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venerdì 17 marzo 2017

Chicchi di caffè.

Paolo Cognetti, Le otto montagne (copertina di Nicola Magrin), Einaudi - Primo Levi, Opere I, Einaudi


Ieri sera sono stata al grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino per ascoltare una delle commemorazioni per il trentennale dalla scomparsa di Primo Levi. Leggeva Fabrizio Gifuni che avevo già potuto ascoltare con interesse nel suo spettacolo su Gadda e il teatro a pordenonelegge qualche anno fa e ho trovato dentro la parte in modo magistrale. 

Quale parte? Quella della voce più significativa del secolo scorso a proposito di alcuni temi fondamentali per la nostra cultura internazionale: la Shoah prima di tutto (si definiva "scrittore d'occasione" in tal senso, come ha ricordato nell'introduzione all'evento Domenico Scarpa) e il lavoro, proponendo ai lettori il capolavoro più dettagliato che si possa leggere sull'argomento, ovvero La chiave a stella, di cui Gifuni ieri sera ha letto un brano. 

Primo Levi ha una voce che molti conoscete e che ieri sera attraverso l'interpretazione di Gifuni ha divertito e incantato tante persone e continua a farlo mentre il tempo passa e sono trenta gli anni dalla sua morte. Ascoltare le parole del protagonista del libro, Libertino Faussone, battilastra originario delle valli del Canavese, a me personalmente ha riportato anche indietro alla mia infanzia. 

Vengo da quelle valli lì e mi è parso di ascoltare le storie dei miei antenati. Un tuffo nel passato intimo e in quello collettivo dove l'attaccamento al mestiere e all'ironia sottotono ma a tratti folle tipica dei piemontesi rende la vita degna di essere vissuta.

Gifuni ha anche letto alcuni brani estratti da Il sistema periodico. Idrogeno e Titanio in particolare.

Ma la mia mente in verità è andata a Ferro perché ci ho visto, e non sono l'unica, netti riferimenti in un libro contemporaneo che sto leggendo da mesi (seppur breve) e che oggi ho finito accumulando un importante ritardo sul resto del mondo - ma c'è da dire, a chi fosse interessato alla faccenda, che nel mio sito ho esposto personali teorie sulla lentezza libresca e dunque sono giustificata - per gli stolti che se lo fossero perso, eccolo qui

In Le otto montagne di Paolo Cognetti c'è tanto del racconto Ferro di Primo Levi, in modo dichiarato, come omaggio, per quel che ne so dai racconti di amici che hanno ascoltato le presentazioni dell'autore. 

Ci sono quindi due storie semplici di amici che si dividono tra la montagna e le diverse aspirazioni secondo la leggenda delle otto montagne che un trasportatore di galline nepalese nella valle dell'Everest racconta a uno dei protagonisti. 

In sintesi, c'è chi nella vita attraversa i diversi paesaggi belli o impervi di otto montagne senza mai poter tornare indietro e chi invece sale su un unico monte altissimo, il Sumeru. E la domanda è: quale dei due ha imparato di più?

In entrambi i racconti ci sono coppie di amici che seguono i due percorsi diversi: le peregrinazioni della città con le sue fascinazioni e ambizioni talvolta tradite e la salita impervia e solitaria di una vita tutta incentrata su un unico luogo e obiettivo, per quanto talvolta disatteso. 

Bruno e Pietro, come Sandro e Primo alle prese con la crisi economica e valoriale di oggi a confronto con il fascismo e le leggi razziali di allora. Amici che lottano contro una società dura, aspra. E la montagna equanime. 

Mi piacerebbe poter scrivere di più ma rimando alla lettura dei testi e al documentarvi in prima persona su questi lavori in modi diversi così puliti. Mi limito a consigliarveli, senza paura del tempo lento che, al pari di una salita in montagna, richiedono. 


[Grazie a Stilema per l'invito a partecipare a questo evento]

venerdì 6 gennaio 2017

Il libro dell'Epifania!

James Joyce, Gente di Dublino, Einaudi

Ed ecco il mio consiglio di lettura per questi ultimi giorni di vacanze natalizie. Quest'anno c'è un ponte incredibilmente lungo con questa grazia di due giorni più pieni di ferie che vanno senz'altro onorati con qualche buona pagina.

La grazia è anche proprio il titolo di uno dei quindici racconti raccolti in questo libro che è tanto famoso e su cui a me piace spesso ritornare, su questa mia copia costata Lire millecinquecento e che ho ereditato.

A me ricorda i tempi della scuola superiore e devo dire che tutte le volte in cui penso all'Epifania mi viene in mente proprio questo libro. Avevo una professoressa di inglese meravigliosa al liceo, australiana, che ci insegnò, con lungimiranza, qualcosa di Joyce e non potrò mai scordare la lezione sulle epifanie contenute in queste storie. 

In poche e brevissime (e riduttive, perdonatemi) parole, nella maggioranza di queste storie, scritte tutte nei primi anni del Novecento e pubblicate nel 1914, i personaggi - abitanti, come dice il titolo, tutti della città di Dublino - nell'eterna lotta tra il restare e il partire, tra il grigio della quotidianità, con le sue sicurezze, e le promesse  di un altrove, con le sue paure allegate, vivono una sorta di "paralisi" psicologica e qualche volta anche fisica e di tanto in tanto sperimentano delle epifanie

Letteralmente, l'epifania è l'apparizione del divino ma qui la parola assume una valenza più intima e "modernista", nel senso che si inseriscono, queste epifanie, all'interno del lavorio interiore dei personaggi, incarnato dalla tecnica dello stream of consciousness, ovvero del flusso di pensieri del personaggio stesso.

Un esempio su tutti è quello di Eveline in cui la giovane protagonista è combattuta fino all'ultimo tra il restare a gestire una famiglia disgregata e, si direbbe oggi, molto disfunzionale, tra lutti e maltrattamenti, o partire per Buenos Aires con un soldato. Nel momento della drammatica decisione improvvisa di restare, al porto, mentre lui è sulla nave, si sente un grido ed è l'epifania di Eveline, la consapevolezza intuitiva che qualcosa di profondamente doloroso le era appena successo.

E via così. Da allora, dai tempi dei miei studi lieceali, sono spesso ritornata con la memoria a queste epifania. E all'ultimo e al più noto e amato di questi racconti, I morti, in cui alla fine scende sulla città una memorabile nevicata che esprime tutta la purezza e la speranza del mondo. 

Insomma, una lettura (o, per i dotti all'ascolto, una rilettura) che consiglio di cuore in questa giornata di Epifania, in cui si aspetta la neve e forse anche qualche speranza.

Tanti auguri a tutti e che sia tutto sereno.

venerdì 11 novembre 2016

My cup of caffè

Don DeLillo, L'uomo che cade, Einaudi

Dopo il risultato delle elezioni americane tocca fare come quando tu o quelli a cui vuoi bene fate qualcosa che non va: continuare a volerti e a voler loro bene lo stesso, e amen. Lo dico perché l'America (del Nord e del Sud) è un posto cui sono legata, che ho studiato e che rispetto. Le letture più importanti della mia vita vengono da lì, e DeLillo è una di quelle.

Siccome questa rubrica riguarda proprio le mie letture angloamericane (che è ciò in cui mi sono laureata e con cui sono diventata adulta) il dubbio mi è venuto: che fare? Su Trump e Clinton si sono scritti fiumi di inchiostro e io non sono certo una politologa.


Purtroppo non si trova più in rete, ma quando uscì Punto Omega ci scrissi, nel 2010, uno dei "post" di cui andavo più fiera, su una rivista indipendente online che si chiamava Indie Riviera.


Da Body Art nel 2001 rimasi molto colpita, mentre sono un po' più ignorante sulle prime opere, di cui ho un ricordo da studentessa ma meno attuale. 

Credo contestualmente di essere una delle poche persone al mondo a non aver ancora letto Zero K (tradotto a quanto pare magistralmente da Federica Aceto), DeLillo è stato a Torino, presentato da Culicchia (che ha presentato anche me, giuro è vero) almeno a giudicare dall'Internet e dalle infinite condivisioni di informazioni e articoli su quel libro. Rimedierò, ma intanto mi è successa questa cosa. 

Dovete sapere che L'uomo che cade è in assoluto il primo libro che è apparso su questo blog. 

Ho aperto il blog il 14 febbraio 2008 e il 15 parlavo di questo romanzo in due sole righe, prima ancora di iscrivermi a twitter e di affacciarmi dunque alla sua forzata brevità, ecco qui il mini-post. 

Poi mi è accaduto il 9 novembre di quest'anno di guardarlo sbucare dalla mia libreria (uno dei pochi libri risparmiati dal topo, per saperne di più, guardate qui ).

Ci penso un attimo e capisco che il 9/11 è l'opposto dell'11/9, che è il tema del romanzo stesso.

L'uomo che cade, cade dalle Torri Gemelle e la storia di questo libro è tutta lì, in quell'episodio che ha cambiato (forse) il mondo. 

Ognuno di noi ha il suo ricordo di quel giorno, io (perdonatemi l'autoreferenzialità di questo blog) avevo 21 anni e quel pomeriggio dovevo rispondere a un'intervista radiofonica perché avevo scritto un articolo su Marie Claire che parlava di "biotipologie", va a sapere che sono, non me lo ricordo più. E così lo speaker (non mi ricordo manco la radio) voleva saperne di più e mi telefonò. Parlavamo quel pomeriggio di sole come reduci - soli - nell'Universo perché nessuno ha mai ascoltato, credo, quella conversazione radiofonica, dal momento che tutti, ma proprio tutti quelli che ce l'avevano erano incollati alla tv per capire che diavolo stesse succedendo.

DeLillo infine con questo romanzo interlocutorio e doveroso fa quello che deve fare uno scrittore: ha preso quei fatti, enormi, di una complessità senza rimedio; li ha digeriti, rielaborati e confezionati in una forma d'arte fruibile per noi comuni mortali. 

Le prime tre pagine sono la perfezione letteraria pura (non ho idea di come sia Zero K ma se è così, ottimo auspicio!). E dunque il libro si suddivide in tre parti, ed esplora tre tematiche: la storia di una famiglia, come si dice, "disfunzionale", la storia intima e impietosa dei terroristi e la storia di un artista. 

Questo libro è un messaggio piuttosto chiaro del suo autore che, non saprei dirlo con parole meno semplici, punta all'essenziale, al "punto omega". Per me, risente, o trae giovamento, di un lavoro di lima serio, intimo e definitivo. Questa è la voce di un autore che torna al nocciolo delle radici della base della sua scrittura e della scrittura di tutti, punta e si consuma nell'universalità che ci tocca tutti. Lo fa a partire da qui, forse un po' prima, e a quanto pare lo fa per arrivare a Zero K. 

E se non è un messaggio, è senz'altro una dichiarazione di intenti e una indicazione stilistica. 
Non lo so, ma credo che funzioni proprio come gli affetti più cari: ti vuoi bene solo cambiando. Continuo a voler bene a quella parte di mondo che per me ha significato così tanto, nonostante tutto. So che è un sentire comune, vediamo cosa succederà. Intanto è morto Leonard Cohen, vi lascio con un suo brano. Buon ascolto.



venerdì 28 ottobre 2016

Chicchi di caffè

Giorgio Pirazzini, Gattoterapia, Baldini & Castoldi - Sam Savage, Firmino, Einaudi (tradotto da Evelina Santangelo, illustrazioni di Fernando Krahn)

Imparare dai gatti e imparare dai topi. Recentemente, sto imparando ad esempio da un gattino di cinque mesi (di nome Cosimo) il significato del concetto di professionalità. Cosimo è ancora piccolo, ma ha un lavoro ben preciso, tramandato da generazioni: il cacciatore. Ebbene, lui ogni mattina, e spesso anche di notte, lavora. Non ha grilli per la testa (qualcuno vorrebbe semmai averlo nella pancia, ma non è ancora così bravo), non è invidioso né carrierista ma, benché si conceda molto riposo, non perde tempo. Non conosce rimpianti né arzigogolate insicurezze. Ha paura, questo sì, ma l'affronta e semmai, avendo cara la pelle, cerca di mettersi in salvo.

Per il resto del tempo, lavora. Si concentra. Si alza, si sgranchisce le zampe, e si mette a lavorare. Ho l'impressione che si diverta anche, ma non è questo il punto: fa quello che vuole fare e che deve e lo fa bene. E quando fallisce, accusa il colpo e ricomincia, metodicamente, a lavorare. 

Questa, come tante altre caratteristiche del gatto, dalle più emotive alle più comportamentali, potrebbe essere una delle cose che Lorenzo, uno dei protagonisti di Gattoterapia, sceglierebbe forse di emulare del comportamento dei gatti. 

Perché Lorenzo, un personaggio complesso e assai contemporaneo, vive a Londra ma è italiano e si avvelena la vita con un lavoro per lui diventato frustrante (il pubblicitario) e un matrimonio molto in crisi (anche sua moglie, Claudia, fa la pubblicitaria ma a differenza sua ama il lavoro e ha successo, oltre che un amante...). Tutto questo veleno troverà sbocco in due direzioni uguali ed opposte: una è l'entrare in contatto, da parte di Lorenzo, con una sorta di sofisticatissima società segreta londinese di persone che si ritrovano, indossano costumi e calzemaglie e si comportano esattamente come dei gatti, ben sapendo che il loro sistema di vità, più selvatico e istintivo, ci tiene alla larga dallo stress, ci rende esseri più affascinanti e distaccati. 

Tutto andrebbe bene, se non fosse che gli uomini non sono gatti e la incontrovertibile umanità di Lorenzo e Claudia arriva a un certo punto drammaticamente a riportare le cose alla loro esatta posizione, cioè verticale e non a quattro zampe. Non svelo il finale, che lascia il beneficio del dubbio: quanto dei gatti possiamo portarci nella nostra esistenza? Ma la domanda è ancora più profonda: di cosa abbiamo bisogno per imparare a vivere e ad amare noi stessi e gli altri? 

Che fine ha fatto il gatto in me? Era solo un capriccio per coprire delle mancanze troppo evidenti? Indifferenza, eleganza, sensualità sono tutte stupidaggini di un uomo abbandonato in cerca di autostima? 

Gattoterapia è infine una bellissima riflessione sulla iper e ultra nevrotica società contemporanea, specie tipica degli ambienti più evoluti, connessi e privilegiati. Rifugiarsi infatti nei tratti più narcisistici del gatto è proprio un po' come scappare da ciò che ci rende umani e dimenticare che tutto sommato siamo noi ad accudire i nostri gatti domestici e non viceversa, e che possiamo prendere molto da loro, certo, ma ci tocca soprattuto dare e prendercene la responsabilità, come si fa con le creature più piccole. 

Alla domanda sull'amore, magari non quello tra persone (alla fin fine insondabile) ma quello per i libri e in generale per la letteratura e le storie risponde Firmino

Mentre ringrazio Baldini & Castoldi per l'invio di Gattoterapia, uscito da pochi giorni in Italia, vi dico che Firmino lo ha scritto l'americano Sam Savage ed è uscito per Einaudi una decina di anni fa e me lo aveva regalato una mia amica. 

Firmino è un topastro mangiatore di libri. Ma anche di avventure:

Inoltre, non si deve necessariamente credere alle storie per amarle. Io amo ogni genere di storia. Amo il suo modo di procedere: inizio, sviluppo, fine. Amo il lento accumularsi di senso, i paesaggi ancora indistinti e vaghi dell'immaginazione, i percorsi tortuosi e intricati, le pendici boscose, gli specchi d'acqua e i loro riflessi, le svolte tragiche e i comici incidenti di percorso. 

 Firmino è un topo che si comporta da topo ma che al contempo degli umani prende il meglio, cioè assimila letteralmente i romanzi, mangiandoli, nutrendosene. Un po' l'opposto di quel che accade in Gattoterapia dove i ruoli sono invertiti.

In entrambi i casi questi libri convincono perché il regno animale vi appare come un territorio senza tempo ma al contempo adulto e narrativo, maturo e sofisticato, surreale, come accade anche in due libri che Giorgio Pirazzini cita in un'intervista su Vanity Fair (e che ho riletto anche io di recente) ovvero Il gatto in noi di Williamo Burroughs e Io sono un gatto di Natsume Soseki.

Per questa rubrica di comparazioni libresche ho scelto dunque questi due tipici opposti per antonomasia. Qui, vi ho raccontato come questo eterno enigma della contrapposizione gatto-topo ha preso vita nella mia casa non molto tempo fa quando in rapida successione si sono alternate le presenza di un topo mangiatore di libri e di un gattino di cinque mesi che di mestiere fa il cacciatore.

E in entrambi i casi, quel che resta dopo la lettura è la ricerca di un'autenticità che si rischia di smarrire e di valori importanti che si rischia di perdere talvolta semplicemente vivendo. Consigliati entrambi e buona lettura!


mercoledì 17 agosto 2016

Taccuino di caffè - summer version.


L'estate è stata lunga, lo sta ancora essendo. Ma nonostante la pausa estiva rigenerante che ho cercato di prendermi, ho notato comunque che la rete ha sfornato a getto continuo notizie editoriali (e non) di un certo rilievo. Come a ogni puntata a cadenza circa settimanale di questo taccuino che, tra alti e bassi, devo dire ha resistito alla prova del tempo, mi sono segnata le cose che più mi hanno colpita. La mini-rassegna delle news risulta tanto soggettiva quanto parziale, eppure al contempo mi auguro di regalare qualche spunto a chi passa da queste parti. 

1) What if? #SalTo edition. Ero in vacanza e intanto sbirciavo il cellulare e leggevo le notizie relative al nostro beneamato Salone del Libro. Che ora dovrebbe in parte essersi traslato, se non erro, a Milano (virando in #SalMì) o per meglio dire a Rho (#SalRho). Il tutto per ragioni legal-ecomico-giudiziarie. Insomma, un pasticciaccio all'italiana (con noiose derive francofone vedi GL events). E a me sono venute delle fantasie. Allora: è successo all'Appendino qui a Torino, potrebbe succedere a Hillary Clinton oltreoceano, perché non a me? Così, in spiaggia, ho immaginato cosa succederebbe - per assurdo - se domani mattina mi svegliassi e il mondo - trasformatosi in un posto migliore - decidesse di affidare la dirigenza del Salone del Libro (di Torino?) a una "giovane" donna come la sottoscritta. Ebbene: cosa farei io? Intanto, mi occuperei seriamente dell'annosa questione del wi-fi, ma questa è un'altra storia. E poi, sì, ecco, farei farei farei meno eventi! Circa la metà. Chiamerei a lavorare un gruppo di persone in prevalenza più giovani di me affidando la comunicazione social ai  bookblogger (o youtuber che dir si voglia) emergenti che quotidianamente leggo e che letteralmente amano il Salone e ne curano di fatto già in larga parte l'immagine da tempo e volontariamente. Quanto al resto, terrei tutto ciò che funziona - perché credo sotto sotto che squadra che vince non si cambia - ma abbattendo per quanto umanamente possibile clientele e familismo. Osserverei ben bene le buste paga di tutti, calmierando gli eccessi e aumentando di conseguenza gli stipendi troppo bassi. Dialogherei con le superpotenze internazionali e con le piccole realtà umili e local "trattando allo stesso modo questi due impostori". E infine conquisterei l'Universo con la mia inconfondibile intelligenza, no scherzo, lo farei con maggiori punti ristoro e panchine e macchinette del caffè, the o quello che più riscalda i cuori e fa carburare le menti durante le faticosa attraversate dei corridoi del Lingotto (?). Non largo ma larghissimo spazio ai bambini e alle scuole e, e, e? Cosa? Non era vero niente? Non sarò il direttore del #SalTo18? Peccato, ma lasciatemi sognare, almeno sul mio blog ;) 


2) Corso di scrittura di Elena Varvello. Una bellissima scoperta di questi giorni è stato questo corso di scrittura virtuale che il blog Ho un libro in testa ospita da qualche tempo. Mi piace lo stile di Elena Varvello, di cui mea culpa non ho ancora letto l'ultimo romanzo edito da Einaudi, ma rimedierò. Consigliatissimo agli aspiranti scrittori in ascolto ma anche a tutti gli altri. Read more... 

3) A proposito di you tuber. Non so se è il caldo che impone di "faticare" meno nel leggere e più nel guardare e ascoltare, ma ultimamente sto guardando alcuni youtuber letterari con sincero interesse. Una è lei. Non so se ve l'avevo già consigliata, ma giova ripetere quanto l'argomento merita. Ariel Bisset è una giovanissima canadese che racconta le sue letture ma anche un po' della sua vita (in inglese). Interessante la sua recente scoperta della poesia. Read more...

giovedì 7 luglio 2016

Chicchi di caffè!

Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi - Edna O'Brien, Ragazze di campagna, Elliot

Sono contenta di poter dire del talento puro di queste due scrittrici lontane nello spazio (meno nel tempo) eppure vicine nel sentire, nel raccontare la vita dei loro personaggi. 

Edna O' Brien e Goliarda Sapienza sono i miei chicchi di caffè del mese e nella mia mente di lettrice ho deciso di giustapporle e compararle come fossero colleghe di un sentire assai comune.

Questi due romanzi mi sono letteralmente capitati sotto mano durante il trasloco e li ho letti quasi contemporaneamente, rimanendone colpita.

Uno - Ragazze di campagna - mi è stato consigliato da una amica editor e scrittrice a sua volta, molto in gamba, Laura Salvai (a proposito, seguite i suoi viaggi qui!), l'altro l'ho comprato (insieme alla Scopa del sistema di David Foster Wallace, che mi mancava, per poter così avere l'ambito telo mare dell'Einaudi con la citazione di Moby Dick! Insomma, le ragioni di ogni acquisto di ogni singolo libro seguono i percorsi più diversi).

Dell'Arte della gioia comunque avevo sempre sentito parlare e sempre bene, così ho deciso di leggerlo anche io.

Dunque, analogie: in entrambi i libri seguiamo la storia di ragazze che si trovano a vivere in un collegio di suore, provenendo dalla campagna povera; quella siciliana nel caso di Sapienza, quella irlandese nel caso di O' Brien. Seguiranno poi tragitti differenti, più o meno confusi, più o meno dolorosi e più o meno felici.

Seguiamo le protagoniste - Modesta nel primo libro, Caithleen e Baba nel secondo - dall'infanzia all'età adulta attraverso la propria sensibilità che trafigge un secolo, il Novecento (Modesta nasce proprio l'1/1/1900), talmente denso di cambiamenti da destabilizzare tutti - personaggi e lettori. 

Le tre ragazze nei due romanzi si ritrovano alle prese con le proprie esigenze di libertà in contrasto con le rigide regola di una società in evoluzione vertiginosa e poco gentile con la vulnerabilità.

Modesta è un personaggio di una robustezza che raramente ho incontrato prima. Seguiamo la sua vita interiore ed esteriore come al microscopio, seguiamo le sue convulse e variegate esperienze sessuali e seguiamo la sua folle, galvanizzante lotta per la vita e per la felicità, che lei chiama gioia. L'abbassarsi delle temperature emotive che segnano il passare del tempo tra una visione del mondo ancora ottocentesca e il pieno Novecento lascia il passo però a un'enfatica cavalcata della Storia e della guerra che travolge i percorsi di vita di tutti i molti personaggi che costellano il romanzo. Le abilissime tecniche narrative di un'autrice dalla vita controverse vi conducono in un'avventura che senz'altro trasforma, entusiasma talvolta, assorbe completamente. Dunque consiglio di leggerlo se avete del tempo davanti solo per metabolizzarlo.

Caithleen e Baba invece mi hanno ricordato un po' le protagoniste della saga della Ferrante, due amiche pervase da amore e odio reciproco che crescono insieme e si scontrano e si sopportano e si aiutano, affamate di vita come Modesta e molto diverse tra di loro, avendo in comune solo l'ingenuità spietata della giovinezza. Capillare e meticolosa è la scrittura di Edna O' Brien, che merita esplorare anche nei racconti usciti da poco in libreria.
 
Come se ne esce da questi due libri? 

Con gli attrezzi dell'intelligenza un po' più affilati, come per aver intrapreso una revisione dentro se stessi. Migliorati e più vivi osservatori delle esperienze e dell'animo. Consigliati entrambi. E buona lettura! 


mercoledì 22 giugno 2016

Terrazzino di cafffè!


Mercoledì, tempo di taccuino. Purtroppo anche questa settimana sono riuscita a connettermi poco, ho letto poco e scritto poco. In compenso, ho montato parecchi mobili e mobiletti Ikea.

Ma questa sera riesco a stare un po' nel mio terrazzino, e a preparare una cena estiva. 

E quindi riesco anche a condividere con voi le tre consuete notizie settimanali che appunto solitamente su questo taccuino virtuale.  

1) Moresco. Escluso dalla cinquina dei finalisti al Premio Strega, Antonio Moresco ha scritto un articolo su La Repubblica (che poi ha implementato su Il primo amore) del 17 giugno che, lì per lì, a me come a molti, per farla assai breve è parso uno sfogo assimilabile al "rosicare". Un illuminante commento della scrittrice Rosella Postorino, sulla propria bacheca Facebook, a me ha concesso però di vedere il fenomeno sotto nuova luce, pur nella complessità del caso Read more...

2) Poesia & C.! Domani sera (giovedì) alla libreria Therese di Torino si festeggia, e molto. Intanto, la vetrina sarà inondata di bianco, il colore della collana di poesia storica dell'Einaudi, e poi si celebrerà il nono compleanno della libreria, nonché il cinquantasettesimo di Marco Zapparoli, editore di Marcos Y Marcos. Ci saranno sorpese e molte parole belle da ascoltare. Purtroppo io non ci sarò, perché domani c'è l'ultima puntata della stagione della mia trasmissione radio (insieme a Erica Tramontini), Pillole Concezionali su Radio Banda Larga - a proposito, ascoltateci se potete qui, che vi racconteremo le nostre cose preferite. Per chi vuol partecipare invece alla festa, le info qui! Accorrete numerosi!
3) Animal Instinct. Un po' di animali qui e là. A proposito di Pillole Concezionali, mi aggancio perché per tutta la stagione Erica ha tenuto una rubrica dedicata agli animali; quanto a me, scrivo da un po' piccoli racconti di animali e vita cittadina che si chiama Acqua Naturale, spero lo leggerete... Uno dei più intreressanti romanzi candidati al Premio Strega ha come protagonista un animale, un cinghiale. Il tema di Torino Spiritualità sarà "D'istinti animali", e ne sono molto curiosa. Gli animali insomma ci interessano (dico, a noi umani). Ogni tanto mi chiedo se anche noi interessiamo altrettanto a loro. Nella mia nuova casa, dalla quale vedo da vicinissimo l'antenna della tv del condominio, noto che sopra ci vivono due piccioni bianchi. Non riesco a capire se mi "percepiscono", ma forse sì. E me lo chiedo anche di tutte le coccinelle, ragni, zanzare e moscerini che popolano il mio appartamento di città in un quartiere che è quasi campagna. Insomma, un tema antico come l'uomo, che vorrei approfondire. Per i curiosi, un articolo su Bambi (in francese) qui


lunedì 6 giugno 2016

Chicchi di caffè.

Glenway Wescott, Il falco pellegrino, Adelphi - Helen MacDonald, Io e Mabel, Einaudi
Per la mia rubrica di accostamenti letterari, oggi ho scelto due romanzi con un comune denominatore. 

Molto differenti tra di loro, ma accomunati da un elemento della storia che è un perno per entrambi i racconti: un falco. 

Ne Il falco pellegrino, si tratta di Lucy, un rapace stranamente mansueto, sempre appollaiato sul polso di Mrs Cullen.

"Alex si congratulò per come Lucy appariva tranquilla in mani mie; sarei stato un buon falconiere. Questo mi ricordò mio padre e il suo magico potere sugli animali".

In Io e Mabel, similmente, ed è questo un altro elemento che lega le due storie, uno dei protagonisti principali, seppure assente fin dalle prime scene, è un padre, il padre di Helen (la narrazione qui è in forma di memoir, quindi autobiografica) che muore e le lascia un'eredità particolare, capace di condurla all'incontro con il falco Mabel.

"'Mi ha lasciato un'eredità da osservatrice', pensai oziosamente. Forse, considerata la propensione di mio padre ad alzare la testa a ogni minimo rombo di motore e a seguire con il binocolo scie lontane, era inevitabile che il mio minuscolo sé tentasse di emularlo e imparasse che osservare oggetti volanti era il modo per guardare il mondo".

I falchi in queste due storie diventano simboli, nell'accezione più nobile ed efficace dell'uso che se ne può fare in letteratura. Nel primo caso, sarà Lucy a scatenare reazioni ed emozioni in un consesso umano iper controllato e insieme ozioso della borghesia degli anni Venti (un'ereditiera americana ospita nella sua magione nella campagna di Francia amici britannici), nel secondo Mabel sarà un vero monito e un vero veicolo di maturazione, cura, crecita per la protagonista che, dopo la morte improvvisa del padre si scopre precaria non solo nel lavoro ma anche negli affetti, priva di colpo di risorse con cui cavarsela, come ci scopriamo molti di noi.

E se infatti nel primo caso, Christopher Isherwood accosta Il falco pellegrino, uscito per la prima volta nel 1940 (e in Italia nel 2002), al Buon soldato di Ford Madox Ford, Io e Mabel, pubblicato per la prima volta nel 2014 e in Italia nel 2016, invece si può avvicinare ai maestri della contemporaneità: inevitabile, non fosse che per la presenza massicca del birdwatching come metafora, pensare a Franzen, anche per scavo psicologico e ossrervatorio lucido sulle nevrosi della nostra talvolta vuota contemporaneità.

Proprio un vuoto profondo sarà ciò che i falchi proveranno di fatto a colmare. Un vuoto di valori e un vuoto di sicurezze. Due facce della stessa medaglia esistenziale, che nelle frasi accurate, nella prosa eccellente di questi due autori tanto lontani e tanto vicini, si trasformano nelle tinte di due affreschi narrativi ammurevoli, fonte di accrescimento per noi lettori. 

Lo stile di scrittura, ne Il falco pellegrino, è di una perfezione rara, segno di una padronanza dei temi e della lingua notevoli e in Io e Mabel ci troviamo di fronte a un esperimento letterario interessantissimo, dove saggistica, narrazione e diario si confondono in uno di quei lavori "totali" che ogni buon scrittore vorrebbe saper comporre almeno una volta nella sua vita.

Spero allora che anche a voi piacerà trovare analogie e differenze in questi due inusuali capolavori quanto è piaciuto a me. 

Ne approfitto infine per segnalarvi, se vi incuriosiscono le storie con animali, il mio blog Acqua Naturale, che è un  piccolo laboratorio di scrittura in cui mi cimento a raccontare frammenti di vita reale o immaginaria in cui gli animali assumono un ruolo importante, poiché è ciò che ho intuito in questi ultimi anni, ovvero quanto siano significativi nella vita gli esseri umani gli animali e in generale la natura, che tanto mi spaventa quanto mi affascina. Buona lettura.

lunedì 30 maggio 2016

My cup of caffè - Mi chiamo Lucy Barton - Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Faccio un piccolo spoiler: Mi chiamo Lucy Barton finisce con questa frase:

La vita mi lascia sempre senza fiato. 

Ed è l'ultimo frammento di una sequenza di "piccoli finali" che si estrinsecano in capitoletti sempre più corti, sempre più corti, sempre più corti ed essenziali fino a diventare quella frase. Assomigliano a tanti brevi respiri, quei capitoli, e la sensazione è proprio di fiato che si accorcia (chi è asmatico come me conosce molto bene la sensazione), qui però è tutto rovesciato: non manca l'aria perché si soffoca, manca perché ci è entrata ormai tutta nei polmoni, perché in questo romanzo c'è tutto ciò che è bene o doveroso sapere della vita, e dunque è un restare senza fiato per il dolore, la bellezza, la sensibilità, il talento. 

C'è veramente tutto, in questo ennnesimo capolavoro di Elizabeth Strout che, dopo I ragazzi Burgess che era un romanzo lungo, approda a una storia breve, mi ha ricordato non so perché Magda Szabò. 

Come l'Aleph di Borges è questa vita minima di una bambina che nasce povera e nel disagio estremo psichico e, seguendo un percorso credibile che non permette mai al lettore di disdire la fiducia nella scrittrice Strout (difficile per uno scrittore parlare di uno scrittore, dicono infatti sia la sfida più grande) diventa una scrittrice. 

Lo diventa in modo organico, pulito, tradizionale: partecipa a un workshop di scrittura, manda i suoi racconti a una rivista letteraria, scopre una passione e una capacità che le fruttano denaro. Succede in modo lineare, come poteva accadere negli anni Ottanta, dove questa storia è in gran parte ambientata.

Tutto comincia in un letto di ospedale, in medias res rispetto alla vita della protagonista - Lucy Barton - ovvero quando lei sta per diventare una scrittrice famosa, ma non lo è ancora, ha due bambine e un marito, ma non lo avrà più, almeno non lo stesso, e non vede sua madre da tanti anni, quando questa donna, di punto in bianco:

- Mamma? - dissi.
- Ciao, Lucy, - disse lei. La sua voce mi parve timida, ma inderogabile. Si chinò e mi strinse un piede attraverso il lenzuolo. - Ciao, Bestiolina, - disse.

Compare la mamma ad accudirla, come fosse tornata bambina. Ma non aspettatevi pietismo: non è commovente questa scena perché non c'è una fantomatica "riappacificazione", c'è invece tra le più perfette forme di autenticità descrittiva delle relazioni ed emozioni umane che possiate trovare in un romanzo. Come avrà fatto la Strout a capire e a trasferire sulla pagina l'animo umano e in special modo quell'animo umano lì, resterà un mistero, un miracolo anzi.

Spesso, molto spesso, le narrazioni che riguardano il rapporto madre e figlia hanno a che fare con gli ospedali, perché è proprio quando siamo più fragili e soli che abbiamo bisogno di una mamma o, alternativamente, di una figlia. 

C'è una frase di Philip Roth che dice pressappoco: "Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è rovinata". Beh, questo romanzo sembrerebbe invece rovesciare l'assunto e trasformarlo in: 

"Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è salva". 

Ci sarebbe da discutere se siano le caratteristiche peculiari di una famiglia a far nascere uno scrittore o, al contrario, se sia il "miracolo" innato della mente dello scrittore a rende una famiglia narrabile, narrativa. Il tempo e lo spazio sono sempre troppo pochi per sviscerare tutte le questioni, questa però è interessante. Nel caso di Lucy Barton, quella specifica famiglia pare toccata - per sommi capi e mi si perdoni la laconicità - dal male assoluto. Eppure Lucy trova una strada per uscire dal quel buio, magari soffrendo in ospedale, magari sbagliando, residuando un po' di questo male, distribuendolo senza volerlo, ma infine riesce a guarirne.
 
Ho seguito il livetweet del suo intervento al Circolo dei Lettori qui a Torino, per capire cosa dice, come, appunto, fa. E ho letto delle interviste, ma niente. A occhio e croce, non lo sa nemmeno lei. D'altra parte, è un mistero, nessuno sa svelarlo, dico il mistero della scrittura così giusta e accurata.

Tra le altre cose, ho letto che ha dichiarato ironicamente di essere l'unica donna americana ad amare Hemingway, e io avrei tanto voluto dirle che non è sola, che ci sono anche io! 

E avrei voluto dirle anche che la leggo da tanto tempo e che - ancor prima che diventassero di moda gli youtubers! Bontà loro - posso vantarmi di aver realizzato ben due video, con tanto di musichetta di sottofondo - sul suo splendido Resta con me. Secondo solo, per lucida conformazione dei personaggi in totale purezza, al più premiato Olive Kitteridge.

Tutte queste cose non potrò dirgliele mai, ho pensato. Ma leggendo Lucy Barton ho anche pensato che la vita prende vie misteriose, che non sono necessarie tante parole per la felicità. 

E in efffetti è soprendente notare come in questo romanzo ci sia tutto il mondo in poche frasi: dagli indiani d'America, alla strage dell'Aids, dalla violenza assoluta alla pietas, dalla miseria alla ricchezza esteriori e interiori all'11 settembre, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, ci siamo noi, in effetti, bambini, adolescenti, adulti, anziani. In una parola, Elizabeth Strout sa pronunciare il mondo. 

Questa è una storia piccola, ed è una storia epica. Una banale appendicite in un ospedale qualunque, in una famiglia qualunque, solo più misera della media, ma neanche troppo, diventa un'Odissea in cui l'eroina deve, vuole e può tornare a casa. Quale sia questa casa non si sa, ce ne sono alcune accennate, o meglio si sa con più precisione: è la scrittura. 
Conforta che non bisogna essere per forza scrittori famosi per tornare a casa, la vita lascia alla fin fine tutti senza fiato, in tutti i sensi, da sempre e per sempre.

 Traduzione perfetta di Susanna Basso. Perfetta copertina di Giordano Poloni.

lunedì 9 maggio 2016

Tazzina di sakè - Mo Yan - L'uomo che allevava i gatti.

Mo Yan, L'uomo che allevava i gatti, Einaudi
Torna la mia rubrica sulle letterature orientali. Ultimamente mi ero appassionata, e avevo letto alcuni romanzi e racconti di autori cinesi. Tra cui Mo Yan. 

Premio Nobel nel 2012, Mo Yan è forse tra gli autori più rappresentativi della contemporaneità ed è una pietra miliare per chi volesse affacciarsi alla letteratura cinese, imprescindibile. 

I racconti raccolti in L'uomo che allevava i gatti sono tutti piccoli capolavori di realismo e di magia. In particolare, quello che regala il titolo alla raccolta, incanta per la sua disarmante onestà, per la sua incursione in una Cina rurale e piena di riti e credenze, talvolta da sfatare. 

I protagonisti di queste storie sono spesso bambini alle prese con la scoperta delle intemperanze degli adulti e delle proprie stesse ingenuità. Sono animali anche, che non sanno far altro che essere se stessi, ovvero creature sagge, ma prive di intenzioni. 

Mo Yan canta la meravigliosa neutralità della natura umana e della natura tout court e l'essere autore ormai pluripremiato e famoso in tutto il mondo non lo rende meno autentico. 

...Un gatto tigrato si arrampicava sull'argine, calpestando silenziosamente l'erba secca con le zampe di velluto. Impaurito si fermò davanti a lui, i suoi occhi lanciaronolampi verdi, soffiò mostrando i denti e rizzò la coda come un'antenna. Il bambino lo guardò intimorito.

sabato 7 maggio 2016

Le grandi virtù: Toni Servillo legge Natalia Ginzburg.



Mercoledì scorso ho avuto la fortuna di ascoltare Toni Servillo leggere alcuni testi di Natalia Ginzburg. Di questa fortuna, ringrazio gli amici di Stilema per l'opportunità di un osservatorio unico.  

Stilema è l'ufficio stampa che sta curando l'evento "Storia di una voce" un ciclo di letture di testi di Natalia Ginzburg all'auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino in occasione del centenario della nascita della scrittrice.

Poter ascoltare la voce di un attore così bravo, con una voce così perfetta, è stato un bel regalo. Si sentiva nella sua compostezza una passione per quelle parole e un rispetto reali, tanto che alla fine si è fatto da parte e ha lasciato che il suo stesso applauso, e il nostro di pubblico, omaggiassero la scrittrice e si festeggiasse ai suoi cento anni. 

Da dove cominciare? Ho raccontato qualche giorno fa sul blog Read Your Life di come è nato il mio legame con questa autrice. Sui banchi di scuola. Contrariamente alla maggioranza dei suoi lettori, ho conosciuto Natalia Ginzburg a partire dalle Piccole Virtù, anziché dal più noto e autobiografico Lessico famigliare, che è forse uno dei suoi romanzi più conosciuti e che le valse il Premio Strega nel 1963. 

Di Natalia Ginzburg consiglierei anche i Cinque romanzi brevi, e le opere teatrali che in passato ho visto messe in scena in diversi teatri della mia città. Insomma, cercartela, se non lo avete ancora
fatto. 

 


Quando mi sono seduta sulla poltroncina dell'auditorium, alla fine di una della tante giornate che vivo ultimamente, frenetiche, prive di tempo per respirare, mi sono appoggiata allo schienale, e ho pensato: "eccomi qui, seppur di corsa, in qualche modo ci sono arrivata, vediamo cosa succede", ma in verità era chiaro che mi sono, come molti adulti suppongo, così abituata a saltare da un impegno all'altro senza grazia, senza ascoltare quello che succede intorno, e dentro di me. 

Pian piano i minuti passavano, la presentazione di Domenico Scarpa ha lasciato che la piccola attesa si creasse e diventasse confortevole. Infine, è arrivato Toni Servillo e ha cominciato a leggere. 

Tre tra i testi più belli della Ginzburg. Una poesia su Dio, delicata e comica, che si intitola Non possiamo saperlo (e dà anche il titolo a una raccolta di saggi), una poesia che ci dice che non sappiamo nulla di ciò che veramente ci preme, ci sta a cuore, eppure viviamo. E due brani tratti dalle Piccole virtù. Ovvero Lui e io, ritratto tenero e ironico del suo rapporto con il marito Gabriele Baldini e Le piccole virtù, che regala il titolo alla raccolta. 

Mentre Servillo leggeva, mi sono resa conto di conoscerne interi pezzi a memoria. Avendoli letti e riletti dai sedici anni circa a oggi innumerevoli volte. 

Lui ha sempre caldo; io ho sempre freddo. D'estate, quando è veramente caldo, non fa che lamentarsi del gran caldo che ha. Si sdegna se vede che mi infilo, la sera, un golf.  [...] Lui ha un grande senso dell'orientamento, io nessuno. Nelle città straniere, dopo un giorno, lui si muove leggero come una farfalla. Io mi sperdo nella mia propria città; devo chiedere indicazioni per ritornare nella mia propria casa. 

[...]

Per me, ogni attività è sommamente difficile, faticosa, incerta. Sono molto pigra, e ho un'assoluta necessità di oziare, se voglio concludere qualcosa, lunghe ore sdraiata sui divani. Lui non sta mai in ozio, fa sempre qualcosa; scrive a macchina velocissimo, con la radio accesa;

 [...]

Perché pur avendo sempre tando caldo, sovente usa vestirsi come se fosse circondato di neve e di ghiaccio e di orsi bianchi; o anche invece si veste come un piantatore di caffè nel Brasile; ma sempre si veste diverso da tutta l'altra gente. Se gli ricordo quell'antica nostra passeggiata per via Nazionale, dice di ricordare, ma io so che mente e non ricorda nulla; e io a volte mi chiedo se eravamo noi, quelle due persone, quasi vent'anni fa per via Nazionale; due persone che hanno conversato così gentilmente, urbanamente, nel sole che tramontava; che amabili conversatori, due giovani intellettuali a passeggio; così giovani, così educati, così distratti, così disposti a dare l'uno dell'altra un giudizio distrattamente benevolo; così disposti a congedarsi l'uno dall'altra per sempre, quel tramonto, a quell'angolo di strada.

Lui è Gabriele Baldini, il suo secondo amato marito. Il primo, Leone Ginzburg, era morto in carcere a Regina Coeli, in seguito a torture dei tedeschi per la sua volontà di non collaborare, nel 1944. 

Sui miei dolori reali, non pianngo mai.

Scrive raccontando dei litigi tragicomici con Gabriele. 
Sono sempre rimasta incantata da come questa scrittrice sapesse essere autentica, vicina, incredibilmente sana. 

Di come avesse capito, e detto, che l'amore, come la vita, assomiglia a un semplice miscelatore di temperature, a un rubinetto che noi dobbiamo modulare per bere, per lavarci con l'acqua più giusta.

I suoi amici intellettuali, tra cui Pavese, al quale lei dedica uno dei testi più toccanti, Ritratto d'un amico, la definivano talvolta "finta tonta" ma, come spiegava anche Domenico Scarpa, curatore di molte sue opere, il suo anti-intellettualismo venne fin troppo equivocato. Semplicemente, Natalia Ginzburg era onesta. 

Dico io: era saggia. Nelle sue spoglie vesti di scrittrice pura, di narratrice artigiana, era sincera; dichiarando di saper di non sapere, aveva raggiunto una vetta che ancora oggi come lettori ricerchiamo tutti, la vetta di una qualche verità da trovare nelle pagine, da fare nostra, da usare come strumento per cambiare la vita. 

Leggete I rapporti umani, leggete Silenzio, leggete Le scarpe rotte e tutti gli altri saggi. Leggete cosa dice dell'Inghilterra, e amerete l'Inghilterra. Leggete cosa dice sulle virtù e amerete le virtù.





 Per quanto riguarda l'educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l'indifferenza al denaro; non la prudenza ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l'astuzia ma la schiettezza e l'amore alla verità; non la diplomazia, ma l'amore al prossimo e l'abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.  

[...]

Non che le piccole virtù, in se stesse, siano spregevoli: ma il loro valore è di ordine complementare e non sostanziale; esse non possono stare da sole senza le altre, e sono, da sole senza le altre, per la natura umana un povero cibo.

[...]

E in genere, credo che si debba andare molto cauti nel promettere e somministrare premi e punizioni. Perché la vita raramente avrà premi e punizioni: di solito i sacrifici non hanno alcun premio, e sovente le cattive azioni non sono punite, ma anzi a volte lautamente retribuite in successo e denaro. Perciò è meglio che i nostri figli sappiano fin dall'infanzia, che il bene non riceve ricompensa, e il male non riceve castigo: e tuttavia bisogna amare il bene e odiare il male: e a questo non è possibile dare nessuna spiegazione.

E poi arriva il pezzo in cui si parla della vocazione, dell'avere una vocazione qualsivoglia che, nella visione della Ginzburg, non è altro che espressione massima dell'amore alla vita. Amare la vita genera altro amore per la vita e tiene vivi. 

Quelle parole per me sono state un soffio vitale. Sono ritornata all'amore per la vita che avevo nei miei sedici anni. Con tutto il mio tempo ancora davanti e una vocazione alla scrittura (si può anche essere una pulce di scrittori, dice l'autrice, eppure rispettare ed essere devoti al proprio mestiere, dunque bando allo zelo) che germogliava da tempo come un seme. 

Ho pensato: che effetto mi avrà fatto leggere tante volte, assimilare, questi concetti, queste parole, questo stile di scrittura, da giovane? Dov'era finita quella ragazzina che capiva, annuiva e faceva promessa di raccontare in giro quanto bello, e utile fosse leggere quel libro, tutti quei libri? 

Dov'era finita la gratitudine alla prof che me li aveva fatti conoscere? E il sogno di impararne altri e scriverne e scriverli? Il tempo davanti? Beh è ancora tutto vivo, mescolato, come per tutti, da scoperte e dolore. Mescolato da anni, e corse e affanni e gioie che non potevo immaginare, eppure è ancora tutto vivo. 

Solo a tratti, dal fondo della nostra stanchezza, risale in noi la coscienza delle cose, così pungente da farci venire le lagrime: forse guardiamo la terra per l'ultima volta. Mai abbiamo sentito con tanta forza l'amore che ci lega alla polvere delle strade, agli altissimi gridi degli uccelli, a quel ritmo affannoso del respiro in noi: ma ci sentiamo più forti di quel ritmo affannoso, lo sentiamo in noi così sordo, così lontano, come se non fosse più nostro: mai abbiamo amato i nostri figli, il loro peso fra le nostre braccia, la carezza dei loro capelli sulle nostre guance, pure non sentiamo più paura nemmeno per i nostri figli: diciamo che Dio li protegga, se vuole. Gli diciamo di fare come vuole. E adesso siamo veramente adulti, pensiamo un mattino [...].

In effetti, i figli di Natalia, alcuni, mercoledì erano in sala ad ascoltare Servillo leggere le parole della madre. Tutto è andato per il meglio, hanno amato la vita.





domenica 1 maggio 2016

Il lavoro e tre consigli di lettura.


Il lavoro, quando manca o ce n'è così poco come oggi, è difficile anche rifletterci su. Fa rima con bisogno, fame fisica o mentale, desiderio di fare e impossibilità, necessità di esistere, di stare al mondo. 

Quel che resta di ogni pensiero va lì, quel che resta di ogni energia diventa speranza. Che posso dire, dunque, qui in veste di blogger, sul lavoro? 

Niente. 

Penso solo che non ci resta che chiederlo e cercarlo ogni giorno, reggere l'attesa, gestire lo sconforto, semmai inventarlo e crearlo e non smettere di vivere.

D'altro canto, ci sono i libri. Così oggi mi sento di elencare tre libri che conosco sul tema del lavoro, naturalmente escludendone un bel po' di altri altrettanto importanti.


1) La chiave a stella - Primo Levi. Questo è IL romanzo sul lavoro della nostra letteratura. Molti ne sono stati scritti prima e dopo, ma il più rappresentativo è forse proprio questo peregrinare del buon Faussone in giro per il mondo. La storia di un operaio specializzato, che ama il suo lavoro e ama viaggiare e sceglie di andare a montare ponti e impalcature all'estero anziché restare in Italia è significativa. Ma ciò che colpisce del libro è la voce del protagonista e come Primo Levi sia riuscito a farla risuonare, autentica, tra le pagine. 

2) Opinioni di un clown - Heinrich Boll. Questo è un romanzo che non riguarda strettamente il tema del lavoro in sé: è più una storia d'amore, religione e politica. Ma il lavoro conta eccome. E il fatto che il povero Hans - lasciato dalla amata Maria, senza un soldo, afflitto dalle recensioni negative dei suoi spettacoli - scelga di fare comunque il clown è interessante. I dialoghi con il padre, i monologhi e le decisioni che prende sono tutti elementi che mettono in luce il valore delle sue risoluzioni.

3) Il mondo deve sapere - Michela Murgia. Questo è il romanzo sul lavoro della mia generazione. Insieme ad alcuni altri ma devo dire che questo lo ricordo con maggiore intensità e l'ho letto appena uscito, vedendo anche il film. Nasce inizialmente come un blog. Diventato poi un capolavoro semi-autobiografico in cui l'autrice descrive la sua esperienza di lavoro in un call center. Correva l'anno 2006, lo pubblicava una casa editrice che ora non c'è più e che ha chiuso anche perché molti lavoratori non venivano pagati. Personalmente, avevo 26 anni e dopo una laurea (presa nel 2003, quando ancora il lavoro c'era), diversi lavori vari e un master in editoria (vinto con borsa di studio), mi apprestavo a cominciare il mio quarto o quinto stage non retribuito. Di quel periodo ricordo anche i miei stessi colloqui per i call center e molte, troppe altre amenità lavorative. Certo, ognuno ha la sua storia (problemi personali, demeriti, o altro), ma la proposta di "gratuità" o aleatorietà del lavoro è sempre sbagliata, lo abbiamo visto, e pericolosa per un'intera società. E benché questi siano concetti ormai consolidati, mi chiedo: cosa è cambiato in dieci anni? 

Ecco le mie tre proposte di lettura su questo tema difficile. Oggi a Torino fa freddo, e pioverà probabilmente sulla manifestazione del 1° maggio. Non voglio trasmettere pessimismo, ma realismo. E a volte, guardare in faccia una realtà può essere il primo passo per decidere di modificarla in meglio. 



Infine, meritiamo anche di farci una risata. 
Buon 1° maggio! Su coraggio.

sabato 30 aprile 2016

My cup of caffè - Il libro dei bambini di A. S. Byatt.

A. S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Bentrovati nella mia rubrica mensile dedicata ai libri di area anglofona. Ho scelto questo bel romanzo, che ho ricevuto in dono da Einaudi qualche anno fa in occasione di un incontro per blogger e giornalisti (non relativo all'autrice), e che ringrazio, per diverse ragioni.

Intanto, questo è un libro che racchiunde un po' la quintessenza dell'anglofonia, dell'anglitudine, dell'inglesità che dir si voglia. Ed è quasi completamente in Inghilterra che è ambientato, salvo rapide escursioni a Parigi e Monaco, tra il 1895 e il 1919 - con lo scoppio e lo svolgersi della Prima Guerra Mondiale. 

Per una recensione molto accurata e dal taglio squisitamente storico, rimando alle parole di Wu Ming, qui.

Tutto comunque ha inizio a South Kensington, nella galleria del principe consorte del Victoria & Albert Museum di Londra.

Per una piccola immersione nelle opere d'arte, nelle descrizioni affascinanti e nello sguardo peculiare dell'autrice, rimando invece a un testo della traduttrice del romanzo stesso, Anna Nadotti, sul sito Einaudi, con tanto di immagini e in particolare quella del candelabro di Gloucester che ha un ruolo nella storia.

 La protagonista è Olive Wellwood, scrittrice di libri per bambini.

Quando non aveva idee per le sue storie, si ispirava, con una certa riluttanza, alle fiabe segrete di Tom, Dorothy, Phyllis, Hedda, riscrivendone dei passi in forme più facili, pubbliche, ammorbidite e semplificate. Non c'era alcun esplicito sottinteso che le storie dovessero restare inviolate. Le storie sono storie, si diceva Olive, che vengono ripetute e si rifolmulano all'infinito, come i vermi troncati, o il ramificarsi delle vene d'acqua e di metallo. Le storie dei suoi figli contenevano elementi presi da altri narratori - anche il suo sincero Thomas incontrava la regina degli elfi con una gonna di seta verde come l'erba; e nell'universo di animali mutanti della storia di Dorothy, il sinistro talpone doveva molto al terrore infantile suscitato in Olive stessa della Mignolina di Andersen. C'erano passi che scriveva e riscriveva, a volte trasformandoli radicalmente, a volte senza quasi cambiare una parola. Uno degli incipit di Tom sottoterra era stato riscritto qualche tempo dopo l'incipit originale, ovvero l'incontro con la regina del Paese degli elfi. Forse poteva usarlo per scrivere una fiaba vendibile, Tom avrebbe messo il broncio e lei gli avrebbe spiegato che non si trattava della stessa fiaba, e gli avrebbe confidato, da donna a uomo, l'angoscia di una crisi finanziaria. 

E questo è uno stralcio tra i tanti della complessità del romanzo. La vita adulta di diverse famiglie e generazioni - con la Storia che le scorre dentro - in contrapposizione con l'esigenza di proteggere i bambini, di accudirli e di conviverci. Copio da una citazione del suddetto articolo di Wu Ming dal romanzo della Byatt:

I fabiani* e gli scienziati sociali, gli scrittori e gli insegnanti videro, in modo diverso dalle generazioni precedenti, che i bambini erano persone, con identità, desideri e intelligenze. Videro che non erano né bambole, né giocattoli, né adulti in miniatura. Videro, in molti casi, che i bambini avevano bisogno di libertà, avevano bisogno non solo di imparare, e di essere buoni, ma anche di giocare e di essere selvaggi.

Questo passo mi ha colpita e ho scelto di focalizzarmi su questa antica lettura (il libro è uscito in Italia nel 2009) a partire da un fatto di cronaca. Mi riferisco alla bimba uccisa da un pedofilo vicino di casa che l'ha scaraventata giù dal balcone in un quartiere di Napoli. Posto che i fatti di cronaca lasciano spazio sempre al sensazionalismo e saziano la fame di morbosità che c'è in molti di noi,  questa volta mi sono sentita più spaventata del solito, e penso di non essere la sola. Siamo una città italiana nel 2016 e nessuno è in grado di proteggere una bambina da un omicidio di tale efferatezza. Anzi, gli adulti mentono e tengono il segreto, tanto è vero che a svelare, dopo anni, il nome dell'assassino alle istituzioni è una bambina a sua volta, amica della vittima. Come mai? Cos'è questa se non un'emergenza medica, morale e spirituale? Come spesso accade, chi scrive non può fare molto, se non scriverne, di fronte a ciò che sente come ingiusto, come pericoloso. Il senso di impotenza che mi coglie di fronte a storie del genere personalmente non so far altro che incanalarlo in parole da diffondere. I libri possono fare anche questo, ovvero rendere sensibili ad alcuni temi. Tornando al romanzo, qui i bambini sono proprio personaggi decisivi. Devono affrontare molte sfide, e spesso ce la fanno.

Questa è certo una lettura impegnativa e difficile, molto gustosa e raffinata ma che richiede uno sforzo importante. Ci sono però parecchi attimi e frasi che ripagano della fatica e danno speranza.

Mentre il paesaggio andava somigliando sempre più al caos primordiale, l'ingegnosità umana si faceva sempre più disperatamente metodica e inventiva.

Buona lettura!

 *Il fabianesimo è un movimento nato in Gran Bretagna nel XIX secolo, di stampo socialdemocratico, politicamente si rifaceva alla tattica "temporeggiatrice" di Quinto Fabio Massimo, da cui il nome.

venerdì 12 febbraio 2016

Tazzina di sakè. Mia amata Yuriko - intervista ad Antonietta Pastore

Antonietta Pastore, Mia amata Yuriko, Einaudi
Mia amata Yuriko è un romanzo delicato e profondo come sanno esserlo solo le emozioni e le opere d'arte più autentiche della vita. Confluiscono, in questa storia vera - e verosimile solo nelle parti in cui la memoria dell'autrice ha dovuto essere completata da piccoli inserti di immaginazione - diversi elementi, tutti accurati e importanti. Il lettore, alla fine della lettura, resta legato alla bellezza elegante delle ambientazioni ma soprattutto ai personaggi e scopre anche se stesso come in uno specchio: si possono ritrovare temi decisivi come il contrasto tra il destino (qui rappresentato, fondamentalmente, dalla guerra e dalla bomba atomica che ha colpito Hiroshima il 6 agosto del 1945) e la scelta individuale. La difficile concordanza tra l'amore per un'altra persona e il rispetto per sé. La capacità di sopportare il dolore, la vergogna e la determinazione. Fino all'illuminazione finale che fa entrare la luce in tutta la storia e, senza paura di svelare troppo, si può dire che abbia a che fare con la piccola, ma ineguagliabile gioia della consapevolezza di avere fatto la cosa giusta. In tutto questo, nelle parole che compongono questo romanzo breve e perfettamente composto, c'è il tocco della scrittrice e traduttrice Antonietta Pastore che descrive di come abbia raccolto la vicenda di Yuriko. Si capisce bene quali passaggi, quante attese e quanta delicatezza d'animo abbia richiesto la tessitura di una trama impeccabile proprio perché reale. Si sente una voce sì delicata, ma anche fortissima. Strutturata da una dote naturale e insieme, si può intuire, dal pluriennale lavoro di traduttrice dal giapponese e dalla assiduità dell'autrice con questa cultura – sappiamo infatti che ha abitato in Giappone per sedici anni sia per amore sia per lavoro.

Personalmente, dal momento che Murakami Haruki è uno degli autori che più hanno influenzato la mia esperienza di lettrice e la mia vita, non posso non notare una analogia di sentire tra l'autrice e traduttrice dei suoi lavori e Murakami stesso, come immagino degli altri autori da lei tradotti. A un certo punto, nel corso della lettura, ricordo proprio di aver pensato: il mistero di Yuriko assomiglia al mistero chiuso in certi personaggi del mio autore giapponese preferito! Ma nel romanzo di Antonietta Pastore ci ho letto un pezzetto di qualcosa in più: Yuriko è reale, è una donna come tante, come me. Una donna da cui imparare come si decidono le grandi cose della propria esistenza, e anche quelle minime. Infine, ho capito leggendo che è possibile che un no o un sì detti al momento opportuno ripaghino di un'unica, ma vitale cosa: la dignità che ci rende umani.

C'è da aggiungere che di per sé la lettura di questo libro è un privilegio, come lo è la meticolosità intellettuale ed emotiva che fa sì che arrivino, confezionate con purezza estetica, racconti belli e utili come questo. Ci aggiungo però un mio personale privilegio, che voglio condividere con i lettori affezionati di questo blog: la possibilità di rivolgere a un'autrice che leggo e seguo da tempo nel suo lavoro, alcune domande.

Mia amata Yuriko è un romanzo che tocca diversi temi, ma quello che, al termine della lettura, pare più evidente è il valore della scelta. Un nodo che si scioglie solo alla fine di tutto il racconto, quasi a svelare un mistero, che è quello della personalità e della vita stessa di Yuriko, una donna che appare subito forte ma anche, inizialmente e al tempo stesso un po' “strana”. Può raccontarci come lei, Antonietta Pastore, abbia invece scelto di trasmettere ai lettori questa storia? Dal capitolo finale del libro, sappiamo infatti che tutto è nato dopo i tragici eventi di Fukushima del 2011. 

Le scelte, a volte, si impongono, diventano una necessità. Per fortuna non tutte sono drammatiche come quella che deve fare la protagonista del libro, Yuriko, davanti a un dilemma da cui dipende la sua dignità di donna e di persona. Nel mio caso, la decisione di raccontare la sua storia è nata sì da un’urgenza reale, però il mio ruolo è solo quello della testimone. Negli anni in cui vivevo in Giappone, la mia esistenza per un breve momento ha incrociato quella di Yuriko, e quest’incontro ha lasciato in me una traccia, come un punto in sospeso in fondo alla mia coscienza. A lungo ho pensato che la sua vicenda meritasse di essere narrata, ma al tempo stesso mi dicevo che non era il caso di riesumare eventi molto lontani, molto tristi, sui quali era forse preferibile lasciar calare il silenzio.
Nel marzo del 2011 però, quando ho visto che la tragedia di Fukushima provocava danni − che non giudico collaterali −, analoghi a quelli che già si erano constatati dopo Hiroshima e Nagasaki, ho sentito che era venuto il momento di parlare di Yuriko. Perché a distanza di decenni altre persone, altre donne, erano vittime di ingiustizie simili a quella subita da lei. Avendola conosciuta, mi sentivo in qualche modo autorizzata, anzi, quasi tenuta, a raccontare la sua storia, come se fossi stata scelta a testimone, appunto, di una realtà sconcertante, mai divulgata. 

Per la stessa natura delle esplosioni di Hiroshima, quello della bomba atomica che ha colpito gli abitanti di quelle zone del Giappone pare essere un tema a lunga percorrenza. La storia di Yuriko ci parla di tempi lentissimi, di attese apparentemente senza fine e di indeterminatezza. Si può immaginare che il suo lavoro abbia richiesto molto rispetto e capacità di far sedimentare il materiale narrativo di cui disponeva per dargli ancora più valore: è così? E quanto è determinante l'attesa, nella vita come nella scrittura? 

Come ho appena detto, ero a conoscenza della storia di Yuriko da molti anni, la prima parte mi è stata rivelata nell’82. Era una vicenda di un valore e di una gravità tali che, anche dopo aver iniziato a scrivere sul Giappone, dubitavo di avere il diritto di raccontarla. Prima del marzo 2011, è stato soprattutto questo dubbio a trattenermi dall’imbastire anche solo un progetto di narrazione. Rischiavo di inoltrarmi in un terreno che aveva una sua sacralità, di oltrepassare una soglia che nemmeno il ruolo di testimone mi autorizzava a profanare. Non ero abbastanza motivata per infrangere un tabù: toccare l’argomento Hiroshima.
A parte questa considerazione, sono contenta di aver lasciato che il silenzio calasse per tanto tempo sulla storia di Yuriko, di averla relegata in un angolo della mia memoria − senza però dimenticarla. Perché col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze ho acquisito, come la maggior parte delle persone della mia età, “la cognizione del dolore”, senza la quale non è possibile raccontare la sofferenza altrui. La consapevolezza della drammaticità intrinseca alla vita mi ha aiutata a illuminare una storia “sedimentata” in una zona oscura della mia mente, dove rischiava di sprofondare al di là della soglia dell’inconscio. Non dico che debba essere così per chiunque, ci sono persone − e scrittori − che questa consapevolezza, bene o male che sia, la raggiungono relativamente presto.

Nel romanzo appare anche la contraddizione tra il silenzio e la parola. Come se l'uno non potesse fare a meno dell'altra, proprio come i due innamorati protagonisti della storia. I noti silenzi che contraddistinguono il carattere dei giapponesi, qui si mostrano come antesignani però di una parola finale che si fa necessaria. Il silenzio sembra proprio il territorio in cui la parola, come un seme, impara a germogliare. Nel caso del romanzo, attraverso una lunga lettera che rivela il senso stesso dei fatti accaduti. Si può dire che anche la letteratura abbia questo ruolo? Come uno svelarsi di contenuti che maturano solo nel silenzio?

Sì, certo. Basta pensare a Jorge Semprún, che per lungo tempo non ha voluto raccontare, anzi ha cercato di dimenticare, il periodo trascorso a Buchenwald. Per lui era la condizione per poter continuare a vivere, come spiega nel libro La scrittura o la vita. Sentimenti analoghi credo che abbiano indotto molte vittime di Hiroshima e Nagasaki a non parlare della propria esperienza, se non in tempi recenti. Ma naturalmente non si può generalizzare: ci sono autori − quelli appartenenti alla cosiddetta “letteratura della bomba atomica”, il cui massimo rappresentante è Hara Tamiki − che già pochi mesi dopo l’agosto del ’45 hanno scelto di scrivere delle esplosioni nucleari e delle conseguenze che hanno avuto sulla loro vita.
Nel caso di Yuriko, tuttavia, il silenzio mantenuto fino all’ultimo era forse strumentale al suo bisogno di proteggere l’amore che ha continuato a nutrire per il marito. E non è stata lei a romperlo alla fine.

Domanda inevitabile: quanto il suo lavoro di traduttrice ha influenzato il suo stile di scrittura? Consiglierebbe a un aspirante scrittore di imparare anche a tradurre da un'altra lingua?

Dopo l’uscita di Mia amata Yuriko, più volte mi sono sentita dire che la mia scrittura è “molto giapponese”. Non capisco bene cosa significhi, dato che ho tradotto autori molto diversi fra loro − Natsume Soseki e Murakami Haruki sono stilisticamente agli antipodi. Forse quest’osservazione si riferisce alle atmosfere che troviamo nei romanzi dei narratori classici moderni − quali Soseki, appunto, o Tanizaki −, atmosfere che il mio romanzo, considerata l’epoca in cui si svolge gran parte della vicenda, probabilmente evoca. Posso dire però che non sono esente dall’influenza di Murakami, perché uno dei temi a lui più cari − il senso di perdita e il rimpianto per quello che non si potrà mai più ritrovare − è sempre stato nelle mie corde, e forse per questo motivo la storia di Yuriko mi ha così profondamente commossa quando ne sono venuta a conoscenza.
Riguardo al consiglio di provare a tradurre qualcosa prima di mettersi a scrivere, no, non lo ritengo molto utile. Tradurre, da qualsiasi lingua, non è una cosa facile, è già un mestiere in sé e rischia di assorbire tutte le energie. Inoltre, è ovvio che la traduzione è un’ottima scuola di scrittura, ma sono due cose diverse, avere talento per la prima non implica necessariamente che si riesca a fare bene la seconda. Ci sono scrittori eccellenti che non hanno mai tradotto una riga in vita loro, così come ci sono traduttori bravissimi che non sanno dar vita a una storia, a dei personaggi, veri o immaginati che siano. E poi ci sono gli scrittori di professione che traducono − come Murakami Haruki − e i traduttori di professione che scrivono, come me. Un’attività non esclude l’altra, possono alternarsi a ritmi che variano da persona a persona. 

Quello di Yuriko pare un destino che la connota soprattutto in quanto donna. Quasi come se i diritti umani, quando si tratta di persone di sesso femminile, assumano una valenza più sfumata. Attraverso una storia d'amore, il romanzo ci spiega anche questo: come le donne, a Hiroshima ma anche altrove nel mondo, abbiano subìto un carico di dolore morale diverso rispetto a quello degli uomini e in questo risiede anche la forza del personaggio. Pensa che racconterà ancora di donne, come ha già fatto in precedenza nei suoi lavori?

È vero che in tutte le crisi sono le donne a pagare il prezzo più alto, sia nello spirito che nel corpo, ma questa discriminazione non avviene impunemente per nessuno, anche se non sempre se ne percepisce subito la portata. L’infelicità di una donna, soprattutto quando è causata da un sopruso, da un’ingiustizia, si irradia sull’ambiente che la circonda e ne riduce le potenzialità, lo spegne. Così alla fine qualche danno ne deriva a tutti, anche se spesso la gente − in primo luogo gli uomini, ma non soltanto loro − non se ne rende conto e continua a infliggere alle donne lo stesso trattamento iniquo. È quello che succede a Yuriko, vittima soprattutto delle convenzioni sociali.
Quanto a raccontare ancora di donne, vorrei farlo. Non riesco a immaginare di narrare una storia il cui protagonista sia un uomo, forse perché ho tendenza a scrivere in prima persona.