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lunedì 19 dicembre 2016

Esplorare la città - incontro con il Parco Colonnetti e con chi lo ha reso più bello

 Qualche giorno fa sono andata a correre, per la prima volta di sera, nel parco del mio quartiere.

A un certo punto, ho avuto paura e mi sono accorta che era troppo tardi per tornare indietro. Ma paura di cosa? Di niente, in verità, perché di fatto non c'era nulla da temere. E, per quanto sia convinta che non sia proprio il massimo della vita mettersi a fare le cose da soli al buio, ho comunque capito che si trattava di un preconcetto da decodificare. E il preconcetto è questo: io, come tante persone, ero sicura, lo sono diventata per lo meno a metà del mio tragitto, che una ragazza che corre da sola in un parco di periferia dopo le diciotto "corra" effettivamente un pericolo. Ma il preconcetto non si ferma lì, ed è sul discorso "di periferia" che si è concentrata la mia attenzione. 

Quando vivevo in centro, correvo anche alle otto di sera, nel parco più famoso di Torino, il Valentino, e non avevo paura. Cos'ha il Colonnetti, il parco di Mirafiori Sud, all'estrema periferia del capoluogo piemontese, che faceva tanta paura? E la risposta è di nuovo: niente. Tanto è vero che sono ancora viva e sono qui a raccontarvelo. 

E tra l'altro è stato bello fendere la nebbia, pestare le foglie e sentirsi congelare il naso.

Flash-back. Ho vissuto nel pieno centro della città per circa tre anni, in una mansardina conficcata in una delle vie più belle, eleganti e chic della città.

Alcune persone, quando raccontavo che mi ero trasferita in centro, hanno commentato: "Hai fatto i soldi, eh?" - persone un po' ottuse, non me ne vogliano, data l'equazione grossolana. Quello che invece ho scoperto e che ora so del centro è che non ci vivono solo i "ricchi", ma tantissime persone che faticano ad arrivare alla fine del mese. 

Personalmente, avevo fatto quella scelta perché, vivendo da sola e non potendomi permettere un'automobile, volevo poter accedere comunque agli eventi della città senza pesare troppo su amici e conoscenti cui toccava riaccompagnarmi a casa. Vivendo lì, potevo sempre dire: "Tranquilli, sono a due passi", qualsiasi fosse l'evento cultural-ricreativo in questione, ed era vero. Pagavo poco quella casetta e ci sarei rimasta anche ma era in condizioni non buone. Tuttavia, sono stati anni belli per me in cui ho capito molte cose della vita. Ok, ora resta l'altro 99% da capire, ma dai, ammettiamo che è stato un buon inizio. 

Insomma, per quanto le cose nel mio portafoglio (e per quanto può fregarvene, beninteso) non siano cambiate, e non mi possa ancora permettere, con il mio lavoro, un'auto, l'anno scorso ho avuto comunque l'imperdibile opportunità di cambiare casa e ho scelto di trasferirmi in periferia. Ho vissuto nel quartiere Mirafiori di Torino (quello della FIAT) per i primi vant'anni della mia vita, per cui conoscevo la zona e per me la parola "Mirafiori" più che evocare macchine, smog ed emarginazione, tirava fuori da cilindro quella parola tanto cara a tutti che è: casa

Così, quando, cercando un alloggio, per puro caso sono capitata in un appartamento di quel quartiere, il mio cuore mi ha detto che ero nel posto giusto. 

Ciao! Di solito però non corro con il cappotto buono :)

Qundi ecco, questa è la storia di una persona che dal centro si trasferisce in periferia e indovinate cosa mi è capitato di sentire? "Hey, allora hai fatto bancarotta?". A riprova che la gente un po' tonta lo è davvero. Neanche a dirlo, la risposta, come alla prima domanda, è sempre no, ma la mia consapevolezza di quanti pregiudizi esistano su dove vivi e perché ci vivi siano tanti, la maggior parte da sfatare, è cresciuta sempre più. 

Trasferendomi in questo quartiere, ho imparato a muovermi di nuovo sulle lunghe percorrenze con i tram e, nonostante io non sia più da sola, sono tragitti che chiunque può percorrere in completa autonomia anche fino a tardi la sera, con qualche accorgimento.

Un'altra coincidenza, in questo cambiamento di casa, è stato l'incontro con Alessandra Aires: eccola qui, so che state ammirando anche voi i suoi capelli!

 
Alessandra Aires ho avuto il piacere di conoscerla perché è stata ospite mia e della mia collega Erica in un programma radiofonico che si chiama Pillole Concezionali su Radio Banda Larga


Il tema del Congresso mondiale degli architetti paesaggisti era "Tasting the Lanscape" ovvero gusta, assaggia, prova il paesaggio e Alessandra, tra le altre cose, in quanto presidente dell'AIAPP Piemonte - Associazione Italiana Architettura del Paesaggio, ai nostri microfoni aveva raccontato sia il convegno sia un po' del suo lavoro e del suo percorso. 

A colpirmi particolarmente, era stato il fatto che tra i molti lavori di Alessandra, che è architetto del Paesaggio, c'è l'opera di riqualificazione del parco Colonnetti Nord.


L'opera di riqualificazione di un quartiere come questo è stata impegnativa ma ripagata da alcuni cambiamenti importanti. Il fermento che - nonostante la crisi economica - sta coinvolgendo il quartiere di Mirafiori e in particolare Mirafiori Sud e Borgata Mirafiori è considerevole, qui vi lascio un link per informazioni dettagliate.  

E così ho deciso di contattare ancora una volta Alessandra e di chiederle di accompagnarmi in una passeggiata nel parco per farmi raccontare come è stato lavorare a questo progetto. 

Quello che mi premeva era che questo momento restasse immortalato in qualche modo, per non perderne la memoria e quindi ho chiesto a una fotografa dallo sguardo unico, Marta Pavia, che potete trovare sul web anche come Zuccaviolina e ammirare i suoi scatti, di testimoniare la nostra chiacchierata per mostrarvi come si possa stare bene in quel parco e quanto sia stato emozionante sentirselo raccontare da chi lo ha migliorato negli ultimi quindici anni. 

L'incontro con Alessandra Aires si è trasformato da semplice chiacchierata ad avventura nel bosco, scoperta ed esplorazione di un luogo ricco, anzi ricchissimo di particolari fantastici. 

Mentre lei si inoltrava nel "suo" parco, raccogliendo istintivamente anche una cartaccia (se le cose si capiscono dai dettagli, in quel momento ho realizzato quanto ci tenesse), e Marta scattava fotografie, ho assaporato un momento che mi è parso irripetibile.

Insieme, abbiamo osservato i cavalli di un piccolo Centro Ippico che si trova proprio a ridosso del Colonnetti e che propone lezioni di equitazione ma anche riabilitazione e ippoterapia. Ho scoperto che una volta al Colonnetti c'era un aeroporto e questa cosa molti torinesi non la sanno.  

Ho conosciuto il Dahu, il buffo animale mitologico alpestre con una zampa più corta dell'altra, simbolo delle Universiadi di Torino 2007 che sta a presidiare il campo di atletica che taglia in due il parco - della serie non di soli Glitz e Neve vivono i piemontesi! Abbiamo poi scovato uno strumento poeticissimo e nascosto tra gli alberi che sembra un enorme grammofono e serve per ascoltare i versi degli uccelli. 

Ho ascoltato i nomi di ogni singola pianta che Alessandra conosce a memoria. E ho potuto notare quali stradine nuove sono state create nel parco e leggere tutti i cartelloni informativi che compongono un percorso naturalistico per le scuole e per i curiosi che vogliono conoscere la storia di una parte della città incredibilmente ricca di passato.

Ne avrei tante altre di cose da raccontare, ma tocca a voi scoprirle se andrete a visitare questo quartiere e il suo mondo, all'ombra del Mausoleo della Bela Rosin, tra i palazzi alti, la Fiat, gli orti urbani, la Casa nel Parco, i colori delle foglie e i nuovi abitanti (come me).

Ringrazio ancora una volta Alessandra Aires per aver dedicato del tempo alla mia personale esperienza con la stessa cura che ci mette nel cambiare in meglio gli spazi e le città e Marta Pavia per averci accompagnate in questa camminata e per aver apprezzato la mia pasta e ceci come solo un'amica può fare...

Infine, mi raccomando: correte responsabilmente e se possibile, come tutte le cose, fatelo alla luce del sole.



domenica 14 ottobre 2012

Domenica.

Ilaria Bernardini, Domenica, Feltrinelli.



Di Ilaria Bernardini avevo molto amato Corpo libero. Un romanzo di grande respiro, invernale, luminoso, spietato, geniale, interessante, diverso da qualsiasi cosa avessi letto prima. Un libro che aveva un "argomento" raro, un mondo sconosciuto da esplorare, quello delle ginnaste olimpioniche adolescenti, fatto di vite di sacrifici, di rituali, di tecniche, di rumori, di colori, di emozioni forti. (Non è un caso che l'autrice lavori a questa bella serie televisiva/reality, di cui sono fan!). 

Per Corpo libero ho immaginato la scrittrice lucidissima e intenta a costruire pezzo per pezzo una storia giusta, importante, con la minuziosità di un orologiaio, ottenendo infatti un lavoro di altissima precisione e utile a segnare il tempo di una narrazione ambiziosa, a registrare qualcosa di molto curioso. Senza contare il particolare suono del suo linguaggio che, dopo due romanzi e una raccolta di racconti (ciò che ho letto di lei fino a ora) sta alle mie orecchie di lettrice diventando inconfondibile.

In una parola, Corpo libero era un gran romanzo, ed era in un certo senso perfetto. 

Domenica invece è tutto il contrario. 

Domenica, che si legge in un giorno, (preferibilmente, è chiaro, in una domenica come oggi), è un libro piccolo, dal respiro frammentato, come una crisi d'asma. Un libro che ha la consistenza di un soffio al cuore. Vulnerabile, proprio come un cuore che batte, caldo, umido, immerso in un'estate torrida, deserta, fastidiosa, insopportabile. Tre protagonisti senza nome. Lei, lui, il bambino. 

E i nonni, un cane molto vecchio, un medico dell'ospedale, un autista di taxi e qualche passante. Il traffico bloccato da una maratona, che improvvisamente travolge l'asfalto con il rumore di mille passi (una rarissima surreale maratona d'estate: evento che fa esplodere l'inquietudine di un già inquietante vuoto urbano e apocalittico). Ma proprio come un cuore che batte è la cosa più delicata e forte insieme che riesca a immaginare, anche questo romanzo - dopo aver pensato più volte: perché sto leggendo questa storia? - tiene duro e tira dritto come una vita determinata semplicemente a restare sulla terra.

Perché sto leggendo questa storia? Visto che non succede quasi niente? Una giovane coppia con bambino, il figlio che resta una notte a dormire dai nonni, una festa qualunque, qualche "piccolo inconveniente del vivere", un'immersione subacquea nell'intimità di una famiglia, cose che si fanno o si dicono o si pensano privatamente, immaginazioni, fantasticherie, proiezioni, divagazioni, assurdità, risposte, domande, lessico famigliare, camere, camerette, cibi, caffè, latte, scarpe, mani, piedi, capelli, muscoli, occhi, sensazioni delle cose ultime, comportamenti ai limiti del pazzo eppure riconoscibili, reali, giustificati dalla bolla della casa, del legame dell'amore e del sangue. 

Solo a un certo punto, e finalmente, ho capito perché stavo leggendo e qual è il bello del libro.

Il bello di questo libro scomodo, sporco, fragile, sbagliato, "osceno", rivelatore, sincero e timido è che in realtà non racconta affatto "la famiglia", i "sentimenti", i "cambiamenti" dopo il figlio etc. etc. Anche se farebbe piacere crederlo e ritrovarcisi nei pregi e nei difetti e sentirsi consolati. Invece no. Non è quello il punto, e il bello. Il senso del libro è per me piuttosto la imperfetta bellezza di una singola irripetibile storia minima, ormai ferma come un fotogramma, di una giornata sola, di una unica particolare famiglia con quelle abitudini lì, con quelle facce lì, con quelle caratteristiche lì, con quel passato e quel destino lì. E nient'altro. Niente di universale. Niente di istruttivo. Niente di già visto o di ipotizzabile per gli altri, per il futuro. Solo quell'istante lì, quella polaroid lì, quello scatto, quel filmino, quel romanzo scritto così bene che assomiglia a un diario (così poetico e struggente e pensoso che a tratti mi ha ricordato un po' Sylvia Plath); raccontato in quel solo modo lì, da quella scrittrice lì, in quel periodo lì. Ci sono quei momenti credo nella vita di uno scrittore, senz'altro nella vita di una persona, in cui ci si accorge di poter raccontare un'unica cosa in un unico modo e quel che sarà sarà. 

E infine è Domenica, è uno spettacolo esclusivo, solo per oggi, e per questo prezioso, per cui, come lettori, vale la pena staccare il biglietto. 




sabato 8 settembre 2012

Festivaletteratura di Mantova.


Desideravo andare a Mantova da un po' di tempo.

A Mantova intendo, in particolare, al Festivaletteratura.

Ma ogni anno succedeva qualcosa di oh scusate, mentre scrivo, queste immagini mi distraggono e vorrei essere ancora lì. In quell'atmosfera che non posso definire altro che magica. Comunque questa volta, ho deciso, costi quel che costi, ci vado! E così è stato. Regola numero uno: mettersi in testa una cosa e perseguirla finché essa non si avvera. Astenersi desiderosi di atterrare sulla luna senza navetta spaziale e mitomani vari. Per tutti gli altri, non smettete di sognare sogni come questo. Può essere che prima o poi si avverino. 

La città è stupenda. E sono felice di esserci andata per la prima volta proprio adesso, in un frangente delicato per Mantova, di ricostruzione dopo il terremoto. Si sente la ferita e la voglia di guarigione. Per il resto, è esattamente tutto come l'avevo immaginato così tante, ma tante volte.

Ok. Non è vero niente di ciò che ho scritto fino a ora. O forse sì. Che ne direbbe Pietro il Ballista? Lo vedo perplesso.

Bella, gentile, accogliente e vispa. Sognante, e in pieno fermento. Mantova è il posto ideale in effetti per un festival della letteratura: tutti gli incontri con scrittori e intellettualoni si dislocano nei luoghi-cardine della città e tu con la tua cartina te li vai a cercare e tra una cosa e l'altra senti profumi buoni, campane che suonano e bici che sfrecciano alla massima velocità. Le case, i palazzi, i monumenti: tutto è elegante, rassicurante, sobrio. In uno dei miei spostamenti, mi ha pure intervistata una TV della Barilla (sic.) sulle mie abitudini alimentari e sul futuro dell'umanità!

Avevo prenotato, giorni prima, due appuntamenti. Uno per ascoltare Francesco Targhetta, autore di un curioso romanzo in versi per Isbn edizioni: era da un po' che puntavo questo libro, ma non avevo mai avuto modo ancora di leggerlo. Ora è qui con me, con anche una dedica bellissima. Siamo coetanei e nell'aria si respirava una certa "solidarietà generazionale". Grazie Francesco! In quel frangente, ho anche conosciuto la mitica ragazza che si occupa di @SpritzLettera (cliccate, se potete!) e abbiamo brindato allegramente con uno spritz, seguito da tazzina di caffè: la fantasia al potere!! :) L'altro incontro per il quale avevo acquistato il biglietto è stato quello con Aimee Bender, tra le mie scrittrici USA preferite. Vederla dal vivo, dopo aver letto i suoi libri, lo confesso, è stata una grandissima, irripetibile emozione. Meravigliosa e full of grace! Lei però, a differenza di Mantova, la immaginavo diversa. Come minimo "con un ferro da stiro al posto della faccia"...

Per il resto del tempo ho girato per Mantova, pensando a quanto fossi contenta di essere lì. Forse troppo. Non mi pareva vero. Ogni tanto mi sono sentita anche un po' spaesata. Boh, è strana la vita. 

Fortuna che poi ho incontrato alcune colleghe. 

Questa piazza è incantevole. Qui si è tenuto l'aperitivo inaugurale del Festival. Che personalmente ho mancato per ascoltare Targhetta. Che tutto ciò sia messo agli atti, mi raccomando!!

Tazze e biro.

Quello è un po' il quartier generale del Festival. Letture, musica e una libreria.

Ci sono dei ristorantini fantastici. 

A un certo punto ho tentato di partecipare anche a una lezione di Simonetta Agnello Hornby (in foto un dettaglio del Palazzo Slow Food) in cui raccontava piatti della tradizione siciliana. Come temevo, tutto esaurito. Idem per i laboratori sul ritratto di Marcello Fois. 

Dunque ho ripiegato, ma mi è andata anche bene, su una trattoria. Mezze maniche alla zucca e calice di Valpolicella. Uguale, la felicità.

Poi sono finita in un mondo fatto di ghiaccioli. Dal momento che, di colpo, è esplosa l'estate. 

Ah, preziosa, amabile città. 

A ogni angolo c'era qualcosa da guardare.

Laggiù appare una lavagna a cielo aperto, dove si tenevano argute lezioni di vita. In quel baretto con gli ombrelloni bianchi ho mangiato una schiacciatina. 

Librerie ovunque.

Non c'entra nulla con la foto, ma il pubblico di questo festival mi ha incuriosita. Non solo addetti ai lavori ma tantissime persone semplicemente desiderose di vedere che succedeva e forti lettori. Essi esistono, e lottano insieme a noi. Le mie vicine di stanza nel B&B, per dire, erano due ginecologhe!  

Tra le altre cose, passavano qua e là bislacchi personaggi a distribuire acqua gratis. L'etichetta mi pare quanto meno interessante.

Aimee Bender mentre dice all'interprete: Il mio numero preferito è il 9. E ho pensato: il mio invece è l'8. Tra lei è me c'è quindi solo un unico, piccolo grado di separazione: yeah questo è il mio giorno fortunato!

Conclusioni: vorrei senz'altro tornare a Mantova il prossimo anno. Alle cose belle, è proprio vero, ci si prende subito gusto.

giovedì 22 dicembre 2011

From Bologna :)








Un tardo pomeriggio in biblioteca. A Bologna. All'Urban Center della Sala Borsa: una biblioteca grande, anzi spaziosa, elegante, ben organizzata, piena di progetti e di particolari degni di nota. Una biblioteca colorata e silenziosa - come è normale - ma che all'occorrenza si trasforma in qualcosa d'altro.

Rifugio forse inconsapevole di persone che non hanno un tetto sotto cui ripararsi e specialmente d'inverno fanno fatica e lì (ho saputo) si scaldano un po' l'anima per quel che è possibile.

Spazio aperto per bambini, ragazzi e addirittura bebè (c'è un'area bebè!). E apertissimo agli anziani che, a quell'ora di martedì 20, si enumeravano in grandi quantità seduti disciplinatamente a leggere il giornale (di carta) seduti ai tavoli insieme agli studenti imbacuccati col cappello di lana (gli studenti).

E spazio aperto a un gruppetto di persone provenienti da tutta Italia (e Berlino) lì riunite con un'aria un po' sperduta, incredula ma vispa, vivace, indescrivibile.

Eh, bè, sì ci giro un po' intorno, ma il fatto è che mi trovavo nella biblioteca presentare un libro insieme agli altri autori-bookblogger. Forse ne avete già sentito parlare (da me! hehe): si tratta di La lettura digitale e il web

Di questa prima presentazione ufficiale (wow) ne hanno raccontato già i bravissimi @ArtNite qui e poi qui e @martatraverso qui. Per il momento. Perché eravamo in tanti e c'erano anche @abcdeeFFe (un po' febbricitante ma al solito lucido e geniale), @SilviaSurano (super bella e brava etc.), @mgiacomello (che per il merito di avermi ospitata a dormire ha ricevuto in cambio una bella bottiglia di birra "spumantizzata"), @SimonelliSav (che ci ha onorati del suo lavoro, con la telecamera e la sua gentilezza) e @QwertyValentine e @MatteoBianx che ci hanno fatto immensamente contenti con la loro presenza (graaaazie). E chiuso il paragrafo per il mondo di twitter. 

Quel che mi viene in mente così di colpo mentre ci penso è che non ci credo. Credetemi, non ci credo proprio. Non ci credo di aver preso parte a un progetto così imperscrutabile e divertente. Non ci credo che quegli stessi vecchietti che alla mia domanda tremante e lieve (lievissimo) accento torinese: "conoscete gli ebook?" mi hanno risposto "NO" tuonando e tornando alle loro ben più importanti occupazioni ---> sono poi saliti su piano piano pochi minuti dopo alla presentazione per ascoltarci e alla fine ci hanno riempiti di domande e curiosità e uno si è fregato pure il mio cioccolatino.

E non ci credo di aver parlato, insieme agli altri, di come stanno cambiando le abitudini di lettura degli scrittori (ma pure le mie), così, con una specie di (finta) tranquillità, come se quello fosse davvero il mio posto. Per me è una gran cosa. Senza contare che Bologna è struggente, malinconica, soffice, in trasformazione, piena di luci e di oscurità. Che sotto Natale poi è graziosissima e fa sognare. 

Infatti poi in stato già un po' ebbro ma ancora umano ci siamo spostati tutti alla Vineria Zammù. Lì per l'occasione mi sono trasformata in un Bot. Per la precisione il bot dell'account di @Librinnovando su twitter, dal quale ho cercato di raccontare - uhm tra un chupito e un... argh non ricordo più - cosa stava succedendo in quel locale. 

E succedeva che i bookblogger si sono messi in questo mini-palco bohemien (non) fumoso e stracolmo di gente bolognese (e non) a fare un reading. Un reading da un kindle. Un reading da un kindle di eFFe. Un reading emozionante. Qualcuno ha letto 1984, ed è stata una strana vertigine. Altri hanno letto altri romanzi bellissimi e più contemporanei. Si alternavano, utilizzando però tutti lo stesso supporto digitale. Una cosa davvero curiosa. Quanto a me, non ho letto nulla perché non capivo più niente il mio ruolo di Bot dovevo onorarlo fino alla fine, e così ho solo raccontato poi al volo qualcosa sulla poesia, sulla mitica Francesca Genti e il suo lavoro con la casa editrice Quintadicopertina. Uddio: comunque, lo ribadisco, non ci credo ancora. Questo è un sogno per me.

Comunque vi dico anche che sono nati, intorno a questi temi, alcuni nuovi-nuovissimi appuntamenti, nuove idee, nuove possibilità per saperne di più. Vi aggiornerò su tutto. Ma siccome manca qualche giorno a Natale, tra poco vado alla Libreria Coop qui di Torino a fare pacchetti di libri per Casa Oz. Conoscete le loro attività? 

Allora grazie per aver letto! 

Special thanks to @lesmotslibres :)

E un super caffè colorato e prenatalizio.


:)






lunedì 4 luglio 2011

Nel laghetto.

Il laghetto è né grande né piccolo, dipende dai punti di vista, più piccolo che grande comunque, ma grande, decisamente grande per chi non è abituato a vedere laghetti e soprattutto grande per i suoi abitanti, che lo considerano una vera casa, forse una città.

C'è la tartaruga in cima a un sasso che si erge dall'acqua verde all'ombra degli alberi ancora più verdi e dei giunchi verdissimi. C'è proprio un istante in cui tutto è infinitamente verde, solo verde. Lì la tartaruga verde cerca un raggio di sole senza scottarsi: è un'impresa difficile il cui risultato è un guscio secco e riarso. La testa con le orecchie rosse (ma sono orecchie?) si estende al suo massimo ad annusare l'aria e a muoversi a scatti a ogni fruscio o a ritrarsi svelta quando è necessario.

C'è una papera. Nuota avanti e indietro e mangia - ispeziona con il becco - tutto quello che trova, mi pare la più tranquilla del lago.

Ci sono due simili a polli ma neri con un ciuffo bianco. Agitati.

C'è un germano reale che non ha le idee chiarissime sulla posizione da tenere, ma è molto carino, ha la testa luccicante, e gli altri sembrano tollerarlo senza problemi.

C'è un grosso pesce, è argentato a pallini scuri. Occupa molto spazio ma è discreto, fluido, quieto, poderoso. Nessuno lo disturba, lui non disturba nessuno, anzi è ben disposto verso i pesci più piccoli che gli ronzano intorno sì, ma a debita distanza.

Ci sono altre tartarughe nuotatrici, più piccole o più grandi di quella sul sasso: mi chiedo se anche a loro piacerebbe starsene un po' lì su a prendere l'ombra/sole e a lasciar asciugare un po' il guscio. Forse sì, ma l'altra non si smuove, poiché ha conquistato la posizione.

Infine c'è il cigno. Gira sempre nello stesso piccolo perimetro. Vederlo attraversare il lago è impossibile: poiché tutti lo scoprirebbero e lui invece nasconde la sua bellezza, di cui è ignaro. Chiunque vorrebbe toccare le sue piume bianche o la sua schiena.

I passerotti alla spicciolata si posizionano sulle staccionate, a presidiare tutto quanto scambiandosi rapidi sguardi. Mentre tra la strada sterrata e il lago, nell'interstizio di erbe e fiori selvatici, le api si immergono con notevole piacere dentro i fiori lilla e gialli, e li lasciano poi tramortiti a ondeggiare sui loro steli, nell'estate che va avanti.

Il cielo è blu, il vento accarezza la luce e le nuvole come mani tra i capelli.

mercoledì 24 novembre 2010

Light.

La luce di novembre è leggera, è diversa da qualsiasi altra, in giornate come questa in cui le scocche della auto brillano in fila come sorrisi e a sinistra si vedono i picchi delle montagne innevate. Torino sa fare questo, e parla con il suo luminoso silenzio, le sue promesse sicure di freddo protetto da una carta velina di sole, di scintille.

L'amore sboccia un po' alla volta. L'amore per Torino è una cosa quieta e insieme ferma, come scartare un gianduiotto :) E vorrei imparare dalla mia città la calma mentre tutto scorre. E intanto quel vascello, di ieri, l'altro ieri, è sempre lì immerso nel suo mare. Procede caracollando, sferragliando sul cemento. L'amore sboccia piano, e quando succede però è sempre all'improvviso, e la sensazione è chiara come un bicchiere d'acqua quando si ha molta sete.
E Torino è così, in effetti. In giorni come questi è un bicchiere d'acqua cristallina.


lunedì 18 agosto 2008

Lisbona.


Una città buona e colorata. Fresca e gentile, al punto che mi sembra di averla quasi sognata.