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sabato 31 dicembre 2016

Il libro dell'anno, per un anno tra amici

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli

Giunto l'ultimo giorno dell'anno, ecco il libro che ho scelto per rappresentare il 2016 e per un buono auspicio nell'anno nuovo. 


Innanzitutto, ho scoperto e imparato una cosa. Ovvero che anche gli ultimi giorni di un anno sono importantissimi e possono determinarne il colore, i sapori e il ricordo. Questo libro mi è capitato proprio verso la fine di questo anno per me speciale e davvero è diventato il simbolo di qualcosa su cui rifletto da un po' di tempo. 

Non posso negare di sentirmi felice, in questo momento. Non capita tutti i giorni, anzi, lo sapete tutti, non capita quasi mai. Eppure tutti, proprio tutti, possiamo dire di aver avuto un giorno felice nella vita, uno o due. Per me oggi è uno di quei pochi ed è bello poterlo condividere con voi.

Uno dei motivi per cui sono felice è perché dopo tanto pensarci in questo momento sento vicini alcuni amici come non mi era mai capitato nella vita. 

Personalmente, ho sempre avuto grossi problemi con l'amicizia. Se il mitico Tiziano Ferro ci ha insegnato che "l'amore è una cosa semplice", chi sa dire qualcosa di definitivo sull'amicizia?

Per molti anni ho creduto di essere una asociale. Se vi chiedete cosa passi per la testa a quel tipo di amici che vi tirano pacco, rispondono dopo ore, non chiamano quasi mai, arrivano in ritardo, potete chiedere a me. Potrei scriverci un trattato. Ma per fortuna, ci ha pensato questa meravigliosa donna. Questo è stato il periodo in cui, grazie a Susan Cain e alcuni altri, è andata di gran moda una parola: introversi. Ecco svelato il mistero della mia vita. Ero introversa e non lo sapevo. Qualche volta ho creduto, ed era vero, di essermi comportata da maleducata, questo sì. Ma non avevo mai dato un nome al mio carattere: introversa. Che non vuol dire timida e, soprattutto, non vuol dire asociale. 

Ho sempre saputo di amare molto le persone. Molte, forse troppe volte ho rifiutato di stringere legami per paura di provare sentimenti di amicizia troppo forti.

Questo è stato un anno bello per me, ho appena detto di sentirmi felice. Ma è stato anche un anno in cui ho visto andarsene alcuni amici di famiglia. Una in particolare che mi è stata vicina come un angelo custode in quei momenti in cui non sai dove sbattere la testa. E ho scoperto il valore degli amici. Quelle persone che se ti guardi indietro ci sono sempre state, non ti hanno mai giudicata, si sono anche molto arrabbiate se è il caso, e scelgono di essere sempre al tuo fianco. Per il solo fatto che, senza motivi specifici, sentono di volerti bene e tu senti lo stesso. Questo è incredibile, ed è una delle cose più straordinarie e notevoli di questa vita.

Questo piccolo libro racconta in verità molte storie di non-amicizia, anche. E l'amicizia si tratteggia per sottrazione, come spesso accade si definisce qualcosa attraverso ciò che quella cosa non è. 

L'ambientazione è perfetta per esplorare i comportamenti sociali: un kibbutz! Facile nelle nostre vite fatte di piccoli nuclei separati, ritrovarsi ogni tanto a brindare e poi ciao. Provateci voi a vivere in un kibbutz, per di più negli anni cinquanta in Israele, dove le regole sono qualcosa di molto ben definito, dove proprio per questo sembra che nessuno le rispetti per davvero. Dove la convivenza è una scelta forzata ma talvolta si trasforma in scelta autentica. Dove i sentimenti seguono l'istinto e la ragione non può nulla e dove la compassione alla fine aggiusta le cose.

Ma badate, Oz in questa storia di destini intrecciati, di racconti brevi fatti di personaggi che ritornano e si incontrano, non offre facili spiegazioni:

Tornata nella sua stanza, Osnat si è versata un bicchiere d'acqua con succo di limone e si è tolta i sandali. E' andata scalza alla finestra aperta e ha pensato che quasi tutti hanno bisogno di più calore e più affetto di quanto gli altri sono capaci di dare, e che questo scarto fra richiesta e offerta non ci srà mai nessun comitato del kibbutz che riuscirà a colmarlo. Il kibbutz, pensava, cambia forse un po' le regole sociali, ma la natura umana non è affatto semplice. Invidia, meschinità e cattiveria non c'è modo di estirparle con una votazione all'assemblea del kibbutz.

Ed è vero, Osnat pensa queste cose, queste parole. Eppure, e Amos Oz riesce a compiere un piccolo miracolo letterario, lei non agisce così. Vedrete nel racconto. Non segue, nei suoi gesti, questi pensieri. Lei si comporta diversamente. Dice, dice, ma poi fa. E l'amicizia alla fine mi sa che è questo. Fare. Magari poco. Senza nemmeno accorgersene. Diciamo che è un fatto di esserci. Ognuno nel proprio modo, estroverso o introverso che sia. 

Qundi questo è il mio augurio. Trovare i propri amici. A me è successo, a ben vedere, ne ho trovati pochissimi e credo sia quella la natura dell'amicizia, essere rara. Infatti, è una questione di ricerca di materiali preziosi. Ed è buffo perché non sai nemmeno spiegare perché una pietra preziosa lo sia più di altre: lo sai e te la tieni stretta.

Insomma, spero che il vostro nuovo anno sia tra amici, come questo libro. E che gli amici che non ci sono più restino con noi nel ricordo. Il cuore lo sa e, come ha scritto Grazia Deledda in una delle sue pagine, "il cuore non invecchia mai". Buon anno e buone letture a tutti!

sabato 24 dicembre 2016

Il libro di Natale e auguri di cuore

Amy Levy, La storia di una bottega, Jo March

Questo è il mio libro di Natale e spero diventi un po' anche il vostro libro delle feste.

Un unico libro e nessuna lista perché non so voi ma a me le liste di libri di Natale (e dire che in passato ne ho compilate anche io su questo blog) mettono ansia. Mi fanno l'effetto inferiorizzante: oddio sono tutti bellissimi e non riuscirò mai a leggerli. E a voglia a segnarmeli su un quadernino, aggiungere ai preferiti i 3000 fantastici siti e blog e video con i meravigliosi book haul o ritagliare gli articoli di giornale e metterli in agenda. La sensazione è sempre la stessa, di perdermi qualcosa.

Così per questo Natale 2016 ho deciso di fare un respiro profondo, guardare la pila impressionante delle mie letture arretrate (questo libro dovevo leggerlo dal 2013!) e pescare quello che secondo me sarebbe stato il libro perfetto per queste feste e anche un po' per questi nostri tempi.

Personalmente, ho un legame molto stretto con il 1800. Nel bene ma ahimé anche nel male dentro di me vive un personaggetto dickensiano che ogni anno mi guarda con gli occhioni tristi e pieni di sentimento scordandosi che nel mezzo sono successe tante cose. Comunque l'Ottocento in fatto di letteratura, soprattutto inglese, ha davvero sfornato una serie di opere magnifiche.

Questo piccolo gioiello letterario, in particolare, racchiude in sé una storia tanto femminile quanto universale. In analogia con le più note piccole donne - non a caso la casa editrice, che è anche agenzia letteraria, si chiama Jo March - La storia di una bottega racconta di quattro sorelle, Gertrude, Lucy, Phyllis e Fanny, che appartengono alla buona borghesia londinese di fine secolo (ormai sapete quale...). Improvvisamente, le giovani Lorimer perdono il papà e con lui ogni possibilità di sussistenza morale ed economica. A dispetto dei tempi, allora, che le vogliono disperate e in cerca di qualche ripiego per sopravvivere, le quattro giovani decidono di fare una cosa che oggi ci piacerebbe molto: si mettono in proprio e aprono una bottega in Baker Street.

Follia pura? Vi ricorda qualcosa? A me questa storia ha ricordato la generazione dei giovani e meno giovani di oggi, alle prese con la perdita dei punti di riferimento lavorativi e strutturali. Una generazione di italiani il cui welfare è rappresentato per lo più dalla famiglia e cui tocca fare i conti con le emozioni controverse suscitate da questa condizione. 

Ma soprattutto la storia di queste ragazze mi ha ridato energia. 

L'energia che emerge nei momenti difficili può essere qualcosa di sorprendente. Creatività pura al servizio della voglia e della necessità di stare al mondo.

Quello che non vi ho detto, e in questo risiede la splendida modernità del romanzo breve di Amy Levy - pubblicato nel 1888 - è che la bottega in questione non è una bottega qualsiasi ma uno studio di fotografia. Uno strumento che oggi ci appare quasi scontato ma che in quegli anni era al centro di infiniti dibattiti, di mille riflessioni: cos'è la fotografia? Arte o cronaca? Sopravviverà la pittura? E tanti altri quesiti che questo libro sembra incarnare.

Spoiler: come andranno gli affari alle Lorimer? Da fan dei lieti fini natalizi non posso che essere felice di comunicarvi che le cose andranno bene. Trionferà l'amore, trionferà la giustizia che premia gli intraprendenti. Ma per arrivare a vedere i risultati della propria fatica sia lavorativa che sociale e psicologica le ragazze dovranno attraversare una serie di pregiudizi e di paure in un'epoca in cui anche solo camminare accanto a un uomo sconosciuto, per una donna, era considerato uno scandalo.

In questo libro delicato e ingenuo non mancano momenti di grande drammaticità e ogni capitolo è anticipato da una citazione, ad esempio: "Se è nobile una cortesia ricevuta, più gradevole è quella resa. Sia legge lo scambio di cortesia, e condizione di Bellezza". A. H. Clough 

Insomma, una lettura inglesissima, leggera e rigenerante, natalizia e rassicurante. Non così paiono, se ho capito bene dalla sua biografia che ignoravo, le altre opere della stessa autrice. Si tratta dunque di un raggio di luce uscito dalla sua penna nonostante tutta l'oscurità di un animo che sembrerebbe essere stato molto oscuro. Quindi a maggior ragione, da leggere pensando alla luce, alle lucine di Natale e alle nuove possibilità. Buona lettura e auguri!


[Ringrazio l'editore per il gradito invio. Traduzione di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, in copertina fotografia di Edward Linley Sambourn. Euro 12]

lunedì 24 ottobre 2016

Tazzina di sakè

Inge Sargent, Il tramondo birmano - La mia vita da principessa shan, Add - Susanna Tartaro, Haiku e Sakè, in viaggio con Santoka, Add

Torna la rubrica di "tazzina-di-caffè" dedicata alla letteratura orientale. Perché?

Perché è un mondo, quello orientato a Est, che a me piace molto, fin dai banchi di scuola. A colpirmi, come spesso accade, è stata l'alterità e lo sguardo "semplice" degli orientali. Anche l'autore orientale più contorto, capace di gran morbosità di elevato livello, come ad esempio Murakami, risulta, alla fine della lettura, "semplice". Semplice è l'esatto opposto di complesso, eppure entrambe le categorie possono contenersi in uno stesso libro. 

Tornando alla rubrica, oggi sono semplicemente felice di proporvi questi due lavori.

Premessa: in tutti i miei (numerosi) anni di "blogging", non ho mai chiesto un libro a una casa editrice tranne, se non ricordo male, due volte. Una delle quali, non ho nemmeno poi scritto del libro sul blog, a riprova che mi sforzo di corrispondere ai miei gusti, oppure che sono un'imbranata cronica e necessito di ripetizioni di PR. Forse più la seconda, ma tant'è.

Questo solo per dire che Il tramondo birmano invece l'ho chiesto con interesse e curiosità all'editore, che ringrazio, mentre il libro di Susanna Tartaro l'ho acquistato. 

E finalmente, arriviamo al dunque. 

Comincio da Il tramonto birmano. Tradotto da Margherita Emo e Piernicola D'ortona, questo libro è illustrato da Elisa Talentino, che ha curato anche la bella copertina. A metà della storia,  compare un fascicolo di disegni che illustrano con un tocco che rivela un gesto incisivo e delicato insieme (anche in questo caso gli opposti convivono) la storia della principessa Thusandi. 

La vicenda di Thusandi è molto affascinante e ci porta in Birmania, Paese che dal 1989 ha preso il nome di Republic of the Union of Myanmar. Prima di cominciare a leggere, ci rendiamo conto che è una storia vera. Oltre alla cartina dei luoghi in cui ci catapulterà il romanzo, c'è, a riprova della verità dei fatti, una foto di Inge Sargent, l'autrice del libro.

Il tramonto birmano fa parte della collana Asia curata da Ilaria Benini e dell'Asia ci fa sentire un respiro che è al contempo caldo, pieno di tepore eppure gelido. Un po' come durante la meditazione (tema che accompagna uno dei personaggi principali, il principe rapito, per far fronte alle estreme condizioni in cui si trova di colpo), l'aria ci entra fredda nelle narici - a dimostrazione che i fatti narrati sono spietatamente crudeli - ed esce calda, scaldata per meglio dire, dallo sguardo, dal cuore e dalla vita della narratrice.

In definitiva, succede che durante il nazismo una giovane austriaca si innamora di un ingegnere minerario. E fin qui, niente di che. A sorprenderci è il fatto che quest'ultimo si rivelerà essere Sao Kya Seng, il principe regnante dello Stato shan di Hsipaw. A segnare in modo irreversibile queste due vite sarà un colpo di stato militare, nel 1962, che costringerà la Birmania all'isolamento e la coppia - che nel frattempo è diventata una famiglia con due bambine - a una separazionedefinitiva, perché Sao viene rapito e non farà mai più ritorno a casa, né i due si rivedranno mai più. L'autrice dunque con dolente senso di responsabilità, ricostruisce l'esistenza e se stessa anche attraverso questa scrittura, queste parole piene di bellezza e dolore che tengono attaccati alle pagine. A tutt'oggi Inge, che nel 2000 ha ricevuto il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, e si è sposata nel 1968 con Howard Sargent dopo essersi rifugiata negli Stati Uniti, scrive ogni anno una lettera al governo birmano chiedento notizie del marito.

Una storia vera, tragica, sorprendentemente utile all'animo umano in quanto manuale di resistenza. Mi sono chiesta, prima di cominciare, quanto la ricezione della storia sia influenzata dalla consapevolezza di leggere le vicissitudini "incantate" di una principessa. Ma per evitare questa dissonanza, che rischiava di essere una lettura con occhi infantili, ho formulato un pensiero: la nobiltà è un accadimento, Inge nasce "commoner", come direbbero gli inglesi, come lo è il suo opposto, come molte altre cose e storicamente ha giocato un ruolo politico, ben slegato dalle fiabe che avvincono i bambini. Il fascino che essa ha su molti di noi lettori in questa narrazione è dunque assolutamente secondario alla forza morale e alla fotografia sociale che ne scaturisce e che fa di questo libro un documento importante dal valore storico oltre che narrativo. A corredare il libro, c'è in fondo una cronologia che spiega bene la situazione birmana e la sua storia.

Un libro insomma che sono felice di aver desiderato e di aver avuto il coraggio di chiedere. Spero lo leggerete anche voi.

Il secondo libro che voglio presentare in questa rubrica è uno dei primi titoli della collana Incendi sempre di Add editore. Mi ha incuriosita subito, anche per la curatela senz'altro di valore di Francesca Mancini e Fabio Geda. 

Susanna Tartaro cura da molti anni una trasmissione radiofonica che io, come molti, amo particolarmente e che mi ha tenuto compagnia tante volte e insegnato tante cose che è Fahrenheit di Radio 3. Susanna ha anche un blog, Dailyhaiku, in cui commenta una notizia del giorno tramite un haiku. L'haiku è una forma poetica giapponese che, a proposito di semplicità unita alla complessità, esplora in una struttura essenziale di 5-7-5 sillabe temi talvolta molto profondi. Per me l'haiku ha un valore speciale, ne ho scritti tantissimi fin da ragazzina e qualche anno fa ne pubblicavo anche io uno al mese sui "social" twitter e facebook (gli haiku che scrivevo io erano del tipo kigo, ovvero quelli legati al succedersi delle stagioni e devono contenere elementi legati al clima); perché ho smesso? Non lo so! Mi piacerebbe ricominciare a scriverli. 

Tornando al libro: Haiku e sakè è la storia di un viaggio. Un viaggio spirituale ma anche vero e fisico. Ad accompagnare la viaggiatrice nel mondo è uno spirito guida unico: Santoka (mi scuso ma non lo scrivo con la dicitura corretta perché i copia-incolla di parole qui su tazzina mi sballano tutta la formattazione: ah, prima o poi migliorerò questi aspetti, lo prometto; insomma comunque sulla o ci vorrebbe la sbarretta orizzontale sopra). 

Santoka camminava, componeva haiku e camminava. Osservava, annotava. Meditando, soffrendo e ridendo di sé, camminava. Proverò a seguirlo. 

Santoka è stato un poeta e monaco buddista vissuto tra il XIX e il XX secolo e il suo nome significa "alta cima fiammeggiante". In verità, il suo percorso, a dispetto del nome, a quanto pare è stato sempre piuttosto orizzontale, perché ha trascorso molto tempo appunto a camminare e osservare. 

Susanna parte allora sulle sue tracce ma di percorso ne traccia uno al contempo tutto suo. Sono molto interessanti infatti e parte integrante della avventura le fotografie inserite tra le pagine del libro perché introducono scaglie di contemporaneità (una strada e un motorino, una foglia a forma di cuore sul cemento, la metro, palazzi di Roma Nord, panchine...) in una narrazione che invece è cadenzata da qualcosa di molto antico, come gli haiku e la saggezza solitaria del monaco. Non è un monaco-santo però quello che dovreste aspettarvi. Santoka è un bevitore di sakè alla ricerca di un senso:

Mi purifico 
nell'acqua blu
che scorre sulle rocce. 

E Susanna prende le sue frasi e ne segue il filo che la porta nella sua, di vita. Per lo più romana e piena di ricordi, radio ed emozioni. 
Il viaggio di Santoka e Susanna prima o poi finisce e tocca scendere dal motorino. Ma il finale-finale merita davvero e ovviamente non lo dico ma ha a che fare con la felicità.

Spero che queste due storie a base di caffè corretto vi piaceranno quanto sono piaciute a me e buona lettura. 




venerdì 15 aprile 2016

Il libro del mese. Numero undici di Jonathan Coe.


Jonathan Coe, Numero undici, Feltrinelli
A Jonathan Coe sono legata da questo ricordo qui. Un incontro, in occasione dell'uscita, nel 2013, del suo Expo 58, organizzato da Feltrinelli, che ringrazio per avermi inviato anche questo romanzo. 

Come sempre, premettendo che siete sul mio blog, sarò un po' autoreferenziale: Jonathan Coe in quell'occasione, dopo le interviste di tutti i giornalisti e blogger, mi disse: Ah, vuoi fare la scrittrice? Beh, allora tra cinque anni sarai al posto mio, circondata da blogger e giornalisti, a rispondere alle domande sul tuo libro

Da quel momento sono passati tre anni, ne ho ancora due di tempo per far avverare la profezia di Coe, dite che ce la faccio? 

Ma tornando a noi. Possiamo passare allo scopo vero di questo post: ovvero, il libro del mese!

Numero undici vuol dire che è il suo undicesimo romanzo. Ma non solo: è un numero-guida che ritorna in tutte i blocchi narrativi, o lunghi racconti, di cui si compone la storia. Sono racconti singoli, che però hanno in comune i personaggi principali - Rachel e Alison - e uno stile di scrittura che i lettori di Coe più accaniti dicono essere un grande "ritorno" dopo alcuni romanzi, compreso Expo 58, in cui l'autore aveva sperimentato stili diversi, meno corposi forse. Senz'altro c'è il ritorno della famiglia Winshaw, protagonista della gran parte dei libri di Coe.

Rachel non era mai stata a un banco alimentare. Aveva letto degli articoli che ne parlavano, in rete o sui giornali. Ma non ci era mai entrata. Il banco era stato istituito in quello che, negli altri giorni della settimana, doveva essere un caffè, situato in una strada stretta che si distaccava dalla via principale. A ognuno dei tavolini di metallo era seduto un gruppo familiare, i cui membri non avevano davanti a sé alcuna consumazione, ma stringevano in mano dei voucher in attesa che i loro pacchi fossero pronti. Nessuno portava su di sé i segni esteriori della povertà. 

E, mi viene da dire, è su quei "segni esteriori" che Coe si mette a lavorare in una delle linee narrative più interessanti del romanzo.
Questa è una storia che va a stanare le principali problematiche della nostra contemporaneità. Da un uso dissennato di social network come Twitter alla "nuova" povertà cittadina, a forti dosi di politica con tutte le sue ingannevoli illusioni - viste da un punto di osservazione specificamente inglese: la Gran Bretagna come lo specchio dei cambiamenti di oggi. In particolare, si concentra su un drammatico fatto di cronaca: il suicidio di David Kelly, l'uomo che aveva scoperto alcune grossolane bugie di Tony Blair a proposito della guerra in Iraq. 

A me è parso un libro di "lavoro", un romanzo sul lavoro, sui diversi lavori del giornalismo, sulle istituzioni, sulla polizia, sul cinema e sul carcere e sulle loro astruse dinamiche. Qualcuno potrebbe definirlo un'opera-mondo. Chi lo legge da sempre potrebbe definirla un'opera-Coe. Mentre per me, che sono sua lettrice da poco, è stata un'esperienza di lettura molto divertente e insieme impegnativa, nel senso migliore della parola.
 

martedì 29 marzo 2016

My cup of caffè.

laLettura di domenica 20 marzo 2016 - Racconto di Jonathan Franzen tradotto da Maria Sepa  



ARGUMENTUM ORNITHOLOGICUM

Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non so quanti uccelli ho visti. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell'esistenza di Dio. Se Dio esiste, il numero è definito, perché Dio sa quanti furono gli uccelli. Se Dio non esiste, il numero è indefinito perché nessuno potè contarli. In tal caso, ho visto meno di dieci uccelli (per esempio) e più di uno, ma non ne ho visti né otto né sette né sei né cinque, eccetera. Codesto numero intero è inconcepibile; ergo, Dio esiste. 

(Jorge Luis Borges, L'artefice)


In attesa di leggere Purity di Jonathan Franzen, per questa rubrica dedicata alle mie letture anglofone ho fatto un po' di riscaldamento la settimana scorsa con un bellissimo racconto - dello stesso Franzen - pubblicato sull'inserto culturale del Corriere della Sera. Chi di voi conosce e apprezza Franzen sa della sua intensa attività di birdwatcher. Se non lo avete ancora letto, ad esempio, potete provare con Libertà, dove questo (che è molto più di un) hobby si compenetra bene con la sua narrativa. 
Ho sempre intuito che questa cosa del contemplare gli uccelli avesse a che fare con una forma di spiritualità, e in effetti lo scritto di Borges che vi ho copiato sopra può confermarlo. 

Il racconto è curioso. Rende conto di una gita nel Parco nazionale del Serengeti e nell'Area di conservazione di Ngorongoro che l'autore intraprende con il fratello e alcuni amici. Dopo alcune riflessioni sull'autenticità dell'esperienza del safari come "rappresentazione della realtà" (lo dice Franzen citando Baudrillard), arriva all'osservazione degli animali. Prima i mammiferi:

Ho cominciato a vedere veramente: la curiosa larghezza della testa delle zebre, la robustezza dei loro fianchi mentre si arrampicavano sui pendii. 

[...]

Chi può resistere alla vista di cuccioli di ghepardo preoccupati?

(Hei anche Franzen, notoriamente avverso alla rete, cede qui al fascino dei gattini! Ma solo per poco).
Io no, per almeno cinque minuti. Ma poi, mentre lo spettacolo del ghepardo continuava, e la madre recuperava i cuccioli e li conduceva verso l'erba alta, ho cominciato a scrutare gli alberi in cerca di uccelli.

Poi finalmente da qui in avanti, nel racconto, arriva la parte più significativa, il punctum, si direbbe in fotografia. Franzen diventa come diventano tutte le persone quando parlano di ciò che più amano:  convincente, commosso. 
Spiega la sua fascinazione per gli uccelli: sono "altri" rispetto a noi. A differenza degli umani, gli uccelli non discendono da mammiferi ma dai dinosauri, sono portatori di una diversa forma di percepire la vita, di stare al mondo e sopra di esso. Infine, restringe l'obiettivo del suo sguardo allenato a questo tipo di osservazione, e trova la cosa più preziosa: una coppia di cisticole, "la cosa più bella e commovente che ho visto nel mio safari". Come sia riuscito a concentrarsi - e a portare noi lettori - così vicino al piccolo amore canterino di queste due creature, è un miracolo. Il miracolo della scrittura. 
 
Spero che riuscirete a recuperare questo racconto e a leggervelo. Io l'ho fatto con una tazzina particolare: arriva anche lei dall'Africa! 

Mi piace ultimamente la scrittura sugli animali, e mi cimento tutte le settimane su questo blog. Se volete, passatemi a trovare anche lì. Buona lettura!


venerdì 18 marzo 2016

Café au lait

Elena Ferrante, L'amica geniale, edizioni e/o

 
Café au lait: letture alternative, libri da paesi lontani, editoria indipendente, bibliodiversità, digitale e in generale tutto quello che ti fa dire olè!
 
Questa rubrica mi pareva necessaria e mi mette allegria, spero piacerà anche a chi legge :)
 
Per inaugurarla mi riferisco a un episodio accaduto un annetto fa. Ho ricevuto un invito dal Circolo dei Lettori di Torino a partecipare a una serata intitolata #lamiaFerrante.
 
In questi giorni mi torna in mente perché della Ferrante, eterno argomento editoriale, si è parlato più del solito in rete in riferimento a un articolo uscito su La lettura del Corriere della Sera nel quale Marco Santagata suppone di aver scoperto forse la vera identità della misteriosa scrittrice, che corrisponderebbe al nome della professoressa Marcella Marmo, la quale però ha subito smentito. Alla rivendicazione di identità seguita su Facebook da parte, sembrerebbe, della figlia della professoressa naturalmente nessuno ha creduto.
 
Personalmente, faccio un'ammissione: se non avessi ricevuto quell'invito, forse non avrei nemmeno letto la Ferrante. Ero rimasta traumatizzata dal film basato su I giorni dell'abbandono, girato a Torino. Lo avevo trovato angosciante, oggi si definirebbe un film #maiunagioia.
 
Invece per curiosità ho cominciato a leggere la Ferrante.
 
Le modalità della lettura de L'amica geniale sono state per me molto piacevoli, in un'atmosfera casalinga che ha senz'altro influito positivamente.
 
In effetti, si può ben capire perché la quadrilogia abbia coinvolto così tanti lettori: il romanzo acchiappa, come un feuilleton d'altri tempi. La storia delle due amiche Lila ed Elena tocca corde profondissime, viscerali e al contempo lo scavo psicologico è raffinato. C'è violenza però a ogni pagina, violenza morale e fisica. Violenza senza appello, dove il candore e l'innocenza delle due ragazze già subito sembra corrompersi, eppure colpisce al cuore come ci provino disperatamente, a restare umane.
 
Scatta un'identificazione inevitabile nella voglia di riscatto, nella voglia di far trionfare i valori, il sapere, la bellezza sulla miseria, sull'aggressività del rione napoletano in cui è ambientato il primo capitolo della quadrilogia stessa, che è l'unico che ho letto per il momento.
 
Ho deciso di inaugurare questa rubrica con questo romanzo per chiudere un cerchio che mi ha coinvolta da vicino, a partire da quella sera di un anno fa in cui ho letto e ascoltato leggere i brani di un'autrice dalla scrittura cristallina e perfetta nel dolore come nel fulgore.
 
"Separai senza sforzo le mie parole da me" dice a un certo punto la voce narrante, che è la protagonista Elena Greco, forse alter ego della Ferrante che a sua volta è alter ego di non si sa chi, e chissà se mai si saprà.
 
Beh a me sembra il fulcro di tutta la faccenda. Una sorta di eterna separazione da sé, che la trama - tramite l'ago affilato del linguaggio - ricuce pagina dopo pagina con la pazienza e la lentezza che solo l'amore (in questo caso per la narrazione) sa donare agli esseri umani.
 
 
Questa sono io alla serata #lamiaFerrante

martedì 8 marzo 2016

Un libro e un caffè per la festa della donna!

Simona Sparaco, Equazione di un amore, Giunti
Oggi è la festa della donna e io non so che pensare: è giusto festeggiare? Giusta la mimosa? Bisogna festeggiare tutto l'anno? Siamo indietro, al Medioevo? Siamo avanti e fortunate? Non lo so, non lo so.

Però so che ci sono in giro molte scrittrici e sono brave e sono diverse dagli scrittori contemporanei uomini - direi né meglio né peggio - e quando leggo i libri di alcune romanziere, mi riconosco. Mi scatta una scintilla, provo gratitudine, ammirazione e diverse emozioni.

Oggi allora voglio omaggiare tutte le scrittrici non andando a recuperare le maestre ed eroine del passato - come sarebbe forse più facile - ma raccontando di un'autrice contemporanea non ancora quarantenne e di un suo romanzo appena uscito in libreria. 

Equazione di un amore è un romanzo appunto contemporaneo, sembra proprio la quintessenza del presente. Ne ho percepito proprio tutte le caratteristiche di oggi. Ad esempio, a differenza del passato, le paure, le aspettative, gli spostamenti, le prospettive espresse sono esattamente collocate negli elementi dell'attualità, vi trovano posto in maniera letterale: gli aerei, la tecnologia avanzata, l'Oriente e la sua cultura rielaborata e compresa e avvicinata come mai prima di ora, le conoscenze e competenze psicologiche che permettono, a mio modesto parere, di strutturare romanzi migliori. Più complessi e consapevoli.

Avevo già letto un altro romanzo di Simona Sparaco, Nessuno sa di noi, qualche anno fa, e già apprezzato infatti la sua capacità di cortruire trame e personaggi in modo, passatemi il termine, organico. O, per meglio dire, più che realista. Prende la vita, nei suoi aspetti più profondi e con un impegno non indifferente la narra e fa uno sforzo in più, prova a capirla. Compiendo semplicemente un ottimo lavoro. 

Equazione di un amore è prima di tutto una "semplice" storia d'amore. Di quelle universali. Mi smentisco subito, perché in realtà le storie sono due. C'è il classico triangolo, l'intramontabile lei, lui e l'altro, ma qui se ne esplorano le caratteristiche in maniera disincantata. Lea, la protagonista, incontra Giacomo sui banchi di scuola e lui la aiuta a colmare le sue lacune in matematica. Giacomo, un torinese trasferito a Roma, è un ragazzo algido ma al contempo pieno di emozioni confuse e nascoste a lui per primo. Inevitabilmente, sembrerebbe, un tipo "affascinante", per lo meno agli occhi ingenui di Lea. L'autrice in questa prima storia mette in campo infatti il cliché dell'amore adolescenziale tormentato: c'è uno schema ben definito, in cui lui è il "maestro" superiore ma segretamente bisognoso, lei l'allieva ingenua ma alla fine con le spalle più larghe (o almeno all'apparenza). E in ultimo c'è Vittorio. Un uomo veramente solido, forse fin troppo sicuro di come dovrebbero andare le cose, ma tutto sommato, per me, il personaggio più interessante della storia. C'è una vita che scorre, le aspirazioni da scrittrice di Lea, un trasferimento a Singapore, molti pensieri non detti, la ricerca di un figlio che non arriva. E un epilogo imprevisto cui segue un finale delicato e che, per me, è la parte più bella del romanzo. Con il delizioso personaggio della signora Lin Yu, una vera sorpresa all'interno di una vicenda che poteva fermarsi prima e invece culmina in qualcosa di più.

Un romanzo che in alcuni punti si fa quasi corale, data la presenza di alcuni personaggi minori ma  cruciali per la comprensione dei comportamenti dei protagonisti. In sostanza, questa scrittrice ha costruito quello che fa la vera letteratura: un mondo dove immergersi, nuotare e afferrare tesori. 

Per tornare alla festa della donna, l'effetto che a me ha fatto questo romanzo è quello che si prova uscendo a prendere il caffè con un'amica storica e vera: ci si mette lì e si prende del tempo per parlare e dirsi, riraccontarsi per l'ennesima volta, provare a interpretare eventualmente come funziona l'amore, come funziona la vita. Nessuno sa se tra funzioni ed equazioni, tra fisica quantistica (tema-cardine del romanzo e sottotesto) e teorie scientifiche, i conti poi tornino. Qui mi fermo perché nel romanzo alla fine accade qualcosa che fa insieme tornare tutto e sparigliarlo al tempo stesso. 

Un'ultima cosa: ad arricchire la narrazione c'è un vero protagonista, di cui non ho svelato nulla. Ma dico solo che si tratta di un cuore, proprio nel senso del muscolo. Che parla e che sa. In fondo è con il cuore, e con il corpo, che si risolvono i problemi di matematica. 

Tra l'altro, si noti l'umiltà del titolo: non l'equazione dell'amore in generale, ma di un amore, uno solo.

A me il corpo dice sempre qualcosa sui libri che sto leggendo. Sento sempre, a un certo punto, un click di benessere, se il libro mi piace, molto riconoscibile, che mi fa pensare che nonostante tutto i romanzi dettino il senso e il ritmo alla mia vita. Tanto mi basta! E spero proviate qualcosa di simile anche voi. Buona lettura e festa della donna, qualsiasi significato abbia per voi!

Ringrazio Giunti per il dono.

mercoledì 3 febbraio 2016

Chicchi di caffè: i percorsi tematici di Tazzina!




In questo periodo mi stanno molto a cuore gli animali. E dire che non ci ho a che fare da molto tempo: nove anni fa mi lasciò il compianto Cinzio (nome vero: Saltello. Nome scelto da lui stesso: mai saputo. Cit. T.S. Eliot e la sua poesia sui nomi dei gatti), un gatto meticcio con cui vivevo dal 1984, quando avevo 4 anni, e da allora nessuno lo ha più sostituito nella mia vita e nel mio cuore. Per una strana ragione però ultimamente mi ritrovo spesso in diversi parchi della mia città ad avere a che fare in modo diretto con le bestiole, specie i cani ma anche scoiattoli, piccioni e gabbiani e gatti randagi.

Come raccontavo nel penultimo post, scrivo anche racconti con protagonisti gli animali da ormai più di un anno, spero che vi incuriosiscano: il blog si chiama, in consonanza con la "tazzina di caffè": Acqua Naturale e l'ho aperto in un momento in cui avevo letteralemente sete di vita e di cambiamenti. Ci tengo tanto a quel blog!

(Una piccola parentesi per chi mi scrive in privato ultimamente su Facebook: non ho mai spesso di scrivere su questo blog, semplicemente due anni fa sono andata un po' in crisi perché le attività, che ho sempre svolto per passione e gratuitamente, tranne le volte in cui ho dichiarato piccole collaborazioni lavorative, legate al blog e alla promozione dei romanzi che mi proponevano in gran quantità ogni giorno editori e autori non mi permetteva di dedicarmi al lavoro (con la partita iva) e alla mia vita quotidiana, così avevo deciso di "chiudere" tazzina per come la gestivo prima e tornare a ritmi più tranquilli di scrittura. C'è da dire che negli ultimi due anni non ho mai smesso di scrivere sia per questo blog sia per altri sia per conto mio, anzi non ho mai scritto così tanto come negli ultimi due anni e spero di darvi presto notizie!).

Insomma insomma dicevamo che gli animali sono importanti. E i libri, che per me sono il punto di contatto con quasi tutto ciò che mi interessa e che mi aiuta nella vita, mi rimandano proprio lì: nel regno animale. Non posso enumerare tutte le storie con protagonisti animali attualmente in commercio: starei qui dodici anni a fare l'elenco e la mia vita si trasformerebbe in uno spettacolo di stand-up comedy ambulante: immaginate una signorina di Torino, attaccata a un pc, che scvive per dodici anni un interminabile elenco di libri con protagonisti animali! Surreale.

Ma ultimamente mi sono concentrata su tre, che sono i miei consigli di lettura per questa nuova rubrica: Chicci di caffè - i percorsi tematici di Tazzina! 


Considerate il genio puro che si esercita a raccontare la Natura perché ritiene che questo sia il suo compito su questa terra. Assaporate i titoli di questi racconti: Romanzi dettati dai grilli, Naso contro naso, una storia d'amore al buio, Il gabbiano di Chivasso (senza dubbio il mio preferito!) e altri. E avrete questa raccolta che Einaudi ha appena ripubblicato e che mi sono comprata ieri con somma gioia. 


Ho votato questo libro quando sono stata giurata al Premio Sinbad, il primo Premio Internazionale per gli Editori Indipendenti. L'autore è uno scrittore entomologo che vive con la famiglia su un'isola incontaminata a quindici kilometri a largo di Stoccolma e studia le mosche. Questo libro è il frutto dei suoi viaggi ed esperienze ma è anche una storia che assomiglia a un flusso di coscienza fino a una conclusione esistenziale importante e che a me è piaciuta molto. Quale? Scopritela leggendo! Ho ricevuto questo libro in uno scatolone pieno dei libri partecipanti al premio e che tutt'ora troneggia nel centro della mia mansardina, occupandone in definitiva ogni centimetro quadrato rimasto libero.  
 
3) Le api di Meelis Friedenthal.

Ho ricevuto questo libro dalla casa editrice Iperborea, che ringrazio di cuore. Questo è davvero un gioiello letterario, un'opera che vi porta a fine Seicento in compagnia di un mago dal lungo mantello in compagnia di un baule e un pappagallo. Cosa c'entrano le api e gli alveari? Scopritelo leggendo! 


Ecco qui. Spero che questi percorsi tematici vi incuriosiscano, conto di prepararne altri.

giovedì 31 dicembre 2015

Il mio libro dell'anno e tanti auguri.

Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli

Fervono le classifiche e i "libri dell'anno". Domani comincia il 2016. Il 2015 dei libri finisce con mille rivoluzioni, cose nuove, cose antiche e sinceramente è difficile stare dietro a tutto.

E oltretutto è anche tempo di bilanci e bilance (battuta vecchia e tremenda, lo so).

Quanto a me, ci sono tre cose che ho capito in fatto di scrittura in questo anno di grazia. 

1) Tutto il bene e tutto il male che si possono sperimentare, non si possono scrivere. Nell'eterna querelle tra la vita e la scrittura non c'è gara perché le due non si incontrano mai. Quando si presenta una sul campo, l'altra, guarda caso, non si fa vedere. Sono nemiche, sono d'accordo per fregarci oppure sono la stessa cosa? Insomma è tutto un gioco, non facciamoci ingannare. Un gioco serissimo, che per molti è anche un lavoro o una vocazione. 

2) In questo 2015 ho letto, credo, più blog e saggi che letteratura. Avevo bisogno di saggezza evidentemente e di indicazioni nette su come vivere.

3) Adesso invece sento di nuovo l'esigenza di storie. Quindi per me il 2016 credo sarà un anno prevalentemente letterario, e ho di nuovo voglia di leggere racconti e trame. Quello che ho capito sulle storie è che, se arrivano da una reale e profonda attenzione alla vita, rivoluzionano l'anima, viceversa, non servono a niente.

E adesso spazio al libro dell'anno (che però non è uscito nel 2015). Come anticipato nel punto due (;), ho letto alcuni saggi, e il mio anno si è concluso con il più coinvolgente e corposo di tutti. 

Donne che corrono coi lupi. Ne ho sentito per la prima volta parlare da Malvina Cagna, della libreria Trebisonda.  

Malvina è stata ospite della trasmissione di Erica Tramontini e mia che conduciamo tutte le settimane su Radio Banda Larga e che dall'anno nuovo potete ascoltare la domenica pomeriggio alle 15, voilà, si chiama Pillole Concezionali. 

E già allora, per come ne aveva parlato lei, mi aveva incuriosita molto. Poi ho scoperto questo percorso di laboratori, tenuto da Ilaria Ruggeri, qui: Sulle orme delle donne che corrono coi lupi. 

Non ho potuto prendere parte al laboratorio, che esplora di settimana in settimana i capitoli del libro con esercizi ed esperienze, ma chi vuole e passa da Torino può iscriversi e partecipare. 

La curiosità intanto aumentava e così mi sono messa a leggere il libro, dopo averlo comprato. 

Beh, mi ha toccata molto. Premessa: non ho capito tutto e non tutto mi si è chiarito, tranne che è un libro su cui tornare più volte. Ciò che mi ha colpita di più è che l'autrice, che è una psicoanalista statunitense, parte dalla narrazione di miti e fiabe tradizionali (ci sono ad esempio Baba Jaga, Il brutto anatroccolo, Barba Blu) e le utilizza per descrivere alcuni aspetti della psicologia delle donne di ogni tempo. Non saprei dire come, ma questi insegnamenti restano poi da qualche parte e tornano in mente al momento del bisogno. L'ho finito da pochi giorni ma già mi sento più ricca di prima, pur non sapendo bene come il libro ha agito in me. Lo consiglio alle donne e agli uomini di tutte le età per cominciare l'anno nuovo in modo più sincero e vicino alle proprie caratteristiche più care e vitali. 

Dopo questa lettura, torno a leggere racconti e romanzi con un bagaglio in più, convinta che la contaminazione tra discipline e saperi sia molto utile a ogni professionista, che sia della scrittura o di altro, ed è bello lo scambio e l'insegnamento che ci si possono regalare. 

Non so voi, ma più passa il tempo e più mi sento spaesata e insicura e inadeguata in fatto di libri e al tempo stesso più contenta e più forte delle mie letture. Sarà questo il mistero della vita? 

Ho tanti desideri da espimere e tante cose che ho voglia e bisogno di fare per questo anno nuovo. Al 99% riguardano i libri, e se potete restate collegati e scoprite insieme a me cosa capiterà (non lo so nemmeno io con precisione). 

Entro nel 2016 con tanti punti interrogativi e una sola certezza: dalla prima elementare a oggi una sola cosa ho imparato: leggere e scrivere danno senso alla mia vita.

Questo è l'augurio: trovare qualcosa, anche molto piccola ed elementare, che dia senso alla vostra vita.

Buon anno e buone corse coi lupi.




venerdì 16 ottobre 2015

Groucho e io.


 



A me questo libro ha commossa, che ci posso fare?
La mia carriera teatrale andava a passo di lombrico. Chico e Harpo prosperavano, ognuno nel suo lavoro. Io non battevo un chiodo.

Le storie di come le persone faticano per farcela a corrispondere a se stesse, nella maniera più autentica possibile, attraverso alti e bassi e scivoloni e tristezza, mi piacciono sempre parecchio.

Come sono diventato un comico non so bene. Forse non sono un comico. Non vale la pena di discuterne. Comunque, spacciandomi per tale mi guadagno da vivere benino da molti anni. Da ragazzo non ricordo di aver strabiliato nessuno con il mio spirito. Sono un tipo abbastanza cauto, e non ho né la voglia né i mezzi per analizzare cosa rende un uomo divertente agli occhi di un altro. Ho letto molti libri di cosiddetti esperti, che spiegano le basi dell'umorismo e cercano di descrivere cosa fa ridere e cosa no; ma dubito che qualsiasi comico sia in grado di dire onestamente perché lui è buffo e il suo vicino di casa non lo è. Credo che tutti i comici arrivino a essere tali per tentativi. Così era di certo nel varietà di una volta, e sono sicuro che è così anche oggi.

Questo è l'attacco del capitolo 8. Si intitola Un menestrello errante, io. Mi ha colpita perché mi ha ricordato una cosa buffa della mia vita (eh beh ovviamente!). Quando ero piccola in un temino mi pare di terza elementare che chiedeva quale personaggio del Medio Evo avremmo scelto di essere, se fosse stato possibile viaggiare nel tempo, avevo scritto: il menestrello! Per via dei vestiti colorati e del fatto che poteva raccontare storie a destra e a sinistra. Perché non avessi scelto di essere quella che le ascolta, le storie, che ne so, una regina, non l'ho mai capito, ma tant'è.

Come ho già raccontato in questo blog, mi appassiona la comicità: non sono diventata un menestrello, né mi vesto particolarmente colorato, ma di storie di comici ne sto leggendo e ascoltando tante.

Da questo libro, che ho prenotato perché non c'era più nelle librerie, ha letto dei brani Gioele Dix al festival Il senso del ridicolo, di cui questo è un #LaterPost, come avevo promesso, ovvero un racconto dilazionato di un evento avvenuto ormai qualche settimana fa. 

Groucho Marx è un'icona del secolo scorso (e di un pezzettino di quello ancora prima, essendo nato nel 1890) e questa è la sua autobiografia. Come potete vedere nel video, ci sono nel libro parecchie foto commentate e tanti aneddoti uno più interessante e curioso dell'altro. 

Groucho è il terzo dei cinque fratelli che componevano il gruppo comico dei Fratelli Marx, di cui la madre era agente. Hanno fatto divertire mezzo mondo con film come La guerra lampo dei fratelli Marx o Animal Crackers (da cui è tratta l'immagine di copertina in una sua versione teatrale). 

Qui, scopriamo il suo lato privato con alcune sorprese e altrettante conferme. 

Quasi tutti hanno nella vita una meta o un'ambizione che sperano di realizzare prima o poi... Diventare presidente degli Stati Uniti, allenatore della nazionale di baseball, usciere capo. La mia unica meta, oltre a non morire di fame, era possedere un'auto nuova fiammante: un volante non toccato da mani umane, sedili non ritoccati da macchie d'unto, gomme incontaminate, un contachilometri che segnasse 000000.

E insomma a giudicare da quello che è successo dopo, possiamo ipotizzare che qualche volta anche i sogni più fiammanti si avverano! 


venerdì 9 ottobre 2015

#LaterPost: spunti di lettura dal senso del ridicolo, sul ridere, del ridere.




Dal precedente post è passato qualche giorno, ma non riesco a dimenticare l'atmosfera del festival Il senso del ridicolo, cui ho partecipato come blogger e che ho raccontato sui miei canali social (Twitter e Instagram). 

Anzi, non l'atmosfera, perché le atmosfere dei festival sono più o meno tutte uguali: gente che corre di qua e di là cercando di dissimulare, senza riuscirci, il proprio mal di piedi...

Piuttosto il senso. Al di là del gioco di parole con il nome del festival stesso, non riesco a staccarmi da qualcosa che conta molto per me in questo periodo: ovvero cercare il lato ridicolo delle cose. Non è che passi le mie giornata a sbellicarmi dalle risate o a cimentarmi in barzellette di dubbia qualità, niente di tutto questo. Sto solamente riflettendo sul potere del gesto del ridere sulle nostre vite. 

Lo faccio da qualche anno ormai, ovvero ragionare su questi temi. Ho conosciuto alcuni comici e letto alcuni libri sulla materia. 

Cosa serve per fare ridere? Beh questo non l'ho ancora capito. Non sono ancora riuscita a carpire il segreto, né forse è quello che voglio, perché in effetti si perderebbe la magia. Certo, però, ci sono degli ingredienti che ho notato e credo validi:

1) L'intelligenza. Eh quella se non c'è è un problema. Ma non parlo di un'intelligenza qualsiasi, che abbiamo in molti. Si tratta di un tipo di intelligenza settoriale e molto seria, non sempre adattiva ma spiccata. Non so chi altri abbia lo stesso sguardo severo sulla realtà al pari dei comici... gli entomologi, forse?

2) La malinconia, no. Questo è un falso mito. Ho notato che i comici non sono affatto persone tristi. Sono persone normalissime, alle prese con l'INPS e le spese condominiali come tutti noi; chi si aspetta drammaticità, resterà deluso.

3) Cultura. I comici sono un po' come chi scrive narrativa: devono sapere quasi tutto di molte cose.

Ci sarebbero mille altri punti, ma per ora mi fermo. Questa introduzione era solo per dire che ho deciso di creare almeno un altro post sul tema del festival. Un piccolo spunto letterario. Avrei voluto raccogliere e citare tutti i libri di cui si è parlato durante le giornate di Livorno, ma non è possibile al momento, alcuni libri sono introvabili e dovrei lasciar passare troppo tempo prima di reperirli. Altri non mi interessa molto leggerli, sicché la somma si è ridotta a due soli titoli. 

Entrambi gli autori sono stati citati (e letti) da Gioele Dix (di cui, se tutto va bene, sentirete ancora parlare su questo blog, state collegati...).

Il primo l'ho già consigliato più volte, ad esempio qui.
Ma questa raccolta di storie, pubblicata per la prima volta nel 1965 da Italo Calvino, meriterebbe tante riletture.

Penso che questi racconti continuino il discorso dei miei romanzi fantastici, ma non solo di quelli. Anche stavolta mi sono accorto che mi vengono bene specialmente le storie dove c'è il non-essere contrapposto a quel che c'è, il vuoto o il rarefatto contrapposti al pieno o al denso, il rovescio contrapposto al dritto.

Dice Calvino stesso in un'intervista che precede il testo. E coglie in poche righe il senso stesso della comicità: contrapporre il rovescio al dritto. La comicità delle Cosmicomiche è ricercata e insieme semplice, e ci rende disarmati rispetto alle fragilità che ci avvicinano tutti quanti. Solo Calvino sa unire la tenerezza di un personaggio come Qfwfq alle più alte questioni filosofiche dell'uomo. 

Come ad esempio l'immortalità dell'anima: e qui mi aggancio ad Achille Campanile. Gioele Dix ha letto in realtà un racconto di Manuale di conversazione, ma io ho scelto di consigliarvi questo perché è un libro che tengo sul mio comodino da un bel po' di tempo. Piccoli racconti italiani, scritti in uno stile pulito e impeccabile, divertenti e non si sa come persistenti nella memoria. Pubblicata nel 1974, questa antologia di storie colpisce per essenzialità e profondo acume sulle increspature della nostra società, senza tralasciare narrazioni dell'assurdo che possono anche lasciare basiti.

In una parola: consiglio di nutrirvi di tanto in tanto delle storie brevi della nostra letteratura, un po' come si fa con i cibi sani della tradizione nostrana. Fanno bene alla salute e all'umore.

Buona lettura a tutti!  

Ah, la piccola tazza blu che compare nel video è opera di Marina Gili che potete trovare qui.

martedì 8 settembre 2015

Cosa ho letto, leggerò, voglio leggere da qui a Natale!

 Cari miei, come va? A leggere sui social e non solo, si è capito che settembre is the new Capodanno e per questo ho deciso di adeguarmi al sentire comune e pensare a un post che avesse il sapore, oltre che di caffeina come al solito, anche un po' di nuovo inizio. 

Spero che possa essere utile per chi legge a prendere spunto per quanche consiglio libresco, ed è sicuramente utile a me per mettere ordine tra le mie carte, comodini e abitudini malsane alla procrastinazione.

Ovvero: ho deciso di mettermi in pari con i tanti arretrati che ho da leggere. E voglio viverla come una bella avventura, non (solo) come un dovere.

Ho aggiunto il "solo" tra parentesi perché sto maturando l'idea che leggere buoni libri sia anche un dovere verso se stessi, se si cerca una vita più ricca e autentica, ne converrete. E così è che vi auguro buon Capodanno settembrino, speriamo rinfrescato da una buona aria di novità e cose belle per tutti.


Consiglio number 1. Qualcosa di vero, di Barbara Fiorio. Il titolo è dei migliori e l'autrice interessante. Tutti vogliamo qualcosa di vero. Quello che mi attrae di questo romanzo pubblicato di recente (io l'ho ricevuto a maggio, e ringrazio l'editore per il dono) da Feltrinelli è la trama nuda e cruda. La storia di Giulia, una pubblicitaria scombinata e di Rebecca, una bimba che ha voglia di sentirsi raccontare delle storie, suppongo vere. Lo leggerò presto, anche perché ci sarebbe l'intenzione di parlarne in radio, a Pillole Concezionali, ma questa è un'altra storia di cui vi aggiornerò a breve per la nuova stagione del programma. 

Barbara Fiorio, Qualcosa di vero, Feltrinelli
 
Consiglio number 2. La vocazione di perdersi - Piccolo saggio su come le vie trovno i viandanti. Ediciclo editore, di Franco Michieli. Questo è un libro che sto valutando come giurata del Premio Sinbad, ebbene sì. Ringrazio quindi il Premio per l'invio dei libri, e per la fiducia. L'autore è un geografo ed esploratore, e già questo mi incuriosisce. Chi di noi vuole essere un esploratore? Se non delle vette più alte delle montagne, di sicuro del nostro mondo - per ciascuno diverso - e delle nostre vite. Quindi ben venga. "La bellezza misteriosa dell'orizzonte bianco di neve, ondulato e disabitato, gelido e luminoso, disteso intorno a noi in ogni direzione, non dipende dalla sua estetica e nemmeno dalla sua potenza, ma dall'infinità di storie che là dentro potrebbero avvenire e coinvolgerci". Gli aspetti creativi e spirituali dei viaggi sono ciò che sembra emergere da questo libricino magico, andrò sicuramente avanti nel viaggio.

Franco Michieli, La vocazione del perdersi, edicicloeditore

Consiglio number 3. Shame on me: questo mattone (in senso buono neh!) di Rizzoli, Il cardellino, a detta di tutti un capolavoro indiscusso, me lo sono comprato io tempo fa e non l'ho mai finito. Adesso mi sento in colpa e quante cose si fanno per senso di colpa? Tante, troppe. Una volta tanto, però, sarà una cosa buona. E così finalmente scoprirò come va a finire questo "travolgente romanzo sinfonico che vi farà riscoprire tutto il piacere della lettura" - e se lo dice Michiko Kakutani sul New York Times (e sulla quarta du copertina) chi sono io per contraddirla? P.s. ho letto comunque i primi capitoli, e meritano.

Donna Tartt, Il cardellino, Rizzoli

 Consiglio number 4. I ragazzi burgess. Ho molto amato i romanzi precedenti di Elizabeth Strout, in paricolare Olive Kitteridge. Lei è davvero un genio della frase, della trama e dell'ambientazione consolidata, nei suoi scenari sperduti e solitari del Maine. Se ho letto bene in rete, è in arrivo il suo prossimo atteso romanzo. Ne scrive così pochi, e con tale maestria, da meritare tutta la nostra attenzione. Ho ricevuto anni fa il libro da Fazi, che ringrazio. Questo ritardo nella lettura è un classico caso, doloso e doloroso, di procrastinazione malvagia: quel farsi del male da soli che non porta da nessuna parte. Insomma, basta, finisco anche queto capolavoro, all'inseguimento di questa famiglia (sempre del Maine negli Stati Uniti) disgregata e composta di personaggi tanto diversi tra loro quanto affini nella fragilità umana. 

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi

Consiglio number 5. Nel mondo a venire. Anche questo romanzo, di Ben Lerner, edito da Sellerio mi è stato inviato per il Premio Sinbad, ed è in lettura. Questo è uno di quei libri che avrei sicuramente acquistato. A partire dalla copertina stupenda che è un'illustrazione di Konstantin Kalishko, a colpirmi è stato nel complesso il progetto edioriale ambizioso e raffinato. La storia è di quelle sui trentenni di oggi, in chiave distopica sullo sfondo di una New York in balia di sconvolgimenti climatici vari e pericolosi. Crisi e maturazione, passaggio dall'età tardo-tardo-tardo adolescenziale a quella adulta (ma avverrà mai?), il cuore che comincia a perdere i colpi, anche da un punto di vista fisico... mi dice qualcosa? Vi dice qualcosa? Hem, sì, leggiamolo fino in fondo va. 

Ben Lerner, Nel mondo a venire, Sellerio
Consiglio number 6. Famiglia, di Natalia Ginzburg. Questo libricino fatto da due capitoli - Famiglia e Borghesia - gironzola a casa mia da un po'. L'ho già letto ma non ricordo più, e comprato per avere tutti i libri della Ginzburg, e credo che l'opera ora sia ormai quasi completa. Questo libro racconta "qualcosa di vero", nell'intenzione della sua autrice di calarsi nella società del proprio tempo e narrarne le sfaccettature con spietata ironia e lucidità. Siamo nel 1977 e i ritratti riguardano la fine di un secolo, e un millennio, che fa ancora capolino nell'indolenza e nella confusione nelle cose quotidiane. Non sempre, per fortuna, e meno male però che qualcuno si è messo lì a narrare ciò che vede. La famiglia è un tema caro all'autrice la quale è molto cara a me e spero a molti di voi. 


Natalia Ginzburg, Famiglia, Einaudi
Ciao!

martedì 4 agosto 2015

Consigli libreschi per l'agosto duemilaquindici.

Miriam Toews, I miei piccoli dispiaceri, marcos y marcos

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Einaudi

Le proposte di lettura per questa caldissima estate 2015 sono davvero tante: basta sfogliare giornali e riviste, navigare un po' su siti e blog o fare un giro in libreria per capire che davvero c'è l'imbarazzo della scelta. E quindi tocca scegliere. Già è complicato scegliere nella vita, ma quando si tratta di libri il tutto diventa ancora più arduo, no?

 Per questo lo ritengo un ottimo allenamento per orientarsi nell'esistenza. Scegliere i libri, pochi e buoni. Questo almeno è il mio criterio e funziona bene. 

Poi a me piace fin da quando ero piccola fare dei percorsi di senso, analogie, bislacche mappe concettuali, riferimenti, costellazioni libresche. Diciamo che è il mio sport preferito. Ed è anche un duro lavoro, ne converrete. Qualche volta, però, le associazioni di idee e storie e concetti saltano fuori per caso, sbocconcellando libri qua e là come fossero pezzetti di cocco sulla spiaggia. Qualche volta, specie in estate quando restano attivi ben pochi neuroni, mi piace allora lasciarmi ispirare dal caso, dal momento. Salvo poi scoprire che il sentiero che tracciano certe storie porta lontano, o indietro nel tempo o nel profondo della vita più di quanto mai potessi aspettarmi.

Quindi ecco la scelta, un po' casuale all'inizio, ma significativa alla fine, che ho fatto per le mie letture estive. Che sono in definitiva anche i miei consigli per voi che leggete questo blog con affetto. 

(A proposito: GRAZIE, perché grazie a voi succedono da queste parti sempre cose belle di cui renderò conto a breve, nell'autunno...).

Dunque: I miei piccoli dispiaceri. E chi non ne ha, a pensarci bene. Questa storia risponde alla domanda: cosa succede quando una persona non ce la fa più e smette di provare gusto per la vita?

La risposta sarebbe interessante già solo se si trattasse di una persona qualunque, come tutti noi. Ma se si tratta di una persona particolarissima come Elf, pianista di fama internazionale, bellissima e ricchissima e adoratissima da tutti compreso il meraviglioso marito Nic?

Bè succede che c'è qualcuno che tenta di tutto per non farglielo fare, intendo per impedirle di suicidarsi. E questo qualcuno nello specifico è la dolce, disarmante, squinternata e svitata Yolandi, detta Yoyo. Che è anche la voce narrante, per di più, scopriamo, in parte autobiografica dell'autrice.

Yolandi (...) tua sorella è una persona rara. Non ho mai conosciuto nessuno come lei. Devi tenerla in vita. Devi fare tutto quello che puoi. Tutto.

Di lei avevo già letto un libro, vi rimando qui per il post. Miriam Toews è una scrittrice canadese molto amata e rispettata in tutto il mondo, vincitrice di premi e acclamata, come si suol dire, da pubblico e critica. Scopritela in questo film che voglio assolutamente prima o poi vedere... 

Con lei io ho personalmente un rapporto controverso. Ovvero mi piace, mi affascina ad esempio l'ambientazione nella setta mennonita di Winnipeg, con tutto ciò che comporta, da un punto di vista narrativo, osservare come le emozioni e le azioni si ritagliano posto all'interno delle strette restrizioni che inevitabilmente si creano in un ambiente chiuso e moralista.

Mi lascia perplessa, però, a volte, invece lo stile di scrittura, molto colorito ed enfatico. Che in alcuni contesti amo molto, mentre in altri mi appesantisce. Mi lascia in balia delle montagne russe emotive, il che non sempre è un piacere. 

Ciò detto, cosa racconta il libro? Racconta un problema etico importante: l'eutanasia. E racconta un problema psicologico grave e sottovalutato: la depressione. Ed esplora le dinamiche di una famiglia sopra le righe, che però parla a tuttti noi. Infine, descrive molto bene il legame che c'è tra due sorelle. Qualcosa che io non capirò mai, essendo figlia unica, ma che mi incuriosisce molto.

Ora: cosa si fa quando si deve salvare una vita? Si prega. Si recita, si ride. Si comprano cose. Si legge. Si googola continuamente. Si abbraccia, si cercano abbracci. Si corre su e giù. Si piange, non si piange più, basta. Si dimagrisce, si mangia a orari assurdi. Si sorride. Si diventa migliori. Si telefona di più, si risponde. Si scrive. Si promette, si spera, si prega, si prega molto. Si sta in silenzio. Si cammina da soli, e poi con qualcuno. Si dorme male, poco, come sassi, di colpo. Si ascolta musica, si spegne la cavolo di musica, si progetta, si diventa molto intelligenti. Si litiga con chi potrebbe aiutarti, si crede in qualsiasi cosa. Si ricorda tutto. Si racconta, si parla ore e ore. Si sta zitti all'improvviso. Ci si trascura. Si è pronti a tutto, tutto. E ci si dispera. E alla fine, ci si arrende. Ci si arrende alla grazia della vita per quella che è e non per quella che vorresti tu che fosse.

Ma cosa c'entra il buon Hemingway in tutto questo? 

Poco o niente salvo che uno dei suoi quarantanove racconti, Le nevi del Kilimangiaro, tratta un po' di questo, ovvero di come si comporta una persona che tenta di tutto per tenere in vita una persona che ama. Tocca quell'emozione lì. Che bisogna un po' trovarcisi per capirla, forse. Ma che in letteratura vince, perché è la storia straordinaria delle incredibili energie che sanno tirare fuori le creature, umane e animali nella lotta alla sopravvivenza. Trovare un tema più affascinante è difficile. Per questo questa estate la voglio passare così: ricordandomi, molto semplicemente, quanto è preziosa la vita, la semplice realtà, e quanto sono utili, e belle le storie da raccontarci intorno.