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lunedì 3 aprile 2017

Tazzina di sakè.

Vikram Seth, Autostop per l'Himalaya, Longanesi

Aprile, diceva il poeta, è il più crudele dei mesi. Lo sapete voi che lavorate e anche voi che non lavorate. Mese difficile, di corse e tante cose da fare o da sperare di fare insomma per tutti c'è un bel carico di stanchezza.

A vederci però il lato positivo, è anche il mese della primavera, mite e colorata. 

Insomma, mese di allergia e di allegria al tempo stesso. Non saprei, infine, dire nemmeno bene io il perché, ma aprile per me è un mese rosso. O meglio la parola "aprile", nella mia testa, è rossa, mentre la primavera è rosa e bianca. Ma bando alle divagazioni.

Ho ricevuto in lettura questo romanzo nel 2014 da Longanesi (ciò può far intuire i miei tempi di lettura oltre che la mole di arretrati che, benché mi ripeta "niente panico", può mettere ansia). 

Però che bello, questo libro di viaggio e chi se ne importa se è "vecchio" secondo il rigido schematismo editoriale (non me ne vogliano gli amici editori, ma tant'è).

Intorno a me ci sono mucchi di escrementi secchi di yak e cespugli di fiori gialli. Nel tardo pomeriggio la grandine scende da un cielo assolato. Siamo adesso vicino a Nagqu e il panorama è di nuovo a colori rossi e verdi così accesi da sembrare innaturali. Le acque piovane ristagnano in pozzanghere rosse, i rossi canali di scolo paralleli alla strada sono pieni; la strada stessa, una striscia rossa, si stende su un tappeto verde completamente piatto. Sull'orizzonte si staglia un picco di forma elaborata ma simmetrica, coperto di neve. Dei cavalli vengono condotti verso Nagqu, forse per la fiera annuale e per le corse che vi si tengono in questo periodo dell'anno.

In breve, Vikram Seth è uno scrittore indiano (nato a Calcutta nel 1952). Vi lascio qui un'intervista su you tube in cui parla di amore, perdita e blocco dello scrittore. 

Autostop per l'Himalaya è il suo racconto di viaggio che tocca un tragitto che va dalla Cina al Nepal. 

Un viaggio che l'autore ha compiuto davvero nel 1981 prima di diventare famoso e di scrivere la gran parte dei suoi libri più letti.

Lo scrittore ama la lingua cinese e la studia all'Università di Nanchino, scoprendone i segreti. Ed è durante una gita organizzata dall'Università che gli viene la folle idea di tornare a piedi attraversando il Tibet e il Nepal. Farà l'autostop su mezzi di fortuna, dovrà spesso cambiare rotta e scoprirà diverse cose di sé e della propria esigenza di avventura. 

E dunque mi è parso il libro giusto per il periodo giusto. Non lasciamoci travolgere troppo - se possibile - dalle nostre incombenze quotidiane e vediamo un po' cosa c'è al di là del nostro naso e del nostro Paese. Mi sembra un buon suggerimento nato dalla lettura di questo libro rosso come il cuore e come questo mese di fatica e di risvegli. 

lunedì 30 gennaio 2017

Tazzina di sakè

Mitsuyo Kakuta, La cicala dell'ottavo giorno, Neri Pozza 

Ecco un altro libro che mi ha accompagnata durante le vacanze di Natale. L'ho preso in biblioteca, incuriosita dal fatto che nel titolo ci sia un 8 che è il mio numero. 

(Per inciso e per la cronaca sto anche leggendo Le otto montagne di Cognetti e ne racconterò senz'altro). 

Ho preso questo libro in biblioteca anche per onorare questa rubrica alla quale sono molto affezionata, dedicata alla letteratura orientale. Ho letto nella mia vita parecchi libri scritti da giapponesi, come l'autrice di questo romanzo e sono una delle mie grandi passioni letterarie. 

Mitsuyo Kakuta, classe 1967, ha vinto in Giappone numerosi premi prestigiosi e questo libro è stato un best seller da più di un milione di copie con tanto di serie tv e film ispirati alla sua trama.

Una storia feroce che si potrebbe definire, volendo cedere alle definizioni, un thriller psicologico dai tratti noir. 

Per chi conosce un po' la letteratura giapponese, non dirò niente di nuovo ma a chi si aspetta una storia soave e delicata rivolgo l'invito a pensarci due volte prima di leggerlo. Nel senso che a essere delicata e accurata è la scrittura dell'autrice, sapiente e tradizionale, ma la storia è di quelle inquietanti. 

Questa è una vicenda che ricorda un po' il film Attrazione fatale: un tradimento che vede al centro il personaggio misterioso e ingenuo di Kiwako, che sconfina nel crimine. Bugie, ossessioni e follia incontrano un epilogo inaspettato e una peculiare comunità simil-hippy, la Casa degli Angeli, di donne che si nutrono di frutti della terra dove la protagonista, dopo aver rapito una bambina, trova asilo. 

Tutto è "strano", straniante e inquietante ma credibile. Le analogie con il film citato non finiscono qui: la particolarità di questo romanzo è anche l'ambientazione storica, ovvero gli anni Ottanta, descritti dietro al filtro della vita quotidiana di una grande azienda di intimo giapponese. 

Una lettura, come si dice in questi casi avvincente, la quintessenza della letteratura giapponese contemporanea. 

giovedì 17 novembre 2016

Tazzina di sakè - La casa dello spirito dorato

Diane Wei Lianf, La casa dello spirito dorato, Guanda

Per la rubrica dedicata alla letteratura orientale di ogni tempo, questo mese di novembre segnalo un romanzo con una protagonista cui non è possibile non affezionarsi. 

L'ambientazione è contemporanea: la Pechino del post-Olimpiadi, siamo praticamente ai giorni nostri e si osserva tra le maglie della trama la città cambiare, allargarsi la forbice tra ricchezza e povertà, tradizione rurale e grattacieli che spuntano come funghi: aspettatevi la Cina di oggi, come ve la immaginate: un luogo affascinante, brulicante e contraddittorio. In piena crescita economica ma, come succede quando si cresce, in piena confusione.

E poi c'è Mei, un'investigatrice privata. Non ci si può credere, ma questi mestieri esistono sul serio e l'autrice neanche per un attimo disattente la verosimiglianza. Cascate nella storia dalle prime riche e le accordate tutta la vostra fiducia:

Mei aveva sentito dire che la Pillola dello Spirito Dorato aveva il potere di curare i cuori infranti. Non ci credeva. Era una leggenda, una storia cara alle vecchiette che masticavano semi di girasole arrostiti nei cortili delle case. Non riusciva a credere a una cosa simile, proprio come non riusciva a credere che dal respiro di Duhuang fosse nato l'universo. Era una donna di trentadue anni, moderna istruita e razionale. Se dalle pene d'amore passate aveva imparato qualcosa era che niente, salvo il tempo, può guarire un cuore infranto. Era proprio lì che si sbagliava. 

In bilico tra immaginazione e realismo, Diane Wei Liang fa sì che Mei si ritrovi a indagare sui misteri che ruotano attorno alla casa farmaceutica che produce questa fantomatica pillola, la Casa dello Spirito Dorato e scoprire lei stessa se è vero che questa medicina miracolosa fa quello che promette. In tutto questo, la trama è un noir tradizionale, aspettatevi bagni di sangue, intrighi, emozioni forti. Ma anche sapienza narrativa e puro intrattenimento. 
L'autrice poi ha una storia particolare a sua volta: parte della sua infanzia l'ha vissuta in un campo di lavoro e mentre studiava psicologia ha preso parte alle proteste di piazza Tienanmen e di conseguenza si è dovuta trasferire negli Stati Uniti. 

Non sempre la vita di un autore influisce in qualche modo sulla sua opera ma in questo caso credo di sì, non tanto per le tematiche quanto per l'impatto forte delle parole e la capacità introspettiva.

[Traduzione di Stefania De Franco, copertina di Guido Scarabottolo - romanzo inviato dall'editore, che ringrazio!]

lunedì 24 ottobre 2016

Tazzina di sakè

Inge Sargent, Il tramondo birmano - La mia vita da principessa shan, Add - Susanna Tartaro, Haiku e Sakè, in viaggio con Santoka, Add

Torna la rubrica di "tazzina-di-caffè" dedicata alla letteratura orientale. Perché?

Perché è un mondo, quello orientato a Est, che a me piace molto, fin dai banchi di scuola. A colpirmi, come spesso accade, è stata l'alterità e lo sguardo "semplice" degli orientali. Anche l'autore orientale più contorto, capace di gran morbosità di elevato livello, come ad esempio Murakami, risulta, alla fine della lettura, "semplice". Semplice è l'esatto opposto di complesso, eppure entrambe le categorie possono contenersi in uno stesso libro. 

Tornando alla rubrica, oggi sono semplicemente felice di proporvi questi due lavori.

Premessa: in tutti i miei (numerosi) anni di "blogging", non ho mai chiesto un libro a una casa editrice tranne, se non ricordo male, due volte. Una delle quali, non ho nemmeno poi scritto del libro sul blog, a riprova che mi sforzo di corrispondere ai miei gusti, oppure che sono un'imbranata cronica e necessito di ripetizioni di PR. Forse più la seconda, ma tant'è.

Questo solo per dire che Il tramondo birmano invece l'ho chiesto con interesse e curiosità all'editore, che ringrazio, mentre il libro di Susanna Tartaro l'ho acquistato. 

E finalmente, arriviamo al dunque. 

Comincio da Il tramonto birmano. Tradotto da Margherita Emo e Piernicola D'ortona, questo libro è illustrato da Elisa Talentino, che ha curato anche la bella copertina. A metà della storia,  compare un fascicolo di disegni che illustrano con un tocco che rivela un gesto incisivo e delicato insieme (anche in questo caso gli opposti convivono) la storia della principessa Thusandi. 

La vicenda di Thusandi è molto affascinante e ci porta in Birmania, Paese che dal 1989 ha preso il nome di Republic of the Union of Myanmar. Prima di cominciare a leggere, ci rendiamo conto che è una storia vera. Oltre alla cartina dei luoghi in cui ci catapulterà il romanzo, c'è, a riprova della verità dei fatti, una foto di Inge Sargent, l'autrice del libro.

Il tramonto birmano fa parte della collana Asia curata da Ilaria Benini e dell'Asia ci fa sentire un respiro che è al contempo caldo, pieno di tepore eppure gelido. Un po' come durante la meditazione (tema che accompagna uno dei personaggi principali, il principe rapito, per far fronte alle estreme condizioni in cui si trova di colpo), l'aria ci entra fredda nelle narici - a dimostrazione che i fatti narrati sono spietatamente crudeli - ed esce calda, scaldata per meglio dire, dallo sguardo, dal cuore e dalla vita della narratrice.

In definitiva, succede che durante il nazismo una giovane austriaca si innamora di un ingegnere minerario. E fin qui, niente di che. A sorprenderci è il fatto che quest'ultimo si rivelerà essere Sao Kya Seng, il principe regnante dello Stato shan di Hsipaw. A segnare in modo irreversibile queste due vite sarà un colpo di stato militare, nel 1962, che costringerà la Birmania all'isolamento e la coppia - che nel frattempo è diventata una famiglia con due bambine - a una separazionedefinitiva, perché Sao viene rapito e non farà mai più ritorno a casa, né i due si rivedranno mai più. L'autrice dunque con dolente senso di responsabilità, ricostruisce l'esistenza e se stessa anche attraverso questa scrittura, queste parole piene di bellezza e dolore che tengono attaccati alle pagine. A tutt'oggi Inge, che nel 2000 ha ricevuto il Premio Internazionale per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, e si è sposata nel 1968 con Howard Sargent dopo essersi rifugiata negli Stati Uniti, scrive ogni anno una lettera al governo birmano chiedento notizie del marito.

Una storia vera, tragica, sorprendentemente utile all'animo umano in quanto manuale di resistenza. Mi sono chiesta, prima di cominciare, quanto la ricezione della storia sia influenzata dalla consapevolezza di leggere le vicissitudini "incantate" di una principessa. Ma per evitare questa dissonanza, che rischiava di essere una lettura con occhi infantili, ho formulato un pensiero: la nobiltà è un accadimento, Inge nasce "commoner", come direbbero gli inglesi, come lo è il suo opposto, come molte altre cose e storicamente ha giocato un ruolo politico, ben slegato dalle fiabe che avvincono i bambini. Il fascino che essa ha su molti di noi lettori in questa narrazione è dunque assolutamente secondario alla forza morale e alla fotografia sociale che ne scaturisce e che fa di questo libro un documento importante dal valore storico oltre che narrativo. A corredare il libro, c'è in fondo una cronologia che spiega bene la situazione birmana e la sua storia.

Un libro insomma che sono felice di aver desiderato e di aver avuto il coraggio di chiedere. Spero lo leggerete anche voi.

Il secondo libro che voglio presentare in questa rubrica è uno dei primi titoli della collana Incendi sempre di Add editore. Mi ha incuriosita subito, anche per la curatela senz'altro di valore di Francesca Mancini e Fabio Geda. 

Susanna Tartaro cura da molti anni una trasmissione radiofonica che io, come molti, amo particolarmente e che mi ha tenuto compagnia tante volte e insegnato tante cose che è Fahrenheit di Radio 3. Susanna ha anche un blog, Dailyhaiku, in cui commenta una notizia del giorno tramite un haiku. L'haiku è una forma poetica giapponese che, a proposito di semplicità unita alla complessità, esplora in una struttura essenziale di 5-7-5 sillabe temi talvolta molto profondi. Per me l'haiku ha un valore speciale, ne ho scritti tantissimi fin da ragazzina e qualche anno fa ne pubblicavo anche io uno al mese sui "social" twitter e facebook (gli haiku che scrivevo io erano del tipo kigo, ovvero quelli legati al succedersi delle stagioni e devono contenere elementi legati al clima); perché ho smesso? Non lo so! Mi piacerebbe ricominciare a scriverli. 

Tornando al libro: Haiku e sakè è la storia di un viaggio. Un viaggio spirituale ma anche vero e fisico. Ad accompagnare la viaggiatrice nel mondo è uno spirito guida unico: Santoka (mi scuso ma non lo scrivo con la dicitura corretta perché i copia-incolla di parole qui su tazzina mi sballano tutta la formattazione: ah, prima o poi migliorerò questi aspetti, lo prometto; insomma comunque sulla o ci vorrebbe la sbarretta orizzontale sopra). 

Santoka camminava, componeva haiku e camminava. Osservava, annotava. Meditando, soffrendo e ridendo di sé, camminava. Proverò a seguirlo. 

Santoka è stato un poeta e monaco buddista vissuto tra il XIX e il XX secolo e il suo nome significa "alta cima fiammeggiante". In verità, il suo percorso, a dispetto del nome, a quanto pare è stato sempre piuttosto orizzontale, perché ha trascorso molto tempo appunto a camminare e osservare. 

Susanna parte allora sulle sue tracce ma di percorso ne traccia uno al contempo tutto suo. Sono molto interessanti infatti e parte integrante della avventura le fotografie inserite tra le pagine del libro perché introducono scaglie di contemporaneità (una strada e un motorino, una foglia a forma di cuore sul cemento, la metro, palazzi di Roma Nord, panchine...) in una narrazione che invece è cadenzata da qualcosa di molto antico, come gli haiku e la saggezza solitaria del monaco. Non è un monaco-santo però quello che dovreste aspettarvi. Santoka è un bevitore di sakè alla ricerca di un senso:

Mi purifico 
nell'acqua blu
che scorre sulle rocce. 

E Susanna prende le sue frasi e ne segue il filo che la porta nella sua, di vita. Per lo più romana e piena di ricordi, radio ed emozioni. 
Il viaggio di Santoka e Susanna prima o poi finisce e tocca scendere dal motorino. Ma il finale-finale merita davvero e ovviamente non lo dico ma ha a che fare con la felicità.

Spero che queste due storie a base di caffè corretto vi piaceranno quanto sono piaciute a me e buona lettura. 




lunedì 12 settembre 2016

Tazzina di sakè




Per la rubrica dedicata alla letteratura orientale, oggi proseguo e concludo un percorso cominciato  qui. 



A maggio, a ridosso del Salonbe del Libro, ho avuto l'opportunità di incontrare e intervistare le vincitrici dell'edizione 2016 del premio letterario più importante dedicato alla scrittura femminile e nello specifico ai racconti di donne straniere in Italia. Ho un legame di lunga data con questo premio, dal momento che sono stata madrina anche a una premiazione relativa alle tesi di Laurea dedicate al premio stesso: per saperne di più, ecco qui.  

Oggi, a proposito di Oriente, vi propongo allora le risposte di  Luisa Zhou, vincitrice del Premio Speciale Slow Food-Terra Madre 2016 con il racconto (S)corri nelle mie vene. Sottopelle.

Luisa è un'autrice cinese giovanissima, classe 1995. Queste sono le motivazioni per il premio:  

Luisa è riuscita a raccontare le difficoltà legate all’appartenenza a un luogo per chi è nato/a lontano dalle proprie radici. Gli ostacoli incontrati nella ricerca del “sentire” un’identità, quando si è sospesi tra due mondi, sono descritti con grande limpidità e maturità dall’autrice


Queste sono le domande che ho rivolto a lei e alle altre premiate:


1) "Rubando" un'espressione utilizzata anche da Ernesto Ferrero nel suo discorso durante la cerimonia di premiazione, quali sono le potenzialità e quali i limiti della lingua (sia la vostra lingua madre che l'italiano)?
 2) Una parola, un aggettivo che possa definire la vostra lingua madre e una che definisca per voi l'italiano...
3) Quali emozioni vi legano alla scrittura? 

Ed ecco le risposte di Luisa (cui faccio il mio "in bocca al lupo" per il suo futuro da scrittrice):




1) Ho sempre immaginato la lingua come un ponte o una galleria, qualcosa capace di comunicare e - soprattutto - di far comunicare. Una delle sue tante potenzialità, infatti, risiede nel fatto che, per "funzionare" davvero, ci debba essere un altro - che sia un altro fatto di carne e ossa o un altro riflesso della stessa persona. Spesso anche il silenzio può essere un ottimo interlocutore e le parole lanciate contro il suo muro trovano eco nel profondo. Ma ciò che più sorprende è il potere creativo della lingua, in grado di dare un nome alle più svariate sensazioni umane. In grado di intrecciare fili su fili e dipingere quadri e ritratti incredibili.
La mia lingua madre è l'italiano, e non credo possa esserci un'altra lingua capace di rappresentarmi tanto. Il cinese è qualcosa che ho appreso più recentemente e, pur avendo una grandissima forza espressiva e una poesia senza eguali, non è la lingua che sceglierei per raccontarmi. 
I limiti del linguaggio? Credo coincidano con i limiti che uno si pone.

2) Italiano, intensità.
Cinese, musicale.

3) La scrittura è sempre stato un rifugio speciale, ma soprattutto un modo per affacciarmi alla vita senza troppi timori. Ciò che mi lega alla pagina scritta sono sensazioni di amore, odio, rabbia, gioia, sospensione - tutto si riversa lì, fra una virgola e l'altra. Scrivo perché alcune storie non riescono a rimanere sopite e gridano a squarciagola il loro diritto di essere raccontate. Scrivo per dare un ordine al groviglio di emozioni che sento, giorno per giorno. Scrivo per smuovere le mie certezze e rendere caotici i miei "sono sicura che". Scrivo per conoscere, conoscermi, scavare, scoprire. Ricordare.
Scrivo perché le mie dita non riescono a fermarsi e continuano a danzare sulle note di una vita che è.


martedì 14 giugno 2016

Tazzina di sakè.

Giulio Verne, Le tribolazioni di un cinese in Cina, Biblioteca Universale Rizzoli

Riapro, dopo il trasloco, le prime scatole di libri e mi spunta tra le mani questa copia (trovata in un mercatino e costata al propietario precedente "Lire Settecento") di un romanzo poco conosciuto forse, ma tra i più divertenti e inusuali che possiate leggere. Pubblicato nel 1879, questo piccolo libro racconta una storia ben poco in stile Verne. Nessun pianeta misterioso, nessuna avventura extraterrestre o mondo sommerso, ma tanta vita vera. 

In breve, questa storia - che inserisco nella rubrica sulla letteratura orientale perché i protagonisti sono tutti cinesi che viaggiano su e giù per l'Impero Celeste - racconta delle rocambolesche vicissitudini di un riccone che, credendosi "fallito" per via di un crollo in Borsa, ingiunge al suo fedele servo di ucciderlo; ma di farlo in modo "inaspettato" e senza preavviso. Peccato che la notizia del crollo risulta essere falsa: tanco che al nostro eroe torna la voglia di vivere. Torna ma nel momento sbagliato poiché il servo sembrerebbe scomparso, aumentando così esponenzialmente i timori di un omicidio improvviso e non più desiderato.

Il finale è a sorpresa e molto filosofico, così come lo è l'intera narrazione, nel senso che è pregna di insegnamenti e messaggi edificanti.

Insomma, una lettura spensierata, perché giocosa, ma profonda perché esce dalla penna di uno dei più grandi maestri dell'invenzione letteraria che la Storia ci abbia dato.

lunedì 11 aprile 2016

Tazzina di sakè.

Goli Taraghi, La signora melograno, Calabuig

Qualche giorno fa mi sono immersa, e spero di avervi fatti immergere, in un'atmosfera persiana, qui.

Dopodiché, mi è letteralmente ricascato tra le mani questo bel libro, che avevo letto quando ho avuto la fortuna di fare la giurata al Premio Sinbad - un premio internzaionale per l'editoria indipendente. Questo piccolo e importante libro prosegue allora quel percorso persiano e ne arriva al cuore. 

  Goli Taraghi racconta un Iran personale e universale: un Iran pre-Rivoluzione, quello della sua infanzia e quello del ritorno a Tehran dopo il suo esilio a Parigi. Il tutto attraverso le lenti di una scrittura felice e pulita, dentro i meandri di una famiglia con tutti i suoi ruoli, i suo personaggi definiti e in via di definizione:

Un paio di settimane più tardi la zia ci annunciò che aveva ottenuto un visto per il Canada e il marito aveva deciso di lasciare l'Iran appena possibile. 
Mia madre sospirò:
"Magari potessimo andarci anche noi!".
Mia nonna si arrabbio:
"Neanche per sogno, il nostro posto è qui e dobbiamo tornare alla nostra casa e alle nostre vite!".
"Quale vita?!" rispose mia madre tra le lacrime.

Un Iran da cui scappare, cui restare ancorati, donne forti, dolore, gioia, emozioni sottili e grandi. Tante donne dal carattere inossidabile o fragilissime, ma tanti altri personaggi colorati, ambigui. Amore e violenza, paura e speranza.

Divisa tra le sue tradizioni più care - scrive in persiano - e l'effetto corroborante e salvifico della sua Parigi, questa scrittrice per me è stata una scoperta, spero sarà altrettanto per voi. 

Due note a margine: complimenti per la traduzione dal persiano ad Anna Vanzan e alla casa editrice per la copertina con frammento di un calligraffito iraniano.

Ah, beh, poi se volete sapere chi è la signora melograno del titolo vi tocca leggere tutto il romanzo! 

lunedì 14 marzo 2016

Tazzina di Sakè


Amy Tan, La figlia dell'aggiustaossa, Feltrinelli


Questa è la seconda "puntata" della rubrica dedicata alla letteratura orientale: #TazzinaDiSakè. Sono molto contenta di poter parlare sia di un libro (che ho acquistato qualche mese fa perché mi sto interessando alla cultura cinese) e di un film che ho visto due sere fa, affittando il DVD in biblioteca.

Mi fa piacere che tra questo week end e il prossimo a Torino sia in corso anche un bel Festival proprio dedicato all'Oriente, lo segnalo per chi potesse passare, l'anno scorso sono andata e mi è piaciuto, seppure l'atmosfera sia molto caotica e dopo un po', per chi non ama la folla, può risultare pesante: va affrontato con calma zen, per l'appunto. Comunque ecco qui tutte le informazioni! 

Il film si intitola Poetry. 

Il regista è Lee Chang-dong e nel 2010 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes. 
Con il romanzo La figlia dell'aggiustaossa di Amy Tan, questo film ha alcune cose in comune. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 2001 e racconta la storia di Ruth, una donna cinese solo di nascita ma americana di adozione, che vive a San Francisco con il compagno Art e le due figlie adolescenti di lui. 

Ruth di lavoro fa la "librologa" ovvero la collaboratrice editoriale e la ghost writer: è una donna pragmatica e organizzata, seppure soggetta a bizzarre patologie, come un mutismo improvviso che la coglie tutti i 12 di agosto di ogni anno. Da sempre si guadagna da vivere senza troppo lamentarsi e si occupa del conflittuale rapporto con la madre - che invece è rimasta molto ancorata alla tradizione cinese - LuLing Young. Tutto procede tra le noie e le stravaganze di una normale vita occidentale dei giorni nostri, tra corsi di yoga intensivi e saggi sull'influenza dell'Internet sulle nostre esistenze, autori troppo eccentrici cui fare da balia e i molteplici impegni della quotidianità, quando LuLing, da sempre in ostilità con la figlia, comincia a dare i primi segni di Alzheimer. 

In questo c'è una forte analogia con il film, la cui protagonista invece è Mija, una signora coreana di sessantasei anni che si occupa del nipote adolescente, dipendente dalla televisione, trascurato e chiuso in se stesso, perché la figlia, assente sia fisicamente che psicologicamente, non riesce a farsene carico da sola. 

Amy Tan, l'autrice della Figlia dell'aggiustaossa, a questo punto del romanzo affonda le mani nella tradizione della sua stessa terra natale e fa sì che Ruth, alle prese con le proprie ansie e conflittualità emotive, riscopra un libro scritto dalla madre dove trova narrato un mondo completamente diverso dal suo, ricco di nomi evocativi e un lingua di caratteri - Preziosa Zietta, Bocca della Montagna, Cuore Immortale - e soprattutto un personaggio misterioso: l'aggiustaossa. Scoprirà del magico inchiostro che produceva la sua famiglia e del significato delle ossa oracolari. E l'avventurarsi in questo mondo antico fatto di Madri e Padri e rituali dimenticati rimette a posto le prospettive del suo nevrotico presente.

Anche Mija nel film a un certo punto compie una scoperta. In questo caso, il disvelamento è tragico, un crimine di cui si macchia l'inconsistente e viziato nipote. Parallelamente al dramma, però, Mija, che vive di un piccolo sussidio, proprio come la mamma di Ruth del romanzo, e di un lavoro faticoso come badante, si iscrive a un corso di poesia nel centro culturale della cittadina in cui abita con il ragazzino. Le indagini e i traffici poco chiari relativi alle colpe del ragazzo - che ha a che fare con il suicidio di una bambina della sua stessa scuola - procedono di pari passo con le lezioni di poesia. 

Fino a che Mija scopre fino in fondo il significato di un gesto creativo che è molto più di un semplice diletto: scopre che la poesia è qualcosa di assoluto e profondo e finalmente riescerne a scriverne una, forse l'unica della sua vita, realizzando il desiderio di sempre: essere una poetessa. 

Lo sguardo che gli artisti orientali sanno dare alle storie e alla vita in queste due opere arriva a un compimento importante. 

Consiglio questi due lavori a chi sa bene quali e quante sono le difficoltà della vita.

Consiglio però questi due capolavori anche a tutti quelli che sanno quanto l'arte, la letteratura e la poesia siano tesori cui attingere proprio in quei momenti. Nei libri, nei film, nelle poesie - e nelle altre arti - spesso sono nascosti i segreti su come fare ad affrontare tutto quel che c'è da affrontare.