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lunedì 21 aprile 2014

Siamo tutti allenatori, anche a Pasqua!

Mendo, Siamo tutti allenatori, CartaCanta editore



I libri degli amici. Senza dubbio, una questione delicata. "Una questione privata", come direbbe qualcuno un tantino più autorevole di me. E così è stato che dopo questa Pasqua a suo modo per me speciale, unica e bella, ho riletto pezzi di questo libro. E ho pensato: i libri degli amici.

Colui che firma questo romanzo si chiama Mendo. Ed è un amico mio. Di quelle amicizie che nascono in radio. 

(Per una che si chiama Cuffia di cognome, come me, detto tra parentesi, io ci vedo un destino, in questa cosa della radio, ma evidentemente anche su questo Qualcuno ne sa più di me e di voi messi in sieme, per restare ancora un po' in temi pasquali, dato che sarete tutti lì satolli a leggere queste righe in piena fase di spiritualità). 

Le amicizie che nascono in radio sono di una natura molto particolare. Non proprio amicizie: veri sodalizi. Brevi o lunghissimi, si condividono tempi importanti, strani, diversi, inspiegabili. Ci si tende, si ride, si mangia addirittura, come nel nostro caso. Conosco Mendo da prima, ma l'occasione che ha scaturito l'amicizia è questa trasmissione giovane che va on air tutti i mercoledì e che si chiama La Trattoria Delle Parole.  

Tra le settecentomilacose, detto ancora per inciso, questo mio amico qua è anche uno chef piuttosto noto sulla scena torinese e non solo. Ed è editore, e papà di due bambini e molte altre cose.

Come spesso accade, questo amico mio è dunque, come si sarà capito, diventato anche uno scrittore. 

Non credo abbia bisogno di troppe parole, questo suo romanzo. In questo periodo, c'è da dire una cosa: personalmente, leggo poco, lentamente, non ricordo neanche tanto ciò che leggo. Sarà una fase, ne sono certa. 

Comunque questo è un romanzo-diario di racconti. Si capisce? Si può dire? E di superereroi. E di caffè.

"Il bar sotto casa è il quartier generale per il mio consueto risveglio a base di caffeina, il giorno in questione è uno come tanti altri ma nello stesso tempo segna per me tappe d'arrivo e di partenza. pillole quotidiane di domande e risposte". 

Domande e risposte, è proprio così. 

"La Pasqua, un momento per dedicarsi alla rinascita interiore. Un tuffo riflessivo, la ricerca di qualcosa in più da sapere. In latino è 'Pascha' mentre in ebraico suona 'Pesah', la massima festività della liturgia cristiana, la Pasqua che celebra la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. La Pasqua s'avvicina. La festa delle mille celebrazioni diverse, delle diverse usanze culturali e tradizionali, delle differenti credenze ha finito col produrre una miriade di caratteristiche celebrative. Per me è un periodo, per scelta personale, privo di precetti religiosi, un appuntamento con il silenzio, anche se non mi disinteresso del caos che mi sta intorno. Di paese in paese, di famiglia in famiglia, si susseguono baraponde di vassoi colmi di dolciumi che accompagnano la festività. Il cibo è sempre più parte centrale dell'esistenza, con maggiore enfasi nei periodi festivi". 

I libri degli amici. Questione controversa. Sono convinta che non si debba mai e poi mai cercare la persona, nelle cose che scrive. Per questo fatico a leggere i libri degli amici. E fatico a spiegarlo agli amici stessi. Mendo però è unico nel suo genere. Uno di quei personaggi multiformi, multicolori. Vero è che è un mio amico, ma anche e soprattutto un socio di trasmissione, qualcosa che, mi si perdoni la spocchia, solo chi lo vive può conoscere. 

Il silenzio in cuffia, che si cela tra le mille parole, è ciò che a me resta dopo la caotica, eroica avventura di leggere Siamo tutti allenatori. Questo è un libro sulla nostra tendenza alle troppe parole. E il calcio è solo un pretesto, potrebbe essere qualsiasi cosa. Di caffè in caffè, proliferano queste stramaledette riflessioni su qualsiasi cosa. Questa stanchezza, anche.

Ma davvero io vorrei un po' di silenzio, ma è più forte di me: parlo, leggo, scrivo, cosa c'è nelle parole di così irresistibile?

Vorrei invece il silenzio che si crea tra amici, e tra lettori e scrittori. 

Siamo tutti tutto, sempre, incessantemente, e a questo punto allora spero anche lettori di questa storia di gente di tutti i giorni che si trasforma in mistica. In questo diario pieno di cose, poesie, musica, sapori, meditazioni, investigazioni e pure fumetti, c'è proprio un mondo ambizioso, immersivo e salmodiante.

Tra queste pagine, infine, si celano molti supereroi, ma non solo. Si cela una precisa struttura a dodici. Dodici capitoli, dodici tematiche connesse tra loro, dodici mesi, dodici semitoni. Etc.

Per chi ha fiducia nei numeri, e non solo dunque nelle parole: buona lettura, e Buona Pasqua. 
Che sia una rinascita. 


lunedì 13 gennaio 2014

Gli sdraiati.

Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli

"Ma dove cazzo sei?"

Forse questo è l'incipit più convincente che abbia incontrato negli ultimi tempi.

Tra me e questo libro non ci potrebbero essere distanze più incolmabili (pensavo...). Ho aspettato un po' a leggerlo, da quando l'ho ricevuto (grazie infinite all'editore perché si è rivelata una delle letture più belle e commoventi degli ultimi tempi, appunto) a quando l'ho cominciato è passato un tempo considerevole.

Ma perché non sapevo cosa aspettarmi dalle confessioni di un padre di ragazzo quasi ventenne.

Michele Serra poi, che leggo con gusto su Repubblica ma che non sapevo come considerare in qualità di narratore di una storia così complessa (e distante da me) come quella di un padre e del suo figlio maschio adolescente.

Invece alla fine (e pure a metà, diciamo a partire da pagina 20) mi sono commossa profondamente. 

Nell'età adulta si passano lunghissime giornate, intere settimane o mesi senza versare neanche una lacrima, senza particolari emozioni. Si sta lì, in pista, come su una pista di pattinaggio gelata, a scivolare, a cadere e rialzarsi, freddi, ad affrontare gli affanni quotidiani senza battere ciglio. 

Invece con questo libricino tra le mani, mi sono ritrovata, insonne, a commuovermi sinceramente.

Insonne perché ultimamente non riesco più a dormire troppe ore di seguito: ci ho provato, andando a letto presto, come Proust, ma poi mi sveglio all'alba con l'asma e via, mi tocca cominciare la mia giornata come le galline o gli anziani: e, lo dico a futura memoria, c'è un bello in questa cosa, in questa vita fatte di albe e gelo e profumo di caffè che fende la notte che in fondo in fondo non tornerei mai indietro. 

A quell'età. 

Quella in cui, come il giovane protagonista di questo strano romanzo breve, che pare vivere sencondo il fuso orario della città di Anchorage (Alaska) passi il tuo tempo - come da titolo - sdraiato sul divano (a dormire).

Dormi. Nel tuo assetto classico, sul divano, in mutande, davanti alla tv accesa. La spengo. Nella stanza finalmente silenziosa galleggia la luce mite di un pomeriggio autunnale. Il tuo profilo, ormai al valico dell'età adulta, mi sembra esitante, come se il bambino che sei stato lo reclamasse ancora per sé.

Questa cosa del sonno mi ha proprio colpita. Perché è vero che sancisce la linea d'ombra tra l'adolescenza e quel che viene dopo, quando - anche se non vuoi - devi vegliare. Devi. Come dice Michele Serra. E su questa piccola parola di due sole sillabe che si fonda l'età adulta, il dovere di occuparsi di qualcuno, e anche se non hai figli alla fine capisci dove, come e perché questo libro ti riguarda così da vicino.

Ho capito perché tantissime persone lo stanno leggendo. Perché è una parabola universale. Con tanto di ascesa al Colle della Nasca (su questa fantomatica gita in montagna non dico niente perché dovete proprio gustarvela tutta e morire dal ridere). 

Una storia ironica, sarcastica, acuminata nello stile perfetto di scrittura di un padre disarmato rispetto alle differenze, ai misteri di un figlio che pare un alieno, che pare provenire da un mondo altro, spezzando la catena naturale delle generazioni, sempre connesso, disordinato, sporco, sbagliato, apatico, cupo, disinteressato a ciò che veramente conta. 

Eppure, non si sa come, è proprio lui il vero eroe della vicenda. 

(Non perdetevi la guerra nel 2054 tra Giovani e Vecchi perché è uno spasso vero).

Oggi, non me lo invento io per prima, è risaputo quanto sia complesso uscire dall'adolescenza, che sembra prolungarsi qualche volta fino ai trentanni e oltre.

E infatti ecco in che punto questo libro mi riguardava e aspettava me, proprio me per essere letto. Perché taglia in due quella piega sottile di confine.

Quella in cui cominci a mettere in ordine perché nessuno lo fa più al posto tuo. Quella in cui nasce nel tuo cuore, appuntito come un dolore che non puoi ignorare, il sentimento della vergogna. 

Sdraiata su quel divano non ci puoi più stare. Devi per forza conquistare la posizione eretta. Poi, quello che sai fare davvero è un'altra storia. Ma di lì ti devi alzare. E cominciare a correre.

Lettura consigliatissima a tutti: genitori, figli, gente di mezzo.

P.s. Di questo libro racconterò tra poco alla Trattoria delle Parole!! Che riparte oggi. Buon ascolto!

lunedì 21 ottobre 2013

Ulisse alla Trattoria delle Parole!







Tra poco, alle 13, su Radio Banda Larga torna La Trattoria delle Parole!!!

Direttamente dai locali della Vetreria di Torino pranzeremo LIVE in diretta con gli ascoltatori e parleremo di cose a dir poco gustose.

Siccome bisogna prendersi qualche rischio, nella vita, per essere felici; oggi il libro di cui parlerò sarà niente meno l'Ulisse di Joyce. Lo vedete ritratto nella recente versione di Celati.

Un po' perché sono appena stata a Trieste, e ci ho pensato molto, a Joyce. E un po' perché è l'unico libro al mondo che, nelle prime tre righe, contiene la parola "tazza". 

Per chi crede nelle coincidenze, è un fatto serio. 

Non convenite anche voi che James, scrivendolo, abbia pensato un pochino anche a me?!

Scherzi a parte, vi aspettiamo tra pochissimo! E buon appetito!

lunedì 7 ottobre 2013

A pranzo: letture facoltative!

Wislawa Szymborska, Letture facoltative, Adelphi*

"In ultima analisi mi sono resa conto di voler restareuna lettrice amatoriale su cui non gravi l'imperativo di un'incessante valutazione. Per me, talvolta, il libro può costituire l'argomento centrale, talaltra solamente il pretesto per abbandonarmi a fuggevoli associazioni di idee".


Questo dice la dolce, sagace e meravigliosa, poetessa polacca Premio Nobel scomparsa l'anno scorso dopo una lunga, complicata e bellissima vita di conquiste e di parole.

Sarebbe stata una bookblogger favolosa.

Oggi per La Trattoria delle Parole ho scelto proprio questo suo libro. 

Si tratta della raccolta di sue "recensioni" (ma non voleva che si chiamassero così) di non-romanzi, non saprei come altro dire. Ovvero di tutti quei libri fantastici (manuali di composizione floreale o di yoga, inconsuete biografie di musicisti, trattatelli colti sul tema del vandalisimo...) che non hanno bisogno di nessuna pubblicità, nessuno ne parla mai, eppure vendono un sacco di copie in libreria. 

Incuriosita da questo strano fenomeno, la scrittrice aveva deciso di parlarne lei, sui giornali, di leggerli e di raccontarli ai più. Questa per me è una raccolta-feticcio. La adoro. 

Sono piccoli gioielli di humour, di arguzia, di genio puro, di lucentezza mentale, di magia.

Accompagnamento musicale, Imitation of life.

Buon appetito, vi aspetto oggi alle 13 su Radio Banda Larga!! Alla Vetreria di Torino.



* Ho acquistato personalmente il libro qualche tempo fa.

lunedì 30 settembre 2013

E per pranzo, immersioni marine.

Philip Hoare, Leviatano . ovvero la balena, Einaudi





Oggi alla Trattoria delle Parole racconterò di questo libro. E ascolteremo questa canzone. 

Hanno in comune un incidente. Un abisso. La ricerca della profondità più vera, l'emersione in superficie e il dolore. Una laconica malinconia e tanta bellezza, tanta dolcezza anche.

Buona lettura, buon ascolto e buon appetito :)

lunedì 23 settembre 2013

Siamo creature che devono adattarsi alla vita.


Jhumpa Lahiri, La moglie, Guanda

Ho ascoltato qualche sera fa questa scrittrice premio Pulitzer parlare con una voce sottile come una fogliolina d'oro al Circolo dei Lettori di Torino.

Ringrazio la casa editrice Guanda per avermi donato il libro e concesso di scambiare qualche parola con lei alla fine dell'incontro. Non ci siamo dette niente di particolare, ma ho osservato i suoi occhi.

Luminosi come monete nel buio, parlavano di uno stare al mondo altro.

Durante la presentazione, lei raccontava che questa storia ha sedimentato nella sua mente per sedici anni. Sedici anni. Mi pare un tempo infinito, per la gestazione di un romanzo. Nel frattempo ha lavorato, ha fatto altro, ha messo al mondo due bambini. Però. Sedici anni. Deve essere stata un'esperienza molto importante.

Mi chiedo sempre più spesso che senso abbiano le presentazioni di libri (oltre a tante altre cose, ma è giusto porsi domande di senso di tanto in tanto). Me lo chiedo come esordiente e me lo chiedo per ciò che concerne i grandi autori affermati del nostro tempo. 

Il senso è l'incontro. Guardare negli occhi, e sentire il suono di una voce. Oltre che, se siete donne o modaioli, guardare come sono vestite le persone per capire come va il mondo.

Ma nulla vale più di sentire la scrittrice raccontare di questi sedici anni di lavoro mentale sulla sua storia e poi affermare: 

"E adesso sono libera".

Scrivere, a qualsiasi livello, è una prigione. Essere abitati da storie e personaggi e immagini e luoghi e parole, è una prigione. Chiunque tu sia, in qualsiasi città sia nato, qualsiasi siano le tue condizioni economiche, sentimentali, lavorative, esistenziali: sei un prigioniero.

(Ecco perché, tra l'altro, nel sacro mondo delle Lettere se ne vedono di tutti i colori, la gente che scrive è sempre lì che soffre, si dibatte, si arrabbia, non si sa gestire, è sopraffatta e invasa, difficile conoscere scrittori sereni e spensierati, salvo quando invece la musica cambia e sono in un momento che sentono come felice, allora sono le migliori persone del mondo, si illuminano di immenso. Per restare nella metafora della galera: io ho visitato un carcere e ho visto davvero il peggio nei volti segnati, ma di contro è proprio lì che possono accadere atti sublimi di miracolo e redenzione).

Comunque se scrivi, bravo o meno che tu sia, non puoi fare altro che quello, incastri quello ovunque, te ne vergogni, ne sei fiero, sfidi le circostanze, soccombi, ma solo per rialzarti e raccontare cosa è successo relativamente alla storia che ha deciso di farsi raccontare da te.

Ecco a cosa servono le presentazioni: a osservare da vicino questi prigionieri, a sentire se e come sono riusciti a evadere seppure per brevissimo tempo. Perché, come ha detto Jhumpa quella sera, "la vita non è una cosa stabile, è in continua trasformazione. E noi siamo creature che devono adattarsi alla vita. Trovare un modo per ancorarsi. E c'è chi riesce a dare frutti, e chi invece si seppellisce nel fango".

Certe creature deponevano uova in grado di resistere alla stagione secca. Altre sopravvivevano seppellendosi nel fango, fingendosi morte, aspettando il ritorno della pioggia.

Così questa differenza di comportamenti sembra contraddistinguere tutto il libro, che è la storia parallela di due fratelli quasi gemelli: Subhash e Udayan; vicini di età ma diversissimi nelle scelte di vita, fino alle estreme conseguenze.

Siamo alla fine degli anni Sessanta quando avviene - nella realtà - una fatto di cronaca. Due ragazzi, fratelli, vengono fucilati in mezzo a una strada di fronte a un gruppo di persone attonite, a Calcutta in un sobborgo durante gli attentati e la repressione del movimento filomaoista che stavano funestando il Bengala in una sorta di Sessantotto indiano. Il fatto è accaduto di fronte al padre di Jhumpa che ne è stato testimone oculare. Nel romanzo, solo uno dei due fratelli subirà questa sorte, mentre l'altro prenderà una strada completamente diversa. Si divideranno, salvo poi ritrovarsi in un certo senso su un altro piano e per via della moglie di Udayan, Gauri, che dà il titolo al libro.

Una trama complessa e perfetta, che lascia poi tutto lo spazio a una introspezione di caratteri profondissima e a descrizioni naturalistiche molto incisive. La Natura in questo libro prende spazio fin dai primi momenti, e procede come un basso continuo per tutto il tempo.

E il Tempo è un altro protagonista di La moglie. Il tempo che, come sosteneva a ragione la scrittrice quella sera, passa ma non passa, quando si subisce una perdita o un trauma. Come se tutto si congelasse in quel momento, psicologicamente, anche se poi la Natura continua a segnalarci il suo avanzare, attraverso il susseguirsi delle stagioni. 

Se volete, oggi, alle 13, racconto di questo romanzo alla Trattoria delle Parole. E per i torinesi, se pranzate alla Vetreria, in Corso Regina Margherita 27, potete ascoltare e "vedere" la trasmissione in diretta e interagire amabilmente con noi! P.s. Si mangia benissimo e il locale è fantastico, vi sorprenderà, ci sono un sacco di piante e un'atmosfera gentile e rilassata. 

Jhumpa Lahiri al Circolo dei Lettori.

lunedì 16 settembre 2013

La Trattoria Delle Parole (e Charlot...)!




Tra poche ore, alle 13, siete tutti invitati a pranzo alla Vetreria di Torino, perché comincia un nuovissimo programma radiofonico su Radio Banda Larga.

Siamo in tre: Fabio Mendo Mendolicchio, che è un noto e prestigioso chef, nonché editore di Miraggi, nonché dj, Sparajurij che dismette le vesti di serissimo intellettuale per trasformarsi in serissimo agente matrimoniale letterario (sic.) e ci sono io che racconterò dei fatti miei, ma soprattutto, al momento del caffè, vi dirò del libro che sto leggendo. 

Che al momento è quello qui sotto, un capolavoro.

Sì, perché alla Trattoria Delle Parole si mangia veramente. Cioè noi mangiamo, sentirete le forchette, i bicchieri e i coltelli e il pane che si spezza. 

Una trasmissione nutriente da ogni punto di vista, dunque.

Quindi se passate da quelle parti: occhio che come minimo sarete coinvolti in brindisi, scherzetti, frizzi e lazzi di ogni sorta.

Per tutti gli altri, potete ascoltarci, live, qui!

(E per chi non può alle 13, replica alle 23 di oggi...).

Baci & abbracci con tanto affetto!

E buona settimana.

Ah, oggi avremo già il primo ospite speciale in diretta... stay tuned!