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martedì 6 settembre 2016

Chicchi di caffè

Italo Calvino, Il barone rampante, Mondadori - Roald Dahl, Boy, Salani

Le vacanze sono un lontano ricordo ma - e credo possiate condividere questo sentire con me - c'è voglia di spensieratezza e leggerezza (naturalmente di tipo calviniano).

Ed ecco perché, per la mia rubrica sugli accostamenti letterari e le comparazioni libresche, ho scelto due romanzi (o per meglio dire un romanzo e un'autobiografia) assai leggiadri.

Il barone rampante di Italo Calvino è uno delle più autentiche e straordinarie avventure per ragazzi (e non solo, come si usa dire in questi casi) mai scritte da mano umana. Si basa su un'idea semplice e archetipica: la ribellione di un ragazzino di dodici anni di nome Cosimo Piovasco di Rondò che, dopo una litigata con il padre, decide di vivere per il resto della sua vita sugli alberi, riuscendoci. Cosimo, con la sua scelta, mette una definitiva distanza tra sé e gli altri, o forse solo tra l'infanzia e l'età adulta, costruendosi e al contempo esplorando un mondo a propria misura. Il barone rampante fa parte della trilogia "i nostri antenati" insieme al Visconte dimezzato e al Cavaliere inesistente, tre storie fantastiche, storiche e allegoriche che costituiscono una delle massime espressioni dell'arte di Calvino e della letteratura in generale.

Ma tornando a Cosimo:

Che Cosimo fosse matto, a Ombrosa, s'era detto sempre, fin da quando a dodici anni era salito sugli alberi, rifiutandosi di scendere. Ma in seguito, come succede, questa sua follia era stata accettata da tutti, e non parlo solo della fissazione di vivere lassù, ma delle varie stranezze del suo carattere, e nessuno lo considerava altrimenti che un originale.

La storia di questo ragazzino è la storia di tutti quelli che si sentono, o sono in effetti talvolta nemmeno senza averlo proprio scelto, originali, diversi. Spesse volte sono artisti, ma non necessariamente. Si tratta di persone che qualche volta fanno a pugni con se stesse per domare quella parte lì, ma alla fine vince lei, la "sana follia" che detta le regole delle loro vite. 

E di una di queste vite si parla dunque anche in Boy, l'autobiografia di Roald Dahl.

Il 13 settembre ricorre il centenario della sua nascita, e anche io qui allora voglio celebrare questo autore così importante per la letteratura mondiale per ragazzi, e non solo (come si usa dire in tali circostanze).

Anche qui c'è lui, un vivace e giocoso ragazzino che si ritrova in una famiglia numerosa e ricca di idee, drammi volti in opportunità e amore. Questa mia edizione Salani è bellissima, con illustrazioni di Quentin Blake e tante foto. La narrazione percorre tutta la sua infanzia tra fratellini e le magiche immagini che avrebbero poi composto i suoi racconti più celebri, in futuro. Veramente un bel libro da gustare. Ed ecco cosa dice il buon Roald, una volta diventato adulto:

Dopo due ore passate a scrivere, il romanziere si sente completamente svuotato. Durante quelle due ore si è trovato mille miglia lontano, in un altro luogo, in compagnia di gente totalmente diversa, e lo sforzo che deve fare per tornare indietro a nuoto, nel presente, è assai grande. E' quasi un trauma. Lo scrittore esce dal suo studio mezzo inebetito. [...] Bisogna essere pazzi per fare gli scrittori.  La loro sola compensazione è l'assoluta libertà. Il loro unico padrone è la loro anima ed è per questo che hanno fatto quella scelta, ne sono certo.

In una parola: che siate scrittori o meno. Che siate romanzieri o meno. Che siate ragazzini dispettosi di dodici anni o meno, auguro a voi e a me stessa quell'unico tipo di follia che rende liberi.

martedì 30 settembre 2014

Classici e contemporanei italiani, con vino buono!

Comincia una nuova avventura...

"Chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria..."

Questa estate ho bevuto letto e lavorato moltissimo! E tra i risultati c'è un nuovo progetto che è nato grazie a un'idea di ALMA TV. 

ALMA TV è la web tv di ALMA edizioni, una casa editrice che da anni diffonde e insegna la cultura e la lingua italiana all'estero, in poche parole, amici: siamo in mondovisione!

Oltre agli esercizi di lingua, potete allora gustarvi parecchie rubriche divertenti (e utili), tra le mie preferite, senz'altro la mitica serie di video-lezioni Grammatica caffè.

E insomma dicevo di aver bevuto molto, perché, insieme al prode e saggio regista Gino Dell'Aera, ho preparato per ALMA TV una serie di video sulla letteratura italiana. Alternando un grande classico a un autore contemporaneo: potete vedere da oggi i miei consigli letterari. 

La curiosità è che a ogni libro ho associato un calice di buon vino italiano, per celebrare la nostra cultura insieme agli stranieri (e non) che spero usufruiranno anche di questi video per conoscerci meglio.

Qui la prima puntata, sul Barone rampante di Italo Calvino.
Un grazie grandissimo a Marco Dominici che mi ha permesso di far parte di questa bella avventura!

E a chi passa di qua: buona visione!



mercoledì 17 settembre 2014

Novità che piacerebbero a Calvino.




Quando nasce qualcuno o qualcosa di nuovo è bello dare il benvenuto alla creatura che si affaccia sulla terra! Anche quando si tratta di qualcosa di impalpabile e digitale come un tumblr! 

(La piattaforma perfetta per chi ha la "r" arrottata e per chi, come me, ha già alcuni blog, di cui uno di libri, uno di racconti e l'altro lo voleva fare sulle proprie avventure mobili e non trovava la via giusta, considerato che c'è anche Pinterest, ma questa è un'altra cyber-storia).

Comunque ho pensato di cominciare il mio settembre con due cose. Una è questa canzone che amo molto nelle orecchie e l'altra è questo tumblr. Ci pensavo da tempo, ma l'idea è nata in un istante.

Pensavo a tutte le storie che ho letto di Italo Calvino, e la mia convinzione che lui sarebbe stato un blogger sobrio e resistente, e ho capito che il mio tumblr avrebbe riguardato lui e il suo modo di guardare le cose.

Mi piace pensare che tutti i progetti che prendono forma da ogni persona assomiglino a delle galassie, ognuno ha la sua (e sceglie la quantità e la qualità) e se ne prende cura a seconda di come può e riesce.

E tutti gli atomi nuovi che tenevo nascosti li lanciai nello spazio. Dapprima sembrarono disperdersi, poi s'addensarono come in una nuvola leggera, e la nuvola s'ingrandì, s'ingrandì, e al suo interno si formarono delle condensazioni incandescenti, e ruotavano, ruotavano e a un certo punto diventarono una spirale di costellazioni mai viste che si librava aprendosi a zampillo e fuggiva e fuggiva e io la tenevo per la coda correndo. Ma ormai non ero più io che facevo volare la galassia, era la galassia che faceva volare me, appeso alla sua coda; ossia, non c'era più alto né basso ma solo spazio che si dilatava e la galassia in mezzo che si dilatava pure lei, e io appeso lì che facevo smorfie in direzione di Pfwfp distante già miglia di anni luce. (Le Cosmicomiche, Italo Calvino).

E quindi, che bella questa cosa delle galassie che fanno volare. A chi dunque ama il volo, ma anche per tutti gli altri, vi presento questo giovane tumbrl che si chiama ---- tumblrrr di tamburi -----  


(Perché il mondo si divide in due: le cose che non contano e quelle che piacerebbero a Calvino!).

Qui, ma anche lì e su @tazzinadi racconterà da domani allora la mia permanenza a Pordenonelegge: gli incontri e appuntamenti sono tantissimi! Buona lettura!!

questa sono io con le Cosmicomiche!



sabato 2 novembre 2013

Peccati di gola, enodeliri, tuttapancia e bombe caloriche!




Praticamente oggi intraprendo una deliziosa maratona di presentazioni come non si era mai vista nella storia delle presentazioni! 

La prima, alle 16, in Piazza Maggiore a Mondovì: L'acino fuggente, un viaggio enodelirante e meraviglioso attraverso Monferrato, Langhe e Roero. Una lettura magica, incantata, dettata dalle "strategie oblique" di Brian Eno e dal senso della bellezza dei suoi due autori, Luca Ragagnin ed Enrico Remmert, alle prese con una guida non convenzionale. E dove alla fine c'è questa citazione di Palomar di Calvino, che mi ha stesa: "La superficie delle cose è inesauribile". E gli autori aggiungono: "L'anima no".

Inesauribili di sicuro le energie dei bambini, che alle 17 sono coinvolti in un laboratorio che prende il via a partire dalla storia di Ciccio Tuttapancia, un bimbetto un po' rotondo dei nostri giorni che impara la dolcezza e il gusto di fare una torta con le sue manine.

E infine, Il metodo della bomba atomica, alle 16. Con l'amico Eddy Parolisi, che per un'oretta smette i panni di serissimo ufficio stampa e si trasforma in disinnescatore di bombe (caloriche).

Penso che sarà molto divertente, enodelirante, istruttivo e anche un po' esplosivo. Vi aspetto!!



Luca Ragagnin, Enrico Remmert - L'acino fuggente, Laterza.

Cristina Maccario, Rosella Lomanto - Ciccio Tuttapancia, Miraggi Edizioni. 

sabato 6 aprile 2013

My name is Leonia.




Forse in tanti conoscete Le città invisibili di Calvino. 

Questo è uno di quei libri che leggo di tanto in tanto, per restare sveglia e viva e sentire che tutto ha un senso. E per gettare un amo alla mia immaginazione, chiederle se, per caso, è ancora lì, se è ancora capace di andarsene in giro, in posti nuovi e bellissimi. 

Come quando gli innamorati si chiedono: mi ami? A me viene da chiedere a questo libro, qualche volta, qualcosa, come: ci sei? Città invisibili, siete ancora lì, ancora & ancora, per me?

La risposta, naturalmente, quando è vero amore, è sempre sì. 

Ci sono tutte queste città fantastiche, inventate ma belle, bellissime, anche quelle che cascano a pezzi. In una parola, è un sogno meraviglioso che la voce di Calvino ti conduce a fare con lui. 
Nel suo regno. 

Io, personalmente, vivo per questo. Per questo tipo di esperienze. 


"La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra le lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello di apparecchio". 


Buon we.

lunedì 20 febbraio 2012

mercoledì 22 giugno 2011

Leggerezza con tazzina di caffè.






"Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un'altra ottica, un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro..."
Italo Calvino, Lezioni Americane, Mondadori.

Nei momenti in cui tutto si complica è il soffio come di una piuma bianca, è il sorso di una tazzina di pochi grammi, è un pensiero, neanche, un panorama dolce a occhi chiusi, la fantasia che non usavo da tempo, l'innesto delicato dell'immaginazione nella realtà, la certezza di essere incerta, come sempre, come non mai.




domenica 16 gennaio 2011

Letturedomenicali+tazzinadicaffè.

Questa è una di quelle domeniche dove mi sembra di essere dentro uno strano sogno e non riesco a uscirne. Forse per la nebbia che sembra panna gelata fuori dalle finestre e offusca la visione lucida del mondo. O forse perché ieri sera, tanto per abbassare la febbre, abbiamo visto qui a casa (io per la prima volta) il film Se mi lasci ti cancello, di Michel Gondry. Dico solo che alla fine eravamo. Oddio: affranti e col cuore spezzato. Comunque Gondry è unico, geniale, se non l'avete fatto vi consiglio di vedere il film.

Ma tornando all'obiettivo di questa rubrica. La premessa è per dire: sono un po' spenta ultimamente e un po' anche abbattuta, ma niente di grave, quindi però - in parallelo alle novità - mi rifugio nelle certezze di sempre. E prendo e sfoglio a caso questa bella raccolta di articoli e saggi di Calvino, Una pietra sopra, editore Mondadori. Tra i pezzi a me più cari - e lo ritrovo infatti tutto sottolineato - c'è Il mare dell'oggettività, scritto nel 1959 e pubblicato nel '60 su Il menabò di letteratura. Tra le tante, mi colpisce una frase:

"Da una cultura basata sul rapporto e contrasto tra due termini, da una parte la coscienza la volontà il giudizio individuali, dall'altra il mondo oggettivo, stiamo passando o siamo passati a una cultura in cui il primo termine è sommerso nel mare dell'oggettività, dal flusso ininterrotto di ciò che esiste".

Poi risfoglio a caso e capito sulla articolata riflessione dal titolo L'antitesi operaia, molto attuale. Leggo ancora e vado avanti e ritrovo la voce di Calvino che spiega, studia, analizza, parla di letteratura. Con la sua lucidità, la sua disposizione d'animo. Mi sento sempre più a casa. Un libro che è uscito nello stesso anno in cui sono nata io, il 1980, continua a sostenersi su basi profonde. A volte sento il bisogno di guardare indietro nel tempo per proseguire in avanti.

E per le prime volte nella vita scopro di voler anche rileggere alcuni libri e non solo scoprirne di nuovi. Rileggere rileggere, lo sentivo dire una volta come un vezzo: "sto rileggendo Proust" e io pensavo: "ma va là". Adesso invece capisco il senso. C'è qualcosa che ti ha talmente colpito, che è talmente tuo che definitivamente lo vuoi tenere con te e così rispolveri semplicemente la tua stessa memoria, per non perderti, per non cancellarti. Oh: se mi lasci ti cancello, allora vale anche con gli scrittori?

Chi lo sa. E in ogni caso: buona domenica a voi. La mia mi ha dato molte soddisfazioni nella preparazione impegnativissima della Polenta Taragna. Solo cose serie, da queste parti.

:)

lunedì 12 aprile 2010

La sfida del germoglio.

Aprendo la finestra vedo alcuni alberi. Forse per questo, per la prima vera volta nella vita, ho fatto caso ai cosiddetti germogli. Ammetto di non essere mai stata una grande osservatrice della natura. Anzi, mi ha sempre un po' intimorita. Come dire: "bella eh. Però in televisone, o alla peggio su internet". Così la "natura" per me non è mai veramente esistita. Se si fa forse eccezione per Saltello alias Cinzio, un gatto che è stato con me per ben 23 lunghi anni. E non so più se si può definire tanto naturale o artificiale se si contano, poverino, tutte le crocchette industriali che ha ingerito nella sua lunga vita (volendo tacere sulle altre pappe morbide in scatoletta tipo Manzotin). Per farla breve, sono più a mio agio tra asfalto, luoghi chiusi, schermi di computer che in alta montagna, sottacqua o in un prato, che anzi purtroppo mi spaventa e mi mette ansia.

Invece da questa finestra è proprio impossibile non notare le piante. Soprattuttto in questi giorni. Ormai è più di un anno che abito in questa casa. Questa quindi è la seconda primavera in cui apro la finestra su questo panorama. Ed eccoli di nuovo lì, anche questa volta, i germogli. Questi germogli sono come puntini verdi in cima ai rami nerboruti e marroni. Sono vivi, mi toccano qualcosa nell'anima, mi cambiano la giornata. Confesso che mi ci sto affezionando. Prendendo atto di come si sono materializzati lì alla fine dell'invero lungo e arido, non posso evitare di immedesimarmi in loro, neanche fossero i protagonisti di un film. Questi germogli sono tenaci, spingono e soprattutto sfidano. Sfidano la durezza del legno, il vuoto che si era creato intorno. Sfidano il freddo, perché nel suo mezzo si fanno avanti, prima ancora che scoppi il clima mite. Sfidano il calcolo delle probabilità che una cosa ritorni al suo posto. Lo ignorano anzi. Sfidano noi umani, con le nostre macchinette e il nostro smog efferato. Sfidano il pessimismo cosmico, il cinismo universale. Sfidano chi li credeva scomparsi, sfidano le vecchie foglie gialle dell'autunno. Sfidano sfidano. Sfidano il nulla, il deserto, l'indeterminato. E si determinano. Così piccoli, come i cuccioli, hanno capito di avere più brobabilità di farcela che non in forme macroscopiche. Però imperterriti avanzano, crescono nottetempo, sfidano la vista, la prevedibilità. Sfidano il disfattismo, arrivano all'appuntamento, sanno che mai bisogna abbandonare le speranze. Hanno una forza che mi avvince, mi avvinghia a loro dal mio punto di osservazione. Eh, certo, ovviamente, fossi come il barone rampante mi arrampicherei accanto a loro e metterei radici lassù, anzi quassù, perché siamo proprio sullo stesso piano, oggi.

domenica 28 marzo 2010

Letture domenicali+tazzinadicaffè.

Con gli occhi già semichiusi, ribadisco ancora una volta questo particolare consiglio di lettura - la tazzina in realtà questa volta consiste nel bicchierino della macchinetta di una scuola elementare. La giornata d'uno scrutatore di Italo Calvino. Leggerlo durante la mia esperienza di scrutatrice oggi, tra un elettore e l'altro, nei momenti di minore affluenza, è stato bello, giusto, emozionante, decisivo per la mia vita. Naturalmente, non potrei trovare parole migliori di queste:

"Ambienti insomma nudi, anonimi, coi muri tinti a calce; e oggetti più nudi e anonimi ancora; e questi cittadini, lì al tavolo - presidente, segretario, scrutatori, eventuali 'rappresentanti di lista' - prendono anch'essi l'aria impersonale della loro funzione. Quando incominciano ad arrivare i votanti allora tutto s'anima: è la varietà della vita che entra con loro, tipi caratterizzati uno per uno, gesti troppo impacciati o troppo svelti, voci troppo grosse o troppo fine. Ma c'è un momento, prima, quando quelli del seggio sono soli, e stanno lì a contare le matite, un momento che ci si sente stringere il cuore".

venerdì 26 marzo 2010

Io, scrutatrice.

Come vi preannunciavo qui, domani inizia la mia avventura di scrutatrice: "un compito modesto, ma necessario e anche d'impegno", per citare Calvino.

Ne La giornata d'uno scrutatore. La storia è quella di Amerigo Ormea, "intellettuale comunista" che si impegna proprio in questa attività, nel 1953, all'interno di un "grande istituto religioso", il Cottolengo di Torino.
Questo è il libro al quale penserò molto nei miei tre giorni da scrutatrice e che rileggerò, se ce ne sarà il tempo, con grande attenzione. Intanto lo sfoglio qua e là, soffermandomi sulle frasi che avevo già sottolineato una volta.

"(...) altrimenti detto Piccola Casa della Divina Provvidenza - ammesso che tutti sappiano la funzione di quell'enorme ospizio, di dare asilo, tra i tanti infelici, ai minorati, ai deficienti, ai deformati, giù giù fino alle creature nascoste che non si permette a nessuno di vedere. (...) Era un'Italia nascosta che sfilava per quella sala, il rovescio di quella che si sfoggia al sole, che cammina le strade e che pretende e che produce e che consuma, era il segreto delle famiglie e dei paesi, era anche (ma non solo) la campagna povera col suo sangue avvilito, i suoi connubi incestuosi nel buio delle stalle, il Piemonte disperato che sempre stringe dappresso il Piemonte efficiente e rigoroso".

Queste frasi, inevitabilmente, mi rimandano a un periodo ormai lontano della mia vita. Avevo sedici-diciassette anni. Forse l'anno stesso in cui ho letto il libro. Quell'anno mi capitò un'esperienza che ho portato dentro di me silente fino a oggi. Frequentavo il liceo - una scuola religiosa. Nella mia scuola era prevista un'attività di volontariato nel corso del penultimo anno Per me: "la seconda classico". Noi scolari lo chiamavamo il "volontariato obbligatorio". A ciascuno veniva affidato un compito, un luogo in cui recarsi settimanalmente a prestare - appunto - questo servizio di volontariato. Non era in effetti poi così facoltativo, nessuno, se non ricordo male, rifiutava questa proposta. A me capitò - o fui io a scegliere, questo l'ho dimenticato - proprio il Cottolengo di cui racconta Calvino nel suo romanzo.

"L'istituto s'estendeva tra quartieri popolosi e poveri, per la superficie d'un intero quartiere (...)".

Vero. Il Cottolengo è una vera città nella città. Un mondo a parte, con le sue regole, le sue leggi. Capitai allora, in quanto ragazza, in un reparto di donne. Queste pazienti non avevano una diagnosi: erano semplicemente donne anziane, abbandonate dalle famiglie quando erano bambine perché menomate in qualcosa - cieche, sorde, mute, paralizzate - spesso tutte queste cose insieme. Loro, mi spiegavano le suore, erano cresciute lì e non conservavano alcun ricordo del mondo esterno.
L'impatto per me fu devastante. Non avevo mansioni difficili. Dovevo servire a tavola, stare con loro, aiutare eventualmente a cambiarle, fare qualche massaggio ai piedi o alle mani che dolevano. L'impatto. tuttavia, fu tragico. Perché non conoscevo, a diciassette anni, alcun tipo di sofferenza fisica. A scuola, ad esempio, non c'erano ragazzi disabili. Nella mia classe il tasso di salute e bellezza era strabiliante e l'intelligenza contraddistingueva ogni alunno quasi come un marchio di fabbrica. Per dire: io stessa, che ero "normale", proveniente da una famiglia "normale", certe volte mi sentivo "sbagliata", "inferiore" rispetto ad alcuni compagni di scuola contraddistinti da qualità di ogni tipo assolutamente al di fuori del comune. La malattia, nella mia classe, non ricordo nelle altre, insieme alla deformazione fisica restava ampiamente confinata ai margini, se non proprio fuori dalle mura della scuola. Quindi quell'immersione improvvisa nel dolore nudo e crudo mi destabilizzò a maggior ragione. Quando tornavo a casa dal mio pomeriggio (non ricordo se uno o due la settimana) da volontaria piangevo nella mia stanza per lunghe ore. Nulla riusciva a calmarmi. Le immagini delle signore mi ritornavano alla mente in classe, di notte, quando ero sovrappensiero. Mi sentivo non so come intimamente vicina a quelle donne, a quel posto buio, alla loro piccola mensa. I loro oggetti, i loro sguardi, l'alfabeto muto che avevo imparato per comunicare con alcune mi spezzavano l'anima. Per liberarmi da questo, avevo anche provato a scrivere un raccontino. Ingenuo e semplicissimo. Una specie di articolo di giornale. Parlavo di una paziente, Luigina. La sua peculiarità era quella di salutare facendosi una carezza sulla guancia. Ma forse ero io che scambiavo quel gesto automatico per un saluto. Non so più. Come non so più chi ero allora, chi era quella ragazzina così sensibile a quel dolore. E soprattutto non so nemmeno io perché ora sto scrivendo di questa cosa. Non ci avevo mai più pensato. Finito l'anno, per me era finito tutto. Invece, la suddetta implacabile memoria - nel suo fantasmagorico mistero - assorbe, registra e restituisce esattamente ciò che vuole lei. E il mio nuovo senso di responsabilità di oggi, di trentenne, mi dice qualcosa. Mi dice di farne qualcosa, di questi ricordi. Di usarli per capire meglio il presente, il mio presente. Le contraddizioni della mia e dell'altrui vita. Il senso di quella "esperienza". Il senso di quello che vado a compiere domani. Il senso in generale delle cose che si scelgono. E infine cerco indizi su come comportarmi in futuro quando i diciassette, ma anche i trenta saranno lontani - indizi su cosa fare, ma più che altro cosa non fare.

sabato 13 marzo 2010

Polizia!

9.30

- gneeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeec gneeeeeeeeeeec! (citofono)
- ...
- ...
- chi è? (stroppicciandosi gli occhi e domandandosi: chi è? dov'è? quand'è? Ma soprattutto: perché?)
- Polizia
- Come?
- Polizia Municipale.


No, tranquilli, non mi hanno arrestata per abuso di sostanze stupefacenti (caffeina) e uso illecito di caffettiere.
Il poliziotto alto 2 mt - con la pistola: che paura! - è venuto solo per dirci che...

...faremo gli scrutatori alle prossime elezioni regionali! Bello.

Ovviamente non sarò mai all'altezza di Calvino ne La giornata d'uno scrutatore, però prometto un personale e sincero resoconto dell'esperienza.

Stay tuned :)

sabato 17 ottobre 2009

Storiella.

Un giorno il re chiede a Chuang-Tzu - il più bravo pittore della Cina - il disegno di un granchio.
Chuang-Tzu risponde: "Ho bisogno di cinque anni di tempo e di una villa con dodici servitori!".
Il re acconsente.
Dopo cinque anni il re va nella villa per vedere l'opera di Chuang-Tzu, ma scopre che il disegno non è ancora cominciato.
"Ho bisogno di altri cinque anni per finire il mio lavoro" dice Chuang-Tzu.
E il re acconsente di nuovo.
Dopo altri cinque anni torna nella villa per vedere se il disegno è pronto.
Chuang-Tzu allora prende in mano un pennello e in un momento, con un solo gesto, disegna un granchio, il più perfetto granchio mai visto.
(Lezioni Americane, Calvino)

domenica 4 ottobre 2009

Onda su Onda.

Chi avrebbe mai immaginato che si potesse non dico eguagliare ma ambire a raggiungere la bellezza della descrizione di un onda di Italo Calvino? E invece, secondo me, Uwe Johnson nell'incipit di I giorni e gli anni 1 ed. Feltrinelli ci è riuscito:

"Onde lunghe arrivano di traverso alla spiaggia, s'inarcano in fasci muscolosi, drizzano creste sfrangiate che al colmo del verde si rovesciano. La rigida volta, già un poco venata di bianco, schiude all'aria una cavità tonda che sotto il peso della massa chiara si schiaccia, come se lì un segreto fosse fatto e disfatto. Quando il cavallone si sfascia sradica i bimbi dalla sabbia, li rotola con sé, li stende e li trascina sulla ghiaia del fondo. Oltre la risacca, le onde traggono di schiena lei che nuota a braccia tese. Il vento è incostante, con un vento così sfibrato il Baltico si riduceva a uno sciaquettio. Increspato, era la parola per le onde corte del Baltico".

Come se lì un segreto fosse fatto e disfatto...

martedì 14 ottobre 2008

Le invasioni barbariche.

"I libri dei sociologi, dei moralisti, dei critici della civiltà contemporanea occupano da alcuni anni a questa parte un posto di rilievo nelle letture di noi tutti, e il vocabolario con cui interpretiamo la nostra vita quotidiana si è arricchito di espressioni divenute presto familiari come alienazione, industria culturale, persuasori occulti, uomini dell'organizzazione, folla solitaria e così via. Il quadro che ne salta fuori non è roseo. Io che sono ostinatamente ottimista, penso che la civiltà umana ne ha passate di peggio, e per rassicurarmi cerco dei paralleli storici che facciano al nostro caso. Di veramente calzante, ho trovato solo questo, e non so se varrà a consolarvi: stiamo vivendo al tempo delle invasioni barbariche.
E' inutile che vi guardiate intorno cercando di identificare i barbari in qualche categoria di persone. I barbari questa volta non sono persone, sono cose. Sono gli oggetti che abbiamo creduto di possedere e che ci possiedono; sono lo sviluppo produttivo che doveva essere al nostro servizio e di cui stiamo diventando schiavi; sono i mezzi di diffusione del nostro pensiero che cercano di impedirci di continuare a pensare; sono l'abbondanza dei beni che non ci dà l'agio del benessere ma l'ansia del consumo forzato; sono la febbre dell'edilizia che sta imponendo un volto mostruoso a tutti i luoghi che ci erano cari; sono la finta pienezza delle nostre giornate in cui amicizie affetti amori appassiscono come piante senz'aria e in cui si spegne sul nascere ogni colloquio, con gli altri e con noi stessi.
Ed è chiaro che l'elenco delle cose barbare e assoggettatrici non può culminare che con l'evocazione di quella che tutte le comprende, le simboleggia e le vanifica, la cosa barbara e assoggettatrice per eccellenza, la bomba che può porre fine alla storia umana".
(Da una conferenza del 1962 riportata con il titolo I beatniks e il "sistema" in Una pietra sopra di Italo Calvino Mondadori 2003)

sabato 23 agosto 2008

"Un bambino buono".

Così si definiva Italo Calvino durante una vecchia intervista. Poi, alla richiesta di individuare "tre chiavi per il 2000", rispondeva all'incirca:

1. imparare molte poesie a memoria.
2. fare calcoli a mano per combattere l'astrattezza del linguaggio.
3. sapere che tutto ciò che abbiamo può sparire da un momento all'altro in una nuvola di fumo.

Inoltre, a lui è stato dedicato un pianeta: il 22370 che ha infatti preso il nome di Italocalvino.

Ed è a quel pianetino che penso adesso, prima di andare a dormire, con umile gratitudine e affetto silenzioso. Quel piccolo pianeta incastonato proprio nel cuore dei segreti dell'Universo.

martedì 19 agosto 2008

Forse Zora.






Quale delle Città Invisibili di Calvino sarebbe Lisbona? Forse Zora.
"Al di là di sei fiumi e tre catene di montagne sorge Zora, città che chi l'ha vista una volta non può dimenticare"