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mercoledì 3 febbraio 2016

Chicchi di caffè: i percorsi tematici di Tazzina!




In questo periodo mi stanno molto a cuore gli animali. E dire che non ci ho a che fare da molto tempo: nove anni fa mi lasciò il compianto Cinzio (nome vero: Saltello. Nome scelto da lui stesso: mai saputo. Cit. T.S. Eliot e la sua poesia sui nomi dei gatti), un gatto meticcio con cui vivevo dal 1984, quando avevo 4 anni, e da allora nessuno lo ha più sostituito nella mia vita e nel mio cuore. Per una strana ragione però ultimamente mi ritrovo spesso in diversi parchi della mia città ad avere a che fare in modo diretto con le bestiole, specie i cani ma anche scoiattoli, piccioni e gabbiani e gatti randagi.

Come raccontavo nel penultimo post, scrivo anche racconti con protagonisti gli animali da ormai più di un anno, spero che vi incuriosiscano: il blog si chiama, in consonanza con la "tazzina di caffè": Acqua Naturale e l'ho aperto in un momento in cui avevo letteralemente sete di vita e di cambiamenti. Ci tengo tanto a quel blog!

(Una piccola parentesi per chi mi scrive in privato ultimamente su Facebook: non ho mai spesso di scrivere su questo blog, semplicemente due anni fa sono andata un po' in crisi perché le attività, che ho sempre svolto per passione e gratuitamente, tranne le volte in cui ho dichiarato piccole collaborazioni lavorative, legate al blog e alla promozione dei romanzi che mi proponevano in gran quantità ogni giorno editori e autori non mi permetteva di dedicarmi al lavoro (con la partita iva) e alla mia vita quotidiana, così avevo deciso di "chiudere" tazzina per come la gestivo prima e tornare a ritmi più tranquilli di scrittura. C'è da dire che negli ultimi due anni non ho mai smesso di scrivere sia per questo blog sia per altri sia per conto mio, anzi non ho mai scritto così tanto come negli ultimi due anni e spero di darvi presto notizie!).

Insomma insomma dicevamo che gli animali sono importanti. E i libri, che per me sono il punto di contatto con quasi tutto ciò che mi interessa e che mi aiuta nella vita, mi rimandano proprio lì: nel regno animale. Non posso enumerare tutte le storie con protagonisti animali attualmente in commercio: starei qui dodici anni a fare l'elenco e la mia vita si trasformerebbe in uno spettacolo di stand-up comedy ambulante: immaginate una signorina di Torino, attaccata a un pc, che scvive per dodici anni un interminabile elenco di libri con protagonisti animali! Surreale.

Ma ultimamente mi sono concentrata su tre, che sono i miei consigli di lettura per questa nuova rubrica: Chicci di caffè - i percorsi tematici di Tazzina! 


Considerate il genio puro che si esercita a raccontare la Natura perché ritiene che questo sia il suo compito su questa terra. Assaporate i titoli di questi racconti: Romanzi dettati dai grilli, Naso contro naso, una storia d'amore al buio, Il gabbiano di Chivasso (senza dubbio il mio preferito!) e altri. E avrete questa raccolta che Einaudi ha appena ripubblicato e che mi sono comprata ieri con somma gioia. 


Ho votato questo libro quando sono stata giurata al Premio Sinbad, il primo Premio Internazionale per gli Editori Indipendenti. L'autore è uno scrittore entomologo che vive con la famiglia su un'isola incontaminata a quindici kilometri a largo di Stoccolma e studia le mosche. Questo libro è il frutto dei suoi viaggi ed esperienze ma è anche una storia che assomiglia a un flusso di coscienza fino a una conclusione esistenziale importante e che a me è piaciuta molto. Quale? Scopritela leggendo! Ho ricevuto questo libro in uno scatolone pieno dei libri partecipanti al premio e che tutt'ora troneggia nel centro della mia mansardina, occupandone in definitiva ogni centimetro quadrato rimasto libero.  
 
3) Le api di Meelis Friedenthal.

Ho ricevuto questo libro dalla casa editrice Iperborea, che ringrazio di cuore. Questo è davvero un gioiello letterario, un'opera che vi porta a fine Seicento in compagnia di un mago dal lungo mantello in compagnia di un baule e un pappagallo. Cosa c'entrano le api e gli alveari? Scopritelo leggendo! 


Ecco qui. Spero che questi percorsi tematici vi incuriosiscano, conto di prepararne altri.

venerdì 3 luglio 2015

Guest Post di valore e La sicurezza degli oggetti di A.M. Homes.

A. M. Homes, La sicurezza degli oggetti, Feltrinelli
ph. Federico Botta
 Premessa: all'incirca un annetto fa avevo annunciato cambiamenti in questo blog. Non si trattava di cambiamenti nella grafica, come avrete notato. Ma mi riferivo alla frequenza dei post, alle scelte  editoriali e all'ospitalità. Avrei voluto, infatti, da molto tempo, invitare giovani scrittori talentuosi a scrivere le proprie opinioni sui libri che hanno letto e apprezzato. 

Ho avuto così la fortuna di conoscere una giovane e talentuosa scrittrice che si chiama Giuli Muscatelli. Non mi dilungherò in presentazioni enfatiche, perché parlano i sui scritti per lei, ma vi dico che potete trovarla, ad esempio qui, o qui

Mi sento onorata: Giuli è una persona che lavora alacremente, con una serietà invidiabile ed energie fuori dal comune. E ciononostante ha scelto di accettare la mia proposta di scrivere un post per Tazzina di caffè ;)

Le sono molto, molto grata.

Questo blog è di certo più intelligente di me, e mi trascina verso le cose belle, giuste e serie anche quando io non ne sono capace. Fa da solo ormai, è grande e decide cosa fare al posto mio.

Grazie quindi a Giuli per questo post e a voi che lo apprezzerete, ne sono sicura, quanto me. 

Buona lettura!


"Uomini oggetto da coccolare", questo lo slogan che appare sulla pagina iniziale di un sito d’incontri in cui mi è capitato d’imbattermi in questi giorni. Mi sono fermata a riflettere su quale parola puntassero per convincere le donne che per incontrare un uomo, fosse più interessante cliccare sul mouse invece che esagerare con il mascara e uscire di casa. 

Il sito si chiama "Adotta un ragazzo.com" ed è un vero capolavoro. Racchiude tutte le caratteristiche tipiche della nostra epoca: ovvietà femministe, promozioni, consolazioni a buon mercato, e il grande,
rassicurante concetto del "ce n'è per tutti gusti". Il primo pensiero che ti viene – certo, se non decidi di riempire il tuo carrello con barba e muscoli- è: chi mai andrebbe su un sito del genere? E loro hanno pensato anche a questo. Infatti, sotto la foto dell’uomo della settimana, compaiono i visi innocenti delle ultime clienti. Una trovata vincente, che guarda dritto in camera e ti dice, "ehi, loro sono carine, non ti sentire racchia se decidi di farti portare a casa Giovanni; alto, moro, appassionato di golf e grattini". Mentre fisso il contatore delle parole dolci scambiate (si, c’è pure quello!) e vedo i numeri passare più veloce di Johnny quando capisce che Baby dopo avergli scroccato lezioni di danza finalmente gliela darà, capisco qual è il punto: la sicurezza. La sicurezza del rapporto, degli uomini, anzi, degli oggetti, come li chiamano loro. Vorrei scrivere ai gestori di "Adotta un ragazzo.com", per dirgli che la loro idea non è poi così innovativa, e che qualcuno, certo in termini diversi, ci aveva già pensato. Sto parlando di A.M. Homes, e della sua raccolta di racconti "La sicurezza degli oggetti", appunto. Se possibile, il libro fa ancora più incazzare del sito, incazzare in modo diverso però. In “Adotta un ragazzo” ciò che fa arrabbiare, almeno per quanto mi riguarda, è l’idea di esserci ridotti addirittura a valorizzare il fatto di dover pagare delle persone per sesso o compagnia. Siamo arrivati all’e-commerce degli esseri umani. Nel libro invece ci infuriamo perché la
Homes ci prende in giro, a cominciare dal titolo: di "sicuro" nelle sue storie non c’è nulla. Ci dice che passiamo la vita a pagare oggetti che ci distraggano dalle persone che abbiamo intorno, da quello che siamo, da quello che temiamo di diventare. 


Questa scrittrice, citata, tra gli altri, anche da David Foster Wallace, durante le sue lezioni, con il suo libro irrompe nelle nostre vite e con lentezza e precisione, quella dei gesti dei protagonisti, ma anche della sintassi delle frasi, ci fa subito sentire in pericolo, ci toglie la coperta durante il sonnellino sul divano. Ci obbliga a sgranare gli occhi, a rannicchiarci e dire, e adesso? Se deciderete di leggerlo, preparatevi all’idea di cambiare identità. Una per ogni racconto. Il libro della Homes è come le malattie per gli ipocondriaci; basta dire un sintomo e loro stanno già male. Allo stesso modo, lei descrive un personaggio, le sue paranoie, e il lettore diventa quel personaggio con quelle paranoie. Proprio come per adotta un ragazzo, la prima domanda è: chi mai farebbe una cosa del genere? Chi mai chiuderebbe un sacchetto intorno alla testa del proprio figlio? Chi farebbe sesso con una Barbie? L’istinto, alla fine del racconto è di alzare la mano come si faceva alle elementari durante un’interrogazione collettiva: "Io, io, scegli me, la risposta la so". E la risposta è sempre io. Sono io. Come nel sito d’incontri, coloro che compiono azioni che a noi sembrano impensabili, hanno facce normali, nomi normali. Jody ad esempio, vive nell’armadio della biancheria, e cinque secondi dopo tu maledici l’Ikea che non fa armadi della biancheria con dimensioni adatte ai tuoi cinquanta metri quadri di casa. Ikea che peraltro non venderebbe mai più sedie, divani e letti se fosse per questo libro, che davvero non si può leggere da seduti. Le parole della Homes ci mettono in uno stato di continua agitazione, ci rendono impossibile stare fermi. I suoi personaggi - e prima devo aver sbagliato a scrivere- non sono personaggi ma persone. Persone per bene, con un buon lavoro, una bella casa. Circondati da oggetti collezionati negli anni, apparentemente innocui ma che diventano la loro minaccia più grande, l’avvisaglia esterna di qualcosa che dentro sta per andare in frantumi. C’è un’ombra su tutti loro, sono arrabbiati, inadatti. Dal modo in cui parlano, da come gestiscono i rapporti, si avverte una crepa, che piano piano si allarga e forma la rottura esplicitata a volte in gesti straordinari, descritti come l’unica conseguenza possibile. Sono storie che fanno paura. Che terrorizzano più di crani divisi a metà o donne fatte a pezzi in un baule. Dieci racconti su dieci individui ordinari, la maggior parte appartenenti alla middle-class americana, che hanno tutto in comune con noi o con il nostro vicino di casa. In questo quadro di società aggrappata all’effimero, gli oggetti diventano sicuri perché sono le persone a non esserlo più. A non avere più sicurezza, a non rappresentare un punto di salvezza né per gli altri, né per loro stessi. 

Non c’è speranza in queste storie, in cui i particolari con i quali ci capita di scontrarci tutti i giorni - il buio di un cinema, i pantaloni nuovi di cotone, una sedia a sdraio di plastica - rappresentano il buco nero dove si nascondono tutti i nostri istinti e le nostre paure più inconfessabili. All’inizio ho detto che avrei voluto scrivere una lettera a quelli di "Adotta un ragazzo", per protesta, indignazione, ma poi, rileggendo "La sicurezza degli oggetti", inquietandomi, e questa volta per me, non per gli altri, ho capito che la lettera la scriverò all’autrice del libro. Inizierà più o meno così: "Cara Amy Michael Homes, ti scrivo per dirti che hai ragione. Ti scrivo per dirti che sei una stronza".

mercoledì 15 ottobre 2014

Impressioni di Tre Quarti!


Marco Porcu, il libraio della Libreria Clu. Molto bella e fornitissima.

Non è un Paese per giovani donne intelligenti, e poi invece c'e l'eccezione. Mi riferisco alla giovane e intelligente Gloria Ghioni (vicino a Sara Bauducco e me nella foto qua su) che per il secondo anno di seguito è riuscita, insieme a Costantino Leanti, a organizzare un festival letterario nuovo, e con un'energia fuori dal comune. O meglio, dentro al Comune di Pavia, ma fuori da schemi prestabiliti, alla faccia di chi continua a ripetere che non si muove mai nulla e che non ci sono le idee.

Ero presente in veste di pèresentatrice-lettrice, ma anche un po' come scrittrice. E questo mi ha emozionata (nella seconda fina a sx c'è anche il mio romanzo).
 In tanti si sono già complimentati con Gloria, che dimostra da anni di avere una competenza eccezionale in ambito editoriale, dal momento che, tra le altre cose, ha fondato, con Laura Ingallinella, uno dei blog letterari più famosi, influenti e seri d'Italia. Ovvero Critica Letteraria (dove oggi, bontà loro, ci sono anche io con un'intervista a Giovanni Montanaro e una recensione al suo Tommaso sa le stelle), quindi non saprei proprio cosa aggiungere. Bando allora alle smancerie, e passiamo ai fatti. Mettendo in piedi un piccolo e agguerrito festival come Tre Quarti di Weekend (tre quarti d'ora di presentazioni, sguardo di tre quarti sugli scrittori e musica suonata in 3/4) Gloria ha in effetti dimostrato che si possono radunare da più parti d'Italia alcuni tra i più giovani e promettenti autori contemporanei e metterli letteralmente tutti attorno a un tavolo per dialogare con i lettori. Dialogare davvero e approfondire, di persona, fuori e dentro la rete (con l'hashtag #TreQuarti14 c'è stato un massiccio live tiwitting) tematiche importanti su temi letterari ma anche di attualità. 

Sara Bauducco in dialogo con Sergio Garufi (questa presentazione è stata particolarmente profonda e interessante).

Debora Lambruschini con Sara Rattaro. Anche questa mi ha molto colpita, e commossa.

Gloria Ghioni con Valentina D'Urbano. Anche questo incontro meritava davvero di esserci. Insomma, si è capito, sono state tutte esperienze di valore.

La setta dei twittatori estinti. Sullo sfondo: Gli Indifferenti di Moravia.


Cheese. L'unico uomo, con gli occhi chiusi, di questa foto è lo scrittore Alessandro De Roma. Con Sara Bauducco, Debora Lambruschini, Claudia Consoli, Annarita Briganti, Anna Da Re, Laura Ingallinella.
Quello che vorrei provare a trasmettere ora è questo: le copertine, i piccoli caratteri di qualche account sparso per la rete lì è come se si fossero aperti e avessero sprigionato vita ed esperienza. Non mi sto lasciando andare alla retorica del "quanto è bello vivere davvero e quanto è insulsa e vana la rete". Al contrario, mi sono accorta di quanto sia stato decisivo l'incontro rinnovato con persone conosciute in rete e poi ritrovate lì a parlare e comunicare. Perché dove lievita il nutrimento culturale del nostro Paese? Nei salotti letterari soliti e consolidati, certo. Ma anche nelle nuove realtà. 

Durante le giornate di un festival che prima non c'era. 

E che cos'è un festival se non l'incontro tra persone che si occupano della stessa cosa e ne parlano, e coltivano questo interesse comune? In questo caso di romanzi. Che poi i romanzi... 

Ascoltare e dialogare tra  scrittori e lettori spesso è qualcosa che va molto oltre il libro, si tratta di contribuire al sapere, alla bellezza e alla vita. A me, personalmente, poi tutto questo è utile anche a molto altro. Ad esempio a vincere la timidezza che si nasconde sempre e ancora dietro la finta disinvoltura, ed è una sfida quotidiana, ma questa è un'altra storia. Più in generale, tutto ciò è utile a costruire un sentire comune, sppure nelle differenze. In una parola, a respirare (ed espirare) un po' di Spirito del Tempo. Mica male, se si pensa a quante cose si possono ancora immaginare. E, per tornare a Gloria, considerata anche la sua giovane età c'è da augurarsi che le edizioni di questo festival siano ancora numerose e prolifiche.

Ho omesso di dire che a Pavia si mangia bene!

Questo muro mi parlava.


Malinconico autunno.

Vicino al Collegio in cui abbiamo alloggiato. La prima foto che ho scattato.


Magritte.

mercoledì 5 marzo 2014

Una coperta troppo corta (e una copertina troppo bella!).

Marco Magnone, Una coperta troppo corta, Risorsa Cultura


Questo libro nasce da un progetto molto curioso, e bello. E vale la pena raccontarlo. Lo scrittore torinese Marco Magnone (nativo di Asti) ha abitato, durante l'estate 2013, nel mese di agosto, in Valle Gesso. La sua è stata una vera e propria "residenza" da scrittore. Ovvero il suo compito lì era quello di ascoltare e trovare, fuori e dentro la sua mente, storie da scrivere.

Il progetto si chiama Narrare il Territorio e rientra nel più ampio circuito di iniziative di Fermenti Musei, una rete composta da undici Enti pubblici nell'area del cuneese nata per valorizzare e gestire i beni culturali del territorio. 

Uau.

Questa per me è un'idea di valore, ed è stata l'occasione finalmente con calma di leggere il libro di un amico, con la forse più bella copertina di libri io abbia visto negli ultimi tempi in circolazione. 

La storia è in breve questa: il fitto dialogo tra Lei e Lui, intervallato da introduzioni in prose descrittive del passare del tempo e dell'ambiente (montano) circostante. 

Quel che colpisce è il contrasto, anche grafico, tra il dialogo dal suono molto easy, che dipana però storie e racconti che vanno in profondità, e lo stile raffinato e pulito dei brevi testi introduttivi. Fare i dialoghi è peggio che scalare una montagna. E questi sono curatissimi e non ti lasciano un momento di tregua, devi leggerli. Quindi, come in tutte le opere serie di questo mondo, il mestiere che c'è dietro scompare, in virtù di un'immediatezza felice.


Una coperta troppo corta nasce quindi dalla volontà di tenere vivi i territori di estrema bellezza che altrimenti rischierebbero la solitudine, da un punto di vista culturale. Questo genere di residenze, lo si nota leggendo il risultato - che è come anche un ringraziamento dell'autore ai luoghi che lo hanno tenuto a balia per quel periodo - sono poi sempre molto proficue. 

Avevo partecipato anche a una brevissima residenza in montagna, di tutt'altro genere, qui. Con Davide Longo. Ed era stata molto importante per me, per la scrittura.

Questo mi faceva riflettere oggi sull'importanza di spostarsi. Del movimento. Ieri alla presentazione di Non fate troppi pettegolezzi di Demetrio Paolin, lui diceva che il suo capo, quando faceva il giornalista di nera, gli ricordava che bisogna "scrivere coi piedi". Che non è un invito alla trascuratezza, è il contrario. Un invito ad andare quando possibile nei posti. Fisicamente. E la trovo una sublime metafora dell'agilità. Inteso anche come agilità mentale, e del cuore. Quanto è difficile, qualche volta. Ma a questo servono le sfide.

Infatti, la scrittura di qualità, quella di cui si può avvertire la stoffa buona, risente proprio di questa disponibilità al movimento, alla fatica bella del fare le cose, della stanchezza, della ricompensa.


lunedì 3 giugno 2013

La sarneghera.


Laura Mühlbauer, La sarneghera, Elliot*

"La sarneghera era un modo di vivere, vociare di bambini".


La Sarneghera.

"Questa voce sembra arrivare da un altro mondo". 

Io, ogni tanto, ho delle fortune. Non so quanto meritate. Ma una di queste è stata, di recente, avere una conversazione con la editor di questo romanzo. Che ha descritto la voce dell'autrice come in effetti provenire da un altrove, misterioso, bellissimo. E, aggiungo io, denso, benché rarefatto, di significati molteplici, e di inestimabile valore. 

La citazione in esergo di Pavese tradisce con discrezione una sorta di, non so se ispirazione, ma direi proprio discendenza letteraria dagli autori grandi e forti del secolo scorso. Secolo in cui è ambientata la storia. In un ventaglio temporale che parte dal 1920 e culmina nel 1952. Con gli stessi personaggi che crescono, cambiano, si ammalano, amano, fanno figli, viaggiano e talvolta muoiono.

Una famiglia radicata in un paesino sul Lago Iseo. Una famiglia povera con molte donne - "una donna se la cava sempre, sai" - e molti destini minimi, piccoli, minuti e grandiosi insieme. 

E molte parole scagliate in dialetto, sussurrate, non dette, molti odori, cibi, abiti scomodi, rinunce, non scelte, fughe, dedizioni e miracoli.

Il miracolo più evidente, il più dolorosamente grandioso, è l'amore, ma ne parliamo dopo.

Si susseguono dunque personaggi memorabili, feroci nella loro ottusità animalesca come il padre Celesto Buelli detto Ol Buel, primitivi, come la madre Gianna che muore mettendo al mondo la terza figlia. E da questa ferocia primitiva ne scaturisce un'intera discendenza di male sparpagliato e di ricerca di qualcosa.

E c'è Dio, in queste pagine. E il suo contrario: la malattia, che si scambia col demonio e s'intraprendono pertanto numerosi esorcismi laddove l'autrice, per la quale provo una sincera ammirazione, mette in luce un aspetto sempre poco noto della Chiesa, e del nostro Paese, con uno sguardo affilato e laterale, oscuro ma anche commovente per come si mostra l'uomo alle prese con i misteri della vita terrena. 

E c'è questo vento, questa enorme perturbazione, la sarneghera, che spazza via tutto e ricompone. 

"Una presenza costante da quelle parti, anche nell'assenza invernale, capace di cambiare le sorti di un'intera generazione oppure di ripulire, risparmiando la fatica quotidiana dell'uomo".

Dicevamo dell'amore, del miracolo e del mistero. La storia che tra le altre mi ha colpita di più è quella di Agnese. Per chi, come me, è alla ricerca di una definizione dell'amore, qui c'è una risposta.

C'è un amore impossibile. 

Chi di voi è alla ricerca di questa definizione, come me, e non l'ha ancora trovata, si sentirà confortato da questo discorso dell'amore impossibile. E penserà, come me, che tutti gli amori sono impossibili. 

Ma quanto ci sbagliamo, poveri noi!

C'è un aspetto dell'amore, qui, che la scrittrice tratteggia nella vicenda di Agnese, che farebbe ricredere anche il più cinico, il più solo tra noi. Ma non pensiate a niente che sia meno di straziante, devastante. Ineluttabile. L'amore, qui, vero, inequivocabile, irreversibile, dura un'eternità ma un istante solo. Permea tutto, e non conta niente. Decide tutto, e niente. Si mostra semplicemente per quello che è. Una immensa perturbazione che non se ne va fino a che non ha portato a termine il suo compito.

Ed ecco che torna il sereno. Nella vita di Agnese, in un modo assolutamente imprevisto, tenero, misericordioso. 

Questo libro è buono. Umano. Dove si mostra che l'uomo è natura, e cultura un po' anche. Violento e operoso. Spietato e dolce. 

Sembra scritto con il sangue. E con una piuma d'oca bianca. Il linguaggio è raffinato ma mite. Perfetto, inconsueto e superiore, e modesto, come chi non ha altro da aggiungere se non il compimento di sé. 

Non so in effetti come e dove sia stato concepito, senz'altro è vero: da un altro mondo, è proprio così. Arriva da lontano.

*Grazie Illy per avermi donato alcune tazzine! 

domenica 14 ottobre 2012

Domenica.

Ilaria Bernardini, Domenica, Feltrinelli.



Di Ilaria Bernardini avevo molto amato Corpo libero. Un romanzo di grande respiro, invernale, luminoso, spietato, geniale, interessante, diverso da qualsiasi cosa avessi letto prima. Un libro che aveva un "argomento" raro, un mondo sconosciuto da esplorare, quello delle ginnaste olimpioniche adolescenti, fatto di vite di sacrifici, di rituali, di tecniche, di rumori, di colori, di emozioni forti. (Non è un caso che l'autrice lavori a questa bella serie televisiva/reality, di cui sono fan!). 

Per Corpo libero ho immaginato la scrittrice lucidissima e intenta a costruire pezzo per pezzo una storia giusta, importante, con la minuziosità di un orologiaio, ottenendo infatti un lavoro di altissima precisione e utile a segnare il tempo di una narrazione ambiziosa, a registrare qualcosa di molto curioso. Senza contare il particolare suono del suo linguaggio che, dopo due romanzi e una raccolta di racconti (ciò che ho letto di lei fino a ora) sta alle mie orecchie di lettrice diventando inconfondibile.

In una parola, Corpo libero era un gran romanzo, ed era in un certo senso perfetto. 

Domenica invece è tutto il contrario. 

Domenica, che si legge in un giorno, (preferibilmente, è chiaro, in una domenica come oggi), è un libro piccolo, dal respiro frammentato, come una crisi d'asma. Un libro che ha la consistenza di un soffio al cuore. Vulnerabile, proprio come un cuore che batte, caldo, umido, immerso in un'estate torrida, deserta, fastidiosa, insopportabile. Tre protagonisti senza nome. Lei, lui, il bambino. 

E i nonni, un cane molto vecchio, un medico dell'ospedale, un autista di taxi e qualche passante. Il traffico bloccato da una maratona, che improvvisamente travolge l'asfalto con il rumore di mille passi (una rarissima surreale maratona d'estate: evento che fa esplodere l'inquietudine di un già inquietante vuoto urbano e apocalittico). Ma proprio come un cuore che batte è la cosa più delicata e forte insieme che riesca a immaginare, anche questo romanzo - dopo aver pensato più volte: perché sto leggendo questa storia? - tiene duro e tira dritto come una vita determinata semplicemente a restare sulla terra.

Perché sto leggendo questa storia? Visto che non succede quasi niente? Una giovane coppia con bambino, il figlio che resta una notte a dormire dai nonni, una festa qualunque, qualche "piccolo inconveniente del vivere", un'immersione subacquea nell'intimità di una famiglia, cose che si fanno o si dicono o si pensano privatamente, immaginazioni, fantasticherie, proiezioni, divagazioni, assurdità, risposte, domande, lessico famigliare, camere, camerette, cibi, caffè, latte, scarpe, mani, piedi, capelli, muscoli, occhi, sensazioni delle cose ultime, comportamenti ai limiti del pazzo eppure riconoscibili, reali, giustificati dalla bolla della casa, del legame dell'amore e del sangue. 

Solo a un certo punto, e finalmente, ho capito perché stavo leggendo e qual è il bello del libro.

Il bello di questo libro scomodo, sporco, fragile, sbagliato, "osceno", rivelatore, sincero e timido è che in realtà non racconta affatto "la famiglia", i "sentimenti", i "cambiamenti" dopo il figlio etc. etc. Anche se farebbe piacere crederlo e ritrovarcisi nei pregi e nei difetti e sentirsi consolati. Invece no. Non è quello il punto, e il bello. Il senso del libro è per me piuttosto la imperfetta bellezza di una singola irripetibile storia minima, ormai ferma come un fotogramma, di una giornata sola, di una unica particolare famiglia con quelle abitudini lì, con quelle facce lì, con quelle caratteristiche lì, con quel passato e quel destino lì. E nient'altro. Niente di universale. Niente di istruttivo. Niente di già visto o di ipotizzabile per gli altri, per il futuro. Solo quell'istante lì, quella polaroid lì, quello scatto, quel filmino, quel romanzo scritto così bene che assomiglia a un diario (così poetico e struggente e pensoso che a tratti mi ha ricordato un po' Sylvia Plath); raccontato in quel solo modo lì, da quella scrittrice lì, in quel periodo lì. Ci sono quei momenti credo nella vita di uno scrittore, senz'altro nella vita di una persona, in cui ci si accorge di poter raccontare un'unica cosa in un unico modo e quel che sarà sarà. 

E infine è Domenica, è uno spettacolo esclusivo, solo per oggi, e per questo prezioso, per cui, come lettori, vale la pena staccare il biglietto. 




martedì 2 ottobre 2012

E ti ho sposato.


E ti ho sposato, Lily Tuck, Bollati Boringhieri. 



Era da un po' che volevo parlare di questo libro ma, esattamente per la stessa ragione che mi aveva spinta a ritardarne a lungo la lettura, mi tratteneva la fortissima emozione che può suscitare. Per rendervene conto immediatamente, vi rimando ad esempio al suo booktrailer. Un'emozione impetuosa che esplode subito, con l'incipit, ma al tempo stesso è silenziosa, sottile, tenue e delicata. 

L'asincronicità della copertina potrebbe già introdurvi a tutto il resto. Una sedia vuota, in una stanza vuota, bianca, probabilmente di prima mattina e un titolo che invece rimanda a qualcosa di assai vivo, plurale e rumoroso, com'è generalmente un matrimonio.

"Nulla è più scandaloso di un matrimonio felice". 

Dice il sottotitolo. E in effetti poi questo romanzo diventa scandalosamente spietato e commovente, osceno come forse lo chiamerebbe Roland Barthes. Perché è forte della potenza universale di ciò che si sprigiona nel momento esatto in cui si perde proprio quello che più si ama, si è amato, si amerà sempre.

Ho pensato di riprendere in mano questo romanzo e di consigliarlo chiacchierandone domenica con un'amica. In un certo senso è un romanzo femminile: l'autrice è donna, la protagonista è una donna cui muore il marito ma che, nell'istante dell'evento e per un'intera notte (insieme a una bottiglia di vino) decide di rinviare le questioni burocratiche alla luce del giorno, si mette lì accanto a lui e ricuce, nella memoria, tutta quanta la loro vita insieme.

Ma poi mi sono resa conto che non si può richiudere, come spesso accade, questa storia in un genere, perché è la storia di un essere umano che ha avuto nella vita la possibilità (forse, a ben pensarci, non poi così universale ma piuttosto rara e per questo unica) di amare molto qualcuno per tanti anni consecutivi, con tutte le luci e le ombre che questo comporta. 

"Dolcemente, con l'indice, gira e rigira la fede d'oro sull'anulare del marito. La sua è più piccola. Dentro, in un corsivo elaborato, sono incisi i loro nomi. Nina e Philip. Con il tempo alcune lettere si sono cancellate - Nin e Phii. I loro nomi fanno pensare a simboli matematici - molto appropriato". 

Appropriato perché lui è un professore di matematica. 

In altri tempi questo di Lily Tuck forse sarebbe stato un romanzo normale. Bello, un lungo flash back, toccante, i ricordi piacevoli, i tradimenti, le nascite, un libro scritto con maestria, ben architettato, interessante. Ma la sua straordinarietà prende forma nel leggerlo oggi, qui e ora. A suo modo, letto adesso (e scritto adesso) è un libro rivoluzionario.

(Il titolo originale è I Married You for Happiness, e non ho potuto non pensare alla Ginzburg anche per una strana somiglianza nello scrivere di cui però non so la Tuck quanto possa esserne consapevole).

Comunque questo romanzo sembra pensato per chi, come noi di questa generazione, si ritrova spesso a osservare alcuni grandi temi della vita - l'amore, il matrimonio - con l'occhio stupefatto, incredulo degli astronomi. 

Questi sono tempi in cui - paradossalmente - siamo ridiventati in molti dei selvaggi. Dobbiamo pensare a dare una struttura e una dignità alla nostra esistenza, non è facile. Ci sembra che non ci sia più il tempo, il modo, il denaro, lo spazio fisico per questioni altre come l'amore; il matrimonio poi per carità è una stella lontana che non sappiamo più oltretutto se è ancora viva o ne vediamo quaggiù solo il riverbero. Oggi in tanti pensiamo più che altro al pane, in senso lato, per il momento, ma sempre di pane si tratta. Perché allora leggere un simile romanzo?

Perché questo libro invece ci regala anche le rose. Perché abbiamo bisogno più che mai, più che altri, più che in epoche passate e spero future, di grande bellezza, di rendere possibile l'impossibile e di sentirci vivi. Ma non solo. Il libro riporta tutto al centro giusto dove devono stare le cose. Al cuore. Non al cuore fittizio, al cuore vero, che accelera da solo, che ama, da solo, in modo semplice, in modo faticoso, anche ("amarti è una fatica"), come se l'amore fosse per tutti un vero nutrimento, fosse connaturato ancora e ancora alla vita, al convivere umano e pure alla scrittura di romanzi. 


giovedì 27 settembre 2012

La tigre.


La tigre di John Vaillant, Einaudi. 

I libri con le foto sono grandi tesori, ricchi ed eleganti. Piacevoli veicoli di sinestesie. Specie se le foto sono belle come questa.

Moby Dick di Melville, Garzanti.

[una piccola parentesi: si diffonde in questi giorni il dibattito, la polemica qualche volta, anche da autorevoli fronti e da diverse parti del mondo, riguardante i cosiddetti bookblog come "danno" (cito testualmente questo, e segnalo questa interessantissima e illuminante risposta ma sono solo le opinioni più recenti e, forse, le più eclatanti) per la critica letteraria. Dunque: d'istinto commenterei con una sonora risata. Ma, casomai queste parole verranno lette da qualcuno particolarmente e immotivatamente interessato alle mie esternazioni, non voglio rischiare poi selvaggi copiaincolla indiscriminati e decontestualizzati in cui rischio di apparire come una matta ridanciana di dodici anni. Trattengo l'uso di faccine, per la medesima ragione. Mi limito soltanto a dire che questa faccenda per me è divertente. E mi chiedo: ma qual è il problema, poi? Quale il danno? Quale? Faccio fatica a comprendere. O è una "questione economica"? come si usa dire quando la misura cognitiva è colma. Che però, a maggior ragione, io mi ostino a non capire. Ed è senz'altro un mio limite. Ma i blog, quando si occupano di critica letteraria, in quale bizzarra maniera inficerebbero la stessa? Quanto invece a spazi come il mio, non di critica letteraria, ma denominati in gergo "bookblog" perché orientati a un "discorso" sul romanzo differente, con sguardo personale, spesso ludico, in che maniera costituirebbero un danno o una minaccia e per chi? Non riesco infatti a immaginare un critico mettersi lì a fotografare i suoi caffè insieme ai libri preferiti e a parlarne in maniera per lo più immediata ed espressionistica; nei momenti in cui mille lavori precari gli lasciano il tempo e le energie. Allo stesso modo non viene voglia a me di scandagliare i testi utilizzando gli strumenti analitici del critico di professione (pur avendoli studiati all'Università) per disparate ragioni diverse. E dunque? Cos'è che turba? Dove risiede la democrazia? Tralasciando poi che esistono le più svariate motivazioni che mi azzardo a definire sociali che possono aver portato me o altri ad "aprire un blog" come questo e sono importanti: perché non considerare quelle, e smettere di, banalmente, "giudicare senza conoscere". A scuola ci insegnavano a non "mettere l'etichetta" agli altri bambini. A bandire lo stigma dalla convivenza civile sui piccoli banchi di legno, nella prospettiva di un futuro migliore. Mi viene da pensare che quel giorno a lezione in molti erano assenti. C'è tanta voglia di sparare a zero, magari poi ritirando la mano, in sintesi, senza aver mai minimamente esplorato o indagato sul mondo che sta dietro un blog, un blogger, una voce, una persona. Insomma, credo che i detentori dei "veri" saperi, dei "veri" lavori, dei "veri" mestieri della "vera" cultura e, lasciatemelo dire, attualmente anche dei "veri" guadagni possano dormire sonni tranquilli. Se è vero che è in atto una bellissima rivoluzione, non dimentichiamoci anche però del sublime insegnamento gattopardesco, che non sbaglia quasi mai.]



Detto ciò. Per voltare completamente pagina, come direbbe una brava giornalista del tg, eccomi a raccontarvi di un libro che mi ha appassionata fino al midollo. 

Ho esitato a lungo prima di trovare una parola per descriverlo. E non l'ho trovata. Perché dopo l'uomo, c'è la tigre siberiana, e tanto è difficile parlare dell'uomo, così è complicato parlare di lei.

Non ho mai fatto segreto della mia venerazione per Moby Dick. Che ha in un certo senso cambiato la mia vita, in meglio. E per chi sa di cosa parlo, dire che La tigre mi ha permesso di riprovare le stesse illuminazioni di Moby Dick è un'affermazione forte, ma vera. 

La tigre è un racconto a metà tra il romanzo e il reportage, al termine del quale saprete tutto sulla tigre dell'Amur e su come ucciderla se non vorrete essere ammazzati voi. Come per Moby Dick, ho una predilezione anche per le tigri (cos'è che li accomuna? forse la ferocia, il mistero, la complessità, la bellezza, l'immensità). Se non ci credete, controllate qui, qui, o qui. E questa immensa impresa del protagonista, Jurij Trush, non ha fatto altro che aumentarne il fascino trasformandosi in un viaggio necessario, rischiosissimo ma pane per i denti di un lettore in cerca di scoperte e grandi amori tragici. Tra le altre cose, ho appreso da questo libro che esistono leggende su matrimoni, sì matrimoni, tra uomini o donne e tigri. Per dire che non sono la sola a essere caduta sotto questo incantesimo felino; ho avuto un gatto per anni, che non era certo come un marito, poiché non mi attira il genere, ma che ho amato innegabilmente come un fratello dai miei 4 ai 27 anni, nel bene e nel male. E sulle tigri poi ci sono infiniti racconti - pensavo a questo ad esempio - storie, fantasticherie, miti e invenzioni. 

Ma per tornare alla realtà, mentre Trush ha i suoi buoni motivi per dare la caccia a questa nemica, per cui inevitabilmente sviluppa una comprensibile ossessione, l'autore di questa opera-mondo ricca di informazioni ed evocative citazioni letterarie, anche, ci svela non poche informazioni sulla Russia, sulla sua storia e sulle drammatiche controversie della caccia alla tigre. Mettendo in luce un aspetto vergognoso di certa umanità avida e parassita della natura e le sue delicate leggi. 

E insomma questa lettura mi ha restituito un estremo bisogno di avventura. E la curiosità di riscoprire una tradizione di "libri sulle tigri" che ha come genitore Salgari il quale ha indagato molto nei suoi romanzi sul paragone tra questo enorme animale e l'uomo. Per chi volesse riacciuffare quei capolavori o se li è persi nel magma della vita o perché ancora giovane, consiglio questo e naturalmente questo

Buona lettura!

domenica 16 settembre 2012

Una novità NonClassificabile.




Buongiorno :) 

Come anticipavo ieri sui SN (eh? Social Network!!), avevo in serbo una piccola novità. Ci penso da un po', ma ora si è finalmente concretizzata l'idea. 

Forse non se ne sentiva il bisogno, in una rete satura di cose, progetti, e soprattutto di infiniti BLOG. E invece. Proprio di un nuovo blog si tratta. Perché ho capito una cosa: quando tutto sembra finito, ecco invece che si ricomincia. Mi pare un po' il senso della vita, ma forse è meglio lasciare questi pensieri ai filosofi e tornare con i piedi per terra.

Eh sì insomma ho aperto anche io un nuovo blog. Sono emozionata come poche volte mi è capitato, perché è una cosa proprio mia, veramente mia, fino al midollo. E dunque mi sento un po' esposta, sul serio, più che in molte altre occasioni, ma penso ne valga la pena. Si chiama NonClassificabile. Le spiegazioni le trovate cliccandoci sopra. Ci metterò nuove cose, nuove rubriche, nuovi progetti, nuove sensazioni, nuove ossessioni (cit.) e nuovi racconti.

Tazzina-di-caffè però resterà sempre attivo! Lo orienterò forse più sui libri (e il caffè) e tutto ciò che ci ruota intorno. O almeno questa è l'intenzione. 

Uhm, potrà apparire forse un tentativo di sdoppiamento della personalità, ma assicuro che si tratta piuttosto di un modo per corrispondere sempre di più a quello che si dice "essere se stessi" o per usare paroloni quanto meno "cercare" di corrispondervi. Proviamo un po' e vediamo cosa succede!

p.s. Ringrazio tantissimo chi ieri era presente 
alla libreria Coop di Torino, l'ho apprezzato veramente molto (e penso anche Luca Gallo). Si è parlato del suo romanzo Prossima fermata Trambusto (per le info vedi post precedente) e ci siamo divertiti. 

p.p.s. mi fate sapere se vi è piaciuto il nuovo blog?

lunedì 3 settembre 2012

Il caffè delle donne.





Ho letto questo libro con calma, sotto l'ombrellone, al mare, come non mi capitava da tempo, con una disposizione d'animo nuova e insieme lontana. Quel senso proprio di entrare nelle pagine, di essere nella storia (e nella Storia) completamente, inequivocabilmente. Ho notato proprio una corrispondenza che ti fa pensare, alla fine, senza dubbio, che grazie ai libri non si è mai davvero soli. Semplice, ma reale.

Mi sento comunque un po' esitante nel raccontarlo, perché questo libro è così vicino a me, così intonato con la mia vita che quasi non trovo le parole. 

D'altro canto, come diceva qualcuno, "è difficile parlare di sé". Proprio così difficile qualche volta.  Come anche parlare dei libri che per qualche ragione, di te, iniziano a fare parte dall'oggi al domani. E senza nemmeno sceglierli, ricevendoli in regalo.

Questo infatti è uno di quei libri che ho potuto gustare, letteralmente, in anteprima. In questi giorni in libreria, io lo stringevo tra le mani già in spiaggia, e ne percepivo il valore in anticipo. Mi pareva  allora di essere come quei genitori che preparano i regali di Natale sotto l'albero e non stanno nella pelle in attesa della reazione dei figli. Insomma, credo, o comunque qualcosa di simile. 

Quindi ora sono qui che immagino che cosa ne penseranno quelli che lo avranno tra le mani, che ne penserete voi, che effetto vi farà se lo leggerete.

Non che questo sia un libro ammiccante, per romantici degustatori di bevande calde, questo no, non aspettatevi banalità o idilliache preparazioni aromatiche in punta di cucchiaino. O meglio, sì, aspettatevi il rituale del caffè lì dove assume significati anche più profondi dei nostri, di ricognizione, di divinazione, di depositario assoluto del destino - ma anche la storia di una ragazza normale, Qamar, una trentenne, divisa tra le sue origini musulmane, le estati passate nella Grande Casa in Giordania, l'iniziazione al caffè delle donne del titolo, il primo amore, il primo dolore, e una vita invece tranquilla, quieta, all'apparenza, a Milano, con il fidanzato italiano, il lavoro in ufficio, la frenesia dell'occidente, la malinconia della città, le sue contraddizioni.

Due mondi così lontani, così estremi, fatti di luci calde e colori abbaglianti e di pioggia, di sciarpe, di sabbia, di sole e di cemento; di affetti e regole violente, rassicurante quotidianità, irrequietezza, obblighi e aperitivi, tradizioni e modernità e dove comunque non è raro identificarsi: chi non è mai stato diviso in due, per qualsiasi ragione, anche non necessariamente geografica o culturale, almeno una volta nella vita? 

Qamar è dunque una ragazza normale, che si trova però, nella sua normalità, a dover affrontare e risolvere questioni straordinarie, gravose; sfide quotidiane, sfide grandi, perdite, riconciliazioni, silenzi, parole. Un percorso tortuoso che la giovane autrice Widad Tamimi racconta con grazia e gentilezza.

E poi c'è il caffè. 

Che è il filo conduttore di tutta la storia, è coprotagonista della narrazione, come quegli oggetti magici delle fiabe, ha un significato, scintilla di memoria, di prospettive, racconta la sua verità, ne tratteggia i contorni, è proprio come una colonna sonora, cambia, risuona differente a seconda di chi lo beve e dove lo beve e addirittura in che contenitore: sottolinea gli snodi della trama e accompagna i personaggi e lettori con forza e con amore. 

Mi è piaciuto, mi ha sorpresa, mi ha commossa e adesso mi manca anche un po'.

Buona lettura e buon caffè.

c\_/

martedì 28 agosto 2012

L'età dei miracoli.

Ho avuto la possibilità e la fortuna di leggere questo romanzo poco prima della sua uscita, oggi in libreria. Si tratta di L'età dei miracoli di Karen Thompson Walker, editore Mondadori.

L'autrice lo ha scritto la mattina presto. 

Prima di iniziare il suo quotidiano lavoro come editor alla Simon & Schuster a New York. E in un certo senso questa prima informazione che si riceve nella quarta di copertina secondo me è importante già per capire il resto. La prima cosa che ho pensato infatti leggendo è che questo romanzo assomiglia a una corsa contro il tempo e lo spazio. A una sfida, anche.



Tutta la storia risponde a una tanto semplice quanto astrusa domanda: cosa succederebbe se la terra rallentasse? 

Che domande, verrebbe da dire. E la tentazione sarebbe quella quindi di accomodarsi, come lettori intendo, nella rassicurante area di un genere, quello delle distopie (young adult) e il libro perderebbe forse un po' del suo mistero.

Invece la particolarità di L'età dei miracoli è proprio quella di partire docilmente da questa base circoscrivibile e superarne poi pian piano le barriere, per diventare qualcosa di unico.


Qualcosa di simile a un diamante: preciso e perfetto in ogni suo dettaglio ma dotato anche di un forte valore emotivo, di un significato, di un impatto affettivo e immaginifico.

Cosa succederebbe quindi se la terra alterasse il suo ritmo di rotazione? 

"I lanciatori di baseball constatarono che le palle non volavano più così lontano come prima, i battitori di fuoricampo andarono in crisi perché non riuscivano a segnare punti. Trovavo sempre più difficile calciare una palla lungo il campo da calcio. I piloti dovettero imparare di nuovo a volare. Ogni cosa che cadeva a terra cadeva in maniera più rapida".

Non è a ben pensarci una domanda così scontata allora. Leggere questa storia durante le ultime ondate micidiali di calore (Lucifero & co.) ad esempio è stato un po' straniante. La domanda da farsi in quei giorni era: cosa succederebbe se davvero la terra si surriscaldasse, se davvero il clima stesse cambiando? Cosa faremmo, come ci comporteremmo? Per il momento la mia idea era di acquistare un bel giorno un benedetto e banalissimo condizionatore per la mia casa, ma se le cose cambiassero ulteriormente, se peggiorassero? Notavo man mano strane corrispondenze con la vita vera. E l'emergere sempre più evidente di una parola: il cambiamento.

"Eravamo alla scuola media, l'età dei miracoli, quando i ragazzi crescono di botto di dieci centimetri durante l'estate, i seni sbocciano dal nulla e le voci si abbassano e scendono in picchiata".

Ed ecco qual è l'età dei miracoli. Nel romanzo, è l'adolescenza di Julia che esplode proprio durante questo enorme ma insidioso cataclisma naturale e ne segue in un certo senso la danza fatta di oscurità e luci abbaglianti, con tutte le precipitazioni e le scoperte sbalorditive del caso.

Ma alla fine il cambiamento che vive Julia nel libro, la scoperta dell'amore, del dolore, della paura e della felicità e della crescita non è molto diverso dai continui cambiamenti di qualsiasi tipo cui siamo esposti tutti, anche da adulti, in ogni singolo istante della nostra vita. Il pianeta cambia continuamente, la vegetazione anche, come noi persone, i nostri pensieri e il nostro corpo. Anche io non sono più la stessa che ha iniziato a scrivere questo post. 

Ecco: il romanzo di Karen Thompson Walker ha il dono di mettere in contatto con questa potentissima consapevolezza che non deve però a mio parere renderci più fragili, ma magari più fatalisti e più osservatori. In attesa del prossimo lavoro di questa bravissima editor che insegue il tempo, delinea il cambiamento ed esplora così bene l'animo umano. Inoltre, ci tengo a dirlo, la traduzione di Silvia Stramenga è molto accurata e rende proprio giustizia a uno stile di scrittura letterario e rispettoso del lettore.

lunedì 16 luglio 2012

Rosa candida.




Mio nonno era una delle persone più tristi che abbia mai visto nella mia vita. Ha trascorso il periodo di esistenza in cui l'ho conosciuto io chiuso in un mondo di solitudine, soprattutto mentale ed emotiva. Nella sua infanzia e nella guerra devono essere capitate cose che lo hanno ferito e senz'altro non si è mai più ripreso. 

Però mio nonno Giovanni aveva anche un'altra caratteristica: amava le arti. Il suo buio non era assoluto. C'era una scintilla. Lontana, forse vana, ma in effetti viva. L'unica cosa capace di accendergli quel suo sguardo celeste, altrimenti cupo e spento. Amava le arti (e i film di scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill) in un suo rudimentale modo, che si era industriato a coltivare in quella solitudine: però le amava davvero. Soprattutto la musica, credo, perché aveva suonato nella banda del paese. Ma anche i libri. Il suo scrittore preferito, anzi l'unico che gli avevo visto leggere in verità, è stato Mario Rigoni Stern: erano quasi coetanei.

E poi scriveva molto, lunghissimi diari che sono andati persi e che compilava nelle altrettanto lunghissime ore che il suo lavoro (solitario e malinconico ovviamente) gli lasciava libere.

Di tutto questo, e arrivo al punto, e al perché questo libro mi ha colpita molto e da subito, è rimasta un'unica cosa. Una poesia. In verità uno scritto così piccolo che non so nemmeno se chiamarla tale. Una frase in ogni caso che da bambina conservavo in un borsellino, scritta di suo pugno, su un pezzo di foglio bianco in pennarello nero. (Se ci penso adesso, quello per me era una specie di simbolo della speranza). 

Ma ne esiste un'altra versione: aveva disegnato una bella rosa di un colore chiaro che riempiva tutto il foglio, e ci aveva scritto queste parole accanto:

Più bella tu sei di una rosa. Più soave, più candida di un fiore. 

Rosa. Candida. Sono perciò due parole che girano nella mia testa da sempre. Il pensiero che mio nonno, nel mezzo di tutto quel suo incomunicabile dolore, ed era senza fine, era qualcosa che non posso descrivere in poche righe. Nel mezzo di tutto quello; nel mezzo dell'orrore della sua vita umana abbia comunque concepito o conosciuto o sognato o anche solo immaginato qualcuna di più bella di una rosa, di più candida di un fiore, mi sorprende sempre molto.

E questa è la prima affinità che ho sentito con questo delizioso romanzo della scrittrice islandese 

Ma poi ci sono altre cose che mi sono piaciute. 

Innanzitutto la sua lentezza. Questo è un libro piccolo, pochissime pagine. Eppure ci ho messo un sacco a finirlo. Perché ha tempi speciali, legati al cibo, alla scoperta del mondo, della natura delle cose, tempi nuovi, in linea con un diverso modo di vivere, di scrivere, di essere che secondo me ha a che fare (non so come) con il futuro. 

In seconda battuta così il personaggio del protagonista, Arnljòtur, un ragazzo sulla ventina, spilungone, con i capelli rossi e una profonda conoscenza e passione per i fiori e le piante mi è parso proprio un personaggio di un libro di domani, nemmeno di oggi.

I fiori. Una cultura buona e immersa nella terra e nel suo potere di trasformare qualsiasi cosa, una terra straordinaria e irreale che è quella natale di una mamma scomparsa troppo presto ma che gli ha lasciato tanti ricordi, un fratello silenzioso, un papà premuroso e insicuro e una serra. Ed è la serra il suo luogo preferito, dove va a rifugiarsi in qualsiasi momento ne senta il bisogno. E soprattutto dove concepisce, insieme ad Anna, un'amica semisconosciuta, studentessa di genetica, niente meno che una figlia. Quindi questo ragazzino stralunato, anzi lunare, candido ma anche normalissimo, scopriamo che è anche papà. Una nascita non cercata, non voluta ma neanche rifiutata. Una cosa bella, spontanea, che spaventa ma che esiste. 

Lobbi, questo il soprannome del ragazzo, poi a un certo punto parte, lascia padre e fratello alla volta di un monastero in un paesino sperduto dove c'è un giardino, il più bello del mondo, il "Meraviglioso giardino delle rose celesti", ormai distrutto ("l'ombra di se stesso") che ha ferma intenzione di mettere a posto, sistemare, e depositarvi alcune talee di una rosa particolare. 

Una rosa rara, che ricorda la Rosa candida, ma di un colore diverso, porpora, a otto petali ("otto crescono alla base della corolla, e due strati di altri otto si sviluppano all'esterno. In totale quindi il bocciolo si compone di ventiquattro petali ed è quasi sempre umido di rugiada [...] Appartiene a un ceppo più resistente: nel suo genere, probabilmente, è unica al mondo. Ho consultato una marea di libri sulle rose, ma non ho mai trovato nulla di paragonabile". E anche questo aspetto dell'otto mi ha colpita (vi ho già raccontato forse la mia mania per l'otto, nata l'8/8/80, vivo al civico 88 etc. etc.??).

Ma, comunque, mentre Lobbi trova la sua strada (la cerca) nel mezzo di questo giardino, allietato dalla sola compagnia dei monaci - tra i quali uno fantastico che beve bicchierini di liquore guardando un film al giorno nella sua stanza stracolma di videocassette e diventa un po' un padre spirituale - ecco che Anna ripiomba di nuovo nella sua vita, chiedendogli di aiutarla a occuparsi per un mesetto della bambina, dovendo lei studiare per l'Università. 

Quindi la storia rallenta ulteriormente rispetto alla prima parte, e tutto si avvolge attorno a questa permanenza di madre e bambina nella casetta di Lobbi. Una convivenza di poche parole, molte cose da fare, molto cibo e molti pensieri sulla vita. Lobbi è ossessionato da "pensieri sul corpo", è pure ipocondriaco anche se ama molto la vita. E la bambina, insieme ad Anna e al giardino da curare un po' ne scacciano via. Poi la vita ha sentieri inaspettati e un finale che non vi dico.

Però il bello è leggere i ritmi di questo romanzo, che per certi versi assomiglia a un delicato spartito musicale da decifrare, per altri mi ha ricordato un film famoso e generazionale, che ho visto di recente: Into the wild: declinato certamente su tutte altre frequenze, ma il concetto è quello di un giovane che lascia la casa dove è nato e va a cercare qualcosa in giro - in un'altalena precisa dove si alternano i ricordi e gli insegnamenti della mamma angelicata, e l'indefinibile legame con Anna, le telefonate con il papà un po' ansioso e le ricette da inventare per la figlia.

Quello che lascia sbalorditi in questa storia è come si incastri perfettamente un vicenda qualunque, un ragazzo che semplicemente cresce e diventa adulto, dentro un mondo e un'atmosfera del tutto altri, incantati, sospesi nella bellezza più delicata e dolce che si possa immaginare.  


Mentre leggevo si è posata sul libro una coccinella!

- Di solito le cose peggiorano fino a un certo punto, prima di ricominciare a migliorare. 
Dice a un certo punto Padre Tommaso (il cinefilo). 
Dunque questo libro è consigliatissimo a chi è in cerca di una fiducia incrollabile nella vita, nei libri, nella bellezza, nella natura, nelle parole, nel cibo.