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giovedì 6 luglio 2017

Il libro del mese - Memoria di ragazza

Annie Ernaux, Memoria di ragazza, L'orma editore

Bando alle tazze, la vera (e giusta) moda del momento - nella piccola nicchia del mondo editoriale - sembrerebbe consistere in un tema tanto semplice quanto complesso: le ragazze. 

Dalle ragazze di Emma Cline a quelle di Concita De Gregorio, negli ultimi tempi si sono susseguiti libri che sviscerano questo argomento da molti punti di vista e tutti molto ricchi. C'è da dire che le ragazze, nei titoli e nei libri, sono da sempre un nucleo molto importante. Come dimenticare le ragazze kamikaze di Francesca Genti? Che nel 2009 ha anticipato due elementi che oggi (per fortuna) affollano gli scaffali delle librerie (per lo meno più che nel recente passato) ovvero le poesie d'amore e, appunto, le ragazze. 

Chiusa questa parentesi sulle presunte mode letterarie, ecco il libro che più mi ha colpita negli ultimi giorni. L'ho comprato alla libreria Luna's Torta (dove domani sera parteciperò a uno Speakers Corner leggendo dei miei piccoli racconti: se siete a Torino, passate a farmi coraggio!) e in pochi giorni l'ho finito. Di solito leggo molto più lentamente e c'è da dire che la scrittura della Ernaux è per me proprio un catalizzatore, una sostanza attivante che mi rende veloce e sveglia.

Questa storia, in particolare, mi ha avvinta più degli altri suoi libri (non ne ha scritti molti a dire il vero). Più del suo Gli anni, ad esempio, Memoria di ragazza ha rappresentato una svolta nel mio personale sentire come lettrice della Ernaux. Se, infatti, Gli anni risulta universale, totalizzante, Memoria di ragazza è piuttosto una storia minima, osservata al microscopio. 

Tutti i giochi di questa narrazione, infatti, e, si lascia intendere, di molta parte della vita interiore dell'autrice, si giocano in un unico anno, il 1958. Anno attorno al quale ruotano, appunto, le memorie di Annie che è voce narrante e demiurga di ogni cosa. Tutti gli anni di una vita, dunque, versus un unico anno decisivo. Un annus horribilis, a essere precisi, peculiare, rivelatore. Un anno che avrebbe potuto vivere solo una persona, tanto appaiono dettagliate le sue esperienze e le sue elucubrazioni ma che, e in questo tutte le narrazioni della Ernaux invece convergono, tutti si possono ritrovare. 

Cosa succede? Succede che la diciassettenne Annie nell'estate del 1958 trova un lavoretto come apprendista educatrice per bambini presso una colonia estiva. Qui, vive i suoi primi effettivi incontri con il mondo maschile e la cosa accade secondo una modalità fredda eppure incendiaria e molto complessa. Le cose con H., il primo uomo della sua vita e capo educatore ventiduenne, vanno storte per ragioni ingarbugliate che tanto hanno a che fare con la superficialità di lui quanto con l'ingenuità di Annie. 

Mentre dunque scopre la forza e la disperazione che possono dare, a quell'età, i sentimenti e il desiderio, si muovono però anche altri meccanismi attorno a lei. Si crea un branco di ragazzi poco più grandi dei bambini cui dovrebbero fare da educatori ed emergono alcune classiche dinamiche di questo tipo di ambienti (compresi gli esempi virtuosi che però Annie non riesce a emulare, troppo presa dai propri inconsapevoli impulsi). E in questo contesto, lei non sa crearsi un ruolo positivo e rispettato, diventando di fatto lo zimbello del gruppo fino ad arrivare a una forma che oggi si potrebbe collocare tra il bullismo e il mobbing e rendersi addirittura indesiderabile dalla direzione della colonia che sceglie di non accoglierla più per lavorare l'anno successivo. 

Le prese in giro, dunque, diventano pian piano giudizi, la goliardia si trasforma in scherno e queste cose la portano all'isolamento, al senso di solitudine che però agisce all'interno della compagnia, come se non riuscisse a staccarsene, a prendere le distanze e ripararsi, in una parola a proteggersi. Ma sarà ancora un altro senso a cambiare le prospettive di Annie qualche tempo dopo: quello della vergogna. Sperimentata prima in modo astratto, attraverso lo studio della filosofia e della sua amata Simone De Beauvoir, che la risveglia e riempie di concetti nuovi un vuoto esistenziale profondo e poi attraverso il corpo. Annie, infatti, comincia a soffrire di disturbi alimentari e a vivere sulla propria pelle tutti i conflitti che la abitano forse da sempre, aggravati dalla rilettura in prospettiva di quel terribile 1958.

Succedono, infine, molte altre cose che vanno a comporre queste memorie e si arriva fino al presente, ma non voglio togliervi il gusto di leggere. Di mio posso dire che questo lavoro di introspezione sottile, eppure resa con un linguaggio tanto pulito, può davvero cementare la fiducia nel valore della scrittura, nel suo senso autentico.

A che scopo scrivere, d'altronde, se non per disseppellire cose, magari anche una soltanto, irriducibile a ogni sorta di spiegazione - psicologica, sociologica o quant'altro - , una cosa che sia il risultato del racconto stesso e non di un'idea precostituita  o di una dimostrazione, una cosa che provenga dal dispiegamento delle increspature della narrazione, che possa aiutare a comprendere - a sopportare - ciò che accade e ciò che facciamo. 

lunedì 21 novembre 2016

Il libro del mese - 7-7-2007 di Antonio Manzini

Antonio Manzini, 7-7-2007, Sellerio editore Palermo


"Come li ho fatti i soldi? Ho arrotondato. Ho arrotondato sui carichi di marijuana sequestrati, ho rubato le bustarelle di qualche assessore quando li ho beccati con le mani in pasta, ho rivenduto due quadri, sì! L'ho fatto!" Ma non aveva mai fregato la povera gente, non aveva mai chiuso gli occhi davanti al potente che glielo ordinava. 

Confesso: ho comprato questo libro in un supermercato. Da brava lettrice forte, non sono proprio una fan della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), però al supermercato ci vado e quando c'è da fare la spesa grossa vado in quelli grossi, come la maggioranza della gente. 
Questo libro se ne stava lì sullo scaffale in mezzo alle pubblicazioni mainstream. Di solito non lo faccio. Li guardo, ma raramente li compro. Ne ho comprato uno in Autogrill questa estate e mi ero ripromessa di smettere. Ma questo non potevo lasciarlo lì e rimandare, forse mi sarei scordata di comprarlo in seguito e avrei perso qualcosa di importante. A mia parziale discolpa, dico che c'era un forte sconto...

La colpa è proprio uno dei temi del libro. Che colpe abbiamo quando siamo messi alle strette? Che attenuanti?

Prima però devo dire una cosa. Ho comprato questo libro per il titolo e la copertina. Non conoscevo l'autore e la sua saga noir con protagonista questo antipatico, scorbutico (la sua risposta tipo agli stress della vita è: "sticazzi" tanto per inquadrarlo), vicequestore, romano, di Polizia. Né sapevo che ci fosse una serie televisiva sulle sue avventure. 

Hem, non ho la televisione da tre anni e non me ne vanto!

E la cosa che devo dire è questa: il titolo riporta una data che ha a che fare in modo molto preciso con la mia vita. Non solo sono nata in un giorno con tutti i numeri uguali - 8/8/1980 - ma in quel ormai lontano 7-7-2007 è successo qualcosa che ha cambiato la mia vita in modo irreversibile.

Avevo ventisei anni e vivevo in casa con i miei genitori. Benché avessi già affrontato una buona dose di difficoltà, avevo la fortuna di avere una famiglia di lavoratori e mi stavo impegnando a ricavarmi una nicchia di sicurezza e serenità, pensavo di essere in salvo e mi sbagliavo. Stavo lavorando a una traduzione dall'inglese e di lì a poco dovevo cominciare uno stage (l'ennesimo, ma questo prometteva bene) in un'agenzia di pubblicità. Mi avrebbero pagata anche: ben, se non ricordo male, 250 0 300 euro al mese, ma era per sei mesi e forse chissà, dopo...

Un mese prima di quel giorno di luglio però mia madre ebbe un grave incidente di salute, un ictus e un infarto insieme, e siccome era nel pieno dei suoi anni si può dire che la sua vita fu spezzata a metà da quell'evento. Restò un mese in ospedale di cui due settimane in coma farmacologico. Lasciai a metà la traduzione, ma cominciai lo stesso lo stage e la andavo a trovare in pausa pranzo con mio padre. 

Paradossalmente, il mese di ospedale fu il più semplice. Il difficile cominciò quando, proprio il 7-7-2007 - in una giornata calda e afosa - mia madre tornò a casa. Non parlava più, era diventata afasica e aveva qualche difficoltà di movimento. Io provai quella sensazione che, per assurdo, provano le neo-mamme con il neonato il primo giorno che è a casa: e adesso che faccio?

Divenni, per un anno intero, la mamma di mia mamma. La portai a logopedia, fisioterapia e tutte le cose che finiscono in -ia, la mia agenda era piena come quella di un Presidente degli Stati Uniti. E intanto lavoravo. Passò un anno e mia madre tornò abbastanza in forma, mi occupai delle pratiche per il suo rientro al lavoro, e intanto chiesi al mio capo il part-time (lo stage si era nel mentre trasformato in contratto a progetto). Ero stanca e avevo bisogno di riposare, ma mi fu negato e mi ritrovai a casa e senza un lavoro. 

Ho passato molto tempo a chiedermi perché molti dei miei coetanei avessero la possibilità di vivere la giovinezza, divertirsi, fare figli, uscire, mentre io perdevo opprotunità su opportunità e avevo quella grossa sfida da superare. Dicono che la vita (o Dio per chi ci crede) ti da quello che puoi sopportare, e in effetti tirando fuori un grosso carico di amore e di forza, ce l'ho fatta, mia madre è ancora viva e sta meglio e io sono qui, a raccontarlo. Soprattutto, mi fu chiaro che esistevano sofferenze anche ben più grandi della mia e imparai il senso della gratitudine.

Nel febbraio del 2008, infine, nel pieno della crisi economica, ho aperto questo blog. Nello stesso periodo uscì il mio primo racconto pubblicato su una rivista importante, Nuovi Argomenti, che parlava proprio di ciò che era appena accaduto, ma questa è un'altra storia. 

Tornando a quel 7 luglio fu così intenso per me, per mille ragioni. Pochi giorni dopo ad esempio perdemmo anche il gatto che era stato con noi per 24 anni, fu strano, non piansi mai una piccola lacrima per lui, me la cavavo in un qualche modo. Detta così non si capisce però più di tanto, perché sono sempre i dettagli a fare la differenza e che hanno reso le cose davvero complicate, ma siccome è una storia intima e vera i dettagli li tengo per me. Però ecco quel che voglio comunicare è che quando un titolo ha così a che fare con te, lo compri subito, non aspetti, e lo accatasti amorevolmente tra un surgelato e la carta igienica.

Devo dire che ho fatto bene. Pur avendone scritto uno e pubblicato nel 2013, per chi se lo fosse perso, eccolo qui! non sono una lettrice accanita di noir. 

Lo schema in genere è troppo semplice, ci sono i buoni e i cattivi e si risolve sempre tutto nel lieto fine. In questa storia invece non funziona affatto così. Schiavone è odioso, un mezzo delinquente e non è buono nel senso stretto del termine ma compie il bene per gli altri e questo in un racconto, come nella realtà, è interessante. 

Quante scarpe da ginnastica hai avuto durante le medie? Non lo sai? Non te lo puoi ricordare? Io solo un paio. Prese più grandi di due numeri in prima media e durate fino alla terza!

Questa è la voce di Schiavone. Se l'è vista brutta fin da piccolo, ne ha combinate di tutti i colori  eppure fa il poliziotto. 

Scrivo questo post per chi, come me, si è sentito a lungo in svantaggio e può trovare una buona valvola di sfogo in un romanzo come questo. Se, come Schiavone, vi siete dovuti arrabattare vostro malgrado e al contempo vi siete ritrovati spesso, ad esempio, ad avere a che fare con persone che stavano meglio di voi, sapete di cosa parlo. A differenza sua, non avete senz'altro commesso reati, ma avrete visto un po' come vanno le cose, diciamo che qualche "legge del mondo" avete cominciato a conoscerla.

Una legge che mi pare di aver capito io è infine che dagli svantaggi può sempre nascere qualcosa di buono. Ma è dura. 

L'altra legge che ho capito è che un buon romanzo è sempre una buona idea, che merita cacciare qualche euro in più per comprarsene uno anche al supermercato. In questo ad esempio si segue "lo sbirro" fino ad entrare nella sua testa in una vicenda oscura e tremenda. L'omicidio di un ragazzino della Roma bene ritrovato in una cava di marmo proprio in quel luglio 2007. Il corpo viene scoperto in un laghetto artificiale (pensate che coincidenza, così accade anche nel mio romanzo dove il corpo della vittima si riesuma da un lago artificiale - fine della pubblicità!). 

E da quel momento la vita di Schiavone che ha perso la moglie, nel senso che lei lo molla quando scopre che nel suo passato ci sono alcune macchie, cambia radicalmente e non sarà più la stessa. 

Che dire di altro: mi ci sono affezionata e lo consiglio, è una lettura anche divertente e questo tutto sommato fa bene allo spirito.



sabato 17 settembre 2016

Il libro del mese - L'omino rosso

Doina Rusti
Doina Rusti è una delle più interessanti e conosciute scrittrici romene viventi. La sua scrittura è uno quillo vitale in un panorama letterario contemporaneo pieno di vuoti, ma anche belle speranze. Un'autrice senz'altro impegnata - per le tematiche talvolta scomode e necessarie che ha trattato nei suoi sei romanzi - ma anche capace di leggerezza e sagace ironia. 





Ve ne parlo qui perché domani sera (sabato 17 settembre) alle 18.30 avrò il piacere di moderare un incontro proprio con lei e il suo traduttore e curatore professor Roberto Merlo in occasione del primo di tre appuntamenti dedicati agli autori romeni promosso dall'Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia in collaborazione con la libreria Luxemburg.  Per maggiori informazioni, qui.

Uno dei romanzi della scrittrice che conoscerò domani (e spero anche molti di voi torinesi e non) su cui mi sono concentrata, e che vi propongo come libro di settembre, si intitola L'omino rosso. 

Pubblicato in Italia nel 2011 da Nikita Editore (nel 2004 in Romania), L'omino rosso è un romanzo sperimentale e al contempo pienamente classico, una storia iper-reale ma a bagno completo nella realtà virtuale, una storia allucinatoria e tenera, di amore e disillusione. 
Protagonista principale è Laura Iosa, una donna sulla quarantina che vive sola e un po' emarginata nella Bucarest dei primi anni Duemila, alle prese con un opprimente precariato sia lavorativo sia emotivo, aspirante scrittrice, tenta di lavorare in editoria ma le varie concorrennti che lei chiama "lolite" (più per atteggiamento che per età anagrafica e pronte a tutto pur di farsi strada nel mondo delle sacre lettere) le soffiano i progetti sotto al naso, aspirante innamorata di uomini sempre sbagliati. Una persona fragilissima che alla fine fa quello che in quegli anni hanno cominciato a fare in molte anime sperdute: trova rifugio nella Rete.

L'emozione di ricevere risposte alle sue mail, l'interessamento di esseri umani, come Andrei che dirige una rivista letteraria e le crea un sito tutto suo, seppur virtuali, che pare finalmente autentico e un riscatto che sembrava non arrivare mai e infatti...

Infatti tutto si ridefinisce in seguito all'incontro con il piccolo "omino rosso" del titolo: una sorta di presenza spirituale eppure incarnata in una creatura dalle sembianze concrete che le appare in casa e le parla, intenzionato addirittura a esserle d'aiuto. Qui, come si intuisce, l'autrice ci traghetta dalla realtà a un mondo onirico che si potrebbe definire, come suggerisce il professor Merlo, nell'ambito del genere letterario del new weird. Da questo momento in poi, infatti, Laura incontrerà una sorta di mondo parallelo - in tutto simile all'agognata "second life" di antica memoria - definito l'alazar
In questa sorta di mondo che assomiglia anche un po' all'aleph borgesiano, Laura si perde per poi ritrovare il filo frammentato del suo destino in una sorta di auspicato ritorno a casa. 

Sul confine labile tra salute e malattia, reale e fantastico, misticismo e quotidianità, questo libro esplora, attraverso uno stile fresco, una possibilità distopica che mi ha ricordato letture recenti come Il Cerchio di Dave Eggers, Panorama di Tommaso Pincio o il più lontano nel tempo Storia d'amore vera e supertriste di Shteyngart. 

Alla base di tutto questo percorso fisico, reale, virtuale ed esistenziale - al limitare delle considerazioni stilistiche e strutturali della composizione narrativa -  alla fine Laura mostra a noi lettori qualcosa di molto semplice e universale: la ferita e la mancanza d'amore e di equilibri porta sempre troppo lontano dal cuore delle cose, e di sé, distanti dal valore della vita stessa. L'esigenza antica di metterci in contatto gli uni con gli altri è tutto quello che si può assecondare oggi, con i nuovi supporti, come nel passato, con il filtro però del senso del limite, del confine. 

Ode a questo genere di romanzi! che ci immergono in uno specchio abbastanza fedele, seppure artistico, di quello che rischiamo, di quello che possiamo evitare e di quello che invece ci ha facilitato la vita, ci ha aperto anche nuove possibilità, come il web che non solo ci cattura nella sua rete, ma, se impariamo a usarlo, sono sicura che ci può restituire tesori. 

venerdì 15 aprile 2016

Il libro del mese. Numero undici di Jonathan Coe.


Jonathan Coe, Numero undici, Feltrinelli
A Jonathan Coe sono legata da questo ricordo qui. Un incontro, in occasione dell'uscita, nel 2013, del suo Expo 58, organizzato da Feltrinelli, che ringrazio per avermi inviato anche questo romanzo. 

Come sempre, premettendo che siete sul mio blog, sarò un po' autoreferenziale: Jonathan Coe in quell'occasione, dopo le interviste di tutti i giornalisti e blogger, mi disse: Ah, vuoi fare la scrittrice? Beh, allora tra cinque anni sarai al posto mio, circondata da blogger e giornalisti, a rispondere alle domande sul tuo libro

Da quel momento sono passati tre anni, ne ho ancora due di tempo per far avverare la profezia di Coe, dite che ce la faccio? 

Ma tornando a noi. Possiamo passare allo scopo vero di questo post: ovvero, il libro del mese!

Numero undici vuol dire che è il suo undicesimo romanzo. Ma non solo: è un numero-guida che ritorna in tutte i blocchi narrativi, o lunghi racconti, di cui si compone la storia. Sono racconti singoli, che però hanno in comune i personaggi principali - Rachel e Alison - e uno stile di scrittura che i lettori di Coe più accaniti dicono essere un grande "ritorno" dopo alcuni romanzi, compreso Expo 58, in cui l'autore aveva sperimentato stili diversi, meno corposi forse. Senz'altro c'è il ritorno della famiglia Winshaw, protagonista della gran parte dei libri di Coe.

Rachel non era mai stata a un banco alimentare. Aveva letto degli articoli che ne parlavano, in rete o sui giornali. Ma non ci era mai entrata. Il banco era stato istituito in quello che, negli altri giorni della settimana, doveva essere un caffè, situato in una strada stretta che si distaccava dalla via principale. A ognuno dei tavolini di metallo era seduto un gruppo familiare, i cui membri non avevano davanti a sé alcuna consumazione, ma stringevano in mano dei voucher in attesa che i loro pacchi fossero pronti. Nessuno portava su di sé i segni esteriori della povertà. 

E, mi viene da dire, è su quei "segni esteriori" che Coe si mette a lavorare in una delle linee narrative più interessanti del romanzo.
Questa è una storia che va a stanare le principali problematiche della nostra contemporaneità. Da un uso dissennato di social network come Twitter alla "nuova" povertà cittadina, a forti dosi di politica con tutte le sue ingannevoli illusioni - viste da un punto di osservazione specificamente inglese: la Gran Bretagna come lo specchio dei cambiamenti di oggi. In particolare, si concentra su un drammatico fatto di cronaca: il suicidio di David Kelly, l'uomo che aveva scoperto alcune grossolane bugie di Tony Blair a proposito della guerra in Iraq. 

A me è parso un libro di "lavoro", un romanzo sul lavoro, sui diversi lavori del giornalismo, sulle istituzioni, sulla polizia, sul cinema e sul carcere e sulle loro astruse dinamiche. Qualcuno potrebbe definirlo un'opera-mondo. Chi lo legge da sempre potrebbe definirla un'opera-Coe. Mentre per me, che sono sua lettrice da poco, è stata un'esperienza di lettura molto divertente e insieme impegnativa, nel senso migliore della parola.
 

martedì 15 marzo 2016

Il libro di marzo - Non ho ancora finito di guardare il mondo di David Thomas.

David Thomas, Non ho ancora finito di guardare il mondo, marcos y marcos
Spero che vi stia piacendo il "nuovo" blog: in passato non riuscivo a tenere un ritmo costante perché scrivevo "al momento": era belllo perché quello era lo spirito del mio inizio rispetto alla rete. Ma, come ho raccontato spesso, la cosa mi ha travolta e non riuscivo a stare dietro a tutto, specialmente alle richieste e agli impegni offline. 

Adesso mi piace di più organizzare, seppure in maniera non-rigida, un piano di scadenze in cui posso fornire il maggior numero di consigli letterari etc. mantenendo fede a un calendario, flessibile ma pur sempre strutturato, così potete sapere all'incirca cosa aspettarvi e bere un caffè con me e i miei libri più spesso e più serenamente. A metà mese ad esempio mi piacerebbe farvi sapere qual è la lettura del periodo, quella per me più significativa rispetto alle nuove uscite, ai libri che ricevo ma non solo. 

Questo allora è il libro di marzo!

Tre anni fa vi raccontavo di quanta pazienza ci voglia certe volte, e di come fanno i bufali, in questo post qui. 

La pazienza dei bufali sotto la pioggia mi aveva colpita per la leggerezza e insieme l'acume dei suoi frammenti di storie, e mi ero accorta di come quel libro si potesse leggere a pezzetti, nel tempo di un caffè, come i post di un blog nella loro accezione migliore, e soprattutto prima di andare a dormire.

Ci sono libri che è bello portarsi con sé nel luogo più misterioso della vita, ovvero la notte e il sonno. Ho imparato che, come con le persone, non con tutti i libri è possibile condividere i propri sogni. Ma quando si incontrano le persone e i libri con cui poter dormire sonni tranquilli, se non addirittura belli, costruttivi anche quando sono più difficili da capire, divertenti e profondi allora la vita merita di essere vissuta e i libri essere letti. Qualche volta non si tratta proprio di meriti o demeriti, qualche libro "funziona" per noi più che altri, è un mistero e l'unica cosa da fare è gustarselo.

A distanza di tre anni, riecco un piccolo ma potente libro che riprende la struttura dei bufali. E va avanti di un po', con quel tandem che si vede in copertina.

L'autore, caso editoriale in Francia, classe 1966, ritorna con un libro che assomiglia in effetti a un viaggio in tandem, dove il lettore può avere una visione d'insieme di tutti quanti.

Passa davanti agli occhi una fantasmagoria di storie umane, tutte in forma di brevi monologhi e sembra di realizzare quel vecchio sogno di poter leggere nella mente delle persone. Come osservare le più diverse realtà della vita e mettersi in ascolto di ciò che hanno da dire. 

Che bello poter stare lì ad ascoltare cosa dicono gli altri, cosa succede e come si intrecciano e incastrano le loro vite. Peccato che ahimé nella vita non sempre è possibile, e tocca spezzare l'incantesimo mettendosi a parlare anche di sè, a me ad esempio capita spesso di avere l'ansia di dover per forza raccontare i fatti miei! Il privilegio di leggere invece è proprio quello di poter sentire e assorbire le storie, e solo dopo, magari anche dopo anni, formarsi un'opinione al riguardo e volendo tenersela per sé, perché no?

Le storie che si susseguono in questo "sillabario" contemporaneo possono essere più lunghe o più brevi, ma tutte lasciano un sapore interessante: 

Se per dirlo

SE PER DIRLO BASTANO tre righe, bisogna limitarsi a quelle tre righe. Se per dirlo bastano tre parole, bisogna limitarsi a quelle tre parole. Se per dirlo basta una strizzata d'occhio, bisogna limitarsi a quella strizzata d'occhio. Se per dirlo basta una ruga, bisogna limitarsi a quella ruga. Se per dirlo basta il silenzio, bisogna limitarsi a quel silenzio.
Non aggiungere. Togli. 
Taci.

Ora non mi resta che tacere! 
Vi dico solo più che questo libro esce dopodomani in libreria e ringrazio l'editore per il dono in anteprima. Buona lettura!