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venerdì 19 settembre 2014

Comincia l'avventura di Pordenonelegge.




Pordenonelegge alla sua quindicesima edizione.

Ed è un festival ricco e sobrio (non è un ossimoro, a volte accade davvero!) e mi sta conquistando. Sono qui a fare la blogger e, nonostante tutti i miei tentativi per vedere i lati peggiori della vita, questo è senza dubbio un bel privilegio, e una fortuna. Non sono sola qui, ma con due amiche che a loro volta, sui propri canali, stanno raccontando l'esperienza. Vi invito a seguirle, perché oltre ad amiche mie (che a voi può interessare come no) sono soprattutto due interessanti autrici e professioniste. Anche se non hanno bisogno di presentazioni, eccole qua: Sara Bauducco e Gloria Ghioni. Le trovate ai link indicati ma anche sul loro account facebook e twitter e in diverse realtà digitali, consiglio davvero di leggerle.

Provilegiando una logica di lentezza e concentrazione, altrimenti si tratterebbe di correre da mille parti e non seguire molto, cercherò di aggiornarvi sui pochi ma spero buoni incontri che ho deciso di ascoltare. Ieri sono arrivata dopo un viaggio lungo e mi sono acclimatata in questa città che è deliziosa. Mi hanno colpita le architetture creative, e ho raccontato per immagini le mie sensazioni, come preannunciato, sul tumblr Piacerebbe a Calvino. E continuerò ad aggiornarlo quotidianamente.

E così è accaduto su twitter, con il mio account @tazzinadi. Lì ho fatto il mio solito live twitting, salvo quando i dispositivi muoiono, che ha sempre un che di simbolico, del tipo: eddai fermati!

Il primo incontro cui ho assistito ieri riguardava un libro: Abyss, di Simone Regazzoni, Longanesi. Un "romanzo filosofico" dai tratti pop e, a quanto sembra, piuttosto avvincenti. Non l'ho letto, dunque non so, ma pareva interessante. Quel che notavo è che parecchi incontri riguardano la filosofia, in questa edizione (per me la prima). E di filosofia discuteva l'autore con il relatore Giulio Giorello. Come sapete, l'attività di blogging, specialmente live, impone ragionevoli limiti di approfondimento, quindi, al solito, non mi metto ad articolare i temi trattati. Ma ho saputo, perché sono andata via prima della fine, a proposito di buone intenzioni... ma avevo un altro appuntamento da sentire che mi incuriosiva, insomma ho saputo che la presentazione alla fine è stata poi piuttosto animata e si sono sollevati temi forti, con un fitto dialogo dal pubblico. Avevo seguito i primi tre quarti d'ora, che invece erano stati illustrativi dei temi e un po' della trama del libro, che raccontanle vicende di un giovane insegnante di filosofia. 

Che il tema fosse acceso, l'ho notato su twitter, perché ho ricevuto alcuni spunti di riflessione mentre facevo la cronaca da lì. Questo è interessante, perché è evidente che la filosofia oggi sa scatenare dubbi e domande e questioni importanti. Che questo si ricongiunga, con nuovi romanzi e prospettive, anche alla letteratura mi pare un ottimo segno e una questione aperta e da studiare. Quindi viva Abyss e viva gli stramaledetti abissi che ci abitano, in quanto esseri umani.

Nonostante i buoni propositi, poi alla fine sono andata via prima da questo incontro (ma non ricapiterà!) perché ne volevo seguire almeno in parte anche un altro. Drammone dei festival è che non si può fare tutto. Come dite? Come nella vita? Cavoli, è vero.

Quindi sono corsa al Centro Culturale Casa A. Zanussi, una struttura affascinante, ad ascoltare Slawka G. Scarso che parlava di storytelling dell'enogastronomia. Perché? Perché quel mondo mi incuriosisce parecchio. Presenti in sala, i "Curiosi del Territorio" che per un bel po' ho pensato si trattasse di un modo spiritoso della relatrice di appellarsi al pubblico, e invece erano produttori e operatori turistico culturali proventienti da diverse parti del mondo. 

Quel che mi interessa di questo tema è la possibilità di combinazione tra vigne, olio, formaggio, prodotti alimentari e narrazione. Il discorso si è orientato molto sui social network, ma naturalmente il raccontare è un gesto antico, almeno quanto il nutrirsi. Ed è bello sapere che la comunicazione si stia dirigendo sempre più sul raccontare anziché sulla freddezza di esposizioni senza emozioni. Poi certo questo impone questioni etiche, e di gusto, di cui pure si è trattato. Per darvi un'idea, ecco il video che hanno proiettato in sala. 


Tra poco invece vado ad ascoltare Marcello Fois. L'incontro fa parte del progetto: Mappa dei Sentimenti. Chi di noi non ne vorrebbe una, mi chiedo? Comunque sono stati invitati otto scrittori a lavorare su un sentimento ciascuno. A Fois è toccata l'Inquietudine. Sono molto curiosa, e vado, che è tra un quarto d'ora. Restate collegati :) 

Casa dello studente.


Il palazzo giallo.

I gadget!!

Cum grano salis!

domenica 30 settembre 2012

Michela Marzano, la filosofia, Torino, Spiritualità.


Ieri sono stata a Torino Spiritualità. Una serie di eventi dedicati alla spiritualità a Torino. Letterale ma vero.

Il motivo principale era ascoltare questa interessante filosofa giovane di nome Michela Marzano, in occasione dell'uscita del suo libro Avere fiducia, di Mondadori. Bel titolo, bellissima copertina e libro notevole che affronta l'argomento da tutti i punti di vista, a partire dai subprimes, passando da Kafka per arrivare a Dio. All'incirca. Stupendo già solo così, ma poi lei: dopo vi dico.

In una Torino bella e dolce da piangere. L'autunno, il cielo bianco, i palazzi e i colori di quella mostra che conducono un dialogo segreto con il tuo cuore.

Mi piacciono gli angolini. Poi un giorno spero mi passerà questa cosa degli angolini, ma per il momento, mi sono cercata un angolino.

Dal quale si vedeva il mondo.

w gli angolini.

Michela Marzano. La sua lezione faceva parte del ciclo "Anche questo è fame di vento. Cinque voci per Qoèlet". Il titolo del suo discorso, in particolare, era: "Grande sapienza è grande tormento". Dico solo che è stato tutto quanto ben al di sopra delle aspettative.

Alla fine la mia mente era così.



Allora. La filosofia io l'ho studiata al liceo. E mi piaceva moltissimo. Mi ostinavo a credere che le mie materie preferite fossero italiano e inglese. Mentivo. Era la filosofia, era la materia in cui "andavo meglio", o per lo meno che sentivo faceva per me. All'Università, a un test attitudinale un po' dei campanelli, poiché comunque poi si passava tutti e via, comunque era risultato che ero un genio della Filosofia. Mentre in Lettere sì, poteva andare, e in Storia bah, insomma. 

Invece niente, ho insistito con Lettere, per una maledetta ossessione per i romanzi, i racconti, la narrativa. E giuro che è stata la scelta più kamikaze che un essere umano potesse compiere in quel momento. E vabè. Così stanno le cose. Ho dato quindi solo un esame di filosofia - filosofia morale - grandioso, l'esame che ricordo con più emozione, su Kierkegaard, meraviglioso. Tremo ancora all'idea. E andò bene, dopo molti tormenti. 

C'è però una ragione per la quale poi non ho mai più frequentato la filosofia in seguito. Ed è l'abisso. Mentre con i romanzi mi sento al sicuro, più o meno sempre, perché, come insegnava Flaubert, alla fin fine parlano di cose da quattro soldi, terrene, banali e sporche come è la vita quotidiana; la filosofia ti porta per mano ai limiti dell'abisso e ti lascia lì. Sola.

I romanzi invece ti offrono della Barbera, mettono musica, danno da magiare agli affamati, sono gente alla mano. La filosofia è tutto quanto il resto, quello che non puoi spiegare. Il gelo e la meraviglia che trovi là fuori, la notte di Natale, in silenzio, quanto la festa è finita. 

La Storia dal canto suo poi si sa è Maestra di vita, niente di più semplice. Forse troppo. 

Ed ecco spiegato il mio personale motivo: sono una buona forchetta, amo il vino rosso, ho poca memoria, e mi piace sporcarmi le mani. 

Tuttavia ieri, come un inverosimile e strabiliante ritorno di fiamma, è riapparso alla mia mente tutto ciò che avevo abbandonato dagli anni zero a oggi nella mia vita. Che in effetti in una sola parola si può riassumere in: la filosofia. E così sono tornata studentessa, con taccuino e biro, in un angolino, a scrivere tutto, a prendere appunti. Ora, so che sarà assolutamente impossibile riassumere con dignità tutto quanto, ma ci tengo veramente tantissimo a trascrivere qualcosa, almeno una piccola parte, di ciò che ho ascoltato e capito ieri pomeriggio. Che assurge a uno dei più significativi della mia vita.

A vederla così giovane (da lontano sembrava proprio un puntino) Michela Marzano mi ha preoccupata: ma cosa dirà mai una così minuta a tutta questa gente famelica? Lei stessa si è schermita all'inizio. Mi ha ricordato un certo modo di dire nelle arti marziali che una "signorina terzo kyu" (di livello relativamente basso) può sconfiggere un omone terzo dan (un maestro). Non ci ho mai creduto, ma ieri ho cambiato idea. 

Dunque il tema era il dolore che c'è nella conoscenza. Il concetto del "più so e più soffro". All'incirca. Che sarebbe perfetto se non fosse che nella vita 2+2 non è mai uguale a 4. Nella logica sì, ma nella logica esistenziale i conti non tornano mai. Mai. Come anche il tanto vituperato concetto del do ut des. Anche quello, si diceva, non funziona mai nella vita. Non caratterizza mai veramente le relazioni umane, tutte connotate da asimmetricità. Dunque nella realtà bisogna poter lasciare la presa. Perdere il filo, perché esistono molte domande (le più importanti) destinate a restare sempre senza risposta. Quindi, solo quando "si perde il filo" si può finalmente andare alla ricerca di un senso. 

La vulnerabilità. Ecco ciò su cui si fonda la condizione umana. E più si conosce questa vulnerabilità, che ci connota tutti nessuno escluso, più si soffre. La vulnerabilità nasce da una mancanza ontologica costante, che ne è l'essenza. Anche se facciamo di tutto per riempirci di cose e di persone, restiamo soli. E qui ha citato una lettera di Claudel bellissima che dice: 

"c'è sempre qualcosa di assente che mi perseguita".

Ciò detto, bisogna allora rimettere in discussione alcuni postulati. Ad esempio quello per il quale gli esseri umani sono dotati di dignità. Riformulandolo, gli esseri umani sono fragili e dalla constatazione di questa vulnerabilità nasce la dignità e quindi il rispetto. Ecco che la dignità in sé non è una proprietà dell'uomo, ma una conseguenza dell'osservazione della sua vulnerabilità. In questa osservazione, questo riconoscimento di fragilità comune poi è presente una drammaticità. Il rapporto con la realtà è drammatico. 

Oggi (e questa è la parte che mi ha colpita di più) c'è una esaltazione della verità. Ovvero la verità è appannaggio di pochi che se ne ritengono i depositari. Invece l'etica è un modo finalmente per dare strumenti a tutti per opporsi alla vulnerabilità umana. Così la verità diventa di tutti, poiché alla sua base c'è la comune fragilità dell'uomo. Questa esperienza di conoscenza è il frutto dell'ascolto. Ed è una logica paradossale: il pensiero diventa una ricerca di equilibrio. Quindi l'obiettivo è di mischiare le cose, "complessificare" (un neologismo?) e non chiarificare. Ma a questo punto è in corso una querelle: si crede erroneamente infatti che per pensare in maniera complessa si debba utilizzare un linguaggio complicato. No: quando si ragiona di cose complicate ci vuole un linguaggio semplice.

Ora taglio bruscamente, perché è impossibile riportare tutto. Ma aggiungo una bellissima nota sull'amore. La scoperta più sconvolgente per l'uomo è quella di poter amare e odiare al tempo stesso. Riuscire ad accettare questa realtà senza senso di colpa significa crescere e andare avanti nella vita. Poiché per natura l'uomo non è mai completamente coerente. La verità di una persona si inizia infatti a comprendere nel momento in cui si balbetta. La verità emerge laddove inciampo. Perché lì tocco qualcosa di mio e mi levo la maschera

Al di là della metafora, la mancanza di coerenza ci turba tanto, ci fa soffrire negli altri e in noi stessi, poiché tutti vorremmo essere coerenti ma nessuno lo è, tanto più chi dichiara di esserlo. Con questo non significa compiacersi della propria incoerenza ma sapere che proporsi come coerenti è una menzogna

Ed ecco la fiducia: siccome siamo incoerenti, la fiducia, di cui abbiamo bisogno, poiché oggi le relazioni sono connotate invece da sfiducia, non può essere mai totale e assoluta, è una scommessa drammatica, impastata di tradimento.

Se io non ho fiducia in una persona, questa non mi può tradire. Solo chi amo può tradirmi. E questo genera sofferenza. (altra cosa è la fede: Dio non può tradire, l'uomo invece non può non tradire). 

E per fortuna: perché solo così si può crescere. Benché, è giusto ricordarlo, è sempre per amore che agiamo. Dal momento che l'io non agisce con cognizione di causa. Come disse il buon Lacan: 

"io sono laddove non sono". 

Ecco. Così si rompe il teatrino dell'io per mostrare un pezzetto di verità. Io sono laddove non penso di essere. Lontano da dove pensavo di essere. E questa scoperta fa male. In questa ottica, l'amore ha valore perché è caratterizzato dal fatto di non essere mai perfetto. Nel momento infatti in cui io amo una persona, questa non potrà mai colmare il vuoto che mi contraddistingue come essere umano.

Spesso l'equivoco sull'amore è quello di rendere una persona prigioniera dell'immagine che io ho di lei. Ma l'altro è sempre l'altro, per definizione e tutti, tutti, proprio tutti abbiamo il diritto di essere esattamente ciò che vogliamo. Come vogliamo. E quindi come convivere con l'altro?

Con l'altro io attraverso il vuoto che ci caratterizza entrambi. Questa è la libertà, la possibilità della libertà. Anche perché tutti abbiamo bisogno dello sguardo dell'altro per riconoscerci. Ma tenendo conto che dalla solitudine nessuno di noi può mai uscire. Anche se siamo con gli altri siamo soli perché la sofferenza non la possiamo comunicare mai. C'è una barriera, che impedisce la fusione. 

A volte gli altri si prodigano per noi. Possono fare anche troppo. Invece ci vuole solitudine per cercare in noi le risorse per stare un po' meno male. 

Ma in conclusione: alle famose domande esistenziali (perché viviamo, la morte etc.), quelle che ci pongono i bambini, non c'è mai risposta. Anziché sul perché, possiamo però ragionare sul come. Come fare per aprire di nuovo una porta? Accettando un punto fermo: siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri. L'indipendenza non esiste, al contrario dell'autonomia. 

C'è un'altra grande menzogna poi che affligge la contemporaneità: che l'unico modo per riuscire nella vita sia il controllo. Di sé e degli altri. Tornando quindi a Qoèlet: più si sa più si soffre: questa frase non ci esorta all'ignoranza: dietro alla conoscenza non c'è dominio ("più so più ho potere") ma c'è un'esortazione all'umiltà, che è consapevolezza del vuoto, rispetto a ciò che siamo e non siamo, ciò che conosciamo e non conosciamo. 

Voilà. Questo è all'incirca ciò che ha spiegato Michela Marzano nella sua lezione. Molto in sintesi.  E che io ho provato a riportare con i limiti che un'operazione del genere comporta. Perdonatemi se ho tralasciato qualcosa. Presa dal dubbio sul come affrontare questa esperienza, ho però deciso di fare del mio meglio per trasmettervela nel modo più fedele possibile. Non so perché, ma ho pensato che fosse interessante così. Per farvi provare un minimo delle sensazioni che ho provato io ieri.

Buona domenica!

c\_/