"Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all'aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell'aeroporto e l'insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga".
E ora pensavo: qui è Torino, io sono una trentenne, è luglio e sto seduta, bè non su un Boeing 747: su una sedia da ufficio a un tavolino Ikea nel mio salotto. Le bandiere issate agli anonimi edifici accanto al mio sono quelle italiane del 150° e iniziano a ingrigire, ma reggono ancora, dai. L'insegna pubblicitaria che vedo da qui è quella del Centro Gioco Educativo (conoscete? la catena di giocattoli?), ma il tetro paesaggio da scuola fiamminga in effetti un po' c'è.
E dunque con quel libro e una finestra e una tazzina di caffè io posso fare quello che voglio.
(Ha citofonato quello della raccolta carta - metto Norwegian Wood nello stereo).
Diventare qualcun altro, di mooolto diverso da me, ad esempio un giapponese, e posso essere anche da un'altra parte, contemporaneamente, come mi pare. Forse non vi dico niente di nuovo: lettori. Ma. Quando ci penso. Se ci penso. Capisco che è magia sconfinata, è incantesimo, è fortuna.
Murakami Haruki, Norwegian Wood, Einaudi.