith, ospite d'onore, ad aspettarmi, a tenermi finalmente compagnia.


* Nella foto vedete un terrazzino, dei fiori. Si tratta di teaser. Promesso, vi dirò nei prossimi mesi...

giovedì 1 novembre 2012

Cosa leggere nel ponte?


I racconti di Edgar Allan Poe, Einaudi


Ci sono tanti libri che si possono leggere nel ponte di Ognissanti.

Quanto a me, vi consiglio questo. E, in particolare, il racconto che ha come titolo:

La sepoltura prematura.

Una scelta a lungo pensata, una scelta per tutti, ma in particolare per gli ipocondriaci e i timorosi come me e per chi si dimentica qualche volta di respirare a pieni polmoni l'aria del mondo. 

Per ricordarci che c'è la morte, senz'altro, per tutti, nessuno escluso, che ci sono i Santi, per chi ci crede, cui affidarsi, ma che mentre leggiamo qui e scriviamo siamo ancora tutti inequivocabilmente vivi. Nel ricordo dei defunti, mi piace pensare all'opportunità che c'è ancora, oggi, di essere vivi e di fare qualcosa. Qualunque cosa; speriamo bella, e utile e piacevole per chi la fa.

E poi si parla di tazze e di anima, come non apprezzare?:


"Esser sepolti vivi è, non v'è dubbio, la più terribile delle stremità mai toccate in sorte a misero mortale. Che sia accaduto più e più volte non lo negherà colui che osa pensare. Sfuggenti e vaghi sono i confini che dividono la Vita dalla Morte. Chi  può dire dove l'una termina e principia l'altra? Vi sono morbi, lo sappiamo, che comportano un totale arresto di ogni palese funzione vitale, e tuttavia si tratta propriamente di pause. Sono soltanto temporanee soste del misterioso ordigno. Un certo periodo di tempo trascorre, ed un'ignota, invisibile forza rimette in moto i magici ingranaggi, le ruote occulte. L'argentea molla non era allentata per sempre, né l'aurea tazza irreparabilmente infranta. Ma dove mai, nel frattempo, indugiava l'anima?".


Fantastico. Buona lettura.


venerdì 10 agosto 2012

#casa, campeggio, desideri, stelle.


Campeggio!

Quella stoffa rossa laggiù oggi è #casa nostra :)

La gente porta le sue cose nei campeggi.

Il caffè.

Le spiagge segrete dei campeggi.

Ops, scusate la faccia, ma volevo rendere l'idea di selvaticità: mi ero appena svegliata e ho cominciato a pensare al campeggio, all'idea di casa, dell'asciugarsi i capelli tra le foglie, ispirandomi a  Björk.

Scrivo sotto un cielo di stelle, aspettando quelle cadenti per esprimere il mio desiderio, nella surreale atmosfera di un campeggio sardo che si affaccia su una delle spiagge più belle che abbia visto nella mia vita (e penso anche a quelle caraibiche e messicane di Tulum, ad esempio).

Ciò per dire che un pezzetto di mondo l’ho visto, piccolo ma per me significativo, e tuttavia  niente come l’aria di un campeggio tipo questo ha catturato la mia attenzione, in tema di vacanze.

Amo i campeggi e questo amore non è antico; è recente. E parla una schizzinosa e soprattutto fifona e insettofobica conclamata.

Mi piace il campeggio perché è una scelta senz’altro low cost: e in tempi di crisi va bene. Ma non solo per questo. Solitamente i campeggi si affacciano su certe spiagge meravigliose e segrete, selvagge ma non del tutto isolate, come premio per la temerarietà. Mi è capitato in Corsica, ma anche qui è così! A due passi, passata la fatica di montare la tenda, ecco il Paradiso vero.

Ma c’è dell’altro. Il campeggio è democratico. Questo poi, in particolare, è anche ecologico, si fa la raccolta differenziata e il  contatto con la civiltà è preservato:  il wifi, il ristorante, la pizzeria, il bar, un teatrino, un minimarket, una piccola tabaccheria dove arriva il giornale. Perfetto per le famiglie. Gli stranieri sono a proprio agio.

E per chi ama ascoltare, spiare i discorsi degli altri, questo luogo è privilegiato. 

Bisogna solo aspettare un momento: il tempo di ambientarsi, di non farsi travolgere dalle emozioni profonde, antiche, viscerali cui espone il campeggio all'arrivo. Ma poi è tutto una scoperta. Non sai mai cosa sentirai, e non sempre può far piacere, anzi può turbare. Perché si intercettano confessioni (“mio marito mi picchia regolarmente”), litigi (“non la sopporto più”), urla di bambini inconsolabili ("è colpa sua, quello era mio") e soprattutto la cosa in un certo senso peggiore, che mi è successa ieri notte. Ero lì che leggevo un libro all’ombra di un lampioncino, accanto alla nostra tenda. Unico suono: le onde del mare. Poi, a un certo punto, un sussurro. Un bisbiglio. Che cresceva, facendosi sempre più sensibile. I discorsi di due innamorati prima di dormire. Il cuore ha iniziato ad accelerare. Ecco, quello no. Tutto, proprio tutto credo sia giusto sapere nella vita, tranne quei sussurri, quelle voci raccolte in quel nido caldo di stoffa. Così mi sono alzata e sono scappata nella mia di tenda, a parlare anche io di cose che mai vorrei qualcuno ascoltasse.

Ma dicevamo per tutto il resto, osservare la gente nei propri rituali quotidiani è un spasso. Lo spasso per eccellenza. Nei bagni delle donne, poi, rimango incantata a guardare come le altre si preparano per uscire, si fanno belle per il proprio uomo, o per trovarne uno in vacanza. Le coppie che si fanno la doccia insieme. O come le mamme lavano i loro bambini, quelle isteriche, quelle dolcissime. Si impara un sacco.

Per non parlare dei pasti. Cosa mangiano quelli laggiù con tutti quei barattolini. E quei due francesi che cantano stravaganti canzoncine? E i profumi. Profumi di cose normali, né belle né brutte.

La natura. Camminare sulla terra, dormirci sopra. Svegliarsi sotto agli alberi, lasciarsi asciugare i capelli con il sole. E infine l’idea di casa. L’idea di piantarla nella terra con le proprie mani. E poi toglierla con le stesse mani. Come il mandala. Come qualcosa di impermanente, che cambia di continuo, si trasforma, ma poi è sempre la stessa, a volte migliore. Gli spazi piccoli, gli oggetti veramente essenziali. Dover camminare sulla ghiaia fino ai lavabi per le stoviglie, fare il bucato a mano, insieme agli altri. Questo è qualcosa di irrimediabilmente toccante. Capire bene dov’è la tua casa, il tuo territorio, il nostro qui è il numero 64, realizzare che è anche possibile portarsela dietro la casa, con sé, in giro per il mondo. Essere qualcosa di nuovo, qualcuno di diverso a ogni minuto che passa, a ogni stella che cade.

Ah, a proposito, ora esprimo un desiderio. Perché ne ho appena vista una. Il mio desiderio è sempre lo stesso, fin da quando ero molto piccola. So che certi desideri si realizzano. Non tutti, ma qualcuno senza dubbio. Spero che sia il caso vostro e mio, lo spero davvero.

Buona notte di San Lorenzo! *



venerdì 15 giugno 2012

Taccuino siriano.





Leggerlo qui, ovvero su Pinterest, con immagini, video, suggestioni che accompagnano frammenti di testo, è una bella esperienza, già autoconclusiva, per certi versi. Ma al tempo stesso un'esperienza aperta, e tesa al libro vero e proprio, come per voler ricomporre tutti i pezzi di un puzzle.

E così ho acquistato Taccuino siriano di Jonathan Littell di Einaudi. Quando l'ho preso io c'era una promozione, così l'ho avuto, in ebook, a 0.99 cent. Il che mi porta a fare una riflessione. 

Se è vero che è giusto o importante o valoroso conquistarsi le cose con fatica e grande dispendio di energie o di denaro, quindi che se qualcosa costa molto allora vale molto; non credo però sia vero il contrario. Cioè che ciò che costa poco vale poco, o per lo meno non credo ci sia una corrispondenza biunivoca. 

Capitano infatti cose "facili" come un ebook a 0.99 cent. che hanno un valore inestimabile. Ed è senz'altro questo il caso. Dopo le stragi di innocenti in Siria dei giorni scorsi, in particolare di bambini, nella città di Homs, avevo iniziato a informarmi sull'accaduto, che, inevitabilmente, credo come per tutti, mi aveva preoccupata molto.

E poi mi sono messa a leggere questo libro, questo "rendiconto di un momento breve e già scomparso", questo documento di un viaggio clandestino compiuto dal suo autore in Siria. L'autore è lo stesso delle Benevole e questa realtà non lascia indifferenti, se avete letto o conosciuto in qualche modo quel capolavoro. Ritorna in questo caso anche il contatto diretto con la Storia, che nel Taccuino però è attuale, reale, contemporanea e priva di alcun espediente retorico né narrativo. Si tratta proprio infatti di una fedele trascrizione degli appunti di una permanenza scomoda, in un territorio in cruenta trasformazione. 

Traghettati dal "passatore" al-Ghadab/Collera, Mani il fotografo (insieme hanno realizzato anche reportage apparsi su Le Monde e La Repubblica) e lo scrittore attraversano dunque le zone al centro della rivolta contro Assad dell'"esercito libero". E si sente tutto il coinvolgimento, il bisogno minuzioso e terrorizzato di raccontare. La forza di chi vuole registrare qualsiasi cosa, qualsiasi dettaglio, qualsiasi emozione, anche la peggiore, perché sa che questa operazione ha un significato. Un gran significato, che è IL significato, ci si accorge leggendo, dello stare al mondo. Esplorarlo come si riesce, descriverlo, schivarne i colpi, provare a migliorarlo, sognarlo diverso, sognare molto, sognare Foucault, come accade a Littell, avere incubi, lasciarsene spaventare o sorprendere e poi identificare delle possibilità, anche solo attraverso la semplice descrizione, la cronaca. 




domenica 3 giugno 2012

Una certa idea di mondo.




Alert: questo è un instant post a proposito dell'articolo di oggi di Baricco su Repubblica, che fa parte della rubrica Una certa idea di mondo - I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni. Ciò per dire che magari chi non l'ha letto non capisce a cosa mi riferisco, ma provo a spiegare.

Qui insomma si solleva una questione importantissima, secondo me, riguardo alla contemporaneità. Questioni su cui tutti a diversi livelli ci si interroga in toni più o meno altisonanti e contorti, che poi arriva Baricco e con la sua proverbiale semplicità individua invece con chiarezza e precisione, sempre secondo me, il punto.

In questa puntata racconta di una certa scrittrice tedesca del 1967 che si chiama Inka Parei (che in piemontese significa "così" hehe). Lei ha scritto in particolare un libro che si chiama La ragazza che fa a pugni con l'ombra, che a quanto pare è molto bello; ed è un titolo che con la questione sollevata in seguito, tra l'altro, instaura un certo legame interessante.

Il concetto è che questa bravissima, meravigliosa scrittrice ha smesso di scrivere, anzi ha smesso di pubblicare libri. Baricco racconta di averla cercata in rete, perché colpito dal suo talento, e di averla trovata "apparentemente felice, su un furgoncino in viaggio per la Nuova Zelanda, scrivendo poi le sue note di viaggio in un suo blog. Tutto bene, per carità, ma certo è un po' come se fra qualche anno mi ritrovassi la Pellegrini che fa l'animatrice in un Acquafan". 

(Qui ci starebbe una faccina...)

Apparentemente. Ecco, se non sentissi la responsabilità verso chi legge, ora mi fermerei, ammirata, dicendo solo: è un genio, ha scritto cose che lavorano nella mia mente e che non capisco bene neanche io ma sono vere, grande Baricco. E stop.

Però vorrei aggiungere, come chiarimento, se ci riesco, che questo discorso che poi Baricco prosegue più o meno così: 

"La corrente del fiume trascina altrove, e molti ne deducono con tranquillità la verità indiscutibile che è meglio essere vivi che bravi".

Che questo discorso è un po' il fulcro di molti altri discorsi che si fanno da qualche tempo fuori e dentro la rete. Avendo un blog "personale", non posso che riferirmi autoreferenzialmente a me stessa, e riflettere su ciò. Personalmente, dunque, mi sento nel mondo dei vivi. Viva, come il passerotto che ora pigola sull'albero che vedo dalla finestra, viva come il temporale che sta per arrivare oggi, come il gatto del vicino di casa, come il vicino di casa che fa una passeggiata di domenica mattina, come sua moglie che fa le lasagne etc. 

Parte di un mondo dove ad esempio l'avere un blog assomiglia a fare l'elettrocardiogramma tutti i giorni: ok, sono viva! E lo racconto qui. Il fatto che si possa essere anche bravi, è una cosa che mi era sfuggita...

Scherzo eh, è come quella battuta di quel film in cui all'attrice "fanno male i capelli". Ovvero: un'assurdità. 

Dico questo perché ho creduto, come molti, lo so per certo, che il discorso di "diventare anche bravi" fosse una strada chiusa, preclusa a un certa generazione, a una certa fetta della società, cui sentivo di appartenere (ad esempio, i precari, che in quanto tali devono sgomitare in acque alte per sopravvivere, come chi non sa mai nuotare, e via dicendo). 

Invece questo articolo mi ha fatto venire in mente un'altra cosa. Che questo "struggle" tra l'essere vivi e l'essere bravi può essere (o diventare) ora anche una scelta. Una scelta di vita, o di bravura. Non so se si capisce. Ma tutto quello che credevo di avere un po' "subito" in questi anni, magari, in certi modi, l'ho anche scelto. Beninteso: non certo le cose grosse, come il precariato. Ma certe reazioni, certe conclusioni affrettate. E come me, forse, la butto lì, anche molti altri.

Quindi insomma questo articolo oltre a essere una fotografia di ciò che sta accadendo, può assomigliare anche a un invito. Uno spunto: perché non provare a essere bravi, oltre che vivi? Fermarsi un attimo e scegliere di vivere come se si fosse anche bravi. O le due cose si escludono per forza a vicenda? 

mercoledì 30 maggio 2012

Siria.


Avrei un sacco di post in arretrato, di libri da raccontare e fotografare con tazzine e altre cose, ma non è proprio possibile perché ciò che è successo in Siria, la cosiddetta "strage di Hula", ha sovvertito le priorità. E volevo almeno scrivere due righe.

Si dice che le cose ci colpiscono solo quando ci toccano da vicino, e infatti anche in questo caso, un po' per me è stato così.


Proprio nel week end ho conosciuto degli amici del mio fidanzato. Uno di questi ha origini siriane e la cosa, parlandone in un'atmosfera di relativa calma e spensieratezza, ha preso toni curiosi: ci ha raccontato, nel breve tempo a disposizione, abitudini alimentari, modi di bere il caffè, espressioni tipiche, cose che volevano essere normali e rassicuranti. Mai avrei pensato neanche lontanamente proprio al concetto di "Siria" nella mia vita. A stento sapevo identificarla sul mappamondo. Circa dalle parti della Turchia, giusto? Insomma, a questi livelli. Quelle cartine che studi a scuola e poi per qualcuno, tipo me, svaniscono senza pietà.


Immagine proveniente da qui

Ma le cose qualche volta ti arrivano così, senza alcuna macchinazione, ragione o predeterminazione. Arrivano e tu le puoi guardare e capire per quello che sono. 

E domenica ho aperto il giornale e letto di Hula. A quel punto non poteva lasciarmi indifferente, come invece capita per il 50% delle notizie che (non) leggo quotidianamente.

Ho cercato di rendermi dunque conto di quello che è successo davvero in quel posto lontano. Sulla carta il fatto prende il nome di "strage di bambini" e non mi sembrava possibile. Ci sono eventi sconvolgenti, come il terremoto, molto dolorosi. Ma le stragi di innocenti perpetrate dall'uomo sull'uomo non lasciano pensare ad altro che al degrado più atroce e all'orrore. 

Per chi volesse saperne di più, metto il semplice link (uno dei tanti reperibili in rete) alla notizia, qui


martedì 29 maggio 2012

Violino - una storia vera.




Questa mattina ho sentito anche io una stupida scossa di terremoto. Ha ondeggiato un po' il tavolo su cui scrivevo, le cordicelle delle pale sul soffitto si sono mosse leggermente. Mi sono un po' spaventata; ma quando ho visto cosa è successo in Emilia mi sono sentita in colpa per quell'attimo di preoccupazione. 

Sono rimasta poi attaccata allo schermo, sia del pc che della tv, per ore. Proprio ieri non so perché riflettevo sull'imprevedibilità della vita e oggi la cosa per qualcuno ha preso contorni drammatici. 

Non ci sono parole e da questo blog è proprio inutile predicare, dire cosa fare, ciascuno saprà come comportarsi, se e come rendersi utile. Solo un piccolo consiglio: non fate come me sui social network, cioè non fidatevi di tutte le richieste possibili e immaginabili di denaro e di sangue. Oggi ho imparato la lezione che è meglio verificare sempre tutto.

Detto questo, volevo raccontare una storia veramente minima, ma vera, che è capitata nel tardo pomeriggio. Stava diventando impossibile restare in casa, dove passo la maggior parte del tempo e dove lavoro, e dove, normalmente, sono a mio agio. Dopo aver ascoltato minuziosamente tutte le notizie sul terremoto, però, ho provato un senso di dispiacere profondo e senza fine, di vera impotenza.

Così ho pensato di uscire. Ho lasciato un interrogativo in sospeso nell'aria, e dentro di me, sul dafarsi, sul senso di quello che era capitato a persone non molto lontane da qui (da Torino). Ho camminato per qualche minuto allora fino al parco più vicino al mio quartiere, lasciando perdere ogni elucubrazione, con lo scopo di ritrovare qualcosa di intelligente dopo una breve pausa.

A un certo punto ho visto questo: una ragazza giovane, sui ventanni, maglietta rossa, occhiali trasparenti, coda di cavallo, scarpe estive, e, accanto a lei, sullo schienale di una panchina, una cocorita bianca e azzurra. Mi sono avvicinata e le ho chiesto cosa fosse, o per lo meno ci siamo capite, visto che la ragazza era straniera. 

Lei ha detto che era "un cocorito" di nome Violino. Che si porta a spasso per la città tutti i pomeriggi. Poi l'ha preso e ha voluto mettermelo sul dito, ma ho rifiutato perché avevo sincera paura che volasse via e non sapevo come l'avrebbe presa la ragazza.

"Si chiama Violino per una macchiolina viola che ha sul collo", mi ha mostrato quindi la macchiolina. Violino, per l'emozione, credo, si è lasciato andare ai suoi bisogni, che la ragazza ha pulito, come si fa con gli animali domestici. 

Violino proprio non ci pensava neanche a volare via, non sapeva di poterlo fare, non voleva, non so, comunque restava immobile a guardare il mondo circostante. Per quei cinque minuti, non mi sono sentita meglio di prima, ma sono ritornata in contatto con un'altra realtà, quella dei vivi, quella in cui la terra sta ferma ed è clemente anche con le creature più piccole e insignificanti, come Violino, come la ragazza e come me. E succede che c'è anche questo, che c'è la fortuna, che c'è una tale armonia tra esseri viventi che "un cocorito" sceglie, perché aveva l'aria di essere libero, di restare seduto vicino a un umano. O almeno è quello che ho visto io, che ho creduto e sperato di vedere io. 

Questa storia non ha alcun significato, ma raccontarla è stato un mio modo, l'unico che conosco, per sentirmi meno inutile, ancora presente, e avere ancora fiducia nel mondo, nelle sue sorprese e nella natura, perché in certi momenti, pur avendo avuto fortuna, credo non sia facile per nessuno.

domenica 20 maggio 2012

Trema la Terra.

In questi giorni, dopo la violenza inaudita e vile di Brindisi e il terremoto in Emilia Romagna, coglie proprio un comune senso di impotenza e paura che penso possiamo condividere tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di non esserne coinvolti direttamente, ma che pure ci sentiamo vicini a chi adesso sta soffrendo e lottando.

Posto che è davvero impossibile trovare consolazione in un momento del genere, né purtroppo essere d'aiuto nell'immediato, una cosa che però forse secondo me si può fare è trovare un appiglio e un ancoraggio alla vita anche nei libri. 

Proprio la settimana scorsa mi è capitato di scoprire questa raccolta di racconti. 

Trema la Terra di Neo Edizioni. 

Sono 18 storie di terremoto, da quello dell'Irpinia del 1980 a quello che ha colpito L'Aquila nel 2009. 

(La casa editrice tra l'altro ha sede a Castel di Sangro).

Come dice Valeria Parrella, nell'introduzione, "il terremoto è quando non puoi più dare per scontato nulla, quando non puoi determinare niente. Quando la madre ti abbandona e per rifondare la città, l'esistenza, il senso, vi è necessità di una nuova materia: qui, della buona scrittura".

Leggendo i racconti si ha l'impressione di partecipare al dolore degli altri, di sostenerli, per ora, almeno col pensiero.

mercoledì 16 maggio 2012

Il vaso, il vento.




(Dai, continuiamo a guardare il mondo con occhi nuovi, nuovi, ancora un po' più nuovi. Restiamo qui, andiamo da un'altra parte. Restiamo uguali, cambiamo ancora. Questo è il lato opposto del vascello fantasma. Da un angolo di casa mia. E non per citare Jovanotti, ma la vita è così un bellissimo spreco di tempo... che mi va di raccontarvi questa piccola storia.) 


Oggi passavo giù da queste parti in direzione -----> cose da fare (l'affitto, la spesa, etc.), tante utili cose per riprendere contatto con la mia realtà, la mia mente, senza il cellulare, per ritrovare, uhm, non lo so. Il rumore dei pensieri che servono per imbastire la fitta trama della vita. Silenzio: non rispondono. Ma torneranno, insomma ci spero, comunque, se mi stanno sentendo, li aspetto sempre qui. 

Passavo sotto in questa strada che ormai conosco a memoria. Sul marciapiede di cui potrei dire ogni risvolto, ogni centimetro su cui ha picchiettato le zampe ogni cane del quartiere. 

E succede che un vaso di fiori cade giù da un balcone. A un metro da me. Se sono qui a scriverlo è perché mi ha mancata, ma c'era un vento forte e ci ho sempre pensato nelle giornate di vento, che poteva cascarmi un vaso sulla testa, e alla fine è quasi successo. 

Devo perciò a questa giornata e a questo vento una felicità acerba: che assomiglia alla fortuna, alle foglie che si muovono verdi, e siamo ancora tutti qui, in questo preciso momento, insieme, adulti ma simili a bambini sui banchi di scuola, semplicemente a leggere e a scrivere. 


lunedì 30 aprile 2012

Librinnovando - non c'ero ma non dormivo :)




A Roma per Librinnovando questa volta non c'ero, e se c'ero, però, non dormivo :)

A differenza dell'edizione di novembre a Milano, qui, questa volta non sono stata presente fisicamente, ma ho seguito la maggior parte degli interventi, su twitter e in streaming qui. E soprattutto sto leggendo gli storify molto accurati di Marta Traverso, ad esempio: qui. 

A essere sincera, è stato davvero quasi come esserci. E questo è il mio primo pensiero: le invenzioni tecnologiche sono preziose. Lo dicevano in molti su twitter: "che bello seguire l'evento da casa"!

Si è parlato moltissimo (e a tinte fortissime) di nuove tecnologie legate alla lettura e all'editoria. Direi che è proprio il tema del momento; i tempi sono già più maturi di qualche mese addietro. E dopo questa esperienza di "spettatrice a distanza" non posso che essere ancora più amica di tutto ciò che può favorire il sapere, che può ampliare l'esperienza. Senza questi aggeggi, una banale bronchite mi avrebbe precluso qualcosa. E qualcosa, secondo me, di importante.

Dunque seppure dal Piemonte, ho potuto ascoltare e conoscere in tempo reale gli argomenti trattati in Lazio. Certo, per entrare nel vivo, mi sono mancate percezioni di alcuni dei cinque sensi come i profumi (s'è citata ad esempio l'"alienazione del formaggio": ahhh, cosa mi sono persa??!!), i rumori di sottofondo, l'emozione dell'attesa e poi la festa, la convivialità, il reading, le facce stanche, e quell'atmosfera corroborante e frizzantina simile all'effetto di un buon caffè mattutino che accompagna convegni e cose varie a proposito di ciò che ti piace, e soprattutto ROMA. 

Sì, questo è mancato davvero. Un po' come all'ebook manca il famigerato odore della carta e l'impatto immediato della copertina (criterio secondo cui moltissime persone scelgono di acquistare un libro in libreria).

Però la mia opinione non ha fatto altro che rafforzarsi ascoltando il convegno: l'ebook, il libro "elettronico" è una ricchezza in più, non in meno. Tra il non andare a Roma, e l'esserci solo in parte, meglio comunque la seconda. E non c'è polemica, non c'è scontro per quanto mi riguarda. Se nella vita personale o nel lavoro bisogna fare delle scelte continuamente, non così è nella lettura: c'è la libertà, la fortuna di non dover per forza scegliere tra carta o ereader. E quella voglia stucchevole delle fazioni, del nemico, delle faide stile "mortadella-prosciutto crudo" qui decade, non è richiesta, non ha senso, è una paranoia che ci creiamo di fronte alla atavica paura delle novità. 

Se solo gli scettici scoprissero che non si è costretti ad abbandonare come un animale domestico sul ciglio della strada il caro vecchio cartaceo in favore dell'elettricità spavalda e futurista, saremmo già in un mondo più sereno. In fondo, nulla si crea e nulla si distrugge, giusto? Dunque anche tutti i timori (talvolta declinati in insofferenza) degli editori, andranno un pochino ridimensionati! Calma, tutto andrà bene, we can work it out. 

La mia esperienza recente ad esempio a #libroincorso, qui a Torino, mi ha confermato oltretutto l'idea e la quasi-certezza che addirittura, una volta scoperto l'ebook, la quantità di libri comprati, pagati al giusto prezzo e letti aumenta e non decresce affatto. 

Altra questione controversa è stata poi quella del self-publishing. Questo sconosciuto. Cos'è, cosa non è? Perché fa paura agli editori? Ho avvertito un mix esplosivo di terrore e insieme di disprezzo (ma chi disprezza compra?) per questa ancora un po' misteriosa congerie di ambiguità che sembra essere, appunto, il self-publishing oggigiorno.

 Il primo aspetto che si è cercato di chiarire dunque è la sua natura: consiste forse in piattaforme promosse dagli stessi editori? E come ha fatto Amazon? E perché? Questa cosa è filantropica o a scopi di lucro? Twittare o avere un blog è self-publishing? I blogger sono degli sfigati?

Eccola là. L'eterno problema di questi nostri tempi editoriali.

Provo a dire la mia. 

Premessa: a me piace scrivere, mi piace tanto e da sempre, ho questo blog, ma negli anni e nei mesi passati ho pubblicato i miei racconti anche su riviste cartacee. Vorrei pubblicare un romanzo, una raccolta di racconti, o entrambi, ho tante storie da raccontare e tante parole in mente, ma non ho intenzione, al momento, di praticare il self-publishing. 

Detto questo, però, mi dichiaro favorevole al suo utilizzo.

Tutti sanno, e se non lo sanno è perché non sono del mestiere, che le ragioni per le quali uno scrittore riesce  infatti a ottenere un contratto editoriale per pubblicare il suo libro sono molteplici. Complesse. Credo che sia giusto affermare che chi è veramente bravo prima o poi ce la farà (cit.), ma non è vero il contrario, ovvero che chi ce la fa è sempre realmente bravo. Mi pare cosa risaputa il fatto che il mercato editoriale sia saturo di scrittori (tra cui si annoverano i raccomandati, le cricche, i ricchi, gli appartenenti a classi sociali-culturali elevate, i vip della televisione, del cinema o dello sport, quelli che hanno un carattere forte, molto forte e tenace, molto tenace, quelli che si sanno promuovere - vabè, è chiaro, categorie applicabili in vero a qualsiasi settore). 

Ora, il self-publishing potrebbe aprire una porta a tutti gli altri, nel legittimo dubbio che tra essi ci sia un bravo vero. Anche qui: è una cosa in più, non una in meno. Mi spiego: tutte le altre categorie rimarranno sempre (chi in tutta onestà ha ancora trovato un rimedio?) ma se ne potrebbero scoprire, creare di nuove. Che tra questi altri nuovi sia pieno comunque di sfigati (cit.) è sicuro. Ma di nuovo non è vero il contrario, cioè che siano sfigati tutti quelli che non sono riusciti a pubblicare ancora con un editore tradizionale e su carta. Ci sono tante, tante, tantissime variabili nella vita delle persone e degli scrittori. Non sempre, anche se sovente, è una questione di merito. A volte è una questione di personalità, di opportunità, di buona stella. 

Con ciò non voglio affermare che, con certezza, le tecnologie elettroniche e il self-publishing scoveranno i nuovi Carver o i nuovi Kafka nel Mar dei Sargassi della sfiga, ma per lo meno saranno utili a rimescolare le carte del gioco. Poi, restiamo pur sempre tutti individui, soggetti a cose umane, troppo umane. 

(Lo dico: la giocosa curiosità di sapere che percorso avrebbe intrapreso Kafka se pubblicato in vita, che effetto avrebbero fatto i suoi lavori a un vasto pubblico di contemporanei, quella, lo ammetto, un po' ce l'ho... :P Ma si fa per scherzare, e per assurdo, naturalmente). 

Una cosa è certa, un convegno come Librinnovando è un'occasione che si sta rendendo imprescindibile per discutere di questi temi - ci sono state domande provocatorie ai relatori, interventi ricchi di informazioni, altri molto suggestivi. Se volete leggerne di più, vi rimando a tutti i link che ho messo sopra per approfondimenti. Nel frattempo, sono sempre più impaziente di sapere come cambieranno le regole del mondo editoriale, quali saranno le novità dei prossimi anni e come si evolveranno la scrittura e la lettura day by day.

c\_/ 







martedì 24 aprile 2012

Buon 25 aprile!

Il vento che è un elemento così lucido, sembra la dimostrazione che non tutto era fermo sotto il cielo. Mi piacerebbe vivere in una città ventosa, come Trieste. Ma va bene anche il vento che ogni tanto arriva qui a Torino.

Quel vento di primavera.

E il vento per me ha la capacità di promettere il futuro, magari piccolo e bianco in lontananza, e di riportare il passato alla memoria. A volte i ricordi sembrano minacciosi come nubi, ma altre invece sono utili e felici. Uno dei regali più dolci per me è ricordare i libri letti con piacere. Non proprio piacere, con fame. 

La fame giovanile di sapere, di capire, di cambiare. Beppe Fenoglio per me ad esempio è stato questo. Alcuni anni fa. Per ricordarlo con brevi cenni, ecco un post che può essere utile, o almeno così spero. Qui

Auguro a chi passerà da queste parti un buon ventoso 25 aprile di festa.

c\_/





venerdì 20 aprile 2012

Un mondo.



Contavo di non scrivere nulla fino a lunedì, forse dovrei occuparmi di faccende da sbrigare però. Oggi ho riaperto questo contenitore di latta e dentro c'era la mia collezione di biglie. In una, quella in centro blu e verde, se osservate bene, c'è disegnato il mondo. 

L'avevo già messo in un vecchio post, ma vi lascio questi 33 secondi di uno dei miei film preferiti di Kieslowski. Converrete tutti che la vita può essere tremenda, ma per istanti così in effetti vale la pena. 

Forse c'è un mondo dentro quella piccola sfera di cristallo.



martedì 17 aprile 2012

With Love and Squalor.




Mi sono sempre chiesta se sia una cosa solo mia o se succeda un po' a tutti. Comunque a me capita spesso, e con pervicacia, di perdere di vista le cose importanti. Ricordi, sensazioni, tutto. Per favorire la costante ricerca di qualcosa di nuovo, diverso da come sono, pensando che non vada mai bene come sono. Si è capito?

E poi arrivano persone, immagini, parole, libri, cieli, sguardi, può essere qualsiasi cosa, che, di colpo, con le loro peculiari qualità (e non parlo di talenti soltanto ma anche di modi di essere e guardare) che mi ricordano quelle cose dimenticate e che per me contavano. Senza saperlo, magari. Né volerlo, né ipotizzarlo. 

Questa strana cosa assomiglia a un arcobaleno dopo un temporale. Niente di più semplice, ma, ammettetelo, niente di più bello. Dunque mi è capitato ieri di leggere questo post su uno dei miei blog preferiti (ne ho parlato spesso hehe - ma questa volta, a differenza di altre - vedi tag "kind of magic" - non ci siamo messe affatto d'accordo). In cui compare l'illustrazione a un racconto così importante per me che, appunto, come volevasi dimostrare, me l'ero completamente e meravigliosamente scordato.

For Esmé - with Love and Squalor. 
Per Esmé - con amore e squallore.


Ne avevo sentito parlare chissà in quale occasione da Baricco e così, nell'anno glorioso 1995, quello dei miei 15 anni, e nel primo viaggio all'estero della mia vita, senza genitori, senza amici, con gli zii, impaurita da tutto tranne che dai libri, ho comprato questo piccolo volume di racconti.

Nine stories di J.D.Salinger  - Little, brown books.

 Il primo libro in una lingua che non era la mia. Salinger, l'America. Che per me sarebbe stata tanto significativa da studiarla e cercarla sui libri per tutti gli anni a venire. Il primo racconto letto in un mondo che non era il mio, letto con la gioia e con la disperazione di quell'età, letto con innocenza. Con amore e con squallore: non riesco a trovare due parole più giuste per quella sensazione. Questo libro ora è ingiallito, assomiglia alla materializzazione di un frammento di memoria, le pagine iniziano a scricchiolare un po', deve aver preso della pioggia. Ma tanta. 

It was raining even harder. 

Era di un bianco latte quando l'ho comprato. Profumava di cocco. E di Florida. E di grandi, grandissime speranze. E di promesse d'amore e squallore più grandi ancora. Mi ci aggrappavo come a una tavoletta in piscina, non sapendo nuotare nelle famose cose importanti senza appigli. E infine poi, come molte di quelle cose appunto, l'avevo messo lassù o laggiù in un angolo lontano. Via, basta, bisogna cambiare tutto. Ricambiare, cambiare ancora fino a che. Fino a cosa? Boh, non l'ho ancora capito, ma sono curiosa.

Comunque questo racconto è ambientato in aprile. L'aprile del 1944. E ci sono quei due personaggi piccoli  inglesi che vedete nel post che vi ho indicato ;) E c'è la voce narrante che è un uomo, americano. La storia racconta l'incontro di queste tre persone in una sala da tè. Tra l'altro, gran parte della storia prende vita proprio di fronte a tazze e tazzine. c\_/

C'è Esmé, una ragazzina, che dice all'uomo seduto solo al tavolo: "Usually, I'm not terribly gregarious," (...) "I purely came over because I thought you looked extremely lonely. You have an extremely sensitive face". I said she was right, that I had been feeling lonely, and that I was very glad she'd come over. "I'm training myself to be more compassionate. My aunt says I'm a terribly cold person".

(Esmé crede di essere una persona fredda).

I said I hadn't been employed at all, that I'd only been out of college a year but that I like to think of myself as a professional short-story writer. She nodded politely. "Published?" she asked. It was a familiar but always touchy question, and one of that I didn't answer just one, two, three. I started to explain how most editors in America were a bunch _.

Quindi il tizio è uno scrittore di racconti brevi. Che si scola litri di tè. Ne sono rimasta colpita. Come età, allora, ero ben più vicina a Esmé, tre anni più grande. Oggi sono più vicina allo scrittore di racconti brevi in cerca di editore. 

Ma cambiando i fattori, il risultato, per me, non cambia.

Se potete, leggetelo, in italiano è qui. 

c\_/