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martedì 12 maggio 2015

Non scrivere di me.

Livia Manera Sambuy, Non scrivere di me, Feltrinelli

Di recente ho letto un libro meraviglioso. Leggendolo, ho provato parecchie emozioni variegate, colorate e avvitate tra di loro con una bellezza e una grazia che mi hanno ricordato un'elica del DNA per quanto erano profonde e universali. Un libro che mi ha ricondotta alle mie passioni e al quale sono grata. Si tratta di Non scrivere di me: otto ritratti-incontri che la giornalista letteraria Livia Manera Sambuy ha descritto e narrato in un gioiello di scrittura e umanità (e dotato di copertina stupenda di Adrian Tomine). Le persone belle si vedono subito: ho ascoltato l'autrice in una presentazione di questo libro al Circolo dei Lettori di Torino. Sorrideva con garbo nell'attesa e quando ha preso il suo posto e ha cominciato a raccontare ha colpito tutti con la forza che solo le esperienze veramente importanti sanno avere.

Da Philip Roth a David Foster Wallace, da Mavis Gallant a Paula Fox (se fosse possibile scegliere, ma non lo è perché sono uno più significativo e struggente dell'altro, questo ritratto-incontro sarebbe il mio preferito) sfilano queste otto grandi personalità sotto la luce rispettosa e amorevole dello sguardo di Livia Manera Sambuy e regalano nuove scoperte. (Su alcuni di loro ho lavorato per la mia tesi di laurea e li consulto da anni come numi tutelari, ritrovarli vivi e umani e tutti insieme qui è stato come un piccolo regalo della vita!).

Leggendo, mi sono appuntata parecchie frasi, con l'intento di copiarle qui sul blog, ma mi accorgo che non ha senso: sono troppe. Il libro è così ricco di saggezza e di ironia che vi toccherà farne esperienza diretta e non tramite un filtro. 

Ho imparato nel tempo della lettura di Non scrivere di me così tante cose, ho ragionato così tanto e ho respirato così tanta aria pulita da provare un profondo senso di giustizia e di gratitudine. 

Essendo poi una persona particolarmente fortunata, ho ricevuto dall'editore Feltrinelli l'opportunità di scrivere all'autrice per rivolgerle alcune domande. Dopo aver letto di questi otto incontri, non mi sono osata di chiederle di vederci (ma se leggete il libro vi ricorderete che nella vita nulla è impossibile e non si sa mai!), e così le ho scritto soltanto una mail. In tempo record considerati i suoi molti impegni, Livia Manera Sambuy mi ha risposto. E ciò che ho letto, e che trovate qui di seguito, va oltre ogni mia più favorevole aspettativa. Ha scritto parole belle, utili, e commoventi (per me personalmente, lasciatemelo dire). Sono così contenta e spero che per voi lettori questa intervista possa rappresentare un momento piacevole e felice e infine un "mezzo per mettersi al sicuro", per citare le parole di Mavis Gallant in riferimento alla letteratura.


In Non scrivere di me, per la prima volta ha deciso di raccogliere le storie dei suoi incontri con alcuni degli scrittori che ha intervistato nel corso della sua carriera: che effetto le fa oggi questa scelta, mentre il suo libro comincia a circolare nelle mani dei lettori? Racconterà ancora di altri incontri con altri autori?

Ti confesso che mi fa un effetto imprevisto. Sapevo di avere scritto un libro “sui generis”, che ha pochi precedenti nella tradizione italiana: una lavoro che in America appartiene al genere “narrative non fiction”, ma che allo stesso tempo si discosta dalla regola per la presenza di un io narrante che fa da filo conduttore tra gli otto incontri/racconti. Dunque i miei otto ritratti di scrittori si leggono come otto racconti e allo stesso tempo come una velata autobiografia. La scelta stessa dei personaggi riflette qualcosa di molto personale: il mio criterio non è stato quello della loro fama in Italia - anche se Roth e Wallace sono celeberrimi, e celebri sono anche Ford e Fox. Ma dell'intensità dell’incontro. Di quanto, cioè, questi scrittori avessero comunicato in senso profondo alla luce della mia stessa esperienza di vita.

Non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato letto. Funzionava? Non funzionava? I lettori lo avrebbero capito? Sono stata col fiato sospeso fino a quando ho cominciato a ricevere i primi giudizi - una recensione straordinaria da parte di Vanni Santoni sul Corriere - e poi messaggi su Facebook, Twitter, e-mail, da parte di lettori spesso sconosciuti che erano entrati nel libro e non solo lo avevano capito, ma lo avevano capito meglio di me (come succede, credo, spesso). E’ stata un’esperienza bellissima.

Non so se scriverò un altro libro come questo. Non credo, proprio per i motivi che ho spiegato sopra. E allo stesso tempo, non posso sapere quali altri incontri mi aspettano, quali occasioni impreviste, quali scoperte.
"La critica non è scienza: non mi aspetto che i critici separino le loro emozioni da quello che recensiscono", ha detto David Foster Wallace nel corso del vostro incontro al McDonald's nella stazione di un'autostrada a sud-ovest di Chicago. In Non scrivere di me le emozioni legate alle relazioni umane che si creano con gli scrittori emergono con sobrietà, intensità e tenerezza. Anche il suo lavoro di giornalista letteraria - per certi versi differente da quello della critica, e diverso anche dal progetto del libro - le ha concesso sempre di tenere unite le emozioni e la scrittura o qualche volta ha dovuto privilegiare la "scheggia di ghiaccio nel cuore" tipica degli scrittori e mettere da parte sensazioni e sentimenti? 

Avere una scheggia di ghiaccio nel cuore, per uno scrittore, significa non guardare in faccia a nessuno: andare per la propria strada e se questo significa all’occasione ferire amici o figli o genitori, pazienza. Per un giornalista, significa, penso, la stessa cosa, ma nel senso di privilegiare l’informazione sul rapporto con il soggetto (che nel giornalismo serio non dovrebbe esserci comunque). Il giornalismo letterario è un caso a parte. In questo campo, sono rare le informazioni riservate che, se scritte, diventerebbero uno scoop. In ogni caso no, quella scheggia di ghiaccio non credo di averla. Un esempio per tutti: quando tempo fa è uscita la notizia che Philip Roth aveva smesso di scrivere romanzi - notizia a cui è stata data un risalto internazionale - lo sapevo già da  un anno e mezzo. Ma era stata una confidenza, una battuta al telefono. Ricordo ancora le parole precise: “Mia cara, è arrivato il momento di tirare giù la saracinesca e chiudere bottega". “Sei sicuro?”, gli ho chiesto. “Sicurissimo”. Era una conversazione privata. E ho preferito mantenere il riserbo. Cos’è un piccolo scoop in confronto a un rapporto di confidenza, amicizia e affetto?
C'è un autore che non ha ancora incontrato e vorrebbe incontrare? 

Oh certamente. In questa vita Alice Munro, anche se una volta abbiamo parlato a lungo al telefono. E in un’altra, Saul Bellow. Non sono sicura che quest’ultimo mi piacerebbe, di persona. Ma non c’è nulla che dia più soddisfazione che vedere i proprio pregiudizi smentiti. A me, almeno.
Dave Eggers ha elogiato il suo ritratto di Philip Roth con parole così belle da meritare la quarta di copertina del suo libro. Di Dave Eggers però non si parla in Non scrivere di me, mentre ricordo che lo ha citato durante la presentazione a Torino. Il dinamismo e l'impegno anche sociale dell'autore de Il Cerchio pensa possano essere di esempio per gli autori italiani, forse a volte ultimamente in alcuni casi un po' involuti e chiusi in se stessi?  

Dave Eggers è una persona eccezionale e dovrebbe essere un esempio per il mondo intero, non solo per i giovani italiani. Non soltanto è uno scrittore che ci ha dato libri importanti sperimentando temi e modi sempre nuovi: è anche un autore che ha riscritto le regole del gioco a modo suo, cosa che in un paese come l’America dove il successo è un prodotto, è molto difficile. Inoltre è un filantropo, anche qui, sui generis. Non gli basta finanziare fondazioni per aiutare i ragazzini che studiano con difficoltà e hanno situazioni famigliari difficili. S’impegna in prima persona a insegnare loro a scrivere, a fianco della moglie scrittrice Vendela Vida. Lui e lei portano altri scrittori di talento a fare altrettanto. Hanno creato una rete di altre dieci organizzazioni no-profit impegnate nello stesso scopo. E fondato due riviste letterarie, McSweeney’s per la fiction e The Believer per la non fiction, allo scopo di divertirsi incoraggiando nuovi autori. Il mio stesso capitolo su Roth, in Non scrivere di me, è uscito prima su The Believer. Ricordo che quando gliel’ho mandato (l’avevo scritto in inglese per fare un esperimento) Eggers ha risposto in meno di 24 ore con una mail che diceva “Fantastic”. Non conosco molte persone capaci di tanta energia, generosità e entusiasmo.

Domanda di rito ma per me molto preziosa: che consigli darebbe a un giovane intenzionato a seguire le sue stesse orme di giornalista letterario? E a un giovane aspirante scrittore?

Purtroppo sul giornalismo letterario devo essere pessimista. I giornali hanno sempre meno soldi e oggi viaggiare per incontrare un autore - non dico andare ai festival, ma essere soli con uno scrittore, andare a casa sua, e avere tempo a disposizione, anche per leggere i suoi libri e prepararsi bene - è un lusso che non esiste più. Ma è anche vero che ogni crisi è un’occasione di rinnovamento, e qualcosa di nuovo nascerà. Sarà lei, Noemi, a dirci come si farà giornalismo letterario in futuro.

Quanto ai giovani aspiranti scrittori il consiglio è uno solo: disciplina. Lavorare ogni giorno. Anche solo poche ore, non importa. Non si ha idea quando materiale si accumuli poco a poco se si scrive con costanza. E riscrivere, riscrivere, riscrivere. E poi - quando si è raggiunta una forma presentabile - mandare i capitoli a poche persone fidate, non scelte in base all’amicizia ma all’esperienza di lettura e alla capacità di giudizio. Ascoltare bene i loro commenti, ragionarci su, e riscrivere ancora. 

Il giorno che ho cominciato Non scrivere di me ho stilato le mie regole in inglese su un foglio, e ho appeso quel foglio sul muro accanto allo schermo del computer. 
Diceva: “Be serious, be honest, be true”.

domenica 30 dicembre 2012

Più lontano ancora e buon 2013!


Jonathan Franzen, Più lontano ancora, Einaudi 

All'inizio di ogni articolo del libro, che è una raccolta di piccoli saggi (o meditazioni) su vari aspetti della vita e della letteratura, c'è il disegno di uno step per la realizzazione di un origami. 

Seguendo all'incirca queste istruzioni, si arriva a creare una barchetta!

Nel mentre, ho imparato a fare anche una tazzina di carta: è semplicissimo.

Questo è il libro che aspettavo, con il quale ho deciso di concludere il mio 2012. 

E di cominciare il 2013.

Potrei dire che è il mio libro dell'anno. 

Finito proprio il penultimo giorno. Lo aspettavo perché su questo tipo di libro, a più riprese, lavoro da molto tempo: in quello che arriva, infatti, scoccherà il decimo anno dalla mia laurea, era l'ottobre del 2003, e da allora, anzi forse da prima, mi appassiono e mi interesso a questo genere di opere. 

Nella mia tesi, che riguardava la scrittura autobiografica, ho studiato per lo più di Esperienza, di Martin Amis. 

Ho adorato quel libro. E per poterne parlare a ragion veduta, ci ho girato intorno con quanta più cura che potevo, toccando con la mente e con il vecchio pc a pedali anche i Memoirs di Kinglsley Amis (il padre), il Palimpsest di Gore Vidal, Speak Memory (bellissimo) di Nabokov, L'opera struggente di un formidabile genio (uscito da pochissimo, che mi aveva appassionata) di Dave Eggers, Borrowed Finery di Paula Fox (e ci avviciniamo al nostro), Il Diario di Hawthorne, Finestre Alte di Larkin. I Diari di Anais Nin, The Liar's Club di Mary Karr, Autobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid (vi sfido a trovare un'autobiografia come si deve in cui la mamma e il papà non permeino ogni singola riga di tutto quanto), dunque l'Amleto di Shakespeare (sic.), l'immancabile Autobiografia di Alice B. Toklas della Stein, e tanti tanti tanti altri, da Tennessee Williams a Carlo Feltrinelli che racconta il padre (e dunque se stesso, ovviamente, per proprietà inversa) in Senior Service - che mi permetto qui di consigliare, per capirne qualcosa in più. 

E poi da Marias a Proust a Amy e Robert Lowell, fino, naturalmente, a lui, al prode e nostrissimo Jonathan Franzen. 

In particolare, Come stare soli. Il quale mi è servito, tra le altre cose, a capire che la mia natura solitaria aveva (spero) anche un senso, oltre a crearmi sempre  un sacco di guai con gli amici.  

Perché, vi chiederete, questo improvviso name dropping? Questo sfoggio di pioggia di nomi illustri? 

Non certo per dimostrare che leggevo libri anche prima che le case editrici cominciassero a spedirmeli a casa (ma non è questo il caso)! O per dare prova del fatto che anche i blogger sono andati a scuola! No, per un altro motivo.

Per consigliare a chi non avesse ancora mai esplorato questo mondo prospero, laterale e centrale insieme, della tradizione della scrittura autobiografica. In quegli anni, mi ero concentrata sulla letteratura angloamericana, ma il mondo vasto e affascinante del memoir, naturalmente, non conosce confini di spaziotempo.

A muovermi in quella matta ricerca di vite intrecciate di scrittori, era stata un'esigenza famelica, che andava oltre l'ambizione di prendere un bel voto. Mi spingeva il desiderio di cercare maestri. Di vita e di scrittura. Pensavo, cioè, che se avessi imparato a vivere come una scrittrice, magari lo sarei diventata. Quindi, oltre alla lettura dei romanzi, mi impuntavo sulla lettura di questi libri paralleli, ancora più affascinanti, ai miei occhi, delle opere stesse di narrativa. E poi certo volevo capire come funzionavano le famiglie degli altri, com'è che se ne usciva vivi dal bisogno di scrivere.

Ma, come ben sappiamo, O poeta é um fingidor, e dunque, una cosa che ho capito col senno di poi, è di diffidare delle autobiografie degli scrittori. Lo dico con amore, continuando a leggerle e ad adorarle. Però, solo più alla stregua di altre, meravigliose, composite, bellissime opere di narrativa cui semplicemente piace mascherarsi da verità. Immergersi in questi libri, dunque, è un po' come il Carnevale della lettura. Il più bel gioco che potesse capitarvi di giocare. Il più serio.

Ed è con questo spirito, che mi sono avvicinata a Più lontano ancora. Che ci ho navigato dentro con forza, con amicizia, leggerezza e dedizione. 

Quello che sapevo io, poiché ne erano stati pubblicati stralci sul New Yorker l'estate scorsa, se non ricordo male, era che questa raccolta conteneva un toccante brano di Franzen sull'amico David Foster Wallace. Sulla sopravvivenza all'amico. E sullo spargimento di parte delle sue ceneri. Dunque, conoscevo il mio destino di lettrice. Quello di soffrire, di affrontare questo dolore. Infatti è così. Ma mi è andata bene, perché il primo di questi saggi si intitola per l'appunto:

Il dolore non vi ucciderà. 

In effetti, è vero. 

E quel primo piccolo saggio omonimo corrisponde al discorso di Franzen per la cerimonia di conferimento delle lauree al Kenyon College, nel maggio del 2011. All'incirca il periodo in cui, anche qui se non ricordo male, gli venivano rubati gli occhiali a una presentazione di Libertà. E qui subito dice qualcosa che ho sempre ricercato, infatti, in questo tipo di saggi-manuali-testi sapienziali per imparare tutto:

Farò quello che fanno di solito gli scrittori, cioè parlare di me stesso nella speranza che la mia esperienza abbia qualche affinità con la vostra.

Lo trovo sincero, e sublime, ed è quello che io voglio. Come persona che aspira anche a scrivere, poi, ho trovato molto utile, molto davvero, il capitolo che si intitola proprio La narrativa autobiografica. 

Dove Franzen torna con tenacia a uno dei suoi grandi temi, che è quello della vergogna. Dello struggle tra l'essere "una brava persona" e lo scrivere romanzi. O racconti. 

Ero impantanato nella vergogna per la mia ingenuità, dice. 

E racconta come si sia scontrato, nella stesura delle Correzioni, nell'eterno problema dello scrittore: cosa penseranno di me. Insomma, sul senso di colpa. 

Questa parte è bellissima. Si entra proprio nella sua cucina, si sente il sapore del suo intelletto, che gira sul fuoco, che arde, che cerca soluzioni. La soluzione che ho capito io è: scrivere sempre, scrivere tutto quello che si vuole, essere leali con se stessi: chi ti vuole bene continuerà a farlo, qualsiasi cosa tu abbia scritto. La scrittura in fondo non è la vita, sono solo sogni diversi, raccontati a parole, e tentativi di bellezza o di mistero o di intrattenimento. Il resto, non ha molta importanza, e non ha a che fare con la morale. 

Bè, c'è da dire che il Nonno Franzen, come lui stesso si definisce a proposito di certe posizioni un po' rigide sulle nuove tecnologie, è una fonte, forse proprio per questo essere nonno, di insegnamenti, per me, inesauribile. Tra le cose che non mi importano, infatti, ci sono anche le sue esternazioni un po' da trombone (sempre parole sue, se non erro) che però a me fanno tenerezza. Un'altra cosa che ho imparato da lui è che non si deve andare per forza d'accordo, per volersi bene. Direte che è ingenuo; infatti anche io ho vergogna, non sapete quanta, per la mia ingenuità. Dopo tutto, è un'esperienza comune a molti.

E poi, c'è David Foster Wallace. 

(Ma prima, non posso non dirvi di un fulminante, brevissimo e idiosincratico saggetto sul comma-then, cioè sull'abusato "virgola poi" che Franzen, inutile stupirsi, detesta a morte. Impeccabile trombone!).

Era amabile come può esserlo un bambino, ed era capace di ricambiare l'amore con la purezza di un bambino. Se l'amore è comunque escluso dalle sue opere, è solo perché David non aveva mai davvero pensato di meritarselo. Era prigioniero a vita sull'isola del proprio io.

Dopo aver tentato di leggere DFW, e qui ci sono le prove schiaccianti,  cercando di fare fronte a tutto, è invece dopo queste poche semplici parole che ho capito davvero la natura della mia stessa curiosità per lo scrittore prematuramente scomparso suicida. 

Si vanno forse a cercare i maestri di vita, sperando che ci spieghino perché siamo fatti in un certo modo, attraverso esempi illustri. Se un genio come DFW, di cui qui emerge però anche la natura dipendente, manipolatoria, mistificatrice, depressa, attrice e incontrollabile, pensava di non meritarsi l'amore, allora la vita (non) ha senso anche per noi. In una parola, con questo libro impariamo dai dolori degli altri, che ci sembrano più sopportabili. 

Dunque: DFW, proprio lui, l'adorabile, il delizioso scrittore gentile non pensava di meritare l'amore? Quanto si sbagliava. 

Quindi questo saggio, il più rappresentativo, da cui il titolo e la copertina del libro (che ho comprato con i miei soldi prima di Natale in un giorno che poi si è rivelato anche un po' fortunato), racconta comunque il viaggio solitario di Franzen, con le ceneri dell'amico, nell'isola Masafuera ("più lontano") che si trova nel bel mezzo del Pacifico meridionale, con le sue "inaccessibili pareti verticali" e "popolata da milioni di uccelli marini e migliaia di otarie orsine ma non da esseri umani".

Qui, Franzen può finalmente (ma vedremo con che esiti) dare spazio alla propria cupa natura meditabonda e al suo essere un noto birdwatcher. Un'attività affascinante, di osservazione, di purezza, conoscenza e cura verso i volatili che, fatalmente, annoiava invece molto DFW; e la vita in questo sancisce, simbolicamente, la differenza tra i due amici. Uno conservativo, vivo, osservatore, calmo, per così dire, e razionale, attaccato alla terra e al cielo. 

L'altro, consegnato per sempre alla posterità, al mito, al sacrificio degli affetti e dell'osservazione in favore dell'eterno.

Detto in parole povere. 

Infine, tutto il resto. Franzen ci dona uno stancante e decisivo viaggio nelle sue esperienze (bello il capitolo Cieli silenziosi ad Assisi - dove si dice di San Francesco che con gli animali, come è noto, ci parlava anche), nelle sue letture: dalla sua maestra Paula Fox, alla bellissima difesa di Alice Munro, al curioso La più grande famiglia mai narrata in cui si profonde in lodi a un bizzarro romanzo, guarda caso sul tema della famiglia, di Christina Stead. 

Passando da certi episodi di vita così pieni di significati (vedi Calabroni), a excursus inveterati ma edificanti sul matrimonio, sulla coppia, sul nonsense.

Ecco, io finirei, anzi inizierei l'anno così. Con del sano nonsense. Ma anche con le cose care e sensate,  di buon senso, cui si ritorna, lo sto imparando adesso, ciclicamente nella vita. 

Con i maestri che ci si va a cercare tra le pagine dei libri. Che poi si ritrova dentro di sé, magari imperfetti, ma sinceri. Con la scrittura, con il pregio delle differenze, con l'amore che non è come pensiamo noi. 

L'ultima frase del mio ultimo (e primo) libro dell'anno è dunque questa:

E d'un tratto sono di nuovo innamorato. 

Che, poi (scusi Franzen per il comma-then) è questo l'unico auspicio o buon proposito che faccio a me stessa e a voi per l'anno nuovo. 

Di sentirci sempre innamorati. 

Di cose o persone consuete o di cose o persone nuove, ciascuno saprà e sceglierà il suo modo. Ma la sostanza, spero per tutti, sia questa. Sentirci di nuovo innamorati, d'un tratto. 

Per tutto il 2013 ma anche oltre.

sabato 7 aprile 2012

David Foster Wallace - #palewinter - il mio intervento.




Come vi anticipavo qui, partecipo anche io alla lettura di Il re pallido in omaggio a David Foster Wallace. 

E c'è un logo lassù in alto a destra a testimoniarlo! 

Qui, su Archivio David Foster Wallace Italia, c'è oggi il mio intervento, il numero #6. 

Si tratta di un video: ho preso le sembianze di Chris "per la tangente" Fogle, un personaggio che in effetti proprio in quella parte del libro a me affidata sta registrando una luuuunga videointervista. Una videointervista che attesterà una sua importante trasformazione. 

E ho riadattato "liberamente" il testo da metà §22 a fine §23 (pagine 287-332).

Quindi, in una parola, è un video di un video di un video di un video etc. etc. (un meta-video?). Chissà...

;)

Grazie comunque a chi avrà la curiosità di guardarlo.

Stay pale!

p.s. Se potete, fate un giro sull'Archivio DFW: #palewinter secondo me è un'iniziativa davvero interessante per chi ha amato e studiato il grande scrittore, come dice il video di presentazione della lettura: "per Howling Fantods e nuove reclute". 

p.p.s.

Tazzina-di-caffè si prende una vacanza. Auguri di Buona Pasqua a tutti!

c\_/

p.p.p.s.

La pallina da baseball che si vede nel video è autografata da Elio di Elio e le Storie Tese! :P

martedì 21 febbraio 2012

Cinquanta, Pale Winter, David Foster Wallace.





Oggi David Foster Wallace avrebbe compiuto 50 anni. Tondi e perfetti: un'età in cui avrebbe potuto chissà quante altre cose capire, vedere con i suoi occhi, elaborare con la sua testa fasciata dalla proverbiale bandana che portava sempre salda addosso. Ma è andata così. Non possiamo farci molto.

Quanto a me, l'ho scoperto in un'età piena di meraviglia e stupore, verso i ventanni. Non sono mai riuscita a leggere tutti i suoi libri e di Infinite Jest, lo confesso, ho saltato ampi pezzi perché non ce la facevo. Però l'ho amato di un amore sincero, e lo amo tantissimo anche adesso. 

C'è una cosa che negli ultimi tempi mi torna alla memoria: io lui una volta l'ho anche visto. Compresa la bandana. Non avevo idea, o forse sì ma a ventanni non è che si è sempre tanto consapevoli proprio di tutto, hemm neanche a trenta (niente, nemmeno a trentuno!), comunque non immaginavo forse la portata, la grandezza e il prezioso valore di ciò che stavano vedendo i miei occhi. Ero a New York, al New Yorker Festival, per un caso della vita. E stavo lì di fronte a quella voce e a quella faccia e a quella bandana. 

Mi chiedevo in effetti cosa ci facevo io lì, perché mi era capitata quella fortunata circostanza. Poi ho smesso di chiedermelo e ho guardato soltanto quel David Foster Wallace parlare. Era magico e non capivo mezza parola di ciò che diceva.

Oggi mi è capitata una seconda fortuna, e non me la lascio scappare: potrò partecipare a Pale Winter!

Si tratta di una lettura collettiva del suo ultimo romanzo Il Re Pallido. L'idea appartiene all'Archivio David Foster Wallace Italia: trovate tutte le info qui. In poche parole, per tutto l'inverno che rimane e un pezzetto di primavera, a turno, leggeremo e commenteremo parti di questo libro complesso e affascinante. Sono bene accetti commenti, pensieri, discussioni varie, sempre sul sito che vi ho indicato. E qui c'è anche la pagina Facebook, mentre trovate tutto su twitter seguendo l'account @archivioDFW. 

Che altro aggiungere? 


"Terra antichissima. Guardatevi intorno. L'orizzonte tremola, informe. Siamo tutti fratelli".

Dice DFW. Forse questo è un modo possibile per lasciarlo ancora vivere nei nostri occhi, ricordi, prospettive future.

 Grazie a tutti se avrete voglia di guardarvi questo video qui sotto, che secondo me è bellissimo! 




giovedì 10 giugno 2010

Ora...vedila, Jim.

Quando mi sento spaesata, un po' liquefatta, vedo Infinite Jest di David Foster Wallace di milleduecentoottantuno pagine che gira per la casa. Penso che non lo finirò mai, ma è un bene. Lo lascio sempre lì, come se fosse un fiume, un elemento della natura cui attingere benefici quando ce n'è bisogno. Finché lo vedo, mi sento ancorata alla vita e alla terra.

"Questo è il garage comune figliolo. E questa è la nostra porta nel garage. So che lo sai. So che ti è già capitato di guardarla molte volte. Ora... vedila, Jim. Vedila come corpo. La maniglia grigiastra, il chiavistello che ruota in senso orario, i pezzi di insetto che sono rimasti sotto la vernice quando era fresca e ora spuntano. Le crepe di questo sole impietoso. Il colore originale non lo sa nessuno (...)".

Comunque adesso vado a provare a fare gli gnocchi. E che David me la mandi buona :)

domenica 14 marzo 2010

Letture domenicali+tazzinadicaffè.

La tazzina c'è, la lettura maestosa e imponente anche.

Personalmente, sto per partire per una gita! Dove, insieme ai panini e al succo di frutta alla pera, porterò questo immane libro. Sperando invano di finirlo. Si tratta di Infinite Jest del grandissimo David Foster Wallace. Cosa posso io aggiungere a questa pietra miliare della letteratura mondiale di tutti i tempi? Ben poco. Posso solo dire che - come spesso capita con i capolavori - questo non è un libro. Questa è un'esperienza di vita, di passaggio, di concezione assolutamente importante e da cui si torna diversi. Un mondo di cose, di fatti, di fantasmagorie brulicanti e intense. Volevo cercare una citazione per incorniciare questa piccola odierna rubrica. In Infinite Jest è quasi impossibile trovarla. La storia in sé comunica qualcosa, non tanto le parole messe in forma di insegnamento. Qui l'insegnamento è il leggere stesso. Inutile aspettarsi aforsimi o perle di saggezza. La perla è l'esperienza tout court. L'insegnamento non è dato, va ricavato nel nostro sforzo mostruoso di lettori. Bisogna essere piuttosto forti e solidi per superare lo scoglio di questa avventura.
Quanto a me: non sono che a metà strada.

Tuttavia, un mini-paragrafo da segnalare qui l'avrei anche trovato (anzi due). Dice molto sulla salute dell'arte e della società in generale. Dice molto sulla contemporaneità, sull'occidente, su di noi.

"Forse è perché gran parte delle arti viene prodotta da persone anziane annoiate e sofisticate, e poi consumata da persone più giovani che non solo consumano arte ma la studiano per capire come essere fichi e giusti - e bisogna tenere presente che per i ragazzini e per i giovani essere giusti e fichi equivale a essere ammirati e accettati e fare parte di un gruppo e quindi Non Essere Soli".

E ancora, più sotto:

"Ci viene insegnato come portare maschere di ennui e ironia logora quando siamo giovani, quando la faccia è abbastanza elastica da assumere la forma di qualsiasi maschera si indossi. E poi ci rimane attaccato, quel cinismo stanco che ci salva dal sentimento sdolcinato e dall'ingenuità non sofisticata".

Ecc ecc ecc. Buona lettura amici. Grazie caro David. Non fico, non giusto, Solo e senza maschere!

martedì 11 novembre 2008

David Foster Wallace.

Dal 1986 ho notato che un buon 65% della gente che vedi al capolinea degli autobus in città fra mezzanotte e le sei del mattino tende ad avere i requisiti tipici delle figure lynchiane - vistosamente brutta, infiacchita, grottesca, carica di un'afflizione del tutto sproporzionata alle circostanze visibili.