Visualizzazione post con etichetta america. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta america. Mostra tutti i post

venerdì 11 novembre 2016

My cup of caffè

Don DeLillo, L'uomo che cade, Einaudi

Dopo il risultato delle elezioni americane tocca fare come quando tu o quelli a cui vuoi bene fate qualcosa che non va: continuare a volerti e a voler loro bene lo stesso, e amen. Lo dico perché l'America (del Nord e del Sud) è un posto cui sono legata, che ho studiato e che rispetto. Le letture più importanti della mia vita vengono da lì, e DeLillo è una di quelle.

Siccome questa rubrica riguarda proprio le mie letture angloamericane (che è ciò in cui mi sono laureata e con cui sono diventata adulta) il dubbio mi è venuto: che fare? Su Trump e Clinton si sono scritti fiumi di inchiostro e io non sono certo una politologa.


Purtroppo non si trova più in rete, ma quando uscì Punto Omega ci scrissi, nel 2010, uno dei "post" di cui andavo più fiera, su una rivista indipendente online che si chiamava Indie Riviera.


Da Body Art nel 2001 rimasi molto colpita, mentre sono un po' più ignorante sulle prime opere, di cui ho un ricordo da studentessa ma meno attuale. 

Credo contestualmente di essere una delle poche persone al mondo a non aver ancora letto Zero K (tradotto a quanto pare magistralmente da Federica Aceto), DeLillo è stato a Torino, presentato da Culicchia (che ha presentato anche me, giuro è vero) almeno a giudicare dall'Internet e dalle infinite condivisioni di informazioni e articoli su quel libro. Rimedierò, ma intanto mi è successa questa cosa. 

Dovete sapere che L'uomo che cade è in assoluto il primo libro che è apparso su questo blog. 

Ho aperto il blog il 14 febbraio 2008 e il 15 parlavo di questo romanzo in due sole righe, prima ancora di iscrivermi a twitter e di affacciarmi dunque alla sua forzata brevità, ecco qui il mini-post. 

Poi mi è accaduto il 9 novembre di quest'anno di guardarlo sbucare dalla mia libreria (uno dei pochi libri risparmiati dal topo, per saperne di più, guardate qui ).

Ci penso un attimo e capisco che il 9/11 è l'opposto dell'11/9, che è il tema del romanzo stesso.

L'uomo che cade, cade dalle Torri Gemelle e la storia di questo libro è tutta lì, in quell'episodio che ha cambiato (forse) il mondo. 

Ognuno di noi ha il suo ricordo di quel giorno, io (perdonatemi l'autoreferenzialità di questo blog) avevo 21 anni e quel pomeriggio dovevo rispondere a un'intervista radiofonica perché avevo scritto un articolo su Marie Claire che parlava di "biotipologie", va a sapere che sono, non me lo ricordo più. E così lo speaker (non mi ricordo manco la radio) voleva saperne di più e mi telefonò. Parlavamo quel pomeriggio di sole come reduci - soli - nell'Universo perché nessuno ha mai ascoltato, credo, quella conversazione radiofonica, dal momento che tutti, ma proprio tutti quelli che ce l'avevano erano incollati alla tv per capire che diavolo stesse succedendo.

DeLillo infine con questo romanzo interlocutorio e doveroso fa quello che deve fare uno scrittore: ha preso quei fatti, enormi, di una complessità senza rimedio; li ha digeriti, rielaborati e confezionati in una forma d'arte fruibile per noi comuni mortali. 

Le prime tre pagine sono la perfezione letteraria pura (non ho idea di come sia Zero K ma se è così, ottimo auspicio!). E dunque il libro si suddivide in tre parti, ed esplora tre tematiche: la storia di una famiglia, come si dice, "disfunzionale", la storia intima e impietosa dei terroristi e la storia di un artista. 

Questo libro è un messaggio piuttosto chiaro del suo autore che, non saprei dirlo con parole meno semplici, punta all'essenziale, al "punto omega". Per me, risente, o trae giovamento, di un lavoro di lima serio, intimo e definitivo. Questa è la voce di un autore che torna al nocciolo delle radici della base della sua scrittura e della scrittura di tutti, punta e si consuma nell'universalità che ci tocca tutti. Lo fa a partire da qui, forse un po' prima, e a quanto pare lo fa per arrivare a Zero K. 

E se non è un messaggio, è senz'altro una dichiarazione di intenti e una indicazione stilistica. 
Non lo so, ma credo che funzioni proprio come gli affetti più cari: ti vuoi bene solo cambiando. Continuo a voler bene a quella parte di mondo che per me ha significato così tanto, nonostante tutto. So che è un sentire comune, vediamo cosa succederà. Intanto è morto Leonard Cohen, vi lascio con un suo brano. Buon ascolto.



martedì 29 marzo 2016

My cup of caffè.

laLettura di domenica 20 marzo 2016 - Racconto di Jonathan Franzen tradotto da Maria Sepa  



ARGUMENTUM ORNITHOLOGICUM

Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non so quanti uccelli ho visti. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell'esistenza di Dio. Se Dio esiste, il numero è definito, perché Dio sa quanti furono gli uccelli. Se Dio non esiste, il numero è indefinito perché nessuno potè contarli. In tal caso, ho visto meno di dieci uccelli (per esempio) e più di uno, ma non ne ho visti né otto né sette né sei né cinque, eccetera. Codesto numero intero è inconcepibile; ergo, Dio esiste. 

(Jorge Luis Borges, L'artefice)


In attesa di leggere Purity di Jonathan Franzen, per questa rubrica dedicata alle mie letture anglofone ho fatto un po' di riscaldamento la settimana scorsa con un bellissimo racconto - dello stesso Franzen - pubblicato sull'inserto culturale del Corriere della Sera. Chi di voi conosce e apprezza Franzen sa della sua intensa attività di birdwatcher. Se non lo avete ancora letto, ad esempio, potete provare con Libertà, dove questo (che è molto più di un) hobby si compenetra bene con la sua narrativa. 
Ho sempre intuito che questa cosa del contemplare gli uccelli avesse a che fare con una forma di spiritualità, e in effetti lo scritto di Borges che vi ho copiato sopra può confermarlo. 

Il racconto è curioso. Rende conto di una gita nel Parco nazionale del Serengeti e nell'Area di conservazione di Ngorongoro che l'autore intraprende con il fratello e alcuni amici. Dopo alcune riflessioni sull'autenticità dell'esperienza del safari come "rappresentazione della realtà" (lo dice Franzen citando Baudrillard), arriva all'osservazione degli animali. Prima i mammiferi:

Ho cominciato a vedere veramente: la curiosa larghezza della testa delle zebre, la robustezza dei loro fianchi mentre si arrampicavano sui pendii. 

[...]

Chi può resistere alla vista di cuccioli di ghepardo preoccupati?

(Hei anche Franzen, notoriamente avverso alla rete, cede qui al fascino dei gattini! Ma solo per poco).
Io no, per almeno cinque minuti. Ma poi, mentre lo spettacolo del ghepardo continuava, e la madre recuperava i cuccioli e li conduceva verso l'erba alta, ho cominciato a scrutare gli alberi in cerca di uccelli.

Poi finalmente da qui in avanti, nel racconto, arriva la parte più significativa, il punctum, si direbbe in fotografia. Franzen diventa come diventano tutte le persone quando parlano di ciò che più amano:  convincente, commosso. 
Spiega la sua fascinazione per gli uccelli: sono "altri" rispetto a noi. A differenza degli umani, gli uccelli non discendono da mammiferi ma dai dinosauri, sono portatori di una diversa forma di percepire la vita, di stare al mondo e sopra di esso. Infine, restringe l'obiettivo del suo sguardo allenato a questo tipo di osservazione, e trova la cosa più preziosa: una coppia di cisticole, "la cosa più bella e commovente che ho visto nel mio safari". Come sia riuscito a concentrarsi - e a portare noi lettori - così vicino al piccolo amore canterino di queste due creature, è un miracolo. Il miracolo della scrittura. 
 
Spero che riuscirete a recuperare questo racconto e a leggervelo. Io l'ho fatto con una tazzina particolare: arriva anche lei dall'Africa! 

Mi piace ultimamente la scrittura sugli animali, e mi cimento tutte le settimane su questo blog. Se volete, passatemi a trovare anche lì. Buona lettura!


sabato 28 febbraio 2015

Il Cerchio di Dave Eggers (e altre riflessioni).

Il Cerchio, Dave Eggers, Mondadori
 
Il rischio di essere una persona di facili entusiasmi è quello poi di essere di facili tristezze e di facili paure. Però devo dire, come mi aspetttavo, che Il Cerchio è un romanzo entusiasmante, triste, bellissimo e che fa paura. 

Da alcuni commenti di amici sapevo che avrebbe potuto creare scompensi relativi all'approccio che ognuno di noi ha con la rete e confermo: è proprio così.

Leggo Dave Eggers dall'inizio, quando in Italia uscì L'opera struggente di un formidabile genio. Ricordo di averlo anche visto lui, in un viaggio, tanti anni fa, al Festival del New Yorker e di averne ricavato una strana impressione. Buona nel complesso. 

Per i pochi che non lo conoscessero, Dave Eggers è colui che ha fondato questa casa editrice-rivista-mondo meravigliosa, che ha fatto storia, alla fine degli anni Novanta, se guardate il link trovate tutti i progetti collaterali, tra cui la scuola di scrittura per bambini e ragazzi 826 Valencia.

E per dare giusto tre righe di note biografiche e gossip, Eggers è nato a Boston nel 1970, ha raccontato la sua vicenda autobiografica nel suo primo romanzo (2000) e ora è sposato con la bella Vendela Vida, leggete qua per saperne di più.

Messe da parte tutte queste premesse, immaginavo che Il Cerchio, suggestionabile come sono, mi avrebbe terrorizzata e disgustata a proposito dell'uso della rete e delle tecnologie che oggi facciamo massicciamente in molti. Il Cerchio è infatti un'azienda ultra potente, i cui dipendenti, assai numerosi, guadagnano cifre elevate, godono di tutti i comfort e alla fin fine ruotano in cerchio come criceti: le "cerchie" a me richiamano Google+, ad esempio. Senza contare che Facebook, Twitter etc. finiscono per assomigliarci parecchio.

La storia è quella della giovane Mae, all'inizio timida ma desiderosa di lavorare e impegnarsi e guadagnare, alla fine simbolo dell'azienda, della condivisione totale all'insegna del motto:

"i segreti sono bugie".

Ho letto questo libro senza filtri, assecondando la cara vecchia "identificazione" con il personaggio, che per me è scattata subito, dalle prime righe. Mi sono sentita Mae alle prese con i miei limiti, i bisogni e la timidezza. Ho sentito quel disagio di farcela, di dimostrare chissà che cosa, quella fascinazione del dire sempre tutto, raccontare per forza, mostrare le proprie cose, le proprie immagini, la propria vita, "il dovere" spasmodico di farlo. Ho provato vergogna, risentimento e pentimento. Ho sentito la nostalgia del silenzio, e della solitudine. Del segreto e del mistero della semplice esistenza di ognuno di noi. Mi sono ricordata che il mio valore non dipende dallo sguardo, dal giudizio, dal denaro, dalle opinioni degli altri. Il mio valore è indipendente da tutto questo.

Ma, considerato ciò, in seguito ho realizzato che non aveva senso sottrarsi alla riflessione, cercando altri libri che avevo sugli scaffali per compensare questo scompenso. Qualcosa non in contrapposizione, ma di complementare a questo romanzo, e in effetti ho trovato una risposta alla mia domanda di rassicurazione. Quella di Eggers è una distopia allarmante eppure utile, che porto nel cuore, come le migliori storie lette in questi anni. Ma bisogna pur vivere.

Quindi ho trovato questo: Facciamoci avanti, di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook. Un saggio che invita e sprona le donne a "farsi avanti" sul lavoro, con esempi, dati e rivelazioni.

"Ancora oggi conto le ore in cui sono lontana dai miei figli e mi dispiace perdere una cena o una notte con loro. Dovevo proprio fare quel viaggio? Questa riunione era di vitale importanza per Facebook? Questo incontro era assolutamente necessario?"

Dalla narrativa alla realtà.

Al di là di tutte le dietrologie, tutte le ansie e le preoccupazioni, questo altro libro mi ha riportata con i piedi per terra, in una sintesi abbastanza rasserenante del panorama. Eggers mi ha fatto vedere cosa può accadere, in forma d'arte. Il saggio sulle donne e il lavoro mi ha spronata a ricordare il mondo vero: osservarlo attraverso uno sguardo privilegiato, quello di una donna ai vertici di una delle società più ricche e influenti del mondo, ma che dà proprio per questo una visione altra rispetto alla mia, piccola e parziale, credo affine a quella di molte donne: un saggio che aiuta a smuovere quel senso di impotenza che a volte rischia di paralizzarci, non per diventare come l'autrice, è impossibile e forse non poi così desiderabile, ma per cambiare prospettiva in un'epoca storica, e in un Paese, dove il primo istinto svegliandosi e leggendo i giornali è quello di lamentarsi o, nella migliore delle ipotesi, di fuggire a gambe levate.

In conclusione, da questi due libri ho capito che se voglio staccare la spina e respirare, in definitiva, basta un click e nessuno me lo vieta. 

E sì, è proprio così facile come sembra!

Ringrazio l'editore per avermi donato entrambi i volumi.










































martedì 17 aprile 2012

With Love and Squalor.




Mi sono sempre chiesta se sia una cosa solo mia o se succeda un po' a tutti. Comunque a me capita spesso, e con pervicacia, di perdere di vista le cose importanti. Ricordi, sensazioni, tutto. Per favorire la costante ricerca di qualcosa di nuovo, diverso da come sono, pensando che non vada mai bene come sono. Si è capito?

E poi arrivano persone, immagini, parole, libri, cieli, sguardi, può essere qualsiasi cosa, che, di colpo, con le loro peculiari qualità (e non parlo di talenti soltanto ma anche di modi di essere e guardare) che mi ricordano quelle cose dimenticate e che per me contavano. Senza saperlo, magari. Né volerlo, né ipotizzarlo. 

Questa strana cosa assomiglia a un arcobaleno dopo un temporale. Niente di più semplice, ma, ammettetelo, niente di più bello. Dunque mi è capitato ieri di leggere questo post su uno dei miei blog preferiti (ne ho parlato spesso hehe - ma questa volta, a differenza di altre - vedi tag "kind of magic" - non ci siamo messe affatto d'accordo). In cui compare l'illustrazione a un racconto così importante per me che, appunto, come volevasi dimostrare, me l'ero completamente e meravigliosamente scordato.

For Esmé - with Love and Squalor. 
Per Esmé - con amore e squallore.


Ne avevo sentito parlare chissà in quale occasione da Baricco e così, nell'anno glorioso 1995, quello dei miei 15 anni, e nel primo viaggio all'estero della mia vita, senza genitori, senza amici, con gli zii, impaurita da tutto tranne che dai libri, ho comprato questo piccolo volume di racconti.

Nine stories di J.D.Salinger  - Little, brown books.

 Il primo libro in una lingua che non era la mia. Salinger, l'America. Che per me sarebbe stata tanto significativa da studiarla e cercarla sui libri per tutti gli anni a venire. Il primo racconto letto in un mondo che non era il mio, letto con la gioia e con la disperazione di quell'età, letto con innocenza. Con amore e con squallore: non riesco a trovare due parole più giuste per quella sensazione. Questo libro ora è ingiallito, assomiglia alla materializzazione di un frammento di memoria, le pagine iniziano a scricchiolare un po', deve aver preso della pioggia. Ma tanta. 

It was raining even harder. 

Era di un bianco latte quando l'ho comprato. Profumava di cocco. E di Florida. E di grandi, grandissime speranze. E di promesse d'amore e squallore più grandi ancora. Mi ci aggrappavo come a una tavoletta in piscina, non sapendo nuotare nelle famose cose importanti senza appigli. E infine poi, come molte di quelle cose appunto, l'avevo messo lassù o laggiù in un angolo lontano. Via, basta, bisogna cambiare tutto. Ricambiare, cambiare ancora fino a che. Fino a cosa? Boh, non l'ho ancora capito, ma sono curiosa.

Comunque questo racconto è ambientato in aprile. L'aprile del 1944. E ci sono quei due personaggi piccoli  inglesi che vedete nel post che vi ho indicato ;) E c'è la voce narrante che è un uomo, americano. La storia racconta l'incontro di queste tre persone in una sala da tè. Tra l'altro, gran parte della storia prende vita proprio di fronte a tazze e tazzine. c\_/

C'è Esmé, una ragazzina, che dice all'uomo seduto solo al tavolo: "Usually, I'm not terribly gregarious," (...) "I purely came over because I thought you looked extremely lonely. You have an extremely sensitive face". I said she was right, that I had been feeling lonely, and that I was very glad she'd come over. "I'm training myself to be more compassionate. My aunt says I'm a terribly cold person".

(Esmé crede di essere una persona fredda).

I said I hadn't been employed at all, that I'd only been out of college a year but that I like to think of myself as a professional short-story writer. She nodded politely. "Published?" she asked. It was a familiar but always touchy question, and one of that I didn't answer just one, two, three. I started to explain how most editors in America were a bunch _.

Quindi il tizio è uno scrittore di racconti brevi. Che si scola litri di tè. Ne sono rimasta colpita. Come età, allora, ero ben più vicina a Esmé, tre anni più grande. Oggi sono più vicina allo scrittore di racconti brevi in cerca di editore. 

Ma cambiando i fattori, il risultato, per me, non cambia.

Se potete, leggetelo, in italiano è qui. 

c\_/