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venerdì 27 agosto 2010

Era oggi.

Era oggi, il 27 agosto 1950. Cesare Pavese moriva nell'albergo Roma di Torino. In questi giorni sto rileggendo Il Mestiere di vivere, dove c'è lui in tutta la sua intima grandezza. Penso ai suoi luoghi, la sua Torino.

Le sue ultime parole scritte.

"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi".


mercoledì 25 agosto 2010

Cappellino.

Bambino che giochi a calcio con tuo padre e i tuoi amici nel prato davanti allo Stadio Olimpico di Torino col cappello granata del Toro messo al contrario. Mentre transito ormai granata anch'io nel volto per la corsa. Mi guardi per paura di sbagliare mira e tirarmi contro la palla. Avrai sei anni. Sei serio, hai gli occhi blu come questo inizio di tramonto.

Ti prepari per non sai nemmeno tu ancora cosa. Come me. Che mi preparo ancora adesso per non so ancora cosa. Sembri forte, ma hai anche paura. La paura torinese. La paura di un pulcino. Che qui da queste parti non ci lascia mai. Siamo eterni gialli pulcini col becco affilato e gli occhi di spavento, noi qui di Torino. E anche il papà filippino della tua amichetta, adesso è uguale a noi.

"Attenta Diana. Attenta, è pericoloso, piano, adagio, pianino, occhio". Mi risuonano nelle orecchie le stesse parole della mia infanzia. Attenta Vemina, come mi chiamava mio nonno. Che ti fai male.

E comunque non è che noi qui non le abbiamo le emozioni forti. Ne abbiamo in grandi quantità, è chiaro ed è forse questo che ci fa molto male. Pensavo a Cesare Pavese, che dopo l'Università non ero più riuscita a leggere, e adesso mi ricapita non so perché tra le mani. Saranno le montagne che ci circondano, ci fanno sentire protetti, ma anche controllati. Come ti giri, da ogni parte c'è un picco innevato che ti ricorda quanto siamo infinitesimali, quanto ci siano cose alte e irraggiungibili appena dietro casa.

E comunque, bambino col cappello del Toro, stringiamo tu e io un'alleanza silenziosa. Se crescendo ti sentirai triste - e succederà, a giudicare dal tuo copricapo... - passa a trovarmi, ce ne andiamo al Caffè Elena in Piazza Vittorio. E siccome sarò già molto vecchia, ti parlerò della città, di come l'ho potuta conoscere io, della prudenza, della solitudine, della paura, della tenerezza di certi sguardi, della vita, delle piazze-salotto, della forza quieta che ci scorre sempre nelle vene.