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sabato 20 marzo 2010

Tazzina-di-caffè bynight. XIA.

XIA. Torino. Via Parini 14. Chiuso il lunedì. Tel. 011542540

Questo è uno dei primi ristoranti giapponesi di Torino. Se penso che ci ho festeggiato il mio 18° compleanno, gulp nel lontano 1998, hmmm, mi piglia uno schioppettone. (in piemontese: sciupetun). Per questo, comunque, ma non solo per questo, a XIA sono particolarmente affezionata. Per me equivale - e chi vive in città fluviali capirà - alla classica passeggiata in riva al fiume. Una cosa un po' "Banana Yoshimoto", ma rende l'idea. Quando non si sa bene che fare o che pesci pigliare, si va lì al fiume, si cammina, ci si crogiola al sole anche in inverno, si respira l'aria e i pensieri prendono il corso dell'acqua.
E poi, certamente, il sushi. Ammetto di essere un fan storica del sushi e mi vanto di esserlo da tempi non sospetti, quando ancora non era di moda nemmeno a Milano. Modestamente. Ma tornando a XIA, oggi è tra i più economici giapponesi cittadini. L'atmosfera è calda e casalinga. Le cameriere, due di sicuro figlie dei proprietari, accolgono i clienti - specie quelli di vecchia data - con un'amorosa confidenza da trattoria. Vengono lì, chiacchierano, ti raccontano le loro avventure. Sono giovanissime e un po' agitate, quel tanto che mette anche un po' di tenerezza. Viene da chiedersi dove stanno durante il giorno, com'è la loro vita qui, native piemontesi con gli occhi a mandorla.

Alla fine poi offrono spesso e volentieri un regalino (questa volta: un paio di bacchettine di bamboo & wood) e il digestivo. Dicevo del sushi. Buono, onesto, rassicurante. Qui vige la regola del cuoco-che-ti-cucina-certi-piatti-davanti-agli-occhi. Ed è molto interessante. Ma è altrettanto bello raccogliersi in un tavolino discreto e chiacchierare. Perché nulla come il sushi, a parer mio, invita alla meditazione. Forse solo dopo il vino da meditazione o il tè da meditazione. Tè che prendo sempre alla fine di un pasto giapponese. Come menu, a me piace il misto sushi-sashimi. Me lo assaporo dalla testa ai piedi, chiudendo anche gli occhi e pucciando i pezzetti di pesce nella soia. Ieri sera però ho preso una variante all'avocado e un po' di maki: l'invenzione del secolo. Li trovo geniali. Mi piace questo modo di fare di tre diversi ingredienti - pesce, riso e alghe - una cosa sola, così piccola e così compatta. Mi pare una metafora di qualcosa che neanch'io so spiegare. Ma insomma, mi regala molta forza e serenità. La zuppa di miso completa l'opera di scaldamento di cuori e rinvigorimento di anime.


E buon appetito a chi legge!

lunedì 1 marzo 2010

Tazzina-di-caffè bynight. Il Tromlin.

Il Tromlin è un piccolo ristorante inerpicato sulla collina torinese, precisamente Cavoretto, in via della Parrocchia 7. Va bene per le occasioni di festa, ma anche per una cenetta informale. L'atmosfera è irripetibile. Calda, accogliente, raccolta. Questo è un locale storico: rimasto piacevolmente uguale a se stesso da molti decenni, coltiva oggi la memoria del vecchio proprietario e chef - Tromlin - tradotto in italiano: Bartolomeo. Qui prevale il rosso dei lampadari a quadretti, del sottotovaglia, delle sedie di legno e delle super tazzine di caffè, preparato rigorosamente con la moka (non ho potuto fare a meno di fotografarne una).

Il menu, con variazioni per lo più stagionali, mantiene da sempre la propria forte identità piemontese, adattata però alle esigenze della contemporaneità. Per capirci: si inizia con una "cugina" della bagna caoda, senza aglio, fredda, tipo pinzimonio. Con ovette di quaglia e verdura mista molto ben lavata (fondamentale).
Si continua con una serie di ottimi antipasti. Salamini, frittata alle erbette, polenta concia con involtino di prosciutto, finocchio e besciamella.
Il primo è un classico: agnolotti al pomodoro. Ottimo il sugo.
Il secondo è il cavallo di battaglia: coniglio al forno con sarset (insalata songino) e una fettina di maiale.
Dulcis in fundo, le loro proverbiali frittelle ricoperte di marmellata.
Il tutto accompagnato dall'interessante Dolcetto (con tanto di etichetta Tromlin - cuoco piemontese).

A completare la cena: grappe e digestivi di tutti i gusti e qualità. Per la cronaca, io ho deciso inspiegatamente di ordinare un bel bicchierino di Fernet Branca. Che non avevo MAI bevuto in tutta la mia vita. Al primo sorso credevo di morire. Mi è parsa una colata di acido muriatico.

Ora, con l'unica papilla gustativa che mi è rimasta, vi auguro però Buon Appetito! E buon inizio settimana.


martedì 12 gennaio 2010

Eccomimi by night. Mamma Licia.

Questa storica trattoria, in via Mazzini 50, riscalda ogni tipo di cuore nel gelo della buia sera torinese. Piccola, comoda, luccicante e discreta, la sua saletta colorata accoglie gli avventori con caldi tavoli in legno apparecchiati tutti in modo diverso, con certe allegre tovagliette e i bicchieroni e le piccole bottiglie verdi per i fiori. Il mitico bancone fa un vero effetto rassicurante. Ah, qui le cose non possono andare male!
E infatti: il mio tortino alle rape e fonduta di toma e il mio risotto carciofi nocciole e menta hanno confermato le aspettative. E il calice di Nebbiolo ha suggellato la cenetta a dovere.
La "nuova" (tra vrgolette perché è già da un po' che Mamma Licia in persona non c'è più) gestione è super professionale, sobria e insieme simpatica: impossibile lamentarsi, fila proprio tutto liscio. Dal "benvenuto" della casa - due crostini caldi con patè di fegato e un filo d'olio - alla "sorpresa" finale sotto il conto, che invece non sorprende perché adeguato, - due provvidenziali sucai alla menta - al "congedo" sotto forma di mini meringhe sul bancone da portare a casa a volontà, ogni dettaglio è pronto a ricordarti che la serata è proprio lieta. Compreso l'orologio a pendolo che scandisce le ore e le mezze ore. Consiglio Mamma Licia a chi vuole sgranocchiarsi un pezzetto felice di Torino in compagnia.