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sabato 20 settembre 2014

Cose che succedono a Pordenonelegge. Day two.


La giornata di ieri comincia con un caffè doppio e l'oroscopo del giorno by l'hotel. 

Considerate le gioie e i dolori dell'essere del segno del leone, il primo appuntamento qui a Pordenonelegge è stato con Marcello Fois. 

Fois.
Il suo intervento faceva parte del ciclo di incontri Mappe dei Sentimenti, e a lui competeva parlare dell'Inquietudine. In verità, la sua si è rivelata una straordinaria lectio magistralis di cui ho fatto un parziale resoconto su twitter, come @tazzinadi. Dico parziale, perché ieri mattima ho sperimentato, ascoltando questo scrittore parlare, un senso di ineffabile legato all'incanto dell'ascolto di qualcosa di importante e profondo. Quella che in gergo si potrebbe definire "intwittabilità". C'è un punto in cui in effetti in certi momenti si rimane a bocca a perta, e le energie sono tutte concentrate ad ascoltare e ad apprendere, non c'è possibilità di digitare tutto. In effetti, è stata una lezione piena di grazia. 

Fois ha citato, per la gioia di tutti, anche Calvino. Considerando che il noto concetto da lui introdotto di leggerezza, in verità rivelava un profondo senso di fatica, di inquietudine, che però dalle pagine di Calvino scompare completamente, dal momento che lui sta sul foglio, diceva Fois, come Yuri Chechi sugli anelli. Spaziando da Conrad a Kafka a Pirandello, ha regalato spunti di saggezza e uno sguardo tondo sugli scrittori contemporanei, e la loro presunzione. Inoltrandosi in una critica pertinente all'uso troppo narcisistico dell'autofiction, a dispetto della tradizione e del respiro che spetterebbe al romanzo e alle sue valenze. "Dovremmo" diceva "pretendere dallo scrittore la stessa competenza che chiediamo al nostro cardiologo". A ben pensarci, ha proprio ragione. E considerare che a contare non sono 15 minuti di notorietà, ma 15 secoli di valore. Noi non sappiamo chi sarà davvero rilevante per la storia della letteratura, non possiamo saperlo davvero. Sappiamo solo che se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura.



San Francesco.

Cestini di cuori.
 Dopo un pranzo a dire poco interessante, dal momento che una mia cara amica, per salvarmi la vita da una vespa si è sbilanciata dalla sedia crollando quasi tra le braccia di un notissimo autore italiano contemporaneo (no, amici, non è questa la sede per il gossip editoriale, non farò nomi né cognomi).

Il secondo incontro, puntualissimo come tutti qui a Pordenone è stato con:
Andrea Carandini. 
Questo compunto signore di verde vestito è il presidente del FAI - Fondo Ambiente Italiano. 
Presentato dal giornalista Paolo Conti, Carandini, prendendo spunto dal ibro Tutta questa bellezza di Renato Bazzoni sul temi della tutela del patrimonio artistico e naturale, ha spaziato raccontando la sua esperienza al FAI. Anche di questo ho raccontato su twitter in diretta. Posso solo aggiungere che questa ora fitta di parole è stata illuminante per una indagine sul presente, sui problemi e le risorse della cura del territorio italiano e sulle prospettive future. Serio, fulminante.



Terzo appuntamento, sempre nel Convento di San Francesco, è stato con:
Valeria Parrella. 
Lei ha letto un suo racconto, in relazione al tema dell'amore. L'Amore. La gente era visibilmente in attesa di qualcosa. Una risposta sul tema dell'amore. Invece lei si è messa lì e ha letto integralmente il racconto, senza commentarlo. Una scelta coraggiosa, ardita. Ne ho colto le intenzioni. E in effetti il racconto ha incantato tutti. Quanto a me, mi sono anche commossa fino alle lacrime, per una certa identificazione con la protagonista. Però, però... avrei preferito qualche parola alla fine. Il racconto non parlava da solo, non era di quelli di Flannery O'Connor ad esempio - che probabilmente era Dio in persona a dettarglieli e non hanno bisogno di altro. Questo racconto invece era un po' più terreno, e avrei apprezzato una considerazione in più. Essendo molto spiritoso in alcuni punti, si prestava alla chiacchierata con il publico. 


 Infine. Amici, non so come dirvi di questa serata, ma faccio del mio meglio.
Fabrizio Gifuni.

Ha proposto una lezione/spettacolo su Gadda. Stralci di un suo lungo e articolato lavoro di ricerca di analogie tra Gadda e il personaggio di Amleto. Ha letto, ha recitato e ha spiegato con una generosità e un talento fuori dal comune. Letture dolorosissime. Dai Diari di guerra e di prigionia, da Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana e altro ancora. Gifuni diventava Gadda, nella voce, nello spirtito. Da tempo lo studia e se ne occupa. Gadda che si vestiva sempre di scuro, che chiedeva sempre scusa a tutti. Gadda esilarante in un racconto giovanile che si intitola Teatro e ha fatto morire tutti dalle risate, Gadda pieno di rabbia, di nervoso. Gadda teso, Gadda timido. Un link interessante, che ha citato lo stesso Gifuni sul palco, è qui. Ma c'è stato tanto altro, tanto davvero. La gente in piedi ad applaudire. Vorrei poter raccontare di più, ma scappo a un appuntamento su Spoon River, che sono già in ritardo. Oh yea. 



domenica 6 gennaio 2013

Mancarsi di Diego De Silva. L'amore. La Befana.


Diego De Silva, Mancarsi, Einaudi

Di sfuggita, in un caffè del centro di Torino, ieri ho letto quasi tutta la recensione a questo piccolo libro, ma non ricordo più il nome dell'autore perché ero di corsa; che definiva questo libricino una sorta di conte philosophique. In effetti è così: una storia illuminante e filosofica in cui due personaggi, che sarebbero destinati a un grande amore per la maggior parte del tempo, si mancano. Proprio come si manca una pallonata scagliata alla massima velocità. Finale a sorpresa che ovviamente non dico.

La recensione comunque mi ha convinta e me lo sono regalato per la Befana, che è la mia festa preferita perché è malinconica e struggente. Ma: rimette anche in moto l'attesa per l'anno successivo.

Dunque: l'amore è un colpo in testa, e bisogna solo sperare di essere lì al posto giusto al momento giusto per restarne tramortiti? 

E poi: l'amore o gli amori? Perché, in pochissime pagine, che ci aspetteremmo incentrate solo su questo bellissimo mancarsi (che mi ha ricordato l'altrettanto bella poesia della Szymborska Amore a prima vista), in realtà sfila una quantità di amori diversi impressionante. Amori passati, amori finiti, amori mai iniziati, amori durati un lampo e non-amori. 

Ieri leggevo anche questo interessante post di Serena Danna su Eliza. L'articolo si conclude dicendo che la domanda più cercata su Google nel 2012 è: "Che cos'è l'amore?".

Che cos'è l'amore? 

Ovvero, noi tutti, tanti, apriamo Google e cerchiamo questa cosa. Tra il pranzo da preparare, una bolletta da pagare, una notizia al tg, un video su you tube, ci chiediamo questa cosa. La chiediamo a Google. Che cos'è l'amore? Santo cielo! 

Personalmente, ho sempre avuto la presunzione di sapere, per lo meno, che cosa non fosse l'amore. 

Per esclusione, ad esempio: non è odio! E mi rassicuravano queste semplici categorie. 

Poi, basta aprire i libri, ed ecco che la domanda sull'amore diventa insistente. E tuttavia fatico ad arrendermi: ma perché chiedersi che cos'è l'amore, quando ci sono così tante cose da fare nella vita? 

Ci dovevo proprio arrivare attraverso un libro a queste domande difficili. Diciamo: l'amore per i libri che conduce all'Amore tout court. 

Se siete come me, che da quando avete 30 anni vi prendete degli impegni pur di non farvi più troppe domande, leggete d'un fiato questo libro, oh stolti. 

Vi costringerà a chiedervi: che cos'è l'amore?

A ogni pagina. E a trasalire: perché non è quello con quel personaggio lì? E quell'altra, che cos'ha che non va, che andava benissimo? 

Non siamo responsabili dei nostri sentimenti né del flusso che li causa o li alimenta e tutto sommato neanche delle nostre azioni, anche se poi dobbiamo rispondere (e farlo senza che nessuno ce lo chiede), com'è giusto che sia. Agiamo quasi sempre d'impulso e molto meno sulla base di un calcolo. Chi pianifica e si muove solo al termine di un'attenta valutazione dei pro e dei contro, chi realizza soltanto quello che progetta, di fatto si perde la parte più interessante, e lo sa. Anche nello scegliere responsabilmente c'è una quota d'irresponsabilità, la messa in conto di una perdita. Forse si agisce sempre a costo di qualcosa.

Rassegnatevi dunque a non avere risposte. Né certezze.

O meglio, la risposta arriva all'ultima pagina, ma non ve la posso dire. 

Per chi, invece, tra le pagine dei libri al momento non cerca risposte sulla vita e sull'amore o sull'Amore; ma pura bellezza o arte, aggiungo che questo libro è molto ben costruito. Un bell'ingranaggio, credo da rileggere in futuro per ritrovarci cose che vanno perse a una prima lettura. 

C'è un episodio (di vita vera) con Walter Chiari. E c'è Buster Keaton. Fatti che per chi, come me, ama i comici, crede in loro, sono molto importanti nella lettura. C'è una scrittura felice e non tanto misurata, come ci si aspetterebbe da un racconto filosofico e perfetto. Che infatti non lo è per niente. Invece, è un racconto disordinato, che però torna sempre al centro delle cose, nel cuore caldo di un bistrot. 

Ritorna e ritorna, quasi come se l'amore fosse un percorso su una pista di macchinine in cui però il paesaggio cambia tutte le volte. E il cui senso si compie nel ripercorrere centomilavolte la stessa strada fino a che.

Essendo nata l'8/8/80, sono fan dell'infinito. Ho sempre pensato di dover vivere secondo i dettami dell'8, che dovessero tornare sempre i conti. Che è una cosa circoscritta, sicura e definita e precisa. Mi sbagliavo. Anche quelle piste di macchinine a forma di 8 sbagliano, qualche volta infatti le macchine schizzano via come impazzite, altre volte è semplicemente il paesaggio intorno a cambiare, o il bambino ad azionare il meccanismo. 

Ed è così che si continua a correre e correre la propria gara, fino a che non senti che è il giro giusto, quello in cui. 

A voi la continuazione!


E siccome è la festa della Befana, ci tengo a ricordarvi di bere un 1caffè e a dirvi che proprio oggi gli amici di 1caffè ne offrono uno a questa associazione che si chiama Un sogno per Martina. Un'associazione nata nel 2010, oggi ONLUS, che si propone di aiutare piccoli malati con lesioni cerebrali e le loro famiglie. Le fondatrici hanno scritto anche un libro, che si intitola La forza di un sorriso. Grazie e auguri!

domenica 4 novembre 2012

Il pranzo di Babette di Karen Blixen.


Karen Blixen, Capricci del destino, Feltrinelli. 

Ieri a Flash Papers su Radio Flash 97.6 il libro della puntata era questo. Un libro che mi sta molto a cuore. Un libro che contiene un racconto che amo tanto. Un racconto che il cuore lo schiude, lo rapisce, lo rigenera, lo istruisce, lo alleggerisce, lo solletica.

Norvegia. Fine Ottocento. Un fiordo, un braccio di mare e un villaggio sperduto, ma ben organizzato con le sue regole, le sue abitudini, le sue intransigenze. Nella cittadina di Berlevaag. 

La neve e la luce bianca scandiscono le giornate della casina gialla dove vivono le splendide, generose signorine Martina e Filippa - così chiamate in onore di Martin Lutero e del suo amico Filippo Melantone. 

"Il loro padre era stato decano e profeta, fondatore di una setta o di un pio partito ecclesiastico noto e riverito in tutta la nazione norvegese".

Le due ragazze sono bellissime, chiare, luminose e delicate come la neve. Devote e spirituali come il ghiaccio e la rinuncia. E di rinuncia si tratta quando si parla di due uomini, gli unici a transitare invano dalle loro vite solitarie, e di quella strana cosa impronunciabile e illusoria (e inutile, per carità!) chiamata amore. Uno è lo strepitoso Achille Papin - personaggio che vale da solo la lettura (e non vi ho ancora detto di Babette). Il grande cantante di Parigi che si era esibito per una settimana al Teatro Reale dell'Opera di Stoccolma, "trascinando come ovunque il pubblico all'entusiasmo". Per tornare in Francia aveva deciso di passare dalla Norvegia e lì l'incontro struggente e fatale con Filippa. Dopo averla sentita cantare in chiesa, vuole essere il suo maestro. "Ecco una primadonna dell'Opera che stenderebbe Parigi!". Il suo prudente pensiero al riguardo. 

Ed effettivamente nel mezzo di una lezione sul Don Giovanni di Mozart, proprio durante il duetto della seduzione, Achille è estasiato, e bacia Filippa. La quale ne resta colpita. Molto più che colpita. Così molto più che colpita da rinunciare, come si conviene, così su due piedi a quelle pericolose lezioni. Scelta che il padre accoglie con abnegazione: "E le vie del Signore solcano fiumi, figliola mia".

E a dire il vero questi fiumi trovano poi il modo di sfociare in qualcosa di senso compiuto, tanto che molti anni dopo, proprio un rassegnato e malinconico Papin sarà l'emissario di una lettera di accompagnamento per presentare e chiedere dimora alle sorelle per conto della povera, disperata, fuggiasca (dalla Comune di Parigi) Madame Babette Hersant. Uno dei personaggi credo più belli che la narrativa abbia tirato fuori dal cilindro. Che da quel momento prenderà sevizio con onore nella casina gialla, specializzandosi in insipide zuppe di birra e pane. 

L'altro innamorato, il pretendente di Martina è invece un giovanotto bello e silenzioso. Il cui amore dovrà essere soffocato, con un certo dolore, dal forzato diniego della ragazza. Un ufficiale che, una volta divenuto generale (il generale Loewenhielm), avrà un ruolo decisivo durante il famoso pranzo che dà il nome al racconto. Sarà l'unico a poter capire il pregio delle pietanze importate da Parigi, Champagne, brodo di tartaruga. E a poter pronunciare a parole qualcosa che tutti gli altri si costringono, per dovere morale, a tacere. 

Il pranzo di Babette: è il punto di svolta della storia. Una sontuosa preparazione che, in modo del tutto inaspettato, la ubbidiente cameriera (ma il cui passato rivela talenti e competenze straordinari) decide di allestire utilizzando una vincita strabiliante alla lotteria. Diecimila franchi, una somma mai neanche sentita nominare dalle due modeste sorelle.

Con questa somma Babette sceglie, anziché tornarsene a casa dove tanto nessuno più l'aspetta, di preparare un pranzo commemorativo per il centenario del defunto decano. E di invitare tutto il villaggio (compreso il generale L.).

Il pranzo non ve lo descrivo. Perché è da leggere. Nessuna parola in più o in meno gli renderebbe giustizia.

Ma in questo pranzo, dopo anni, c'è una resa dei conti. C'è un disvelamento segreto. E c'è finalmente quel mare aperto, felice, grande, accogliente in cui sfociano tutti i fiumi così abilmente spennellati e delineati da questa geniale scrittrice di nome Karen Blixen.

Leggete Karen Blixen!! Chi già non ne fosse innamorato. Questa scrittrice, famosa per La mia Africa (storia autobiografica in cui racconta come abbia tentato, insieme al cugino marito e nobiluomo Bror von Blixen-Finecke, di dedicarsi a varie piantagioni di caffè vicino a Nairobi nei primi del Novecento. Già solo per questa valente eccentricità, come non amarla?) sorprende molto per un suo carattere inconfondibile.

Ma poi la sua scrittura: spensierata, ma decisa. Lucidissima, brillante, ironica e saggia. Capace di scrutare nelle emozioni con gusto, capace di distillare gli snodi umani più profondi con la leggerezza dell'ironia a viso aperto e di un divertimento che si sente bene mentre si legge e al quale non si può rinunciare. Lei, nelle sue controversie di vita, si vede che si sarà molto divertita a scrivere queste storie, era la sua vita, come è divertente e vitale oggi leggerla, con gratitudine, con passione, con curiosità. 

Ah. E proprio in questo racconto che si trova il dialogo secondo me tra i più avvincenti della storia della letteratura mondiale. Quello che ricordo come il più lontano nella mia memoria. 

A parlare sono l'ufficiale e Martina, dopo il pranzo di Babette. 

"Ho trascorso con voi ogni giorno della mia vita. Sapete, non è vero, che è stato così?"
"Sì," disse Martina, "so che è stato così."
"E," proseguì, "starò con voi ogni giorno che m'è lasciato di vivere. Ogni sera mi siederò, se non nella carne, che non significa nulla, nello spirito, che è tutto, per pranzare con voi, come stasera. Perché stasera, cara sorella, ho imparato che in questo mondo qualsiasi cosa è possibile."

Con queste parole si lasciarono.

martedì 2 ottobre 2012

E ti ho sposato.


E ti ho sposato, Lily Tuck, Bollati Boringhieri. 



Era da un po' che volevo parlare di questo libro ma, esattamente per la stessa ragione che mi aveva spinta a ritardarne a lungo la lettura, mi tratteneva la fortissima emozione che può suscitare. Per rendervene conto immediatamente, vi rimando ad esempio al suo booktrailer. Un'emozione impetuosa che esplode subito, con l'incipit, ma al tempo stesso è silenziosa, sottile, tenue e delicata. 

L'asincronicità della copertina potrebbe già introdurvi a tutto il resto. Una sedia vuota, in una stanza vuota, bianca, probabilmente di prima mattina e un titolo che invece rimanda a qualcosa di assai vivo, plurale e rumoroso, com'è generalmente un matrimonio.

"Nulla è più scandaloso di un matrimonio felice". 

Dice il sottotitolo. E in effetti poi questo romanzo diventa scandalosamente spietato e commovente, osceno come forse lo chiamerebbe Roland Barthes. Perché è forte della potenza universale di ciò che si sprigiona nel momento esatto in cui si perde proprio quello che più si ama, si è amato, si amerà sempre.

Ho pensato di riprendere in mano questo romanzo e di consigliarlo chiacchierandone domenica con un'amica. In un certo senso è un romanzo femminile: l'autrice è donna, la protagonista è una donna cui muore il marito ma che, nell'istante dell'evento e per un'intera notte (insieme a una bottiglia di vino) decide di rinviare le questioni burocratiche alla luce del giorno, si mette lì accanto a lui e ricuce, nella memoria, tutta quanta la loro vita insieme.

Ma poi mi sono resa conto che non si può richiudere, come spesso accade, questa storia in un genere, perché è la storia di un essere umano che ha avuto nella vita la possibilità (forse, a ben pensarci, non poi così universale ma piuttosto rara e per questo unica) di amare molto qualcuno per tanti anni consecutivi, con tutte le luci e le ombre che questo comporta. 

"Dolcemente, con l'indice, gira e rigira la fede d'oro sull'anulare del marito. La sua è più piccola. Dentro, in un corsivo elaborato, sono incisi i loro nomi. Nina e Philip. Con il tempo alcune lettere si sono cancellate - Nin e Phii. I loro nomi fanno pensare a simboli matematici - molto appropriato". 

Appropriato perché lui è un professore di matematica. 

In altri tempi questo di Lily Tuck forse sarebbe stato un romanzo normale. Bello, un lungo flash back, toccante, i ricordi piacevoli, i tradimenti, le nascite, un libro scritto con maestria, ben architettato, interessante. Ma la sua straordinarietà prende forma nel leggerlo oggi, qui e ora. A suo modo, letto adesso (e scritto adesso) è un libro rivoluzionario.

(Il titolo originale è I Married You for Happiness, e non ho potuto non pensare alla Ginzburg anche per una strana somiglianza nello scrivere di cui però non so la Tuck quanto possa esserne consapevole).

Comunque questo romanzo sembra pensato per chi, come noi di questa generazione, si ritrova spesso a osservare alcuni grandi temi della vita - l'amore, il matrimonio - con l'occhio stupefatto, incredulo degli astronomi. 

Questi sono tempi in cui - paradossalmente - siamo ridiventati in molti dei selvaggi. Dobbiamo pensare a dare una struttura e una dignità alla nostra esistenza, non è facile. Ci sembra che non ci sia più il tempo, il modo, il denaro, lo spazio fisico per questioni altre come l'amore; il matrimonio poi per carità è una stella lontana che non sappiamo più oltretutto se è ancora viva o ne vediamo quaggiù solo il riverbero. Oggi in tanti pensiamo più che altro al pane, in senso lato, per il momento, ma sempre di pane si tratta. Perché allora leggere un simile romanzo?

Perché questo libro invece ci regala anche le rose. Perché abbiamo bisogno più che mai, più che altri, più che in epoche passate e spero future, di grande bellezza, di rendere possibile l'impossibile e di sentirci vivi. Ma non solo. Il libro riporta tutto al centro giusto dove devono stare le cose. Al cuore. Non al cuore fittizio, al cuore vero, che accelera da solo, che ama, da solo, in modo semplice, in modo faticoso, anche ("amarti è una fatica"), come se l'amore fosse per tutti un vero nutrimento, fosse connaturato ancora e ancora alla vita, al convivere umano e pure alla scrittura di romanzi. 


mercoledì 25 aprile 2012

Lettere d'amore.

Lettere, cartoline, biglietti d'amore.

Cartoline da Alba e "Cormaiore" e altre località di mare,  lago e montagna. Da Cannes a Venezia, da Nizza a Lecce.

Cartoline di ogni singolo viaggio.
Goteborg, Svezia. "Maria cara, se avessi le ali di questi uccelli volerei fino a te.  Non potendo fare ciò affido i messaggi dei nostri cuori sinceri a questi piccoli alati. Coraggio Maria, la tua costanza vincerà ogni cosa".

Alba 24 settembre 1943.

Pietra Ligure 29 agosto 1940. "Cara Maria abbiamo deciso di fare ritorno a Torino sabato sera".

9 settembre 1943.

Alba 4 gennaio 1944. "Proprio oggi ho ricevuto un telegramma che mi informa che la mia lettera è stata ricevuta. Amata  Maria è inutile che stia qui a descriverti il mio stato d'animo alla notizia della nuova incursione su Torino".

"Maria cara. Contavo di essere a Torino venerdì ma temo che non mi sarà possibile perché  quel giorno dovrà essere operato un mio ammalato".

Pasqua 1938. "Auguri vivissimi".

"Ho ricevuto in questo momento la tua attesissima lettera". 

"Ti mando tutti i miei baci".
"L'altro giorno senza volerlo sono stato tanto cattivo con te".



Alba 2 novembre 1943. "Il mio viaggio di ritorno sabato sera, Maria amata, è stato lungo, tanto lungo che pensavo non avesse più fine. Quando ti ho lasciata, una sensazione di abbandono, di solitudine, di desolata e sconfortante solitudine mi ha travolto ad un tratto e un nodo stretto stretto mi ha serrato la gola. Presagio forse di quello che dopo qualche giorno sarebbe accaduto?"


 Qualche anno fa, vivevo ancora con i miei genitori, e durante un trasloco, nella casa in cui saremmo andati ad abitare e io avrei vissuto per quattro anni prima di trasferirmi con il mio fidanzato nell'appartamento in cui abito adesso, ho trovato, tra mille altri oggetti di varia natura, anche una scatola di lettere, cartoline e biglietti.

In quella casa viveva e lavorava un medico, con la moglie. Quando entrambi sono morti la casa e lo studio sono rimasti sguarniti e messi in vendita dai nipoti, perché loro non avevano avuto figli. Quindi tra quelle mura, che in parte sono passate di proprietà della mia famiglia (proprio gli spazi dello studio di ricevimento medico) si trovavano incustodite molte cose di nessun valore economico, che i parenti non hanno mai chiesto di avere indietro. 

Così in quel momento mi è sembrato normale prendere quelle lettere e conservarle. Ricordo di averle lette quasi tutte in quei giorni anche se la calligrafia, come quella di tutti i medici, è spesso indecifrabile. Il periodo storico di questo epistolario parte dal 1938 e arriva agli anni Sessanta circa. Dentro, c'è una vita intera. C'è il grande e tenero amore che univa questa coppia, qualche dettaglio su un'adozione che non è mai avvenuta, qualche litigio e la guerra. Oggi, in questo giorno particolare ho voluto riprendere in mano quei materiali che stavano lì nella mia memoria come un immeritato tesoro.

Non ho mai saputo cosa farne, avevo provato a scriverci un racconto (uh, forse addirittura un'ambiziosa sceneggiatura per un documentario :) mandato a qualche concorso, ma forse nemmeno, non ricordo più. Poi ho semplicemente accantonato l'idea e ora rieccoli qui, Maria e lui, che non voglio nominare perché è l'autore di tutte queste parole, queste speranze, questi mille impegni che gli riempivano la vita, qualche volta gli facevano saltare i nervi, cadere nello sconforto, dormire poco, viaggiare troppo. 

Sullo sfondo c'è la mia città, Torino, ma c'è anche Alba dove lui deve aver vissuto e lavorato per un periodo, ci sono le montagne dove facevano un sacco di passeggiate, il mare, la Francia, i treni, le comunicazioni traballanti, gli incoraggiamenti nei momenti (molto) difficili, gli amici e i parenti, i bombardamenti, gli allarmi, le emergenze. Una piccola storia come tante che è capitata tra le mie mani. Ora che ho un blog posso finalmente farle riprendere respiro e metterla in circolazione, restituirle un po' di vita.

Ancora buon 25 aprile!

c\_/

mercoledì 20 aprile 2011

Prove d'amore.

A una panchina. (Torino).

Lui:

"Il fatto è che non sei bella".

Lei:

"Come?" Però un po' distratta dai baci.

Lui:

"Non sei solo bella. Che sarebbe anche normale".

Lei:

"..."

Lui:

"Il fatto è che sei anche mia. Sei qui per me. Questo è il nostro gioco. Il nostro momento segreto".


E io ero lì, a un passo. E ho ascoltato. Lui ha detto veramente quello. Ha detto: "sei anche mia". Ma non sembrava che recitasse, anzi mi è parso tutto completamente vero. In un modo indescrivibile. Non potevo restare ma neanche andarmene per non spostare di un millimetro quella cosa piccola, invisibile che stava succedendo a pochi decimetri da me.

La primavera. Una qualunque panchina. Forse il loro primo amore. Una prova, mi sembrava, però una prova generale riuscita bene. Un vento leggero. Profumo di acqua delle fontane.
A me è partito il battito del cuore tipo attacco di panico.

Comunque, niente di strano ma volevo che lo sapeste anche voi.

lunedì 14 febbraio 2011

Love.

*

Oggi è San Valentino ma per me è anche una data speciale. Tazzina-di-caffè compie 3 anni! :)

Ah. Aveva un altro nome, nel 2008. E decisamente un altro spirito. All'inizio era il più malinconico dei blog, lo so. E anche il più inutile e noioso, argh, lo ammetto. Non che adesso... :P

Ma c'è da dire che l'ho aperto in un momento in cui mi sentivo triste e preoccupata. Mi sentivo con le spalle al muro e se la vita fosse stata una scacchiera, quello era per me lo scacco matto.

Qualsiasi cosa facessi, pensassi, dicessi, sognassi, e in qualsiasi parte mi muovessi, sbagliavo, rischiavo, non ero più capace di fare niente. Mi sentivo sola anche in mezzo alle persone (un classico!), non trovavo una via d'uscita, non sapevo come affrontare qualcosa che in effetti può capitare a chiunque, ma per me appariva enorme, insormontabile. Immaginate le più oniriche visioni di catastrofe - dal Nulla che avanza alle sabbie mobili (sì, ho visto più volte la Storia Infinita) - quelle vivevano dentro di me come profezie. Un incubo vero.

Però adesso non ho più tanta voglia di ricordare o di ritornare su quel periodo, perché poi le difficoltà si superano, e così ho cercato di fare anche io e tutto sommato sono stata fortunata. E ora va meglio. Ma molto, molto, molto meglio.

E la novità è che ho intenzione di migliorare ancora, e che questo per me è solo l'inizio.

E poi. Scrivere qui tutti i giorni. Sapere che anno dopo anno siete arrivati voi a leggere. Sapere che ci siete realmente, saperlo dalle lettere, dai commenti, dalle parole gentili, da twitter! Aver trovato nuovi amici, aver cercato le parole ogni giorno, come si va a comprare il latte o il pane o il giornale. Qualcosa che va molto vicino alla felicità.

Questo per me è diventato un momento decisivo della giornata, come la cena, o veramente come la pausa-caffè.

E la vostra presenza ha un significato grandissimo e non so proprio come spiegarvelo, come esprimerlo. Se non dicendo un GRAZIE a tutti enorme e con tutto il cuore.

Stand by me!

c\_/


* p.s. ho trovato la foto di S. Valentino che vedete in cima su My Cup of Te, un blog molto carino.

martedì 31 agosto 2010

Ti offro solo un caffè.

Preparare il caffè al mattino - insieme a poche faccende domestiche - in questo momento è il mio unico modo di dire grazie a un ragazzo, che in questi anni è diventato un uomo adulto, che il tempo ha reso più sicuro e serio, ma non ne ha scalfito la tenerezza e gli occhi di cielo.

Non parlo mai di te, che non leggi quasi mai questo blog, perché ci sono sempre io al computer, ma che torni a casa tutte le sere, che ascolti ogni mia parola, anche quelle più stupide e inutili, che hai paura anche tu che tutto finisca ma hai avuto anche tu la forza di resistere a tutte, proprio tutte le difficoltà. Che mi aiuti a vivere, ma che sei convinto in qualche assurdo modo che sia io ad aiutare te e che ridi in faccia alle mie obiezioni.

Faccio così fatica a scrivere queste cose, perché ancora non ci credo, non credo alla mia stessa fortuna, non credo ai miei occhi quando li apro al mattino e tu ci sei, quando li chiudo la notte e tu ci sei. E anche se non sappiamo ancora niente del futuro, se questa fortuna continuerà o se invece saremo incapaci di preservarla, di proteggerla dalla precarietà dell'esistenza e di questi tempi ancora difficili, ti ringrazio sulle mie pagine più care, eppure così passeggere, come una tazzina di caffè bevuta di corsa in ritardo, senza senso, con gli occhi addormentati. Ti ringrazio solo con un caffè della nostra moka rossa già bruciacchiata, perché oggi ho solo questo, ma è chiaro che meriteresti ogni cosa bella, ogni cosa che desideri. Dalla prima all'ultima.

martedì 22 giugno 2010

Bright Star.

"Cercò per me dolci radici e miele
e rugiada di manna;
nel suo ignoto linguaggio ella mi disse:
'amo te solo'.

Bright Star, di Jane Campion.
Già qui, non so se ricordate, avevo accennato al libro di Elido Fazi su John Keats. E adesso questo film. A me non sembra vero. Sono andata anche a riprendere il mio vecchio libro di sue poesie. Non ci credo che stia succedendo tutto questo. Mi verrebbe da viaggiare nel tempo, tornare da Keats e dirgli ehi John su col morale che un giorno non solo finirai in una canzone degli Smiths (Cemetry Gates), ma addirittura in un libro di Fazi (!) e adesso anche in questo splendido film di Jane Campion, fulgida stella del cinema inglese.
Il film è davvero bellissimo, gli attori perfetti e la fotografia sognante, lucida, viva. E poi l'amore. La poesia. L'amore e la poesia, la poesia e l'amore. Occhio agli svenimenti (per chi è soggetto a sincopi, come me), alle lacrime calde, al languore, alla malinconia, alla bellezza che vi esploderà negli occhi, pur comodamente seduti in poltrona. Cinque stelline, da vedere.

venerdì 5 marzo 2010

Mamma ha preso l'aereo.

Ieri sera su La7 è andata in onda la seconda puntata del programma televisivo Mamma ha preso l'aereo. Docu-fiction o reality (controversa la definizione, a giudicare dal dibattito in corso su alcuni siti e blog ad esempio qui) che si propone di seguire le tappe di una vera adozione.
Dalla telefonata in cui l'Ente preposto annuncia ai futuri genitori l'effettivo abbinamento con il bimbo, al viaggio nel paese d'origine, all'incontro, fino al rientro in Italia. La prima puntata mi aveva colpita tantissimo. La storia della mamma Annalisa e della sua famiglia ha davvero smosso qualcosa dentro di me. Al punto che la notte successiva avevo proprio sognato di rivivere quelle stesse situazioni. La seconda storia, quella di ieri sera, mi ha invece un po' turbata. L'abbinamento genitori-bambina presentava, secondo me, alcune criticità.

Tuttavia, non saprei entrare nel merito sul fatto che sia più o meno giusto "filmare" le persone, soprattutto i bambini, in un momento così delicato della propria vita. Devo però riconoscere il valore emozionale e informativo del programma. Pur saltanto numerose procedure burocratiche (un'adozione in genere richiede anni di attesa), le telecamere hanno mostrato un evento di vita di cui si parla poco ancora in TV, in rete o sui giornali. Forse portato drammaticamente in risalto dopo la strage di Haiti, il tema dell'adozione è secondo me invece importantissimo. Trovo che sia un grande gesto di amore che una coppia decide di regalare a un bambino e viceversa, diventando insieme una famiglia, con tutte le difficoltà e le sorprese del caso.

lunedì 4 gennaio 2010

Bella Napoli.






Il Capodanno a Napoli, sarà la compagnia, sarà la lunga attesa, sarà qualcosa che non so è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Bella, proprio bella, senza mezze misure. Senza necessariamente ignorare le piaghe e i lati oscuri e ben noti della città e della regione, ho notato che Napoli è anche una città mite, intensa, elegante e di quelle che ti cambiano la vita. Infatti son qui nel gelo sabaudo da un giorno e ne sento un'insolita nostalgia struggente.

La gente è dolce e premurosa. Non solo gli esercenti ma anche i normali passanti, che hanno piacere di dare indicazioni al turista traumatizzato. Il famigerato traffico, io non l'ho visto, mentre ho contato parecchi caschi sui motorini, parecchi rossi rispettati, parecchie precedenze date al momento giusto. I mezzi pubblici non si sono fatti aspettare e dentro, dal tram alla metropolitana, dal treno alla funicolare erano puliti, più puliti dei nostri di Torino. Inequivocabilmente.
I presepi ovunque ti riscaldano le ossa, ti tendono una mano per dirti: sei a casa, sei in famiglia, sei in Italia. Per non parlare del mistero assoluto nel chiostro di Santa Chiara, la Reggia di Caserta, gli scavi di Pompei.





E infine lei. La pizza. Quello che si dice invece qui è tutto vero. Morbida, superiore. Si sente il pomodoro, si sente la mozzarella, si sente l'anima. Da accompagnarsi con il miglior caffé del mondo: preparate i polpastrelli però, perché ve lo offrono con il manico della tazzina bollente.



La notte, proprio la notte del 31 dicembre in effetti il cielo si illumina a giorno e i botti non mollano mai. Siamo stati svegli fino alle sette sotto quella pioggia di bombardamenti. Fa paura, per chi non se l'aspetta, meglio prepararsi al peggio! Però, l'indomani leggendo fresca fresca di stampa una copia del Mattino, si è scoperto che quest'anno non è morto nessuno per colpa dei petardi. Il 2010 allora inizia abbastanza bene. Tutti ancora vivi.

domenica 27 settembre 2009

Roma.



Amici, perdonate la mia breve assenza. Sono stata per qualche giorno a Roma. Un cosiddetto week-end lungo o una settimana corta o che dir si voglia. Roma: le mie parole sono insufficienti a descriverla. Sono stati scritti fiumi di inchiostro su di Lei. E chilometri di pellicola su di Lei. Io non l'avevo mai vista, solo immaginata. La realtà tuttavia ha superato di mille miglia l'immaginazione. Al momento sono destabilizzata nel corpo e nella mente. Roma mi ha sconvolta amici. Immensa è forse la parola giusta. Non ho mai visto tanta gente tutta insieme, tante dita scorrere sulle vie di così tante cartine spalancate sulle ginocchia di tutti. Un mondo incredibile si è aperto di fronte ai miei occhi. Ne sono rimasta pietrificata. Sperando di tornare al più presto alla lucidità, faccio solo un piccolo elenco delle mie memorabilia:

1) Il Vittoriano: è enorme, è bianco, è una enorme manna dal cielo bianca. I carabinieri immobili e i fuochi perenni lo presidiano. Il monumento a Vittorio Emanuele II (un piemontesino!) ha i baffi lunghi tre metri. Se ti siedi sui gradini ti fischiano per farti alzare. Immacolati marmi bresciani che, secondo la mitica Rough Guide, non si sbiadiranno mai. Non credevo esistesse nulla di simile prodotto da mani umane. Dall'altro lato della piazza Venezia: il balconcino da cui si affacciava Mussolini. Appare lugubre, fa paura.
2) Il Colosseo: dentro, si può entrare e non lo sapevo. Così spaventoso che mi è venuta un'emicrania micidiale. A un certo punto non ho capito più niente. Vagavo barcollante e più pallida che mai tra le immagini di bestie e battaglie navali e combattimenti. Scene cruente, vivide: ero molto affaticata.
3) Piazza Navona, Piazza di Spagna, Fontana di Trevi: esplosioni di acqua e bellezza senza inizio né fine. I miei occhi sono troppo piccoli!
4) I Fori Imperiali. Doppia emicrania da capogiro. La malinconia e l'euforia insieme del tramonto.
5) San Pietro: subito a destra: La Pietà di Michelangelo. Tutti a fotografarla. Commuove fino alle lacrime. La statua di San Pietro consunta dai fedeli. Tutte le proporzioni si dilatano, l’anima vorrebbe stare dietro a tanta grandezza e a tanto splendore. Salendo sul “cupolone” sono stata colta da angoscia per via delle infinite scale strette e ripide. Ma poi in cima si apre la città e il mondo intero.
6) La Cappella Sistina. Il Giudizio Universale, la Creazione di Adamo. Dentro non si può parlare e non si può fotografare. Qui regna il mistero e il segreto dell'esperienza più straordinaria concessa a una semplice creatura in carne e ossa.
7) Il Nuovo Sacher di Nanni Moretti: un cinemino d’altri tempi dove volendo si chiacchiera amabilmente con gli impiegati di sala. C’è anche un baretto in miniatura e una libreria improvvisata ma curatissima. Sul bancone del bar, incastonato in una mini nicchia con mosaici color panna, si può osservare una vera Sacher Torte in tutto il suo tondo sapore di cioccolato. I lavoratori, parlando con noi, chiamano Moretti “er capo”, che, mentre siamo lì, puntualmente telefona per sapere come sta procedendo la serata. E qui amici mi sono comprata una raccolta di interviste a Charlie Chaplin di Minimum Fax, un vero gioiello. Una birretta e via per le vicine trattorie di Trastevere.

8) Queste ultime, davvero strepitose e suggestive, mi sono costate care: una visita molesta all’alba al Policlinico per un fastidioso malore. Lì mi sono sentita a disagio e completamente spaesata. Ma per fortuna ora sto meglio.

9) Villa Borghese: cos’è, il Paradiso Terrestre? Lì anche l’umore più incerto vira al bello. Interessante la visita al cosiddetto “bioparco”. Gli animali mettono un po’ di nostalgia di libertà. Però la passeggiata vale la pena. Si torna bambini, per così dire.

10) La gente: tutto il meglio e tutto il peggio che si possa pensare, l’ho pensato. Alcuni autoctoni li ho trovati un po’ ossessivi nel perfezionismo gratuito e nelle buone maniere spinte all’eccesso, tanto che avolte ci si sente presi un po' in giro simpaticamente (ma non eravamo noi torinesi i falsi e cortesi?). Ma la maggioranza dei romani ti strappa una risata anche se non vuoi. Il barista, ad esempio, che quando gli chiedi una bottiglietta di acqua naturale da mezzo litro ti risponde: “ottima scelta signò”!

Tuttavia non posso sbilanciarmi di più perché il tempo è stato troppo breve.

Per riassumere, poiché vi sto annoiando, a Roma, come sapete, sono capitati e continuano a capitare gli eventi più decisivi del nostro Paese. In ogni angolo si deve inforcare la macchina fotografica e scattare perché proprio lì è successo qualcosa. A campo de’ Fiori il sacrificio di Giordano Bruno, in Via Caetani il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro ecc ecc. Roma è, come si sa, eterna, unica, immortale, un Aleph dove si trova tutto lo scibile e il suo contrario. Io non l’avevo mai vista e vivevo nell’inconsapevolezza. Adesso che ho visto e ho saputo, riprendo le mie umili attività.

mercoledì 16 settembre 2009

Yoko Ono.

"Ricorda, quando dici I love you non lo stai dicendo solo alla persona amata ma anche a te stesso, al pianeta e all'universo".

martedì 18 novembre 2008

Ingresso living su cucina/1.

Avete mai provato a cercare una casa in affitto? Volendo spendere poco, per provare a convivere, in attesa di maggiore stabilità nel lavoro e nella vita in generale, è giusto che una giovane coppia si metta a vedere qualche appartamento, per farsi un'idea, no?

La sera prima dell'appuntamento passiamo davanti al condominio, per vedere un po' com'è. Ci avviciniamo al citofono parecchio scalcagnato e sentiamo provenire ogni tipo di insulti.

- Vaffaxxxxxxxxxxxxx. Te ne devi andareeeeeeeeee.

Questa la promettente accoglienza. Arriviamo il giorno dopo in anticipo di mezz'ora. Ci prendiamo un caffé. E' sempre un'emozione vedere una casa. Poi io mi faccio tante illusioni, ogni sorta di fantasticherie. Citofoniamo e per poco il dito non mi resta appiccicato al pulsante da quanto è lercio. Non si sente niente, solo un vago:

- Deve spingereeeeeeeeeeeeeeeeeeee.

Spingiamo e ci abbarbichiamo su un'ascensore d'altri tempi traballante. L'odore stantio delle scale ci stordisce a ogni piano. Ci apre la porta...avete presente la vecchietta di Mulholland Drive? Quella con il marito che fanno quella faccia terrificante. Lei. Piccola, vestita di grigio, con uno sguardo che nelle intenzioni dovrebbe essere dolce e invece risulta completamente satanico, un potente strato di rossetto rosso fuoco sulle labbra sottili e due grossi orecchini a patacca argentati anni Novanta. Entriamo e la casa è minuscola, buia e già arredata. Arriva il marito a piccoli passettini: ha 87 anni e si presenta con i suoi cespugliosi capelli sparati in testa, senza denti, con gli occhi sgranati da maniaco. Sono mostriciattoli della vecchia Torino bene e possiedono numerosi appartamenti che mettono in affitto a giovani spiantati.

- Quello di prima ha perso il lavoro.

Questo il benvenuto. La vista è bella, siamo all'ottavo piano. Si vede Superga, certo. Ma i balconi sono striminziti e non ci sono i fili per stendere. L'armadio è bianco con le ditate. La testiera del letto è scoraggiante. La cucina vanta un divanetto un po' sporco e quattro sedie spesse di legno. Ci sediamo e loro iniziano a farci il terzo grado.

- Ma perché lei vuole lasciare i suoi amici coinquilini?
- Ma perché lei vuole invece lasciare soli i suoi genitori?
- Ma che lavoro fa sua mamma? E suo papà? E il suo?
- E lei dove abita? E lei? E i suoi genitori?

Per citare solo le domande più discrete. Seguono discettazioni su Brunetta, la salute mentale e il Premio Campiello. La donnina ostenta cultura. Il marito intercala con un perentorio - Vabè ogni volta che si annoia e pretende si ritorni presto a parlare di cose serie, di affari. E divieti.

- Niente letto matrimoniale, dovete mettere voi la lavatrice, niente animali.

E via dicendo. Sotto la luce fioca di certi osceni lampadari di ceramica penso: ma perché rispondo? Ma perché annuisco e mi sento in soggezione. Sotto esame, sotto torchio, sotto vuoto, sotto pressione. Sottomessa.

- Poi fateci avere i numeri dei vostri datori di lavoro così vediamo se siete veramente dei bravi ragazzi come sembrate.

Certo. Tutto questo per la modica cifra di 400 euro + 35 euro + 167 euro (nei 6 "mesi invernali"). Al mese. Che dite: la prendiamo?

martedì 19 agosto 2008

Forse Zora.






Quale delle Città Invisibili di Calvino sarebbe Lisbona? Forse Zora.
"Al di là di sei fiumi e tre catene di montagne sorge Zora, città che chi l'ha vista una volta non può dimenticare"

Azulejos.


Tantissime case di Lisbona sono così, con le facciate di azulejos. Sono piastrelle quadrate decorate di tutti i colori. I portoni sono anche spesso colorati. It's like the rainbow!

lunedì 18 agosto 2008

Pessoa é um fingidor.


"The poet is a faker
who's so good at his act
he even fakes the pain
of pain he feels in fact"

Lisbona.


Una città buona e colorata. Fresca e gentile, al punto che mi sembra di averla quasi sognata.