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sabato 18 febbraio 2012

La zucca.


Concertino jazz. E insieme di musiche tradizionali africane. Senegalesi, anzi. A me sembrava strano, perché non capisco niente di musica, eppure è così. Il sax è opaco, bellissimo e cristallino. La batteria è composta da tamburi rivestiti di stoffe. C'è un basso, in alto a destra, altri tamburi, una tastiera e, al centro, illuminata dalle luci: una zucca. 

Anzi, uno strumento-zucca, di cui non ho avuto il coraggio di chiedere il nome, la provenienza. Perché nessuno parlava e c'era solo musica dolce e ipnotizzante.

Sulla superficie della zucca si intagliavano due aperture da cui svettavano le canne e cui si legavano le corde sottili e luccicanti. Suonavano come un'arpa, simili a un'arpa celestiale, anche se eravamo tutti vivi e con i piedi sulla terraferma.

Guardavo tutto il tempo la zucca, bevendo una birra fresca, media, chiara. Non pensavo a niente, perché non credo alle magie né agli incantesimi. Dunque mi sentivo una qualsiasi spettatrice a un qualsiasi concertino che passa un qualsiasi normalissimo quieto leggero venerdì sera con il fidanzato, staccando per un momento dalla quotidianità del lavoro-casa-commissioni-progetti-pensieri-speranze-cucinare-lavare-dormire-svegliarsi etc. etc.

Eppure, la zucca. Io non credo alle magie, né agli incantesimi, né ai sogni, né ad altro. Credo nei locali carini di Torino, nel parrucchiere, nel ricordarsi di scrivere le cose sull'agenda e nel caffè del mattino.

Eppure, per un attimo. Dalla zucca uscivano suoni, prodotti dalle mani di un normale uomo senegalese (con le treccine, figuriamoci, niente di più prevedibile e rassicurante). Eppure, non lo so, per un attimo, un secondo minuto, piccolo e privato, al punto che mi sono guardata intorno e nessuno si era accorto di nulla. In quell'attimo, da quella zucca, da quelle corde bianche, dalle canne lucide di chissà quale legno pregiato è uscito qualcosa, una nota che non esiste, che io non capivo, simile a una parola, ma anche a un respiro, uno scampanellio gentile, la breve, insospettabile apparizione di un messaggio silenzioso. 

Il significato non c'era, era anzi solo di stare sicuri che la perfezione esiste, e si trova qualche volta dentro una zucca. In un locale qualsiasi di Torino: e che è inutile pensare il contrario, inutile però anche illudersi di afferrarla. 

sabato 28 gennaio 2012

Il camioncino.


Adelina conduceva una vita piccola e del tutto priva di sorprese. Nonostante questo, o forse proprio per questa ragione: i suoi amici si aspettavano grandi cose da lei. 

Prima di addormentarsi, tutte le sere, Adelina pensava: io però non sono mai stata capace di fare niente. Mentre gli amici, distrattamente, qualche volta, si domandavano: chissà cosa combinerà Adelina di straordinario?

Ciò accadeva per colpa di quei film a lieto fine, specie degli anni Ottanta-Novanta, in cui il più disgraziato poi riesce in grandi imprese. Ed era la conseguenza di un Paese abituato a un clima generale privo di guerre o di carestie. In realtà, considerava Adelina, questo tipo di cose strane non esistono e dovrebbero cessare di esistere anche nei film o alla televisione: in tal modo lei avrebbe avuto rapporti umani più sinceri, senza attese.

Tuttavia: questo suo sogno, in quel mondo, in quella città, non era più possibile. Adelina ne era ormai sicura. Per questa ragione  aveva studiato gli spostamenti del camioncino dell'ortofrutta per tutti quei mesi: aveva un piano.

All'ora X del giorno X Adelina si era presentata davanti al negozio con una borsa: poteva sembrare una sacca per la palestra, invece era la sua valigia per il viaggio. C'era un istante, uno solo, in cui il camioncino restava sguarnito in mezzo alla strada: e subito dopo si riempiva di cassette della frutta e della verdura. C'erano, nell'oscuro interno come una grotta, un interstizio e uno strato di cartoni: lì Adelina, che era gracile, si sarebbe nascosta con il suo fagotto. 

E dove andrai? Si chiedeva ogni tanto. Ma non quella mattina, perché si era preparata a sgombrare la mente dai dubbi.

Dunque era salita senza neanche un rumore. Accucciata e felice per la mossa riuscita, ora osservava, respirando con lentezza, dall'unico spiraglio, le cassette che si accatastavano una sull'altra: fragole rosse e bellissime spandevano il loro dolce profumo. Le foglie fresche dell'insalata le facevano venire sete. 

I mirtilli le promettevano qualcosa di nuovo, di veramente nuovo. Si cominciava il viaggio. L'inizio dell'avventura.

martedì 24 gennaio 2012

Il mandarino.

Era una casa bellissima, elegantissima. Tutta arredata alla perfezione. Non un granello di polvere, non un mobile povero o vecchio o sbreccato. Tutto bene, nel migliore dei mondi possibili. Eppure. Diana si era avvicinata di scatto alla parete, per capire se da lì provenisse quella sensazione di stonato. Come se sul pentagramma una nota fosse colorata di arancione o giallo anziché di nero.

Ma perché? Che scherzo è? 

Però niente. Parete bianchissima, lucida: dipinta da professionisti. Allora l'odore. Diana aveva provato ad annusare l'aria. Non c'erano animali nella casa, né bambini, né broccoli, né fritti, né spiedini, né cose volgari ma neanche profumi raffinati, neanche pesce fresco, neanche caviale, neanche champagne, un deserto: si cucinava ben poco tra quelle mura bianchissime, casomai uno schizzo di olio o di aceto balsamico finisse sul muro bianchissimo. Nessuno fumava, nessuno gesticolava al punto da rovesciare qualcosa per terra, mai. 

Dunque la cosa doveva essere altrove. 

Invece l'anomalia, come l'uovo di colombo, era lì a un passo: era un mandarino. Un mandarino, accanto al televisore spento. Un mandarino vero. 

Cos'è? Aveva osato chiedere Diana alla padrona di casa. Arte! Aveva risposto lei, con un sorriso sicuro. Santo cielo! Aveva pensato Diana. Santo cielo!

giovedì 19 gennaio 2012

L'uovo.


Giovanni, nella sua lunga osservazione di galline, non ha ancora capito quale tra le uova diventi pulcino e quale in effetti rimanga uovo.

Sa che in genere quelle fecondate dal gallo possono dare un pulcino, se covate 21 giorni. Lo ha spiegato a scuola la maestra. 

Questa è dunque la regola: il gallo e il tempo. Perciò è chiaro che la gallina ha una pazienza infinita. In quei casi cambia nome, e si chiama chioccia. Giovanni ha un quaderno, su cui annota la quantità di uova e pulcini. Ma i conti non tornano mai e poi mai. Cancella con la gomma (la sua biro, sì, è cancellabile: lui si ostina, sbagliando, a definirla "scancellabile").

Giovanni ha anche un foglio Excell che gestisce a modo suo e su cui compone calcoli difficilissimi, che non giungono a nessuna conclusione. Ha messo anche una webcam nel pollaio, per la paura che la soluzione si presentasse in un momento di distrazione, o di notte. 

Niente. Perché qualcuna diventa un pulcino e l'altra rimane uovo? Giovanni si iscriverà a veterinaria, e dopo metterà su anche un'azienda agricola con suo fratello e le famiglie, guarderà galline, galli, uova e pulcini fino all'ultimo dei suoi giorni e mai il suo mistero sarà svelato. 

mercoledì 11 gennaio 2012

L'elefante.


Lui proviene da questo strano blog.
La nonna era nervosa, stretta nel suo cappotto nero, scomoda sul sedile anteriore, avvolta suo malgrado dalla cintura di sicurezza. Ai suoi tempi non si usavano le cinture e, per quanto la riguardava, nemmeno le automobili.


Il padre guidava con le mani strette sul volante, era giovane ma conduceva una vita da adulto, con ben due altre vite da portare a destinazione.

La bambina, dietro, guardava dal finestrino, contava le nuvole, perdeva il conto, socchiudeva gli occhi, infilava le manine nelle tasche del cappotto rosso.

La nebbia di gennaio, più avanti nel percorso, avvolgeva la 127 rossa. Le lenti degli occhiali del papà si appannavano, come i finestrini della macchina. Bisognava pulirli con le maniche del cappotto. Le nonna parlava, parlava, perdendo il filo del discorso. C'era molta strada ancora da fare prima dell'arrivo.

La città sfilava via grigia e umida, alle spalle della bambina. Il vento spostava i rami già spogli. Pezzi di ghiaccio e neve scivolavano giù dalle scocche delle auto in corsa.

La noia delle commissioni del sabato pomeriggio: la bambina costruiva un mondo immaginario.

Ma qualche volta la realtà è migliore. Un elefante.

Vero, grande, pieno di rughe e uno sguardo alieno si stagliava ora nel mezzo del vialone che portava con dolce indifferenza i torinesi verso la cintura.

Tra un appezzamento erboso e l'altro, l'animale camminava nel grigio del cemento, mimetizzato con quello stesso colore invernale e universale insieme. La bambina aveva spalancato gli occhi, balzando sul sedile.

Anche la nonna, placata nel suo argomentare, era rimasta finalmente senza neanche una parola. Il padre, colto da un immprovviso senso di responsabilità, aveva inchiodato il trabiccolo. La bambina, occhi negli occhi con l'elefante, il cuore alla massima velocità possibile, aveva pensato: "è immenso". E poi: "questo dovrei raccontarlo alla mamma", però, purtroppo, non esistevano ancora i telefonini.

Sarà stato il 1989, o forse prima. Comunque, una storia vera.

:)



venerdì 3 dicembre 2010

Ada.

Al negozio "Compro Oro" Ada è in coda dietro a un tizio con un taglio sulla faccia, una cicatrice. Lei stringe nella mano destra l'orologino, che conserva in tasca da giorni. Aveva tenuto l'orologino per i momenti di difficoltà veri: l'orologino della prima comunione. Sapeva, sentiva o forse solo temeva che quel momento sarebbe arrivato, e non si sa come era successo. Dopo poco è il suo turno. La signora del "Compro Oro" è abbastanza gentile. Di gente come Ada non ne passa molta di lì. Gente con cui si possa scambiare due parole. Però l'orologino, che Ada estrae piano dalla tasca, per mostrarlo come un passerotto ferito, la lascia perplessa. La signora chiama il marito nel retrobottega che, infreddolito, sfregandosi le mani e aggiustandosi il cappello di lana nera, esamina il piccolo oggetto. "Questo non vale niente". Dice. E si fa una risata.

lunedì 4 ottobre 2010

Saverio.

Porta il cane a fare la pipì, è domenica pomeriggio. iPod, scarpe invernali, sciarpa grossa a quadrettoni. La nebbia di Torino è così densa e bianca che gli entra negli occhi e fa sparire il cane, che poi ritorna dopo poco masticando la pallina gialla da tennis. Ogni volta Saverio pensa: se l'ingoia sta pallina. Ma il cane ha come questa abilità di masticarla senza mandarla giù. Comunque è un bravo cane, pensa anche Saverio mentre beve alla fontana. Poi si siede sulla panchina, è bagnata di rugiada, si rialza, si pulisce, tira un calcio alla ghianda, il cane trova un altro cane più piccolo e bianco. Saltano, i due cani, in contemporanea, sembrano ballerini di capoeira. O piccoli samurai canini. Per terra ci sono già le foglie arancioni scricchiolanti, ma sugli alberi ne ondeggiano di altre, belle grandi ancora verdi. Com'è sta storia? Pensa Saverio. In effetti l'autunno non è immediato. Centellina le sue manifestazioni, per confondere le idee di Saverio.
Poi arriva un sms. Saverio non risponde. Ha diciotto anni. Guarda senza guardare.

martedì 31 agosto 2010

Aloha.

Ogni volta che entravo in quel bar, il bar Santa Monica, sentivo come dentro di me un saluto luminoso, Aloha, mi dicevano le magliette sempre diverse con le scritte colorate di Alberto e di Beatrice. Erano loro i proprietari del bar e ci lavoravano: servivano ai tavoli e cucinavano i primi, i secondi, le macedonie, i panini, le focacce farcite e i toast. Tranne d'estate quando non ci andava quasi nessuno, eccetto me. Ed è successo in quell'estate di qualche anno fa che siamo diventati amici. Ed è sempre un mistero come nascono certe cose.

Stavo lì, in silenzio. Mentre si diffondeva nell'aria un profumo di latte e caffè, di pulito e di pane tostato. La ventola sul soffitto girava costante e veloce, bianca e oscillante, sembrava dovesse staccarsi da un momento all'altro e invece non si staccava mai. Non avevo niente da fare. Ma niente di niente. Ed ero preoccupata e non sapevo più come passare il tempo. Al Santa Monica in quei giorni il tempo in effetti non passava mai per nessuno. Beatrice si annoiava, andava su e giù dalla cucina e aveva gli occhi azzurri sempre lucidi, come durante la febbre. Alberto stava al computer, un portatile piccolo e lucido, che teneva in bilico dietro la vetrinetta dei tramezzini. Da mangiare c'era solo una torta di prugne, stava finendo agosto ma il sole era ancora altissimo e picchiava sul dehor, sulle tovagliette verdi, sui tovaglioli di carta. Stavo lì in silenzio, impalata.

A bere il mio caffè senza zucchero. A pensare al passato, al presente. A fantasticare, a sognare a occhi aperti, a leggere le notizie sul giornale a disposizione dei clienti, che poi era il mio giornale in quei giorni. Quando ho alzato lo sguardo e ho visto che accanto al pc di Alberto c'era un libro. Ho iniziato a fissare il libro. Pensavo che fosse una cosa buona da fare, una cosa giusta, anzi non mi ero posta la questione. Allora mi piaceva fissare gli oggetti. Non le persone, tanto meno gli occhi. Guardare negli occhi mi sembrava piuttosto una cosa folle e oltraggiosa. Mentre gli oggetti, meno eloquenti degli occhi, potevano invece svelare qualcosa di nascosto. Alberto ha sollevato lo sguardo e Beatrice ha smesso di pulire la macchina del caffè. Mi hanno sorriso insieme, senza aggiungere una parola.

E così sono stata io a dire qualcosa, a chiedere che libro era. Era un libro normale, un romanzo, edizioni Adelphi. Ok. Bene. Aloha, sembravano pensare, emanare i loro volti simili, i loro vestiti profumati. Comunque io lì mi sentivo come in riva all'oceano, come tra i gabbiani, e sarei rimasta dentro tutto il pomeriggio.

Così con Aloha nelle orecchie e nelle narici me ne sono tornata a casa. E ho cercato nella mia libreria blu. Tutto il giorno a cercare, poiché non avevo in progetto nessun'altra occupazione. Quando ho trovato un libro adatto, con la copertina verde, l'indomani l'ho portato ad Alberto e a sua sorella. Perché avevo capito che leggevano romanzi, che questa era una delle loro cose preferite, che passavano il tempo così, negli spazi vuoti, la sera, nei week end, in vacanza. Ma che ora avevano esaurito le idee, aspettavano qualche novità.

Tre giorni dopo, Alberto l'aveva già finito. Appena sono entrata: Aloha. Ha detto, ha pensato. L'ho letto. Mi è piaciuto. E ha cominciato a dirmi tutti i particolari di quel romanzo. "E quando lei va in..." "E tutta quella scena al mare" "E quando preparano un...". Ero confusa, travolta, sembrava un sonoro arcobaleno di dettagli.
Le pagine bianche e nere prendevano vita dietro al bancone. Alberto sapeva tutto, l'aveva letto tutto davvero, si era divertito. Vedevo il libro come al cinema. Aloha e profumo di frutta appena sbucciata. E me ne sono tornata di nuovo a casa mia. A cercare un altro libro. Ad aspettare il resoconto anche di Beatrice, poiché era il suo turno di lettura dopo il fratello. Ad aspettare così, che il mio gesto di prestare i libri germogliasse in tutte quelle immagini, e non ero mai stata meglio, e la vita mi sembrava una coroncina di fiori.


martedì 27 aprile 2010

Raccon-tiny. Piccoli racconti.

Anita era stanca un po' di tutto. Lavorava in una tintoria di Torino. Ma anche stirare le più leggere camicette estive per lei era una fatica. Sentiva male alle braccia e alle gambe, le bruciavano gli occhi, aveva sempre troppo caldo, anche in inverno. La sua unica particolarità era un impermeabile verde pisello, di cui andava fiera. Le sue colleghe a volte la prendevano in giro, ma così per dire, senza cattiveria e sempre quando andava in bagno a fare la pipì, per non offenderla, e perché non erano sicure che l'ipermeabile fosse davvero poi così brutto. Anita comunque era convinta di avere un bell'impermeabile verde, e quella era una certezza. Non guadagnava un granché, e quei pochi soldi li sprecava in caramelle del supermercato e riviste di pettegolezzi.
Un pomeriggio per caso è entrata una ragazza in tintoria e ha chiesto: "Posso attaccarlo in vetrina?". Era il manifesto di una scuola di ballo appena aperta nel quartiere. Sotto al nome della scuola c'era scritto: Lezione di prova gratuita.
Anita non faceva mai niente dopo il lavoro. Però a quella lezione gratuita, forse, poteva anche andare.
E così è stato. Ma senza farlo apposta è arrivata in ritardo, quando ormai la lezione era finita. Non c'era tantissima gente però la scuola era molto luminosa e pulita, si vedeva che era appena stata inaugurata. Infatti le maestre avevano preparato un buffet da offrire ai possibili futuri allievi. E adesso erano tutti lì a bere e mangiare intorno al tavolo.
Anita li osservava da lontano con il suo bell'impermeabile verde.
A un certo punto un ragazzo si è voltato nella sua direzione e le ha fatto cenno con la mano. "Entra entra". Le ha detto. Non si capiva se era un maestro o un allievo. Non era né bello né brutto, ma certamente gentile, con un paio di occhiali tondi e blu scuro. Per un attimo Anita si è chiesta: "Si può ballare anche con gli occhiali?". Ma proprio il tempo di un attimo, perché il ragazzo subito le ha detto:"Vuoi delle fragole?".

Vuoi delle fragole, vuoi delle fragole. Si ripeteva poi quella sera Anita nel tragitto di ritorno a casa. Dopo aver conosciuto gli altri e mangiato anche lei le fragole. Era una sera fresca di aprile. Presto - non proprio di colpo ma tuttavia con una certa rapidità - per Anita sarebbe cambiato tutto. Davvero tutto. E ancora lei non lo sapeva.